GLOSSARIO 

  • DISTURBI AFFETTIVI STAGIONALI: sono alterazioni del tono dell'umore e del comportamento che compaiono ai cambi di stagione, in particolar modo a partire dall'autunno. Ne sono colpiti oltre tre milioni di italiani, soprattutto donne fra i 20 e i 40 anni. All'origine di questi disturbi sono fattori legati al cambiamento dei cicli luce-buio, in particolare alla  riduzione delle ore di luce, che influenza la produzione di neurotrasmettitori come la serotonina e di ormoni quali la melatonina, alterando i normali ritmi biologici. Le caratteristiche del disturbo sono le seguenti:

    - Corrispondenza tra la comparsa dei sintomi e particolari periodi dell’anno; 
    - Attenuazione o remissione completa del disturbo in periodi dell’anno altrettanto precisi; 
    - Cambiamento stagionale delle abitudini alimentari: aumento dell’appetito con forte desiderio di carboidrati, dolci, caffeina, e conseguente aumento di peso; 
    - Facile irritabilità, pigrizia, malinconia, difficoltà nei rapporti interpersonali e sul lavoro; 
    - Calo del desiderio sessuale; 
    - Insonnia o, al contrario, ipersonnia (tendenza/desiderio di dormire molte ore anche durante il giorno)

  • DISREGOLAZIONE EMOTIVA: con questo termine si indica la difficoltà nel gestire o elaborare efficacemente le emozioni. Si può manifestare attraverso una eccessiva ed incontrollata intensificazione delle emozioni (scoppi di ria o perdita di controllo) oppure attraverso una esclusione e "disattivazione" delle stesse, che porta ad una sorta di appiattimento emotivo e scarsa manifestazione emozionale
  • DEPERSONALIZZAZIONE: Alterazione psichica per la quale si perde il senso della propria identità e si sente come estraneo il proprio corpo (Diz. Hoepli), presente del Disturbo Dissociativo. La persona presenta un’alterazione grave e perturbante della percezione o dell’esperienza di sé per cui prova un improvviso senso di distacco o di estraneità a se stesso: gli arti possono apparire di forma drasticamente diversa dal solito, oppure può avere l’impressione di essere fuori dal proprio corpo, come se si vedesse dall'esterno, oppure ha l’impressione di muoversi in un sogno.
  • DEREALIZZAZIONE: È un malessere psichico per cui si perde contatto con la propria realtà ambientale, che viene vissuta come fittizia. La persona affetta ha  l’impressione di muoversi  come in un sogno. Esperienza in cui il soggetto percepisce come estraneo l'ambiente che lo circonda: può avvertire la sensazione che il mondo sia “strano” o irreale,  di vivere un sogno, di sentirsi tagliato fuori dal mondo o di percepirlo come attraverso una ecc.
  • DISTURBO DI PERSONALITÀ': In psichiatria e psicologia clinica, un disturbo di personalità indica manifestazioni di pensiero e di comportamento disadattivi che si manifestano in modo pervasivo (non limitato a uno o pochi contesti), inflessibile e apparentemente permanente, coinvolgendo la sfera cognitiva, affettiva, interpersonale ecc. della personalità dell'individuo colpito. Si parla di disturbo nel momento in cui tale manifestazione sintomatologica causa disagio clinicamente significativo.
  • COMPULSIONI: Le compulsioni possono essere definite "covert" ossia atti mentali, come il contare, pregare, ripetere parole ecc. o "overt" , cioè comportamenti qiali il ripetuto controllare, pulire, ordinare che hanno carattere di ripetitività,  e vengono messi in atto in risposta ad un’ossessione secondo regole precise, allo scopo di neutralizzare e/o di prevenire un disagio e una situazione temuta. Le compulsioni fanno parte dei tentativi di soluzione che il paziente mette in atto per prevenire o neutralizzare la minaccia rappresentata dalle idee ossessive.
  • OSSESSIONI: sono idee, pensieri, impulsi o immagini che insorgono improvvisamente nella mente del soggetto e che vengono percepiti come intrusivi, fastidiosi e privi di senso. Le ossessioni occupano la mente del soggetto procurandogli disagio e possono essere ricorrenti quando si ripresentano alla mente con frequenza e/o persistenza, ovvero quando occupano la mente in modo continuo e estremamente fastidioso,  compromettendo la qualità della vita della persona affetta.
  • RELAZIONE FUSIONALE: è una relazione in cui sono andati perduti i reciproci confini personali ed in cui entrambi i partner si comportano come se fossero "una sola cosa": fanno tutti insieme, non si allontanano mai l'uno dall'altro, necessitano della presenza reciproca peer svolgere qualsiasi attività, hanno bisogno assoluto l'uno dell'altro. Prevale una sorta di auto e reciproca limitazione di tempi e attività esterne. Si tratta di una relazione disfunzionale in quanto limita grandemente la possibilità di crescita ed individuazione dei soggetti che ne fanno parte.
  • STILE DI ATTACCAMENTO: In psicologia, l’attaccamento definisce un sistema complesso e dinamico di comportamenti ed emozioni che contribuiscono alla costruzione ed alla caratterizzazione di un legame specifico fra due persone. Fu Bowlby a studiare l’attaccamento, definendone caratteristiche, origine, funzione ed esiti nella sua Teoria dell’Attaccamento. Le radici profonde dell'attaccamento  risalgono alla costruzione delle relazioni primarie che il bambino stabilisce con le figure di riferimento e di accudimento (ad esempio, la madre) nei primissimi anni della sua vita, e caratterizzeranno in futuro tutte le relazioni intime che sperimenterà da adulto.
  • Il SENSATION SEEKING secondo Zuckerman (1994) è “un tratto definito dalla ricerca di comportamenti a rischio, sensazioni ed esperienze varie e intense, e dalla disponibilità a correre rischi fisici, sociali, legali e finanziari, per il piacere di tali situazioni”, che raggiunge la sua massima espressione nel periodo giovanile coinvolgendo ragazzi di età sempre minore (Boyer, 2006; Macrì, Canicattì, Duetti, Pizzo, Filipponi & Galeazzi, 2011).

