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I DISTURBI DI PERSONALITA'

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

 

Ognuno di noi ha sviluppato negli anni, sulla base del proprio temperamento e delle proprie esperienze di vita, una modalità piuttosto tipica di reagire agli eventi e di gestire le relazioni: c’è ad esempio chi tende ad essere diffidente, chi tende ad essere dipendente, chi invece preferisce sempre cavarsela in autonomia, chi minimizza i problemi e chi se ne sente facilmente sopraffatto eccetera. 

Nell’individuo sano, queste caratteristiche di personalità pur mostrandosi prevalenti nella loro manifestazione, restano comunque flessibili e non vengono applicate ineluttabilmente a tutte le situazioni ed i contesti, lasciando spazio a nuovi apprendimenti e a modalità alternative di interpretazione e di azione.

Nelle persone affette da un disturbo di personalità, questa flessibilità interpretativa e comportamentale non è presente oppure è estremamente limitata, al punto di interferire in modo grave con il buon andamento delle relazioni interpersonali, professionali, sentimentali ed amicali.

L’individuo con disturbo della personalità si trova a rispondere in modo inappropriato ai problemi, a vivere ed interpretare con rigidità gli eventi della vita e le relazioni con i propri familiari, gli amici ed i colleghi di lavoro, che diventano sempre più conflittuali, difficili e insoddisfacenti, fino al punto che questi individui vengono sistematicamente evitati dagli altri per la difficoltà o impossibilità di costruire con loro una relazione funzionale, sana e gratificante.

Possiamo definire i disturbi di personalità come una modalità relativamente rigida di organizzare la conoscenza sul mondo e di percepire, reagire e relazionarsi agli altri e agli eventi della vita. Questi schemi rigidi, queste inflessibili modalità di interpretazione/reazione influiscono negativamente sulle capacità dell’individuo di adattarsi e di agire in maniera fluida, compromettendo la qualità delle sue relazioni sociali, sentimentali, familiari e lavorative. 

Queste modalità appaiono nella prima adolescenza e tendono a stabilizzarsi nell’età adulta, rendendo l’individuo insoddisfatto e sofferente rispetto alla qualità della propria vita e portandolo spesso a sviluppare disturbi in comorbilità, quali ad esempio disturbi del tono dell’umore, dipendenze comportamentali o da sostanza finalizzate ad alleviare il disagio. Sono molto frequenti sintomi d’ansia, sintomi depressivi, abuso di sostanze o disturbi del comportamento alimentare.

Se consideriamo tuttavia la personalità come una funzione adattiva dell’essere umano, dovremo ampliare la definizione di disturbo della personalità facendo riferimento sia alla funzione adattiva della personalità che alle concettualizzazioni cliniche del disturbo di personalità. In tal modo avremo una definizione operativa di disturbo di personalità che coinvolge i seguenti punti (W.J Livesley,J.F. Clarkin, “Trattamento integrato per i disturbi di personalità”):

1)   Compromissione della componente del Sé: la persona affetta prova un senso di vuoto interiore, mancanza di chiarezza delle proprie caratteristiche personali e del proprio senso di identità, confini interpersonali labili, frammentazione delle rappresentazioni del sé e mancanza di continuità storica nell’esperienza di Sé;

2)   Compromissione della componente interpersonale: una ridotta o alterata capacità di intimità e di attaccamento; compromissione della capacità di comportarsi in modo prosociale, cooperativo ed altruistico.

Nonostante il crescente disagio che si trovano ad affrontare, soprattutto a livello relazionale, le persone affette da disturbi della personalità tuttavia non sempre sono inclini a richiedere l’aiuto di uno specialista. Spesso sono inconsapevoli del fatto che i loro pensieri ed i loro comportamenti tipici sono disfunzionali e inadeguati e attribuiscono all’esterno la responsabilità dei loro problemi: le circostanze, gli eventi o l’altro che li ha trattati male, presi in giro, che è inaffidabile, non li aiuta o non li ama abbastanza ecc. Altre volte sono consapevoli delle difficoltà che incontrano nella vita di relazione e dei loro sintomi, ma non riescono a comprendere cosa fare e in che direzione muoversi per cambiare.

Spesso infatti, arrivano in terapia o presso i servizi psichiatrici in seguito alla segnalazione di familiari, colleghi o amici a causa dei problemi che creano loro o in seguito alla comparsa di gravi disturbi: ansia, depressione, disturbi del comportamento, abuso di sostanze o alcol o disturbi alimentari.

Essendo poco o nulla consapevoli della presenza di schemi cognitivi e di comportamento rigidi e disfunzionali, le persone affette da disturbo di personalità tendono a subirne le conseguenze in maniera dolorosamente ripetitiva nelle relazioni, vivendo un malessere crescente e continuando ad attribuire all’esterno la responsabilità di tutto questo.

I 10 DISTURBI DI PERSONALITA’

La diagnosi di disturbo di personalità si pone sulla base dell’identificazione di disturbi interpersonali e di schemi cognitivi e di comportamento inappropriati rigidi e ripetitivi, che emergono sin dalla prima adolescenza e che causano all’individuo difficoltà nel rapportarsi con gli altri e nell’avere una qualità di vita soddisfacente, soprattutto dal punto di vista interpersonale. Inoltre, occorre valutare la gravità di tali disturbi e l’eventuale presenza di disturbi in comorbilità come disturbi d’ansia, depressione, disturbi del comportamento alimentare, abuso/dipendenza da comportamenti o sostanze.

A livello diagnostico (DSM-5) i disturbi della personalità vengono raggruppati in tre CLUSTER:

·       Cluster A: paranoide, schizoide e schizotipico, caratterizzati da condotte strane o eccentriche;

·       Cluster Bantisociale, borderline, narcisistico ed istrionico, caratterizzati da instabilità, alta emotività e comportamenti drammatici ed eccentrici

·       Cluster C: dipendente, evitante e ossessivo-compulsivo, caratterizzati da angoscia, ansia ed inibizione.

 

CLUSTER A

1) DISTURBO PARANOIDE DI PERSONALITA’

Le persone con questo disturbo della personalità hanno la tendenza, pervasiva ed immotivata, ad interpretare i comportamenti degli altri come volutamente minacciosi, offensivi e umilianti. Pensano che essi li vogliano ricattare, far loro del male, che parlino male di loro di nascosto, temono che vogliano deliberatemene danneggiarli e tendenzialmente non si fidano di nessuno, mostrandosi sempre diffidenti, guardinghi e prevenuti. Inoltre, l’immotivato timore di essere danneggiati li porta a non confidarsi con nessuno, a sentirsi facilmente offesi e giudicati e a contrattaccare, reagendo con rabbia. Spesso dubitano in maniera ingiustificata della fedeltà del partner, degli amici o dei soci e colleghi. Di seguito, alcuni indicatori di possibile disturbo di personalità paranoide (A.T. Beck e A. Freeman, “Terapia cognitiva dei disturbi di personalità” ed. Mediserve):

·      Costante vigilanza sull’ambiente esterno

·      Preoccupazione superiore al normale per la riservatezza e la segretezza di ciò che dicono/fanno

·      Tendenza ad attribuire ad altri la responsabilità dei loro problemi e a considerarsi vittime di maltrattamenti ed abusi

·      Ricorrenti conflitti con l’autorità

·      Convinzioni rigide e immotivatamente forti sulle motivazioni attribuite agli altri

·      Tendenza ad interpretare in modo eccessivo piccoli eventi reagendo con forza, e a “fare di un granello una montagna”

·      Tendenza ad essere molto polemici, litigiosi e ad attaccare l’altro per motivi futili

·      Tendenza a provocare ostilità e negli altri e quindi a subire maltrattamenti

·      Cercano costantemente prove che confermino le loro aspettative negative sugli altri ignorando il contesto e modificando l’interpretazione dei fatti a favore delle loro convinzioni

·      Difficoltà a rilassarsi in presenza di altre persone (anche chiudere gli occhi)

·      Scarso/assente senso dell’umorismo

·      Bisogno molto forte di essere indipendenti e autonomi

·      Disprezzo per coloro che sono considerati deboli, fragili,, cagionevoli o handicappati

·      Difficoltà ad esprimere affetto, calore e tenerezza

·      Difficoltà ad esprimere dubbi ed insicurezze

·      Gelosia patologica

2) DISTURBO SCHIZOIDE DI PERSONALITA’

I temi di fondo che caratterizzano questo disturbo della personalità sono l’inibizione emotiva, il distacco emotivo e la mancanza di piacere nelle relazioni interpersonali; si osserva altresì una modalità pervasiva di indifferenza verso le relazioni sociali ed una gamma ristretta di espressioni emotive. Queste persone considerano gli altri come intrusivi e considerano le relazioni poco o nulla interessanti, instabili e indesiderabili. Mostrano un’affettività (emozioni e stati d’animo) estremamente ristretta sia riguardo le emozioni positive che quelle negative ed una carenza di entusiasmo e coinvolgimento sociale e nelle attività. Il senso di vuoto interiore e di assenza di senso della vita sono frequentemente presenti. Millon (1981) afferma che verosimilmente gli individui affetti da questo disturbo di personalità non sono in grado di riconoscere le emozioni in se stessi né negli altri e perciò appaiono freddi, indifferenti e disinteressati e strutturano la loro vita limitando al minimo le interazioni sociali. 