 

LA TIRANNIA DELLA POSITIVITÀ:quando la positività diventa tossica

Scritto da: Annalisa Barbier 

 

Negli ultimi anni, la “cultura della positività" ha guadagnato terreno, diventando quasi un mantra nel nostro quotidiano. Frasi come "pensa positivo" e "sii felice" sono diventate comuni e le assorbiamo senza nemmeno rifletterci su. Ma cosa succede quando questa spinta incessante verso il benessere inizia a diventare un problema?

 

 

 

PERCHÉ FA MALE REPRIMERE LE EMOZIONI NEGATIVE

L'idea che si debba sempre e a tutti i costi essere felici, ottimisti, positivi e costruttivi rischia di produrre un effetto collaterale a mio avviso molto grave: può indurci a credere che sia giusto, possibile e anzi doveroso rifiutare e silenziare le nostre emozioni considerate “negative” come ad esempio tristezza, rabbia o frustrazione, portandoci a giudicare noi stessi in modo duro per sentirci “giù”, vulnerabili o arrabbiati. Purtroppo, proprio questo giudizio porterà con sé un sentimento crescente di inadeguatezza, a coltivare la convinzione di avere “qualcosa che non va”, di non andar bene.

Questo fenomeno merita dunque una riflessione approfondita.

 

ORIGINI DELLA “RETORICA DELLA POSITIVITÀ”

La cultura della positività ha radici profonde nella filosofia occidentale, ma ha preso piede in modo particolare con il movimento del “self-help” degli anni '90 e 2000. Autori come Dale Carnegie ad esempio, nel suo libro “Come trattare gli altri e farseli amici” hanno enfatizzato l'importanza di mantenere un atteggiamento positivo per ottenere successo e felicità. Tuttavia, il crescente interesse per la psicologia positiva, rappresentato da personalità come Martin Seligman, ha contribuito ulteriormente a diffondere l'idea che la felicità sia un obiettivo primario nella vita. Questa idea in sé non è affatto sbagliata, in ultima analisi, ma può diventare profondamente controversa se viene interpretata in maniera superficiale.

Sebbene la psicologia positiva abbia portato alla luce aspetti molto importanti per il benessere psicofisico - come i concetti di resilienza e ottimismo - essa ha anche indirettamente instillato l'idea che l'unico modo per vivere una vita soddisfacente sia quello di evitare qualsiasi forma di disagio emotivo.

La pressione a essere sempre felici può manifestarsi in vari ambiti della vita:

Socialmente, vengono trasmesse aspettative implicite che ci spingono a mostrare solo emozioni positive, creando un ambiente in cui la vulnerabilità, la compassione, l’empatia vengono purtroppo percepite come una pericolosa forma di debolezza. Questo fenomeno è stato descritto da Brené Brown nel suo libro “Osare in grande”, in cui l’autrice sottolinea come la cultura della vulnerabilità sia spesso soffocata dalla pressione alla “positività a tutti i costi”, e quanto sia importante tornare ad avere il coraggio della propria vulnerabilità, inevitabile aspetto della nostra comune umanità.

Come accennato, a livello individuale la spinta alla positività può condurre a una forma di auto-sabotaggio: le persone che si sentono tristi, insoddisfatte  o ansiose possono sentirsi in colpa per provare queste emozioni, e agire dunque nella direzione di delegittimare, negare e finanche sopprimere i propri sentimenti più profondi e autentici. Ma la negazione delle emozioni difficili ci impone un prezzo molto alto: interferisce fino a compromettere l’espressione piena di sé, la crescita personale e l'elaborazione dei traumi.

Lo psicologo Richard Lazarus ha sottolineato come le emozioni negative possano svolgere un ruolo molto importante nel nostro processo di adattamento e di apprendimento: possono spingerci - se interpretate come segnali di orientamento nella vita - a sviluppare competenze e strategie di fronteggiamento nuove e funzionali, e dunque a costruire un benessere che nasce dalla capacità di sentirci capaci, e in grado di affrontare in qualche modo le difficoltà e i momenti difficili. 

 

CONSEGUENZE PSICOLOGICHE 

La delegittimazione delle emozioni negative può avere un impatto significativo sulla salute mentale, come evidenziato da vari studi. Ecco alcuni aspetti chiave:

  • Susan David, autrice del libro “Agilità emotiva”, evidenzia come la repressione delle emozioni negative possa provocare indirettamente problemi di salute mentale, inclusi ansia e depressione, suggerendo che accettare e confrontarsi con le proprie emozioni negative è essenziale per il benessere psicologico, e che la vera resilienza si costruisce attraverso l’accettazione, non la negazione. Mi preme qui specificare che, quando si parla di “ACCETTAZIONE”, non ci si riferisce ad un atteggiamento di passiva rassegnazione quanto piuttosto ad un atteggiamento interiore, più complesso e profondo, molto simile all’Accettazione di cui si parla nella Mindfulness (in effetti è uno dei 7 pilastri della mindfulness): riconoscere e accettare che le cose sono come sono nel momento presente, in modo non giudicante, spazioso ed aperto. Significa essere pienamente presenti nelle cose, così come si presentano momento dopo momento, sospendendo qualsiasi guerra interiore basata su critiche e giudizi di “come le cose dovrebbero essere”. Questo approccio aiuta a ridurre la resistenza e il conflitto interiore, promuovendo una relazione più sana con le esperienze. Accettare ciò che è, piuttosto che combatterlo, favorisce la serenità e la crescita personale, e soprattutto ci permette di trovare strategie di fronteggiamento funzionali. inoltre ricordiamolo: le cose sono in continuo mutamento, dunque anche i momenti difficili sono destinati a passare oltre se glielo permettiamo, se non li tratteniamo tra le maglie strette della nostra resistenza.
  • Ignorare o sopprimere le emozioni considerate indesiderabili o negative può impedire il corretto processamento delle esperienze.
  • Negare le emozioni difficili può anche influenzare le relazioni interpersonali: un ambiente in cui si accolgono e si accettano solo emozioni positive può portare ad una mancanza di autenticità nelle interazioni tra le persone, rendendo difficile la comunicazione e la connessione emotiva, e inducendo gradualmente profondi sentimenti di disconnessione, sfiducia e isolamento.
  • La resilienza non si costruisce solo attraverso esperienze positive, ma anche attraverso l'elaborazione delle emozioni dolorose; sopprimere ed evitare questi sentimenti, nel tempo riduce la nostra capacità di affrontare le difficoltà, di costruire competenze e capacità di fronteggiamento e quindi di poterci adattare in modo funzionale agli inevitabili alti e bassi della vita.
  • Sopprimere, delegittimare e allontanare a tutti i costi l’esperienza delle emozioni difficili o “negative”, non influisce soltanto sulla salute mentale ma anche su quella fisica: studi hanno dimostrato che lo stress cronico e la repressione emotiva possono contribuire a problemi di salute come malattie cardiache, disturbi gastrointestinali e altre condizioni correlate.
  • Un ambiente lavorativo eccessivamente votato alla “positività tossica”, può generare un clima di scarsa autenticità e comunicazione tra le persone: un articolo pubblicato sulla “Harvard Business Review” nel febbraio di quest’anno, evidenzia come la pressione a mantenere un atteggiamento positivo possa ridurre la creatività e la capacità di affrontare i conflitti, elementi essenziali per il team building e il problem solving.

 

CONCLUSIONE

La negazione e la repressione delle cosiddette “emozioni negative”, possono generare un circolo vizioso che compromette la salute mentale e fisica; diventa dunque cruciale imparare ad affrontare e accettare le emozioni difficili per ciò che sono: messaggeri che ci aiutano a comprendere il mondo e noi stessi, al fine di realizzare la pienezza di ciò che siamo, di avere un contatto autentico e profondo con il qui-ed-ora e con le persone intorno a noi. Come le emozioni piacevoli, anche quelle dolorose ci possono aiutare a creare legami  e connessione con gli altri. accoglierle, imparare a “navigarle” attribuendo loro il giusto senso e la giusta prospettiva, è importante per coltivare il benessere psicofisico e una vita soddisfacente. La spinta alla positività, sebbene benintenzionata, può creare una "positività tossica" che ci allontana dalla nostra umanità. Riconoscere il valore di tutte le emozioni, comprese quelle negative, è fondamentale: legittimarle non significa arrendersi, ma vivere in modo autentico e completo. Solo così possiamo crescere e realizzarci pienamente come individui.

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Oltre la negazione della sofferenza: la via gentile della Self Compassion

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han, nel suo saggio “La società senza dolore”, ci ricorda che viviamo in una cultura e in una società in cui l’esperienza del tocco che cura e che guarisce – il sentirsi toccati, accolti e interpellati dall’Altro – è diventata sempre più rara. Solitudine, narcisismo, competizione, autosfruttamento, espulsione della negatività e perdita di solidarietà creano dolorose fratture nel tessuto sociale e dunque nella trama di senso individuale, originando e amplificando un dolore che -privato del significato che lo narra come naturale risposta ad un contesto isolante e frammentato - e’ destinato a restare individuale, ad essere considerato sbagliato e inopportuno,  sintomo insomma di disfunzionalita. 

In questo scenario, i dolori cronici - soprattutto quelli dell’anima -  non sono soltanto un fatto medico, ma soprattutto un sintomo socio-culturale: il corpo  - e con esso l’anima - si fanno portavoce di quella richiesta di vicinanza, di amore e di attenzione che non trova spazio in una società guidata dalla sfiducia e dall’individualismo. Il filosofo Han sottolinea come nessun analgesico possa sostituirsi alla scena primordiale di guarigione: quel tocco dell’altro che è esperienza viscerale di accoglienza, cura e contenimento. È proprio quella mano- amorevole e guaritrice- il gesto relazionale e corporeo che restituisce al dolore una cornice di senso, rendendolo in qualche modo sopportabile.

Ed è proprio qui, in questa terra di mezzo, che si allunga un ponte e si apre il dialogo tra il dolore vissuto nella solitudine della negatività inaccolta, e il potere della compassione.

La self-compassion come “fai da te” del tocco lenitivo

La self-compassion rappresenta allora (nella sua versione divulgativa e semplificata) una sorta di “kit di emergenza” autosomministrato. I suoi insegnamenti e le sue pratiche permettono di offrire a se stessi quel tocco lenitivo che la società e le relazioni spesso negano, incapaci sempre più di legittimare una reale apertura verso l’Altro da sé (anche il dolore viene relegato ad esperienza di “altro-da-sé”). Non elimina il bisogno dell’altro, non sostituisce l’esperienza incarnata della cura relazionale, ma diventa:

  • un ponte temporaneo, che ci permette di non soccombere al vuoto di senso di cui soffre il dolore nella nostra cultura, e alla disconnessione relazionale;
  • una nuova memoria corporea, che rievoca dentro di noi, letteralmente “nel corpo” l’esperienza di essere accolti e contenuti;
  • una cura verso di sé Auto-somministrata, che ci consente di accogliere e consolare il nostro dolore con quelle  parole e quel tocco, gentili e accoglienti, che non riceviamo dall’altro;
  • riporta a se stessi il ruolo della presenza dell’altro: l’altro diventiamo noi.

In altre parole, la self-compassion legittima il dolore, lo riconosce e lo rende abitabile, creando uno spazio di presenza proprio là dove la società tende invece a silenziarlo, esiliarlo nella disfunzionalità e medicalizzarlo.

Il paradosso dell’autoreferenzialità

Certo, la self-compassion porta con sé un limite intrinseco: è autoreferenziale. Nel toccarci  - metaforicamente e fisicamente - siamo allo stesso tempo l’afflitto e il guaritore, chi soffre e chi consola. Potrebbe sembrare un surrogato fragile, incapace di sostituire davvero la mano dell’altro; eppure proprio in questa apparente limitazione risiede la sua forza: 

  • ci permette di mantenere vivo il gesto del “prendersi cura”, anche in assenza dell’altro;
  • ci offre una base di sicurezza interiore  - psicologica, neurovegetativa e somatica - che non cancella ma prepara il terreno per futuri incontri relazionali;
  • trasforma il dolore in testimone della nostra vulnerabilità condivisa, ricordandoci del continuo  dialogo esistente tra la dimensione individuale e quella universale.