3) DISTURBO SCHIZOTIPICO DI PERSONALITA’

E’ presente una modalità pervasiva di relazioni interpersonali deficitarie, ideazione aspetto e comportamento peculiari. Le caratteristiche di questo disturbo della personalità sono soprattutto le stranezze nella cognizione essendo le distorsioni cognitive che lo caratterizzano, tra le più gravi tra tutti i disturbi della personalità. Beck e Freeman contano la presenza di 4 temi tipicamente presenti in questo disturbo: 1) sospettosità o ideazione paranoide; 2) idee di riferimento cioè pensano che eventi non correlati siano tra loro collegati in modo significativo (coincidenze, segni ecc …); 3) credenze bizzarre e pensiero magico; 4) presenza di esperienze percettive alterate o insolite. Spesso hanno un modo strano di parlare, caratterizzato dall’allentamento dei nessi associativi e da una forma di comunicazione circostanziale, fuorviante, vaga o troppo articolata ed astratta. L’affettività può essere coartata o inadeguata al contesto e anche il comportamento di queste persone può apparire bizzarro, incomprensibile ed inappropriato alla situazione. Possono evitare le relazioni interpersonali a causa dell’ansia che provano in relazione ai loro comportamenti e alle loro credenze bizzarre.

 CLUSTER B

DISTURBO ANTISOCIALE DI PERSONALITA’

Queste persone mostrano un comportamento antisociale e spesso criminale e arrivano presso ospedali o studi privati dietro la spinta delle istituzioni o di pressioni esterne affinché si curino (insegnanti, datori di lavoro, familiari ecc.) e si caratterizzano anche loro per la presenza di relazioni interpersonali difficoltose e soprattutto travagliate. Sono caratterizzati dalla presenza di un disturbo della condotta prima dei 15 anni e, successivamente, dalla comparsa di condotte irresponsabili ed antisociali non rispettose delle regole, che li portano a non mantenere il lavoro no mettersi nei guai con la legge e le autorità. Sono altresì presenti assenza di rispetto della legge e delle norme sociali, comportamenti illegali, irritabilità, aggressività (attaccano briga facilmente e sono inclini alle risse) e violenza domestica, mancanza di rispetto per gli obblighi finanziari (non pagare i debiti, non provvedere al sostentamento dei figli o di altre persone che dipendono da loro), impulsività e incapacità di pianificare, incapacità a mantenere una dimora fissa, relazioni stabili, assenza di rispetto per la verità (mentono con estrema facilità), truffe e furti, negligenza per la propria ed altrui sicurezza ed assenza di senso di rimorso o paura delle conseguenze, abuso di sostanze o di alcol. Questo disturbo della personalità si sovrappone per alcuni aspetti alla psicopatia (vedi articolo).

DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’

Questo particolare disturbo della personalità, è caratterizzato da una modalità pervasiva di instabilità del tono dell’umore, delle relazioni interpersonali e dell’immagine di sé che compare entro la prima età adulta e si manifesta in vari contesti di vita. Le relazioni interpersonali sono instabili, ad alta emotività espressa e spesso turbolente, caratterizzate da rotture e riappacificazioni (cicli ripetitivi di svalutazione e idealizzazione dell’altro), si riscontrano notevole impulsività ed elevata reattività emotiva (spese azzardate, uso di sostanze, sessualità promiscua ecc. …). La RABBIA è un altro elemento caratterizzante: appare immotivata e molto intensa rispetto al contesto in cui si attiva e spesso porta a liti e risse. Ad essa si associa la DISREGOLAZIONE EMOTIVA cioè una scarsa capacità di controllo e di regolazione delle emozioni, che sono talmente forti da soverchiare la persona che non è in grado di gestirle né di tollerarle e le agisce all’esterno. Sono presenti marcati e persistenti disturbi del senso di identità (incertezza sull’immagine di sé, sull’identità sessuale, sulle mete a lungo termine, sui valori da adottare, le amicizie da prediligere, gli studi da fare ecc), ai quali fanno da contraltare sentimenti cronici di noia e di vuoto interiore, Le persone con questo disturbo sono eccessivamente e immotivatamente preoccupate di evitare l’abbandono e l’allontanamento dell’altro e spesso mettono in atto comportamenti autolesionistici e tentativi di suicidio, finalizzati a volte a trattenere l’altro.

Indicatoridi disturbo di personalità borderline (A.T. Beck e A. Freeman): sintomi e problemi insoliti e variabili di settimana in settimana, marcate e sproporzionate reazioni emotive, comportamenti autopunitivi, impulsivi e scarsa pianificazione delle azioni, comportamenti impulsivi e avventati, brevi periodi di sintomi psicotici, confusione riguardo mete, priorità o sentimenti, sensazioni di vuoto, angoscia e inutilità, mancanza di relazioni intime stabili e profonde, sessualità promiscua, alternanza di idealizzazione e svalutazione degli altri, confondo la sessualità con l’intimità, frequenti crisi con chiamate al terapeuta o ad amici, malintesi frequenti riguardo le affermazioni del terapeuta o di altri, forte ambivalenza su numerose questioni, forte resistenza al cambiamento.

Young (1987 riportato e adattato in A.T. Beck e A. Freeman) ipotizzò la presenza di diversi schemi maladattiviattivi in queste persone: abbandono e perdita, non amabilità, dipendenza e sottomissione, abuso/sfiducia, insufficiente autodisciplina, colpa/punizione e deprivazione emotiva.

DISTURBO ISTRIONICO DI PERSONALITA’

Questo disturbo di personalità è caratterizzato dalla presenza pervasiva di una emotività esuberante e fuori luogo e dalla ricerca eccessiva di attenzioni che compare nella prima età adulta e si manifesta in una varietà di contesti di vita. La persona affetta è sempre alla ricerca di approvazioni, rassicurazioni e complimenti, si comporta adottando una modalità relazionale seduttiva e seducente con comportamenti e abbigliamento spesso inappropriati, si preoccupa eccessivamente di rendersi attraente. Le sue emozioni sono superficiali e estremamente mutevoli, espresse con modalità esasperate e teatrali inadeguate alle situazioni e si mostra spesso disforica. E’ egocentrica: ama essere al centro dell’attenzione e si trova a disagio in caso contrario. Tende a soddisfare immediatamente pulsioni e desideri e non tollera la frustrazione. Il modo di parlare appare estremamente impressionistico e superficiale, carente di dettagli ed altamente emotivo.

DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’ (vedi pagina dedicata)

DISTURBO EVITANTE DI PERSONALITA’

IL disturbo evitante di personalità è caratterizzato dalla pervasiva presenza di disagio sociale e nelle relazioni interpersonali, timore del giudizio negativo e forte timidezza che compaiono nella prima età adulta. La persona affetta si sente facilmente ferita dalla critica e dalla disapprovazione, ha pochi amici stretti, ha difficoltà ad entrare in relazione con gli altri se non è certa di piacere ed evita le situazioni sociali e le attività che la possono esporre al giudizio altrui (teme di risultare inappropriata, sciocca o poco interessante). Tende ad esagerare la percezione delle proprie difficoltà, dei pericoli o dei rischi anche nel fare qualcosa di banale se è fuori dalla sua routine. Annulla gli impegni sociali e rifiuta promozioni o impegni professionali per paura di non essere all’altezza e di non farcela. Spesso queste persone soffrono di solitudine e tristezza, che sono provocate dalla paura del rifiuto che le spinge a restare isolate e a non impegnarsi in attività nuove.  I pazienti evitanti, come gli schizoidi si ritrovano soli ma, a differenza di questi, desiderano molto l’amicizia e sono molto sensibili alle critiche. La paura del giudizio negativo e del rifiuto, la forte autocritica ed una errata valutazione delle reazioni altrui sono centrali in questo disturbo di personalità. 

DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITA’

Nel disturbo dipendente di personalità la caratteristica pervasiva e la presenza di una modalità pervasiva di comportamento sottomesso e dipendente che compare entro la prima età adulta e si manifesta in diversi contesti della vita del soggetto. Queste persone: non sono in grado o non vogliono prendere le decisioni quotidiane senza richiedere una eccessiva quantità di consigli e rassicurazioni dagli altri, non agiscono se gli altri non sono in accordo con loro, non iniziano progetti autonomamente e tendono a non fare le cose da soli perché si sentono a disagio. Inoltre, pur di stare con gli altri sono disposti a fare carte false (sottomissione, estrema tolleranza e disponibilità alle richieste degli altri). Quando finisce una relazione intima, si sentono persi e sconvolti e sono dominati dunque dalla paura di essere abbandonati, poiché si sentono incapaci di andare avanti da soli e di fare fronte autonomamente alla vita, con le loro forze. Perciò tendono a ricercare sempre la presenza di qualcuno accanto che li conforti, guidi e prenda le decisioni al loro posto, occupandosi delle incombenze della vita quotidiana. Fanno dunque qualsiasi cosa pur di piacere ed essere accettati dagli altri – di cui hanno estremo bisogno. Spesso soffrono di depressione con mancanza di iniziativa, sentimenti di incapacità e di essere indifesi nel mondo, ricerca continua di protezione. Anche i disturbi d’ansia si presentano spesso in questi individui, essendo legati alla paura della separazione e dell’abbandono e di essere lasciati da soli a provvedere a se stessi. Tipicamente queste persone, quando termina una relazione ne cercano immediatamente un’altra che li faccia sentire “protetti”. Non riescono infatti a stare da soli ed ad accudire se stessi. Né a sentire i loro veri e profondi bisogni e desideri poiché troppo abituati ad intercettare e soddisfare quelli degli altri. Sono frequenti anche disturbi di somatizzazione, fobie specifiche, alcolismo o abuso di sostanze (per non affrontare i problemi). Spesso queste patologie come guadagno secondario hanno quello da una parte di elicitare le cure, le attenzioni e la protezione degli altri, dall’altra di far sì che gli altri si occupino delle incombenze quotidiane poiché il “dipendente” non è in grado di farlo a causa dei suoi “disturbi”. Le caratteristiche tipiche di questo disturbo di personalità sono le seguenti:

1)   Incapacità di prendere le decisioni quotidiane senza chiedere una grande quantità di conferme e rassicurazioni

2)    Permette che siano altri a decidere per le sue cose importanti (dove vivere, che lavoro fare ecc.)