La self-compassion è, dunque, insieme stimolo alla memoria e anticipazione: ricorda al corpo la scena primordiale della cura e, allo stesso tempo, lo prepara all’apertura all’altro, alla sua ricerca, alla sua accoglienza. Non vuole cancellare la ferita, ma sa lenirla e soffiare lieve su di essa, le dona una storia e con questa un senso. Non sostituisce l’altro, ma ne tiene vivo il ricordo e il desiderio. È un modo per non lasciare che il dolore resti un grido muto, ma possa farsi narrazione ricca di senso: un messaggio ascoltato e accolto, almeno da noi stessi.

In un mondo in cui il dolore, per dirla con Han, appare “svuotato di senso” e la buona vita è ridotta a “nuda sopravvivenza”, la Compassione (nei suoi tre flussi) si fa subito atteggiamento e gesto sovversivo: una delicata e potente forma di opposizione alla negazione del dolore, alla riduzione di senso e alla frammentazione sociale che ciò comporta.

 

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AMARE SENZA PERDERSI: RICONOSCERE E GUARIRE LA DIPENDENZA AFFETTIVA

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La dipendenza da siti di incontri nella società della prestazione

Immagine creata da IA
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 Scritto da: Annalisa Barbier, PhD

 

Viviamo in una società che ci chiede costantemente di migliorarci e di mostrarci. Una società dell’esposizione, della visibilità, della seduzione permanente, dello sfruttamento di sé come oggetto e soggetto di competizione costante e onnipervasiva. Ma dietro tutto questo si cela spesso un sentimento scomodo: l’angoscia. E non quella che ci arriva da fuori, quella che nasce come risposta naturale alle minacce esterne e ai pericoli – ma un’angoscia interna, radicale, silenziosa, fatta di mancanza di senso, di sovraccarico di informazioni, aspettative e richieste, fatta di senso di vuoto.

La seduzione come prestazione

I siti di incontri online sono diventati la nuova piazza digitale dove cercare “amore”, compagnia, sesso o spesso solo una conferma del proprio valore, incapaci di sentirlo altrimenti. Ogni profilo diventa una piccola vetrina esistenziale: una foto curata, una bio accattivante, un tocco di originalità e la velocità con cui diciamo “questo sì” e “questo no”. Così, ciò che dovrebbe facilitare l’incontro autentico, spesso finisce per trasformarsi in una spirale di dipendenza dall’eccitazione dell’esplorazione e dell’attesa, delusione e rinvio all’invisibilità. Secondo il filosofo coreano Byung-Chul Han, viviamo nella “società della trasparenza” e della “prestazione”: non siamo più oppressi da divieti esterni, ma da una continua auto-esibizione e auto-sfruttamento. In questa cornice l’altro non è più un mistero da incontrare, da esplorare o da cui lasciarsi attraversare ma è diventato solo un’immagine da valutare, criticare o desiderare. Le relazioni diventano scambi velocissimi e l’attrazione una funzione governata da algoritmi.

Al di là della dipendenza dai siti di incontri si apre una frattura profonda: la crisi dell’Eros e il dissolvimento del desiderio in quanto forza vitale e relazionale autentica. Byung-Chul Han, filosofo di questi tempi, afferma che la società contemporanea ha espulso l’Eros e con esso ha espulso l’altro come portatore di complessità e come sfida costruttiva, rimpiazzandolo con una seduttività e una sessualità performanti, che usano la comunicazione rapida e diretta come strumenti di ricerca di soddisfacimento e riconoscimento. L’Eros, nella sua radice antica, non è la semplice attrazione erotica e fisica: rappresenta una spinta, una tensione verso l’altro, l’apertura al non-conosciuto e si esprime attraverso il desiderio che emerge dalla mancanza, ci apre ad una dimensione in grado di dare spazio alla creatività. È uno spazio intermedio e non programmabile, dove l’altro non è un oggetto da ottenere o dal quale aspettarsi qualcosa, ma rappresenta un enigma da incontrare e  conoscere e  - perchè no - dal quale lasciarsi trasformare. In questo spazio potrebbero fiorire coraggio, curiosità di esplorare e conoscere, interesse aperto al confronto e al cambiamento. 

Ma cosa accade quando l’altro viene ridotto ad un profilo, ad una immagine statica da scorrere con un dito in un variopinto scaffale digitale, in cui scegliere il “prodotto” più giusto? Accade che il desiderio non riesce a sentire più se stesso e  si trasforma in quantificazione: quante persone mi hanno messo like, quanti match ho ottenuto oggi, quanto valgo nella vetrina digitale? Il soggetto non desidera più l’altro: desidera solo essere desiderato… e così l’Eros si spegne, lasciando il posto a un narcisismo relazionale compulsivo in cui vi è davvero poco spazio per ritrovare il senso profondo del termine “connessione”, sia essa con l’altro-da-sé che con il nostro stesso Sé.

È qui che emerge, silenziosa e tagliente, l’angoscia dell’Io. Han la descrive come l’esperienza tipica del soggetto postmoderno, non più schiacciato da divieti repressivi, ma logorato dal dover fare qualcosa di “performante” di questo eccesso di libertà e di esposizione. Non c’è più un Altro simbolico che ci definisca, un contesto che sia in grado di donare confini e riferimenti (la comunità, il padre, il limite), ma un infinito gioco di specchi in cui siamo noi a doverci definire e ri-definire costantemente, a doverci mostrare sempre all’altezza. Non c’è più il proibito: c’è solo l’imperativo alla visibilità e alla performance, al miglioramento di sé. Un paragone impietoso e incessante con tutti e con tutto.

Nel contesto delle app di dating, questa angoscia prende la forma di un bisogno incessante di approvazione: “esisto solo se piaccio, se vengo scelto, se qualcuno mi sceglie”. In questa dinamica, perdiamo progressivamente contatto con il nostro sentire autentico e non cerchiamo più l’incontro - che è per sua natura trasformativo e sovversivo dello stato precedente  - , ma solo la conferma del nostro valore e della nostra identità. Così l’altro – che dovrebbe sorprenderci, destabilizzarci, condurci oltre noi stessi – viene ridotto a semplice specchio del nostro bisogno di esistere, di riconoscere e sentire noi stessi come entità uniche e sacre. E più cerchiamo di placare questa angoscia attraverso il consumo relazionale, più ne diventiamo prigionieri. Perché l’Io non si pacifica nella conferma continua - dalla quale piuttosto rischia di divenire dipendente - ma nel silenzio, nella relazione vera che resiste al bisogno impulsivo, nella presenza che non richiede prestazione. Potrei dire nell’essere, prima ancora che nel fare.

Come terapeuta e insegnante di mindfulness, vedo ogni giorno quanto la vera cura passi proprio da qui: dal riscoprire il valore dell’invisibilità, dell’assenza, della mancanza, del riposo e del “vuoto” come spazio fertile. Passa dall’imparare a restare con la frustrazione in quanto spinta creativa rinunciando a colmarla immediatamente, passa dall’imparare a stare nel desiderare senza subito possedere e dunque consumare perchè, se non impariamo a fare così, siamo come un secchio bucato: nulla riesce ad appagarci davvero.

E proprio perchè così bisognosi di ricevere continuamente rassicurazioni, sostanza e profondità attraverso l’altro, l’altro diventa inevitabilmente anche il “nemico” perchè può ferirci, deluderci, smettere di rimandarci ciò che desideriamo. Così l’altro viene oggettificato e vissuto con alternanti bisogno/dipendenza e diffidenza: lo allontaniamo prima ancora di avvicinarci, lo critichiamo, giudichiamo, o pretendiamo il suo sguardo incantato fisso su di noi, continuo ed incessante. Ma in questa dinamica l’altro non c’è mai veramente e rimane mero oggetto di proiezione. Riscoprire l’Eros significa allora abitare il vuoto senza fuggirlo (LEGGI QUI…), ascoltare il proprio desiderio o bisogno senza trasformarlo in compulsione, sostenere la fragilità dell’incontro senza barricarci dietro la distanza dello schermo. Solo così l’altro può tornare ad essere davvero altro, e non solo un riflesso del nostro bisogno di essere amati.

Angoscia e amore liquido: due facce della stessa medaglia

Nel pensiero di Byung-Chul Han, l’angoscia dell’Io nasce dall’eccessiva esposizione, dalla pressione costante a essere visibili, desiderabili, performanti. Non c’è più un ordine simbolico o valoriale cui riferirsi, né un limite esterno a contenere il soggetto: siamo noi stessi, oggi, a doverci costruire e vendere in continuazione: “imprenditori di noi stessi”.  E così, scrive l’autore, «l’altro diventa un’interfaccia», non un luogo dell’incontro ma teatro della prestazione e strumento di soddisfacimento di bisogni insoddisfatti. Questo stato di fragilità identitaria trova il suo corrispettivo relazionale in ciò che Zygmunt Bauman definisce amore liquido: una forma di relazione in cui i legami affettivi seguono la logica consumistica dell’ “usa e getta”. Si tratta necessariamente di legami fragili, temporanei, reversibili, fondati più sull’uso che sulla cura e il reciproco senso di appartenenza, più sul consumo che sull’accoglienza e sulla co-costruzione. L’angoscia dell’Io e la liquidità dell’amore vanno di pari passo e si tengono insieme: un soggetto dal fragile e insicuro senso identitario, non riesce a sostenere la densità e la sfida dell’intimità, la sfida del vero incontro con l’altro (che spaventa e impegna), dunque predilige rapporti flessibili, rapidi, facilmente interrompibili e sostituibili. Rapporti basati su questi presupposto di funzionamento, lasciano inevitabilmente il senso di vuoto non solo insoddisfatto, ma spesso più vasto, profondo e doloroso. Un senso si vuoto che spingerà a nuovi incontri, nuovi legami usa e getta, nuove e inevitabili frustrazioni. Una ripetizione dell’uguale che cambia solamente in superficie. Una narrativa Relazionale che propone non più la creatività come atto in cui si può dare vita al nuovo e diverso, quanto piuttosto come riproponimento dell’uguale sotto altre forme.

Bauman osserva che nelle relazioni postmoderne domina la logica del “connubio senza legame”: ci si connette facilmente, ma si evita ogni forma di profondità relazionale che potrebbe compromettere la propria libertà. Le app di dating incarnano perfettamente questo modello: permettono di entrare e uscire da mille micro-relazioni senza mai esporsi davvero, nè mai raggiungere l’incontro. Senza mai poterne o doverne costruire davvero neanche una.  In questo senso, l’angoscia non è solo individuale, ma strutturale: nasce da un mondo in cui i legami sono vissuti come minaccia, la durata come oppressione e limitazione Delle proprie libertà e l’altro come elemento opzionale da valutare, ottimizzare-sfruttare o scartare per cerare di meglio. 

L’Io liquido, intrappolato tra un bisogno disperato di conferma e un’altrettanto radicale paura dell’intimità, si rifugia così nella superficie dello schermo e delle relazioni. Anche delle relazioni con se stessi. Ogni swipe è una scelta momentanea, che non esclude altre possibilità. Ogni match è una promessa che non regge all’urto della realtà ed ogni silenzio diventa vertigine e ricaduta nel vuoto. Per Han, la cura comincia dal sottrarsi a questa trasparenza coercitiva, dal riscoprire la profondità, il mistero, il limite. Per Bauman, invece, serve ripensare l’impegno non come prigione, ma come scelta consapevole di costruire qualcosa che possa resistere nel tempo, e rappresentarci davvero proprio perchè fortemente voluto, al di là del limite e del difetto.

E forse, oggi più che mai, curare la dipendenza dalle relazioni liquide e digitali significa aiutare le persone a tollerare il vuoto, sostare nel desiderio che nasce dalla mancanza, dunque imparare a conoscere e amare anche quella mancanza per poter scendere sotto la superficie ed agire un atto che possa essere davvero atto di guarigione. Ritrovare, lentamente, un modo di amare che non sia consumo, ma dialogo tra opacità, individualità, complessità e alterità.