3)   Ha difficoltà a iniziare o portare avanti attività/progetti in autonomia

4)   Si mostra sempre d’accordo con gli altri per timore di essere rifiutato

5)   Fa cose spiacevoli o degradanti pur di non rimanere da solo

6)   È sconvolto e disperato quando termina una relazione intima

7)   Facilmente ferito dalla disapprovazione e dalle critiche, vive continuamente con la paura di essere abbandonato.

DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO DI PERSONALITA’ 

Questo disturbo di personalità è caratterizzato da sintomi ossessivi, schemi di pensiero estremamente rigidi e persistenti e schemi di comportamento compulsivi e ripetitivi, rigidi e ritualizzati. Si rilevano tipicamente ostinazione, un eccessivo amore per l’ordine e la parsimonia e la combinazione di ossessioni e compulsioni.  Le persone affette dal disturbo ossessivo compulsivo di personalità, sono estremamente legati alle norme e alle regole esterne, sulle quali contano per guidare il loro comportamento e le loro scelte. Nutrono un desiderio di onniscienza che li porta a coltivare molto l’intelletto e li rende perfezionisti, lenti e tendenti a procrastinare senza fine il termine di un’attività (per svolgerla in modo perfetto).  La vita emotiva è per loro fonte di disagio a causa della sensazione di poterla controllare. Shapiro (1981) espose 3 caratteristiche principali di questo disturbo di personalità: 1) stile di pensiero estremamente rigido e focalizzato; 2) la presenza della distorsione cognitiva prevalente “io dovrei” come espressione di un alterato senso di autonomia, legato alla morale, alle regole esterne ecc.; 3) dogmatismo e dubbio continuo legati al conflitto tra il dover seguire regole rigide e moralità e il considerare i propri desideri, bisogni interni ed emozioni. I pensieri automatici tipici di queste persone sono i seguenti: 1) ci sono comportamenti e decisioni giuste e sbagliate; 2) per essere degno di valore, non devo sbagliare; 3) commettere un errore significa aver fallito e dunque meritare delle critiche; 4) devo avere il controllo perfetto del mio ambiente e di me stesso; 5) la perdita di controllo è intollerabile; 6) se qualcosa può essere pericolosa devo esserne sconvolto; 7) posso prevenire gli avvenimenti indesiderati attraverso rituali magici (compulsioni); 8) se il corso dell’azione non è perfettamente chiaro allora è meglio non fare niente; 9) non posso assolutamente stare senza le mie regole e i miei rituali. Si tratta di uno stile di pensiero rigido, assolutistico e moralistico estremamente limitante per la persona affetta nelle relazioni interpersonali e nelle capacità di adattamento al cambiamento e agli eventi della vita quotidiana.

TERAPIA DEI DISTURBI DEI PERSONALITA’

La terapia dei disturbi di personalità è fondamentalmente la psicoterapia, finalizzata a rendere consapevole l’individuo dei suoi schemi cognitivi disfunzionali e degli effetti che questo hanno sulla sua vita di relazione, sociale e professionale. La psicoterapia aiuta il paziente a riconoscere e modificare gli stili di pensiero ed i comportamenti disfunzionali. In presenza di patologie in comorbilità, la farmacoterapia a volte risulta molto importante, se non indispensabile. 

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MANIPOLAZIONE EMOTIVA: COSA FARE?

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QUANDO CI SI PREOCCUPA TROPPO: IL DISTURBO D'ANSIA GENERALIZZATA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Secondo il DSM-V, i criteri utilizzati per la diagnosi di disturbo da ansia generalizzata (DAG) sono i seguenti:

·      Eccessiva ansia e preoccupazione, che si verificano nella maggioranza dei giorni, per almeno 6 mesi,riguardo numerosi eventi o attività(lavoro, scuola, vita sociale).

·      L'individuo trova difficile controllare la preoccupazione

·      L'ansia e la preoccupazione sono associati a 3 o piùdei seguenti sintomi:

·      Irrequietezza

·      Facile faticabilità

·      Difficoltàdi concentrazione

·      Irritabilità

·      Tensione muscolare

·      Turbe del sonno

·      L'ansia, la preoccupazione o i sintomi fisici causano disagio clinicamente significativo o ostacolano le aree di funzionamento sociale o lavorativo

·      Il disturbo non èattribuibile ad effetti fisiologici di sostanze o altra condizione medica

·      Il disturbo non èmeglio spiegato da sintomi di altri disturbi psichici

 

CARATTERISTICHE PSICOLOGICHE 

 

Questo disturbo è caratterizzato dalla costante e fastidiosa presenza di sintomi ansiosi come irrequietezza, nervosismo ed agitazione, paura che possano verificarsi determinati eventi avversi (terremoti, rovesci finanziari, incidenti, perdita del lavoro, malattie ecc…), preoccupazioni costanti per pericoli anche lontani dalla quotidianità, un costante senso di apprensione per eventi o attività che la persona affetta teme di non saper gestire e che vengono percepiti dunque come particolarmente minacciosi e negativi. 

Le preoccupazioni tipiche nel DAG riguardano il denaro, la salute propria o delle persone care, il lavoro, le routine quotidiane (ad es. pagare le bollette o altre incombenze ammnistrative), le responsabilità professionali o familiari (percepite come troppo grandi per le proprie capacità) o incidenti che possono accadere a se stessi o ad altre persone care. 

Ad esempio un individuo affetto da DAG può aver paura di prendere la metropolitana perché teme possa avvenire un incidente sotterraneo, o può evitare di fare un viaggio in una determinata zona del paese per paura che si verifichi un terremoto. 

La caratteristica di queste preoccupazioni è la loro FREQUENZA E INTENSITA’, il fatto che la persona le consideri MOLTO REALI (anche se si tratta di paure per eventi improbabili), che siano fluide e tendano a cambiare, spostandosi da un oggetto e da un evento all’altro non appena una particolare preoccupazione viene smentita dalla realtà e che sia dunque particolarmente DIFFICILE TRANQUILLIZZARSI per l’individuo che ne soffre.

Insomma, chi soffre di DAG è costantemente in allarme e timoroso che possa accadere qualcosa di brutto, indipendentemente dalla qualità della realtà che vive perché questo disturbo fa percepire e vivere ogni cosa come una possibile minaccia e come un pericolo.

Questa condizione di costante allerta, produce nell’organismo una serie di modificazioni che – se inizialmente sono funzionali poiché finalizzate ad affrontare una minaccia – nel tempo si cronicizzano portando l’individuo a soffrire di diversi SINTOMI DA STRESS quali disturbi gastrici o intestinali, dolorose contratture muscolari croniche, tremori, ipertensione arteriosa o tachicardia, eruzioni cutanee ecc.

 

Questo disturbo esordisce tipicamente attorno ai 30 anni, età in cui ci si inserisce nel mondo del lavoro, si affrontano le prime responsabilità familiari con matrimoni o figli ma può comparire anche in età adolescenziale. Le preoccupazioni, come scritto sopra, sono mutevolie cambiano a seconda dell’età e delle condizioni di vita: un giovane professionista avrà probabilmente preoccupazioni legate alle responsabilità economiche o professionali mentre un anziano ne avrà in merito al timore di sentirsi male di notte ecc.

 

LE CONSEGUENZE

Le conseguenze di questo disturbo possono essere davvero spiacevoli e riguardare soprattutto alcuni aspetti:

  1. VITA SOCIALE, PROFESSIONALE E FAMILIARE: la persona affetta pur di non affrontare gli eventi e le situazioni temute, inizia a limitare le proprie attività fino al punto di non uscire di casa, o di non frequentare certi luoghi o persone o di ridurre la propria attività sociale e professionale;
  2. SALUTE E BENESSERE:il continuo stato di tensione e preoccupazione che prova la persona affetta da DAG si tramuta in sintomi di stress e malesseri cronicizzati;
  3. RELAZIONI INTERPERSONALI: le relazioni interpersonali possono risentirne poiché la persona affetta limita la propria vita sociale e le proprie attività, o manifesta continue apprensioni all’altro cercando di limitarne le attività per timore di incidenti o malattie. Ciò può influire sulla qualità delle relazioni amicali e sentimentali in maniera incisiva;
  4. REALIZZAZIONE PERSONALE: le preoccupazioni eccessive e la paura di fare certe cose e di affrontare certi luoghi o situazioni, nel lungo periodo riduce la qualità della vita della persona affetta da DAG e ne impedisce la realizzazione personale. Avere paura di prendere il treno o l’aereo, di recarsi in banca per chiedere in prestito, di fare un esame o un colloquio di lavoro, di spostarsi in città o frequentare certi luoghi, limita drasticamente la libertà dell’individuo di agire nel mondo al fine di realizzare i suoi desideri e trovare gratificazione alla propria crescita personale e professionale.

 

IL TRATTAMENTO DEL DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATA (DAG)

Numerose ricerche dimostrano che il trattamento di elezione per il DAG è rappresentato dalla Terapia Cognitivo Comportamentale in aggiunta a tecniche di rilassamento e Mindfulness (P. Cuijpers et al., 2014). Queste ultime tuttavia, pur mostrando una pari efficacia alle precedenti nel breve termine, non risultano altrettanto efficaci se gli effetti vengono valutati nel medio e lungo periodo; in tal caso, infatti, la terapia che dà i migliori risultati rimane quella Cognitivo Comportamentale. 

Un altro dato interessante mostrato dalle recenti ricerche riguarda le terapie on-lineconfrontate con quelle face-to-face: i risultati di una meta analisi su diversi studi effettuati sull’argomento, dimostrano come l’efficacia delle terapie on-line risulti paragonabile a quella delle terapie face-to-face (Andrews, Cuijpers, Craske, McEvoy, & Titov, 2010).