L’elogio della positività e l’auto-sfruttamento emotivo

Viviamo in una “società dell’eccesso di positività” in cui tutto e tutti deovono essere gradevoli, performanti, attraenti e, aggiungo io, felici e divertenti; in questa cornice, anche l’intimità diventa prestazione; così non possiamo più mostrarci vulnerabili, annoiati, incerti o sofferenti: dobbiamo sempre piacere ed ottenere approvazione, sempre performare ed essere sorridenti. Una società del genere ha ormai bandito il diritto alla tristezza, al dolore, alla mancanza e ai momenti di infelicità che sono preziosi se accolti ed esplorati, poiché i soli capaci di aprire una breccia sulla superficie delle cose. In questa dinamica le app di incontri, con i loro like e le notifiche, creano un circuito dopaminergico che ci spinge continuamente a cercare il nuovo, a migliorarci, a farci desiderare, a ottimizzare la nostra presenza digitale. Ma questo produce una sorta di “auto-sfruttamento” emotivo, in cui siamo noi stessi a spingerci all’estremo fino al burnout affettivo, cercando compulsivamente conferme per evitare di sentire il vuoto che altrimenti dovremmo guardare. Un vuoto che, ripeto, può ancora diventare fertile promessa e spazio di speranza. Tuttavia, meno siamo capaci di accogliere ed esplorare i nostri momenti difficili e più tendiamo a diventare dipendenti da tutto ciò che da essi ci tiene distanti: relazioni compulsive, sostanze, cibo, attività…la dipendenza facilmente nasce nel terreno dell’evitamento e della distrazione. Ma rappresenta davvero la soluzione al senso di vuoto che non vogliamo sentire?

Verso una relazione più umana

Come possiamo uscire da questa spirale? Forse, come suggerisce Han più che creare ed usare tecnologie dell’incontro sempre nuove, potremmo riscoprire l’etica del limite e del silenzio, imparando gradualmente a recuperare il senso ed il valore dell’assenza che produce desiderio, del tempo lento che permette riflessione e ascolto, della non-immediatezza che apre lo spazio alla libertà di scegliere la risposta con consapevolezza. E anche di quella solitudine che lungi dall’essere isolamento,  è relazione con se stessi: quella che potremmo definire “solitude” o beata solitudine. Questo potrebbe aiutarci a creare la premessa e lo spazio per l’incontro reale, un incontro in cui l’altro non è solo un like da ottenere, o qualcuno da cui aspettarsi qualcosa, ma un mistero da accogliere nella sua libertà, qualcuno cui e da cui lasciarci avvicinare gradualmente. La cura passa per una disconnessione consapevole, per una riscoperta della presenza, dell’ascolto e della sospensione della compulsività. Anche in terapia, possiamo ritrovare il senso del desiderio solo quando riusciamo ad interrompere la logica prestazionale per iniziare ad abitare il “vuoto” che percepiamo senza scappare. Questo vuoto non è uno spazio realmente vuoto, quanto piuttosto la percezione di qualcosa che non è come o dove dovrebbe essere nel nostro mondo interiore, o l’assenza della connessione con noi stessi. Nella relazione che abbiamo con noi stessi esso spesso è l’emergenza della nostra difficoltà ad entrare in contatto con ciò che realmente siamo, sentiamo di essere: con le emozioni difficili o con quegli aspetti che preferiremmo non conoscere né ammettere di possedere. Ma questi ci appartengono insieme ai pregi e alla gioia e possiamo sentirci completi solo se ci apriamo all’interezza dell’esperienza senza volerne forzatamente e faticosamente escludere gli aspetti scomodi. Una tale scissione è effimera e illusoria ma soprattutto dannosa.

In fondo, probabilmente è proprio nell’integrazione dell’impefezione, nella lentezza e nell’attesa consapevole che si nasconde la speranza e dunque la possibilità di sentirci vitali e davvero presenti nelle relazioni.

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IL SENSO DI VUOTO

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Scritto da Annalisa Barbier 

 

Quello che definiamo genericamente con il termine “senso di vuoto” è un’esperienza psicologica profonda, diffusa e complessa che tutti prima o poi abbiamo sperimentato nella nostra vita, spesso in momenti per noi particolarmente difficili. Si manifesta come la percezione di un’assenza interiore, di una inquietante mancanza di significato, o come una forma profonda di disconnessione da sé, dagli altri, dal mondo e dai suoi significati, dalle sue aspettative. È una condizione esistenziale che può affiorare in momenti di crisi come perdite, cambiamenti, periodi particolarmente stressanti e che, in alcuni casi, può cronicizzarsi fino a diventare una tonalità affettiva stabile che caratterizza la vita psichica dell’individuo. In questo  articolo proverò ad esplorare sinteticamente il concetto di  “senso di vuoto” dal punto di vista psicologico e psicopatologico.

Senso di vuoto e psicologia

Innanzitutto è utile ricordare che percepire occasionalmente un senso di vuoto, in ambito psicologico non è necessariamente da considerarsi il sintomo indicativo di una patologia o di un disturbo specifico; il senso di vuoto infatti può comparire come una percezione  - cognitiva, emotiva e anche somatica - naturale in alcuni momenti di vita caratterizzati da cambiamenti, perdite o processi di crescita interiore. Dal punto di vista squisitamente clinico invece, il senso di vuoto è un sintomo trasversale, che può presentarsi in in numerose condizioni psicopatologiche; esso tuttavia, assume connotazioni specifiche a seconda del contesto diagnostico e della struttura di personalità della persona che lo sperimenta. 

Il senso di vuoto costruttivo: lo spazio fertile di transizione

Quella di sentirsi “vuoti” è un’esperienza che spesso consideriamo spiacevole, spaventosa o dolorosa e tendiamo ad etichettarla immediatamente come “negativa” o “sbagliata”, e facilmente ci diciamo: “non devo sentirmi così, c’è qualcosa di sbagliato in me se mi sento così!”. Tuttavia, è importante comprendere che a volte quel senso di vuoto, che tipicamente si manifesta come sensazione somatica localizzata nella pancia o nel petto, in realtà rappresenta una specie di porta, di passaggio obbligato nella transizione verso qualcosa di nuovo.