Ricordiamo qui che le linee guida del NICE (National Institute for Health and Clinical Excellence, 2011), individuano nel trattamento cognitivo comportamentale associato ad un training di rilassamento, il trattamento più indicato ed efficace per il DAG.

 

COSA FARE DUNQUE?

Se si riconosce di soffrire dei sintomi sopra indicati, è importante ricorrere all’aiuto di un professionista, che sia in grado di agire non solamente sui comportamenti di evitamentoche, come ho scritto in un precedente articolo sono responsabili del peggioramento dei sintomi della qualità della vita, ma anche e soprattutto sulle convinzioni di fondo e sulle distorsioni cognitiveche sono alla base dei pensieri negativi e delle preoccupazioni costanti che caratterizzano il nucleo patologico del DAG.

 

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USCIRE DA UNA RELAZIONE TOSSICA IN 7 PASSI

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

Ho scritto in precedenza diversi articoli sul tema delle relazioni sentimentali disfunzionali, tossiche e persino violente.

Si tratta purtroppo di una situazione piuttosto frequente poiché, spesso, la tendenza a tollerare, perdonare ed accondiscendere a comportamenti spiacevoli del partner, porta ad un aumento della frequenza e dell’intensità di tali comportamenti all’interno della relazione.

 

 

 

 

 

 

 

Se è sano nella coppia venirsi incontro e comprendere le reciproche necessità anche quando queste non incontrano il pieno accordo di entrambi, altra cosa è tollerare e sopportare comportamenti irrispettosi, offensivi, abusanti e persino violenti in nome dell’amore.

In nome dell’amore purtroppo si compiono errori pericolosi, soprattutto quando alla luce dei fatti, ci si rende conto che non si trattava di amore ma di una sua versione corrotta e deteriore in cui i sentimenti di lealtà, rispetto, cura e fiducia reciproca sono stato sostituiti da sfiducia, gelosia, possessività e sopraffazione.

Di seguito, basandomi sula mia esperienza professionale e sugli insegnamenti di una autrice americana (Amber Ault), ho indicato alcuni passaggi  importanti per arrivare a chiudere definitivamente una relazione tossica e violenta.

  1. Prima di iniziare qualsiasi percorso di guarigione da una relazione disfunzionale occorre AMMETTERE DI AVERE UN PROBLEMA: cioè ammettere che la relazione che si sta vivendo – sebbene sia con la persona che tanto si era desiderata – è una relazione disfunzionale che fa soffrire e mortifica. Se non ci si rende chiaramente conto di questa realtà, qualsiasi altro passaggio rischia di essere vano se non controproducente.  Occorre inoltre affrontare e conoscere le possibili motivazioni psicologiche che hanno portato a vivere una relazione divenuta tossica o pericolosa: ad esempio la tendenza a dipendere dall'altro, una scarsa autostima, la ricerca continua di approvazione, senso di inadeguatezza, bisogno di riempire un vuoto emotivo profondo, tendenza ad annullarsi nella relazione ecc.
  2. Il passo successivo consiste nella CONTEMPLAZIONE. In questa fase è importante osservare attentamente la situazione e non solamente pensare a come risolverla. Nelle relazioni tossiche, pensare ad una soluzione diventa estremamente difficile per la presenza di fattori psicologici diversi da quelli presenti nelle relazioni sane, presenza di dipendenza dal partner o altre dipendenze e mille altre difficoltà che, se affrontate solo con il pensare razionale e logico, portano sempre alla stessa conclusione: la sensazione di trovarsi n un labirinto da cui sembra impossibile uscire.  La CONTEMPLAZIONE è invece un’attitudine diversa, più calma e profonda, che prevede di portare l’attenzione verso l’interno alle proprie sensazioni corporee, al proprio stato emotivo, all’osservazione delle situazioni che provocano sempre le stesse reazioni automatiche nella coppia. La contemplazione va al di là del semplice pensare e ricorre alla conoscenza e alla saggezza del corpo, dell’esperienza, al senso di connessione con l’universo, per poterci muovere nella direzione migliore. Aiuta a comprendere con chiarezza crescente i propri valori, a distinguere ciò di cui si ha davvero bisogno da ciò che è tossico e dannoso e che ci allontana dai nostri valori e dalla nostra integrità. La contemplazione aiuta a ridurre l’ambiguità e la confusione tipiche delle relazioni disfunzionali, aiutandoci a trovare la strada giusta con coraggio, impegno e grazia.
  3. Il terzo passo prevede la PREPARAZIONE E ORGANIZZAZIONE. In questa fase occorre sviluppare una sorta di “piano d’azione” per chiudere la relazione. Quando ci si trova in una relazione tossica le energie sono talmente basse e compromesse da trovare difficile persino organizzare il fine settimana… ma è molto importante pensare ai passaggi necessari che si dovranno affrontare per chiudere la relazione. Un’attenzione particolare va posta a quelle relazioni in cui è presente violenza fisica: in questo caso, prevedere le mosse del partner e le sue reazioni è fondamentale per agire in sicurezza. Prepararsi dunque significa considerare tutte le possibili difficoltà da affrontare e i modi per farvi fronte: iniziare a contattare i professionisti che potranno essere di aiuto come avvocati, consulenti finanziari, assistenti sociali e psicologi ed eventualmente avvisare le forze dell’ordine se si teme una reazione violenta dal partner. Occorre trovare una collocazione per sé ed eventuali figli o animali da compagnia che fanno parte della famiglia (spesso gli uomini violenti attaccano gli animali di casa ed è bene dunque pensare a mettere in salvo anche loro). Bisogna riflettere sulle proprie priorità per avere chiare le cose che si devono mantenere da quelle alle quali si può rinunciare: il lavoro, la macchina o la casa, finire gli studi, proteggere i figli e gli animali, avere cura della salute se si stanno assumendo terapie farmacologiche importanti (diabete, chemioterapia, malattie degenerative…) ecc. Successivamente, bisogna immaginare tutti gli scenari possibili - compreso il peggiore - che potrebbero verificarsi alla vostra decisione di chiudere la relazione definitivamente: violenza fisica, controllo e sottrazione del denaro, distruzione di beni comuni, minacce e stalking, coinvolgimento di terze persone, scenate in pubblico, tentativi di suicidio o minaccia di farsi del male o farne ad altri, ecc. Immaginare questi scenari vi deve servire per trovare -subito dopo – una modalità per farvi fronte, in modo tale che se dovessero verificarsi o se doveste temerne la comparsa, abbiate già pronta una soluzione per affrontarli.
  4. AZIONE. A questo punto si tratta di mettere in pratica ciò che si è preparato e chiudere la relazione. È molto importante a quanto punto che si desideri davvero chiudere il rapporto, avendo considerato i pro e i contro e tutte le resistenze psicologiche presenti. L’autrice americana Amber Ault suggerisce le seguenti domande:

·        “Sono davvero pronta?”, “Se il mio ex torna piangendo e disperandosi, facendo promesse di cambiare e affermando il suo amore per me, riuscirò a restare ferma nella mia decisione?”

·        In caso di relazione basata su cicli di rottura/riappacificazione, chiedersi se si è fatto il possibile per prevenire ricadute e far sì che stavolta la decisione di chiudere sia definitiva: “ho previsto come fare per evitare la tentazione di tornare sui miei passi?”. “ho previsto tutto il necessario per la sicurezza mia, di eventuali figli, altri familiari e animali di casa?”

·        “Sono in grado di restare in contatto con le persone importanti anche se mi rompe il cellulare? O distrugge il mio computer?”, “Ho previsto i comportamenti più pericolosi che il partner può agire?”

 

A volte è possibile comunicare la decisione al partner, a volte è invece necessario semplicemente andarsene quando è assente, per evitare violenza o scenate pericolose. Nelle relazioni sentimentali sane è preferibile e rispettoso comunicare faccia a faccia la decisione di chiudere la relazione. Ma nelle relazioni tossiche, per evitare aggressioni o comportamenti pericolosi, è meglio scegliere altre vie: telefono, email, lettera o faccia a faccia in un luogo sicuro in mezzo ad altra gente.

 

Ecco alcune raccomandazioni sul contenuto e la modalità della comunicazione:

·     Messaggio semplice e chiaro. Spiegate in poche parole la motivazione della vostra decisione. Ad esempio: “Sono infelice da molto tempo in questa relazione e ho capito che non voglio continuare così. Ho deciso di separarmi/andarmene/chiudere il rapporto/non vederci più”.

·     Non giustificarsi né dare troppe spiegazioni: non state facendo terapia di coppia ma solo comunicando la vostra decisione. Ogni cosa che direte in questa fase verrà probabilmente manipolata per farvi cambiare idea, travisata o usata contro di voi; perciò meglio parlare il meno possibile e limitarsi a ripetere il concetto fondamentale del messaggio.

·     Evitare di colpevolizzare il partner. Nel comunicare, anche se l’altro si è comportato male, vi ha prese in giro, tradite o maltrattate occorre partire dal vostro centro. Preferibilmente dite: “sono infelice” invece di: “mi rendi infelice”, preferite: “mi sento poco rispettata o non considerata”, invece di dire: “tu non mi rispetti”. IN questo modo vi sentirete maggiormente forti e centrate e non aprirete la porta a manipolazioni o negazioni della realtà ("non è vero io ti amo, ti rispetto, non ti ho tradito" ecc…).

·     Resistete alla tentazione di iniziare una discussione sul perché della vostra decisione e sulle sue colpe. Vi porterebbe solamente a perdere energie e mettere in discussione la vostra decisione, magari per l’ennesima volta!

5.     IMPROVVISAZIONE. Tenete in considerazione la possibilità che ci sia qualcosa che non avete potuto prevedere nelle possibili reazioni del partner o delle complicazioni impreviste. Siate pronte a “prevedere l’imprevedibilità”.

6.     NO CONTACT/LOW CONTACT. Il NC è il miglior modo per chiudere definitivamente una relazione tossica. È un suggerimento difficile da cogliere e mettere in pratica per una serie di ragioni sentimentali, a volte morali… ma rappresenta in molti casi la scelta di elezione. Troverete in rete molte informazioni sulla tecnica del NC. Il LOW CONTACT indica il contatto minimo. Preferibile nei casi in cui sia necessario mantenere un rapporto: presenza di figli, lavoro in comune, beni in comune o altro che richieda una gestione condivisa.

7.     GUARIGIONE. In questa fase dovete dedicarvi a voi, a comprendere, perdonare e guarire le ragioni profonde che vi hanno portato ad avere una relazione distruttiva. Se avete problemi di depressione, attacchi di panico, altri problemi psicologici importanti o dipendenze comportamentali o da sostanze, dovete prima di tutto trattare e guarire questi aspetti. In questa fase è necessario ricorrere all’aiuto di un professionista o di gruppi di auto-aiuto e consapevolezza. Dedicatevi alla famiglia e alle amicizie, alle vostre attività preferite, alla cura della vostra salute fisica, psichica e spirituale con attività come meditazione, yoga, escursioni, attività creative come pittura o ceramica… qualunque cosa vi aiuti ad entrare gradualmente in contatto con voi stesse e a realizzarvi.

 

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USCIRE DA UNA RELAZIONE CODIPENDENTE

Annalisa Barbier

 

Le relazioni sentimentali disfuzionali spesso sono caratterizzate dalla presenza di almeno un partner codipendente, dipendente affettivo e/o affetto da altre dipendenze (alcol, droghe, shopping, gioco d’azzardo, sport, cibo o qualsiasi altra attività che si caratterizzi in termini di dipendenza).

Le relazioni di codipendenza sono caratterizzate da un alternarsi ciclico di intense emozioni positive e intense emozioni negative tra i partner che sono codipendenti; si tratta di una condizione in cui vale la frase “non posso stare con te né senza di te” perché i partner non riescono né a lasciarsi né a stare bene insieme.

Come ho scritto nel mio precedente articolo (lo puoi trovare qui), le relazioni tossiche e disfunzionali possono nascere tra due individui dipendenti affettivi, due individui evitanti o tra un partner dipendente affettivo e un partner evitante, dando luogo a diverse tipologie di relazione, tra le quali quella tra un partner dipendente ed uno evitante appare essere la più turbolenta, dolorosa e pericolosa.

Si tratta di relazioni ad alta emotività: turbolente, passionali, instabili, caratterizzate dalla mancanza di rispetto, fiducia e reciprocità, a volte fisicamente violente e sempre fonte di disagio e sofferenza psicologica – quando non anche fisica – per le parti coinvolte.

Guarire una relazione di questo tipo può essere davvero difficile, poiché entrambi i partner dovrebbero lavorare sulle loro dipendenze, sui sentimenti dolorosi di abbandono, rabbia e vergogna legati alle esperienze infantili vissute, sulla capacità di strutturare confini relazionali sani, di avere cura di sé, di riconoscere i propri sentimenti e bisogni e distaccarsi dagli aspetti di dipendenza della loro relazione.

Sarebbe opportuno dunque che entrambi iniziassero separatamente un processo di guarigione, ma se anche uno solo dei partner decidesse di iniziare il percorso di guarigione, anche l’altro potrà indirettamente beneficiarne.

 

IL PROCESSO DI GUARIGIONE

Il processo di guarigione prevede di USCIRE DAI MECCANISMI DI DIPENDENZA NELLA RELAZIONE e lavorare sui sintomi della dipendenza. Ecco i passaggi da affrontare, secondo l’autrice americana Pia Mellody, dei quali il più importante è l’ammissione di avere una (o più) dipendenze.

  • AFFRONTARE LA DIPENDENZA, RICONOSCENDONE I SINTOMI. La dipendenza affettiva crea una connessione con l’altro che, sebbene dolorosa, dona anche momenti di emozione, gratificazione e intenso piacere ed è perciò difficile rinunciarvi. Oltre alla dipendenza dal partner possono essere presenti anche altre forme di dipendenza, alle quali l’individuo ricorre per mascherare il dolore derivante dalla relazione dipendente (alcol, droghe, lavoro, cibo, sesso, televisione ecc.). In questo ultimo caso, è fondamentale lavorare prima di tutto sulle dipendenze collaterali, poiché un individuo affetto da dipendenze creerà solamente relazioni disfunzionali.E ‘importante interrompere queste altre dipendenze – nate perché il dipendente è incapace di affrontare la realtà nei suoi aspetti difficili e dolorosi -  al fine di insegnargli ad affrontare l’astinenza e sviluppare capacità di fronteggiamento autonome.
  • ESSERE CONSAPEVOLI DELLE CONSEGUENZE DOLOROSE E PERICOLOSE DELLA DIPENDENZA AFFETTIVA.  Una volta imparato ad affrontare l’astinenza, si può lasciar emergere e/o apprendere risposte più sane e costruttive.
  •  INTERROMPERE IL CICLO DELLA DIPENDENZA NELLA RELAZIONE. Occorre interrompere volontariamente le dinamiche che innescano i comportamenti di dipendenza nella relazione per poter guarire.
  • AFFRONTARE L’ASTINENZA. L’astinenza da sostanze e da comportamenti comprende una serie di sintomi caratteristici e molto spiacevoli, a volte anche pericolosi, che compaiono quando la sostanza viene eliminata o il comportamento impedito. Si tratta di sintomi cognitivi, emotivi, fisici e spirituali. Affrontare l’astinenza ed i suoi sintomi è molto difficile e – quando necessario – occorre ricorrere anche al supporto farmacologico. In questa fase sono di grande aiuto e utilità i gruppi di sostegno, come quelli degli Alcolisti Anonimi, dei Codipendenti Anonimi o dei Narcotici Anonimi, ai quali ci si può rivolgere gratuitamente. Interrompe il ciclo della dipendenza affrontando l’astinenza, rende l’individuo più capace, fiducioso e in grado di apprendere nuove modalità di fronteggiamento delle situazioni.

 

USCIRE DAI MECCANISMI DELLA DIPENDENZA ALL’INTERNO DELLA RELAZIONE

Questa importante fase del lavoro di guarigione e ripresa non significa necessariamente no-contact o separazione e divorzio, poiché non tutte le coppie sono pronte, né desiderano affrontare questo. Essa tuttavia prevede di eliminare o evitare accuratamente ogni contatto emotivo che possa portare a liti, intense reazioni emotive e sentimenti dolorosi, o tentativi di risolvere la dipendenza tra partner; in questa fase occorre MANTENERE AL MINIMO (affrontandoli eventualmente solo in presenza del terapeuta) le interazioni emotive, critiche e accuse, discussioni per risolvere tra partner importanti problemi pratici che richiedano una soluzione immediata. Mantenendo un atteggiamento educato e gentile verso l’altro, senza rispondere ai tentativi di ingaggiare una discussione, se accadessero.

Se una questione non può essere evitata, deve essere affrontata in presenza di una terza parte che possa moderare il processo (ad esempio il terapeuta).

Nel momento in cui si affronta la guarigione dalla dipendenza, occorre SMETTERE DI VOLER AGGIUSTARE LA RELAZIONE E FOCALIZZARSI SUL PARTNER e riportare l’attenzione su di sé e sui propri processi interni.

Di seguito gli aspetti del percorso di distacco da seguire all’interno della relazione durante la fase di cura delle dipendenze:

  • Smettere di focalizzarsi sul partner per controllare/giudicare cosa fa, cosa non fa o dovrebbe fare.
  • Semplicemente OSSERVARE il partner senza intervenire con suggerimenti, commenti, critiche, giudizi o tentativi di cambiarlo.
  • Imparare a prendersi cura di sé e della propria vita, portare avanti il proprio percorso di guarigione e imparare ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri, senza aspettare che sia qualcun altro a prendersi cura dei propri bisogni.
  •  Non stuzzicare il partner con atteggiamenti litigiosi o seduttivi al fine di riottenere attenzione e intensità emotiva nella relazione. Infatti, l’alternanza emotiva tipica delle relazioni disfunzionali potrebbe venire a mancare nella fase di distacco, in seguito al disimpegno nei confronti del continuo criticare/giudicare e voler cambiare l’altro, e venire attivamente ricercata attraverso atteggiamenti critici, arrabbiati o seduttivi verso il partner.
  • Osservare il partner per vederlo come realmente è.
  • Notare ed osservare ciò che accade nella fase del distacco per conoscersi meglio, e lasciar emergere nuove risposte e nuova consapevolezza invece di agire i vecchi schemi automatici.
  • Non raccogliere alcuna provocazione rabbiosa o seduttiva da parte del partner. Ciò non vuol dire di non avere rapporti sessuali, ma di non averne a fini manipolativi, controllanti o di vendetta/dispetto.
  • Evitare liti, discussioni, manifestazione di rabbia, critiche e giudizi e qualsiasi atteggiamento/manifestazione verbale emotiva ad alta intensità emotiva, che potrebbe re innescare la spirale della dipendenza nella relazione. 

 

 

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Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

La Dipendenza Affettiva (DA) è una forma di dipendenza, ma anche una modalità disfunzionale di stare nella relazione. Come tutte le dipendenze, ha la funzione di medicare ed allontanare la sofferenza e gli stati emotivi intollerabili attraverso una serie ricorsiva di esperienze ossessivo-compulsive che, nel caso specifico della dipendenza affettiva, sono costituite da pensieri e comportamenti legati al controllo della relazione e del partner.