Ci sono diversi momenti nella vita in cui le cose cambiano, e cambiano profondamente: ad esempio durante l’adolescenza, caratterizzata dai suoi profondi cambiamenti ormonali e corporei e dalla spinta a strutturare e ridefinire la propria identità individuale e sociale; quando si diventa genitori, ed è necessario ridefinire molti dei precedenti aspetti identitari (individuali, sociali, professionali, di coppia) per costruire un nuovo modo di stare nella vita che includa anche il ruolo genitoriale; quando finisce una relazione amorosa importante, lasciando un “senso di vuoto” spesso percepito come incolmabile (ma transitorio), in cui dobbiamo lasciar andare tutti quegli aspetti così importanti della nostra vita, che appartenevano alla coppia e al nostro rapporto con l’altro; quando cambiamo o perdiamo un lavoro che per molti anni ha fatto parte e ha organizzato il ritmo della nostra vita; a seguito di un evento luttuoso, di una perdita o di un grave problema di salute, eventi che ci spiazzano, ci disorientano, e necessitano di tempo affinché possiamo accoglierli ed elaborare il profondo cambiamento che ci portano ad attraversare.

Non sempre dunque il senso di vuoto rappresenta un indicatore patologico; in alcuni casi può costituire un’esperienza fisiologica transitoria, collegata a specifiche fasi del ciclo di vita o a momenti critici di riorganizzazione esistenziale. In queste circostanze, il vuoto non segnala una disfunzione, ma una sospensione del noto, un periodo di transizione in cui vecchie identità, ruoli o riferimenti interiori si sono dissolti, mentre nuovi significati devono ancora emergere.

In questi momenti è normale sentirci persi, disorientati e spaventati, come se il terreno sotto i piedi non fosse più solido: le vecchie certezze crollano, i precedenti punti di riferimento che avevamo dato per scontati improvvisamente svaniscono o non sono più adeguati, e ci ritroviamo in un limbo, in uno spazio indefinito che percepiamo come un  VUOTO. Ma questo vuoto, per quanto doloroso, non è necessariamente un nemico;  può essere invece un alleato prezioso. Lo potremmo coraggiosamente definire un "vuoto fertile", uno spazio interiore aperto e creativo, una sorta di “brodo primordiale” in cui l’assenza dei precedenti punti di riferimento ci permette di essere pronti e disponibili a che nascano e prendano vita gradualmente nuovi significati, nuovi aspetti identitari e nuove possibilità.

In questi casi, può essere davvero fruttuoso, invece di cercare disperatamente di riempire in ogni modo questo “vuoto” con qualcosa di esterno, con comportamenti compulsivi disordinati o ricercando distrazioni per non sentirlo, darci l’opportunità di abitare il vuoto, di osservarlo, di restare pazientemente in attesa che al suo interno germogli qualcosa di nuovo.  Ascoltiamo dunque cosa ha da dirci, osserviamo con pazienza e senza giudicare cosa emerge, impegniamoci ad accogliere questa sensazione di incertezza e di indeterminatezza, che pure fa parte della nostra esperienza umana, e che può dirci molte cose.

Come psicologa il mio compito è anche questo: accompagnare le persone in questo viaggio attraverso il vuoto, senza giudizio, senza fretta, imparando a tollerare il disagio che inevitabilmente può evocare in noi.  Aiutandole a riconoscere che questa sensazione non è necessariamente un sintomo da "curare" o di cui sbarazzarci, ma piuttosto un processo naturale di trasformazione, e di richiesta di attenzione interiore, importante e necessario. Attraverso strumenti come la mindfulness, l'esplorazione narrativa, o semplicemente la presenza quieta e accogliente e l'ascolto empatico, possiamo imparare ad attraversare il vuoto senza patologizzarlo, fidandoci della nostra innata capacità di ricostruire un senso, una direzione, un'identità più autentica e consapevole, un nuovo modo di dare significato alla nostra esistenza nel qui ed ora. La tradizione alchemica parla di opera al nero: quella fase iniziale e propedeutica per qualsiasi successivo lavoro interiore che ci porta a “morire a noi stessi” (metaforicamente), affinché qualcosa di nuovo possa nascere dal buio delle profondità della terra psichica.

Ricordiamo che molto spesso ciò che impedisce alle nostre risorse innate di agire, curare, correggere, proporre, attraversare, sono la paura (comprensibile) e la conseguente risposta automatica di avversione ed evitamento, comune nei confronti di alcune esperienze per noi difficili o considerate “sbagliate” o “pericolose”. Imparare ad “abitare” questa sensazione rappresenta un preludio, una condizione necessaria affinché il significato e la proposta che il senso di vuoto porta nella nostra vita, sia una grande opportunità di espansione e realizzazione personale. 

 

 Il senso di vuoto nella psicopatologia

Il senso di vuoto è un'esperienza soggettiva complessa e spesso angosciante, caratterizzata da una sensazione di mancanza interiore, di assenza di significato, di disconnessione da sé stessi e dal mondo circostante. Pur non rappresentando un fenomeno necessariamente patologico, come scritto più sopra, questa esperienza può rappresentare anche un sintomo trasversale, presente in diverse condizioni psicopatologiche, che contribuisce significativamente alla sofferenza e alla disfunzionalità dell'individuo affetto.

Nel Disturbo Borderline di Personalità (DBP) il senso di vuoto cronico rappresenta uno dei criteri diagnostici chiave, come indicato nel DSM 5. Esso si manifesta come una perenne e pervasiva sensazione di mancanza legata ad una profonda incertezza riguardo al propria identità, descritta come un “sentirsi vuoti”, o un’assenza di senso, come se qualcosa di fondamentale mancasse all’interno di sé. Nell’ambito di questo disturbo, il senso di vuoto è anche collegato alle difficoltà di regolazione emotiva che ne caratterizzano gli aspetti patologici: ossia le difficoltà di identificare, dare un nome e regolare le emozioni che tendono dunque a divenire sopraffacenti, portando a comportamenti compensatori autodistruttivi come abuso di sostanze, autolesionismo o tentativi di suicidio, finalizzati ad interrompere la sofferenza nel tentativo di riempire il vuoto percepito o di anestetizzare il dolore. La paura dell’abbandono e la profonda sensazione di solitudine possono esacerbare la sensazione di “vuoto interiore”.

Nei Disturbi Depressivi, il senso di vuoto interiore è un sintomo comune; si manifesta come apatia e perdita di interesse, motivazione e piacere nelle attività che prima erano gratificanti (anedonia), e si associa alla difficoltà a sperimentare stati interni piacevoli. È spesso legato ad una visione negativa di sé, dell mondo e del futuro (triade cognitiva di Beck) e può accompagnarsi con sentimenti di autosvalutazione, colpa, tristezza e disperazione.

Nei Disturbi Dissociativi quali il disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione e il disturbo dissociativo di identità (DID), il senso di vuoto può essere legato ad una alterazione della coscienza, dell’identità e della memoria, che distorcono la percezione di sé e del mondo circostante. In particolare, nel disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione, il senso di vuoto può derivare dalla sensazioni di distacco dal proprio corpo (depersonalizzazione) e/o di distacco e non appartenenza dal mondo circostante (derealizzazione), raccontate come la sensazione di non essere reali, o di stare vivendo in un sogno o in un film. Nel DID il senso di vuoto può essere legato alla presenza di diverse identità, o stati identitari frammentati della personalità, che rendono estremamente difficoltoso percepire se stessi come una unità integra, coerente e prevedibile. In questi casi, il senso di vuoto può rappresentare anche la risultante di esperienze traumatiche, che hanno innescato meccanismi protettivi di natura dissociativa per fare fronte alla sopraffacente e profondamente intollerabile esperienza traumatica.

Il senso di vuoto è rappresentato anche nei Disturbi da Uso di Sostanze, spesso innescati proprio dal desiderio di “riempire” un doloroso senso di vuoto interiore ed alleviare l’angoscia attraverso l’induzione esogena di stati interni positivi e desiderabili (Attraverso appunto l’uso di sostanze). Purtroppo tuttavia, l’effetto fisico delle sostanze di abuso diventa esso stesso nel tempo un fattore importante nell’esasperare il senso di vuoto, alterando il funzionamento dei meccanismi cerebrali della ricompensa e portando ad una vera e propria dipendenza fisica dalla sostanza, con tutte le conseguenze fisiche, psicologiche, sociali e relazionali che ne derivano.

Possibili meccanismi psicologici sottostanti il senso di vuoto

Ricordiamo ancora che il senso di “vuoto” è un’esperienza interiore non necessariamente legata alla presenza di un disturbo mentale; esso può rappresentare - nella sua complessità e multifattorialità - anche una normale reazione a periodi particolarmente difficili e dolorosi. Le cause del senso di vuoto sono dunque complesse e multifattoriali poiché possono coinvolgere fattori biologici, psicologici e sociali; tuttavia possiamo esplorare alcuni dei fattori psicologici che lo sottendono:

Tendenza costante all’evitamento: parliamo genericamente di evitamento quando ci riferiamo ad un atteggiamento finalizzato a non entrare in contatto con esperienze (interiori ed esteriori), luoghi o memorie che sono per noi fonti di un disagio che non vogliamo sperimentare. In tali casi, i meccanismi di evitamento (e distrazione), allontanandoci dal disagio ci allontanano anche dalla possibilità di costruire una maggiore conoscenza di sé ed una integrità che sono necessarie al nostro benessere. In questi casi diventa difficile persino riconoscere valori, desideri e bisogni che ci muovono, definendo questa condizione come “un vuoto”.

Assenza di connessione con i propri valori, desideri e bisogni: quando si è disconnessi dalla propria esperienza interiore, distratti o evitanti, questa assenza di contatto e consapevolezza profonda di sé, può nel tempo essere percepita come un “vuoto”, come la mancanza di qualcosa. In questi casi, il senso di vuoto interiore può essere un importante segnale che ci invita ad aprirci ad una esplorazione coraggiosa di noi stessi, per riappropriarci della nostra interezza e complessità.

Difficoltà nella percezione stabile del proprio senso di identità: la mancanza di un senso di sé stabile e coerente può contribuire alla percezione del senso di vuoto.

Disregolazione emotiva: una difficoltà nell’identificare, esprimere e regolare le emozioni può essere collegata/provocare una sensazione di vuoto interiore.

Esperienze traumatiche: in particolare le esperienza traumatiche precoci, possono interferire con lo sviluppo di un sano ed integro senso di sé, e di una buona capacità di riconoscere e regolare le proprie emozioni. Inoltre gli eventi traumatici possono indurre reazioni difensive automatiche che comprendono anche aspetti dissociativi, aumentando il rischio di sviluppare un senso di vuoto cronico.

Stile di attaccamento Insicuro: aver sviluppato uno stile di attaccamento insicuro con le primarie figure di riferimento, può compromettere la capacità di sviluppare un senso di fiducia radicale, sicurezza e connessione con gli altri, contribuendo alla creazione ed al mantenimento di un cronico senso di vuoto.

In conclusione, il senso di vuoto interiore è un’esperienza difficile, a volte molto dolorosa ed angosciante, che attraversa trasversalmente la nostra esperienza di vita lungo un continuum che comprende aspetti fisiologici e normali in particolari fasi di vita, fino a costituire un aspetto importante di diverse psicopatologie. A volte ci invita insistentemente ad una accoglienza ed un ascolto più attento di noi stessi per attraversare momenti specifici della nostra vita ed espanderci per crescere e realizzarci in modo più integro e gratificante. Altre volte ci fa capire che è necessario ricercare un aiuto esterno.

Può essere importante dunque comprenderne il significato profondo e, se necessario, ricorrere al sostegno di un professionista per essere aiutati ad elaborarlo e risolverlo.

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