 

“Una dipendenza ha la funzione, nella vita dell’individuo, di rimuovere la realtà intollerabile attraverso una serie di esperienze ossessivo-compulsive. Queste esperienze ossessivo-compulsive fanno un lavoro così buono nel rimuovere la realtà intollerabile (e dolorosa ndr), che la persona continua a praticarle, cercando di sentirsi meglio, anche se gli effetti collaterali della dipendenza stessa diventano via via più spiacevoli.”

(Pia Mellody, “Facing love addiction”)

 

La DA viene considerata come una forma di dipendenza che, insieme ad altre e come altre dipendenze, serve al codipendente a camuffare la realtà e a medicare la sofferenza derivante dalla codipendenza.

 

Le radici psicologiche della codipendenza possono essere riassunte nei seguenti aspetti disfunzionali:

  • Scarsa autostima 
  • Difficoltà a stabilire confini sani e funzionali (boundaries) nelle relazioni
  • Difficoltà nel sentire e comprendere se stessi e nel condividere questi aspetti con l’altro
  • Difficoltà nella cura di sé e dei propri bisogni
  • Difficoltà nel gestire ed esprimere se stessi in maniera adeguata al contesto e all'età

I principali aspetti della DA possono essere riassunti nei punti seguenti:

  • Il Dipendente Affettivo nutre aspettative esagerate ed irrealistiche di amore incondizionato, nutrimento e cura da parte dell’altro: “l’altro mi salverà, risolverà i miei problemi e riempirà il grande vuoto affettivo ed emotivo che mi fa soffrire”
  • Il Dipendente Affettivo dedica una eccessiva quantità di tempo, attenzione e valore all’altro – molto più di quanto ne dedica a se stesso. La qualità di queste attenzioni è di natura ossessivo-compulsiva;
  • Il Dipendente Affettivo non ha cura di sé né sa attribuirsi valore quando si trova in una relazione, essendo la sua attenzione completamente sbilanciata e spostata sul partner.

IL VISSUTO PSICOLOGICO E LE RADICI DELLA DIPENDENZA AFFETTIVA

Il DA proviene da un’esperienza familiare in cui sono venuti a mancare accudimento, validazione e risonanza emotiva da parte delle figure di riferimento e ha quindi sperimentato un profondo senso di abbandono ed inadeguatezza, al quale fanno seguito emozioni di rabbia, vergogna e sensazione di vuoto interiore.

Non ha imparato a riconoscere, dare valore e prendersi cura dei propri bisogni e stati emotivi e a porre e far rispettare confini relazionali sani.

 

Il vissuto di chi soffre di DA è caratterizzato da un grande senso di disperazione o abbandono sin dall’infanzia; ecco dunque che inizia a fantasticare sull’immagine di un partner perfetto che porterà amore incondizionato e riempimento e nutrimento emotivo nella sua vita. Questo aspetto potrebbe essere riassunto nella “fantasia del cavaliere dall’armatura scintillante” nella quale, per sfuggire al dolore dell’abbandono, la persona inizia a fantasticare sulla figura di un principe azzurro, un salvatore, un eroe che riempirà il DA di amore infinito e protezione e lo aiuterà a fare fronte a tutti i suoi problemi sollevandolo in ultima istanza, dall’impegno di vivere. Fantasticare questo induce il DA a provare grande piacere e sollievo, basati su un’illusione. L’amore sano e maturo è infatti un’altra cosa e richiede un tipo di apertura ed impegno che il DA non ha imparato a sviluppare.

Nasce parallelamente il bisogno di costituire e mantenere con l’altro un rapporto fusionale in cui confini personali e le aspettative relazionali sono distorti. In questo contesto, il continuo controllo del partner e della relazione diventano funzionali al mantenimento di una relazione simbiotica che si rivela mai abbastanza soddisfacente e riempitiva per il DA, le cui richieste di amore, attenzione, accudimento e dedizione sono irrealisticamente elevate e assolute.

 

LE DUE PAURE

Nella DA sono presenti DUE PAURE, una consapevole e l’altra inconsapevole ma ugualmente forte, che rendono estremamente difficoltosa la creazione e soprattutto il mantenimento di una relazione equilibrata, vissuta come sufficientemente nutriente e al contempo capace di dare spazio ad una sana manifestazione e crescita personale:

  1. la paura dell’ABBANDONO
  2. la paura dell’INTIMITA’

La prima porta a fare il possibile per non perdere il partner e far sì che resti nel rapporto come fonte primaria di amore e accudimento, mentre la seconda – della quale la persona DA non è consapevole ma di cui subisce gli effetti - rende molto complicato mantenere il rapporto entro confini sani e funzionali, portando ad una oscillazione e ad una ciclicità relazionale che, nel lungo periodo, minano profondamente l’equilibrio emotivo già precario del DA.

 

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LO LASCIO O NON LO LASCIO? IL DISTURBO OSSESSIVO RELAZIONALE

Di: Annalisa Barbier

 Il termine Relationship Obsessive–Compulsive Disorder (ROCD) indica una forma di disturbo ossessivo compulsivo focalizzato sulle relazioni affettive – che siano sentimentali, amicali, familiari o professionali  che diventano il nucleo e oggetto dei sintomi ossessivo compulsivi. 

 

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (Obsessive Compulsive Disorder, OCD) è un disturbo disabilitante che si manifesta con una varietà di sintomi e temi ossessivi, come la paura della contaminazione, la paura di fare del male a se stessi o ad altri e la scrupolosità (Abramowitz, McKay, & Taylor, 2008). 

 

Il disturbo ossessivo compulsivo da relazione è una forma di OCD imperniata e organizzata attorno a specifici temi relazionali e romantici: i sentimenti provati per il partner, quelli che il partner prova per noi, dubbi sulla “giustezza” della relazione (relationship-centered, Doron et al., 2012), su quanto ci si senta attratti dal partner, su quanto sia o meno la persona giusta ecc.

 

Caratteristiche cliniche: questo sottotipo di disturbo ossessivo compulsivo si manifesta con dubbi e preoccupazioni riguardanti la relazione sentimentale, associati a comportamenti compulsivi finalizzati ad alleviare il disagio provocato dal contenuto delle ossessioni. Le ossessioni legate alla relazione si manifestano sotto forma di pensieri ricorrenti del tipo “è la persona giusta?”, o immagini del partner per valutarne specifici aspetti fisici o comportamentali (“si comporta in modo sciocco”) oppure possono avere forma di urgenza ed impulso a compiere una scelta/azione, come ad esempio lasciare il partner (Doron et al., 2014). I sintomi compulsivi di questo disturbo includono – tra gli altri – controlli ripetuti sui propri sentimenti e pensieri rispetto al partner (“amo davvero il mio partner?”) e/o sulla bontà della relazione, paragoni dei comportamenti e delle caratteristiche del proprio partner con quelle di altri potenziali partner, visualizzazione e ripetizione mentale di ricordi, sentimenti e precedenti esperienze piacevoli nel rapporto e ricerca continua di rassicurazione e auto-rassicurazione sulla relazione e sul fatto che sia o meno “giusto” restare insieme e rinunciare ad altri potenziali partner.

 

Nella figura seguente sono riassunti alcuni degli aspetti principali del funzionamento psichico di questo disturbo.

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LE DIVERSE TIPOLOGIE DI DIPENDENTI AFFETTIVI

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PER CHI HA ATTRAVERSATO LA TEMPESTA

Di: Annalisa Barbier

 

 

 

Il periodo in cui un anno volge al termine ed uno nuovo si apre davanti a noi, è spesso un momento di riflessione sugli eventi che sono accaduti, su ciò che abbiamo realizzato e ciò che desideriamo realizzare nei mesi a venire.

 

 

 

Per molti è anche l’occasione per gettare alle spalle i momenti di dolore e sofferenza vissuti e potersi rialzare più forti e consapevoli, ritrovando la voglia e la forza di desiderare, di impegnarsi in qualcosa di importante per sé.  

Molte persone si sono trovate ad affrontare lutti dolorosi, una grave malattia, la chiusura di un matrimonio o di una relazione sentimentale importante, la perdita del lavoro o di un’amicizia cara.

Qualunque sia stata la natura del dolore attraversato, l’inizio di un nuovo anno può rappresentare una buona occasione per poter – simbolicamente e concretamente -  ricominciare: ripartendo da se stessi.

Ripartire da sé, per me significa prendere piena consapevolezza di ciò che è accaduto e che ci ha ferito o messo duramente alla prova, riconoscere ed accogliere il dolore che ne è scaturito e forse ancora si prova e decidere di avere cura di sé, a partire dalle piccole cose.

Anche se a muoverci sono obiettivi ambiziosi, importanti e di lungo termine non dobbiamo dimenticare che la vita è fatta prima di tutto di singoli attimi. Che diventano minuti. I minuti formano le ore e le ore i giorni ed i giorni costruiscono le settimane, poi i mesi e infine gli anni. La vita è fatta di piccole cose che, messe tutte insieme, vanno a costruire le nostre giornate, le settimane, i mesi, gli anni ed è da queste piccole cose che dobbiamo ripartire, è di noi stessi in queste “piccole cose” che dobbiamo avere amorevole cura per costruire il nostro equilibrio, la nostra pace e la nostra fortezza.

E’ nei momenti di sconforto e dolore, quando sentiamo che nulla sembra avere più senso e perdiamo la capacità di imprimere una direzione coerente alla nostra vita, che dobbiamo agire la regola del “buono ma non grande”: ossia curare i piccoli gesti quotidiani, le semplici ma rassicuranti abitudini di tutti i giorni, pensando che sono la base della nostra vita ed è da lì che possiamo attingere energia e stabilità per fare le cose più grandi.

C’è sempre qualcosa di buono e costruttivo che possiamo fare nelle difficoltà e nel dolore e l’inizio di un nuovo anno rappresenta un’ottima occasione per metterci simbolicamente in cammino verso le nostre mete, siano esse obiettivi professionali, personali o spirituali.

Dunque vorrei mettere insieme i tre suggerimenti che ritengo più importanti ed utili per poter iniziare questo nuovo anno all'insegna dell’intraprendenza e della capacità di riprendere in mano il potere sulla nostra vita.

  1. RICONOSCI LA TEMPESTA. Hai attraversato la tempesta e in qualche modo sei riuscito a venirne fuori e sei ancora qui. Riconosci tutte le piccole e grandi cose che hai saputo fare per superare le difficoltà e dì grazie a te stesso perché – nonostante tutto -  in qualche modo ne sei uscito. Riconosci il tuo potere e la tua forza: chi attraversa la tempesta, per quanto ne esca sconvolto, ferito e provato emotivamente, è più saggio, più capace e forte di prima e le sue radici sanno andare più in profondità.
  2. RIFLETTI SU CIO’ CHE HAI IMPARATO. Le sofferenze e le prove che hai dovuto attraversare ti hanno cambiato: quali nuove abilità hai potuto imparare? Cosa hai potuto vedere di te per la prima volta? Cosa è cambiato nel tuo modo di vedere il mondo, l’amore, la morte, la malattia? Sono cambiati i tuoi valori ed i tuoi obiettivi di vita? Cosa hai imparato a vedere al di là dei pregiudizi? Quali nuove sensazioni e sentimenti hai provato? Tieni un diario in cui annotare le tue riflessioni in merito a ciò che senti sia cambiato in te, a ciò che senti di aver imparato: consapevolezza, forza, determinazione, accoglimento e tenerezza verso te stesso e gli altri, un nuovo punto di vista…
  3. SII GRATO. Una volta una persona, durante una discussione, mi ha detto con tono sprezzante che la gratitudine è una forma di sottomissione. Io non sono assolutamente d’accordo e considero la gratitudine una disposizione del cuore e dell’anima ad accogliere con gioia e riconoscenza le cose belle che ci circondano e che ci riguardano: il sorriso di un bimbo che si contenta di giocare con una foglia, la gentilezza di uno sconosciuto che ci fa passare prima alla cassa del supermercato, il nostro animale domestico che si accuccia vicino a noi con infinito e silenzioso amore, la natura intorno che ci insegna l’arte della resilienza con i suoi ritmi e i suoi cicli, il partner o una persona cara che ci resta accanto nelle difficoltà e sopporta le nostre intemperanze… potrei andare avanti ancora ma sono certa che ognuno di voi, guardandosi intorno, sia in grado di trovare almeno 5 motivi per sentirsi grato. Dunque fatelo!  Allenarsi alla gratitudine ci insegna l’arte di attribuire importanza e potere al lato bello della vita. Mi piace con i miei pazienti usare la metafora del treno: immaginiamo di dover affrontare un lungo viaggio in treno. Saliamo sul treno e prendiamo posto accanto al finestrino alla nostra destra e, per tutto il viaggio, lasciamo andare il nostro sguardo sul panorama che scorre fuori dal nostro finestrino: un panorama spiacevole e triste.  Al termine del viaggio il nostro ospite ci aspetta alla stazione e quando scendiamo ci chiede: “hai visto che paesaggi meravigliosi ha attraversato il treno? Le montagne, i boschi… e hai visto il fiume?”. Noi, stupiti e infastiditi rispondiamo: “ma se ho visto solo periferie tristi, prati spelacchiati e catapecchie?” e l’altro ci risponde prontamente: “sì, questo era il paesaggio alla tua destra, ma hai mai guardato anche dall'altra parte?”. Stesso viaggio, paesaggi diversi. Sta a noi voltare la testa e guardare anche dall'altra parte.

 

Questo è il mio augurio per il nuovo anno, per tutti noi: che possiamo accogliere ciò che è stato, riconoscere ciò che abbiamo imparato, coltivare la nostra forza e la nostra saggezza ed imparare ad essere grati – anche a noi stessi – per le piccole e grandi cose che ci donano il sorriso e ci fanno sentire vivi e amati.

 

Sicuramente avrete sentito molte altre volte questi suggerimenti, ma l’inizio di questo nuovo anno è l’occasione giusta per ricordarli ancora: riconosciamo la nostra forza, riconosciamo di aver imparato qualcosa in più e pratichiamo la gratitudine perché se impariamo a fare questo con costanza e fiducia, potremo coltivare e realizzare quei desideri e quelle speranze di cui abbiamo bisogno per fare un passo avanti. Sempre.

 

Buon nuovo anno!

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6 SEGNALI CHE STAI DISCUTENDO CON UN SOCIOPATICO, NARCISISTA O PSICOPATICO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo originale: “6 SIGNS YOU'RE ARGUING WITH A SOCIOPATH, NARCISSIST, OR PSYCHOPATH”, dal sito PSYCHOPATHFREE di Jackson MacKenzie.

 

 

Traduzione dall'inglese a cura di Annalisa Barbier.

I narcisisti rappresentano fino al 6% della popolazione e, stando a quanto afferma la dottoressa Martha Stout, gli psicopatici fino al 4% della popolazione generale.

Contrariamente a quanto si crede, la maggior parte di queste persone non sono serial killer né consumati “sciupafemmine”. Si tratta di manipolatori che intenzionalmente feriscono gli altri senza alcun rimorso o senso di responsabilità.

Gli psicopatici sono camaleonti sociali in grado di adattarsi perfettamente ad ogni situazione. Sono esperti nell'adattare e trasformare la loro personalità al fine di ottenere ciò che vogliono, rispecchiando gli altri per ottenere denaro, sesso e – più frequentemente – attenzione.

Grazie alla loro abilità di idealizzare gli altri, vengono speso percepiti come persone affascinanti, ingenue e divertenti dagli ignari spettatori e dai conoscenti casuali. Quando si sentono minacciati o annoiati, ecco invece che inizia ad emergere la loro vera natura.

Ti trascinano in discussioni che sono completamente diverse da tutto ciò che hai conosciuto finora; la discussione solitamente origina da qualcosa di offensivo, sgarbato o inappropriato che hanno fatto, ma ti rendi presto conto che sei tu quello che deve difendersi!

A quel punto diventa una specie di gioco di personalità: “poliziotto buono-poliziotto cattivo-poliziotto pazzo-poliziotto persecutore-poliziotto spaventoso-poliziotto bimbo”

 

Di seguito ecco 6 segnali di allarme che indicano che la persona con cui stai litigando è uno/una  psicopatico/a  e che è tempo di disimpegnarti dalla discussione.


1. MENTONO E CREANO SCUSE

Tutti combiniamo qualche casino ogni tanto, ma gli psicopatici inventano scuse e spiegazioni molto più frequentemente di quanto non facciano promesse. Le loro azioni non vanno mai d’accordo con le loro parole e le loro bugie ti deludono così spesso, che di fatto ti senti sollevato quando si comportano in maniera anche solo un minimo decente. Ti hanno abituato ad essere grato del loro trattamento mediocre.

2. TI PARLANO CON TONO SDEGNOSO, PATERNALISTICO E DI SUFFICIENZA

Gli psicopatici spesso cercano di farti passare per pazzo nel tentativo di guadagnare una posizione di superiorità nel rapporto. Durante l’intera discussione, ti accorgi che mantengono un contegno calmo e distaccato. È quasi come se ti stessero prendendo in giro –  studiando le tue reazioni per capire fino a che punto possono spingersi. Quando finalmente avrai una reazione emotiva, alzeranno le sopracciglia, faranno un sorrisetto, ti diranno di calmarti o fingeranno di essere delusi da te.


3. RICORRONO AD UNA SORPRENDENTE FALSITA’

Nelle discussioni animate, gli psicopatici non mostrano vergogna e spesso inizieranno ad attribuirti le loro stesse terribili caratteristiche. È qualcosa che va al di là della proiezione, perché la maggior parte delle persone proietta inconsapevolmente i propri difetti sugli altri. Gli psicopatici invece sanno che ti stanno calunniando attribuendoti i loro difetti, perché cercano una reazione da te. L’obiettivo è di farti cadere con l’inganno in reazioni emotive forti, così che gli altri possano vedere quanto tu sia “fuori di testa”.

4. SEMBRANO AVERE DIVERSE PERSONALITA’

Quando litighi con uno psicopatico, ti rendi conto della presenza di una varietà di “personalità”: il buono, il cattivo, il pazzo, il persecutore, quello che ti fa paura, il bambino ecc. una volta che inizi ad allontanarti dalla loro manipolazione e dalle loro bugie, inizieranno a scusarsi e cercheranno di lusingarti. Se ciò non funziona, inizieranno ad insultarti e colpevolizzarti per le stesse caratteristiche per le quali, due minuti prima, ti avevano lusingato. Così, mentre loro cercano di riconquistare il controllo, tu resterai lì a chiederti con chi diavolo stai parlando!

5. FANNO ETERNAMENTE LA PARTE DELLA VITTIMA

In qualche modo, il loro brutto comportamento susciterà sempre una discussione sul loro passato di abusi, una ex pazza o un capo terribile. Finisci per sentirti triste per loro, anche quando ti hanno fatto qualcosa di terribilmente scorretto. E una volta che sono riusciti a deviare la tua attenzione, tutto diventerà nuovamente caotico e incasinato. Gli psicopatici si lamentano di essere “abusati” o maltrattati ma, alla fine dei giochi, l’unico ad essere abusato sei tu.


6. SENTI IL BISOGNO DI SPIEGARE LORO LE NORMALI EMOZIONI UMANE

Ti ritrovi a tentare di spiegare loro emozioni come l’empatia e la gentilezza guidato dalla convinzione che, se capiscono che ti hanno ferito, smetteranno di farlo. Non sei la prima persona che ha cercato di vedere del buono in loro, e non sarai certo l’ultima. Si comportano così perché sanno che ti feriscono.  C’è solo un modo di uscire da queste discussioni: hai bisogno di liberarti e disincastrarti!

 

 

Le discussioni con gli psicopatici ti lasciano esausto. Puoi spendere ore, persino giorni rimuginando sulla vostra discussione. Se pensi di aver trovato la risposta perfetta al loro ultimo commento offensivo, sappi che l’hanno buttato lì apposta: cercano di provocarti, cercano di tirarti dentro la lite.

 

Nei contesti professionali vogliono farti esplodere così che colleghi e superiori possano considerarti emotivo, instabile. Nelle relazioni romantiche, vogliono che tu reagisca attaccandoli, così possono usare le tue reazioni “isteriche” e fuori controllo per mostrare a potenziali nuovi partner, ex o altri conoscenti quanto tu sia diventato pazzo. Finché non comprendiamo bene questo, cadremo sempre nella loro trappola.
La prossima volta che qualcuno con cui stai avendo una discussione userà queste tattiche per tirarti dentro e farti perdere il controllo, prova una strategia differente: SEMPLICEMENTE SORRIDI, ANNUISCI E VAI A VIVERE LA TUA VITA!
Non meritano un altro secondo del tuo tempo.

 

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10 SUGGERIMENTI PER SUPERARE IL SENSO DI COLPA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A cura di Annalisa Barbier

 

Ognuno di noi si è trovato almeno una volta nella vita, a provare sensi di colpa per qualcosa che ha fatto, pensato, o provato. Tuttavia i sensi di colpa, sebbene dolorosi, non sono utili in quanto non permettono di modificare il passato, né di cancellare le conseguenze di un nostro comportamento. Inoltre, può accadere di sentirsi in colpa per qualcosa che non è dipeso direttamente dalla nostra volontà ma dalle circostanze (come accade ad esempio ai superstiti di incidenti, eventi catastrofici o traumatici) o dalle scelte e dai comportamenti di qualcun altro.

Ciononostante, i sensi di colpa rappresentano un sentimento davvero difficile da gestire, in grado di provocare dolore psicologico e ripercussioni nella vita pratica (lavoro, famiglia, relazioni sentimentali ecc.), sopratutto a chi - per educazione o carattere - tende già ad avere poca considerazione di sé, a svalutare i propri bisogni, a credere di dover sempre anteporre i bisogni e i desideri altrui ai propri.

 

In molti casi dunque, può essere di aiuto imparare a gestire in modo costruttivo quei sensi di colpa che non si rivelano utili a nessuno, ma solamente distruttivi. Di seguito, dieci suggerimenti per imparare a gestire e a rendere costruttivo un sentimento tanto comune quanto spesso inutilmente distruttivo.

 

1) ACCETTA LE COSE DI TE CHE TI PIACCIONO MA CHE AGLI ALTRI POTREBBERO NON PIACERE: devi essere tu ad approvarti non ricercare a tutti i costi l’approvazione degli altri

2) RICONSIDERA IL TUO SISTEMA DI VALORI, REGOLE ED ASPETTATIVE: quali sono i valori in cui davvero credi profondamente? Mantieni questi ma lascia andare gli altri, quelli magari indotti dalla società o dalla famiglia in cui però non credi davvero.

3) IMPARA A TOLLERARE IL DISAPPUNTO e la disapprovazione degli altri perché è anche  il timore di essere disapprovato che ti tiene legato ai sensi di colpa

4) Quindi mostra a tutti coloro che tentano di manipolarti con il senso di colpa che tu SEI PERFETTAMENTE IN GRADO DI SOSTENERE IL LORO DISAPPUNTO. Non potranno avere più il loro dominio emozionale su di te

5) TIENI UN DIARIO DEI SENSI DI COLPA in cui annotare tutte le volte che ti senti in colpa, specificando perché hai tale stato d’animo, e scrivendo cosa puoi fare per evitare di rifare gli stessi errori del passato.

6) Domandati COSA STAI EVITANDO CON I SENSI DI COLPA SUL PASSATO. Forse di impegnarti per agire diversamente? Di comprendere che non sei come gli altri ti vorrebbero? Di capire che i tuoi valori morali sono diversi da come credevi? Certamente stai evitando qualcosa che reputi poco piacevole o molto impegnativo: cosa è?

7) Sii consapevole che il PASSATO E’ QUALCOSA DI IMMUTABILE. Per quanto ti possa struggere non lo potrai ambiare perciò dì a te stesso: “sentirmi in colpa non cambierà le cose e non mi renderà migliore”. Quindi rimboccati le maniche e vai avanti.

8) IL SENSO DI COLPA NON CAMBIA LE COSE. Fai una lista di tutte le cattive azioni che hai commesso in passato e assegna ad ognuna un punteggio (da 1 a 10) di quanto ti fa sentire in colpa. Renditi conto che il PRESENTE RESTA IDENTICO che tu abbia ottenuto un punteggio di 100, di 10 o di un milione. 

9) IMPARA A VALUTARE IN ANTICIPO LE CONSEGUENZE DELLE TUE AZIONI e modifica il tuo comportamento di conseguenza. In tal modo agirai in maniera attiva e costruttiva invece di farti bloccare dal senso di colpa 

10) FAI DELIBERATAMENTE QUALCOSA CHE STUZZICA IL TUO SENSO DI COLPA: fatti delle vacanze da solo, o non dare la mancia per un servizio che non hai richiesto. Imparerai così ad evitare il senso di colpa e a tollerare il disappunto degli altri. 

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NARCISISTI, PSICOPATICI E MACHIAVELLICI: LA TRIADE OSCURA DI PERSONALITÀ E LE RELAZIONI

Scritto da: Annalisa Barbier

 In un mio precedente articolo ho parlato della “triade oscura” di personalità, un costrutto riconosciuto nel 2002 da Paulhus e Williams, caratterizzato dalla presenza di tratti subclinici di machiavellismo, psicopatia e narcisismo.

Le ricerche hanno evidenziato come i tratti di personalità della “triade oscura” (machiavellismo, narcisismo e psicopatia) siano collegati ad uno stile relazionale di natura opportunistica, orientato ad avere relazioni a breve termine, caratterizzate dalla preponderanza dell’aspetto sessuale rispetto a quello relazionale e da una forte componente di gioco e disimpegno. La triade scura si associa dunque alla preferenza per relazioni occasionali e “leggere”.

In particolare, la componente “narcisismo” sembra essere prevalentemente associata con il desiderio di avere numerose relazioni, essendo il tratto che più degli altri è caratterizzato da una spiccata socialità e dal bisogno di riconoscimento esterno, mentre la dimensione subclinica “psicopatia” sembra essere maggiormente correlata con la preferenza per rapporti basati sullo sfruttamento opportunistico della disponibilità sessuale dell’altro.

Nel loro studio, Jonason e colleghi (2012) si propongono di definire che tipo di relazioni sono maggiormente associate ai singoli tratti della triade oscura, utilizzando quattro tipologie di relazione che potremmo così riassumere:

1.     ‘‘friends-with-benefits’’ (amici con benefici): relazioni in cui gli amici hanno anche rapporti sessuali, ma non definiscono la loro relazione come una relazione romantica;

2.     ‘‘booty-calls’’ (che potremmo definire come la chiamata dell’ultimo minuto): relazioni in cui vi è esclusivamente la richiesta più o meno esplicita – ad un partner con cui si ha da poco iniziato una frequentazione occasionale -  di incontrarsi per avere rapporti sessuali;

3.     “one-night stand”: partner sessuali con cui si ha un incontro sessuale occasionale e basta;

4.     “serious romantic relationships”: partner con cui si ha una vera e propria relazione sentimentale di lungo termine, in cui è presente la dimensione dell’impegno.

 

I risultati dello studio di Jonason e colleghi hanno mostrato aspetti davvero interessanti relativamente alla tipologia di rapporti significativamente correlata con i tratti di psicopatia e narcisismo, confermando in parte ciò che ci si potrebbe aspettare in considerazione delle caratteristiche peculiari di questi due tratti di personalità: infatti il narcisismo è principalmente legato al bisogno di approvazione e riconoscimento esterno, propenso al tradimento, mentre la dimensione di psicopatia è maggiormente legata all'attitudine allo sfruttamento dell’altro al fine di ottenere il soddisfacimento di un bisogno (sesso, denaro, ruolo sociale ecc.).

 

Le ricerche precedenti avevano già indicato come, individui caratterizzati dai tratti della triade oscura, fossero maggiormente interessati a relazioni di breve durata e superficiali piuttosto che a relazioni di lunga durata.

 

La dimensione “machiavellismo” non si è rivelata significativamente correlata ad una tipologia particolare di relazione di breve termine tra quelle sopra indicate.

 

La dimensione del “narcisismo” si è rivelata invece significativamente correlata a tutti e 4 i differenti tipi di relazione indicati sopra, anche se in maniera minore alle “booty-calls” rispetto alla dimensione “psicopatia”. Questo viene spiegato dagli autori con la propensione dei narcisisti a permettersi diversi tipi di relazione al fine di ottenere interazioni sociali e sessuali sufficientemente numerose per fornire piacere e riconoscimento.

 

I risultati di questa ricerca hanno anche mostrato come le dimensioni di psicopatia e machiavellismo giochino un ruolo secondario nel predire le scelte relazionali; la dimensione di machiavellismo infatti non è in grado di predire alcuna preferenza per alcuno dei tipi di relazione a breve durata sopra indicati, mentre la dimensione di psicopatia sembra avere una correlazione con la preferenza per le “booty-calls”, coerentemente con la prevalenza di tratti di sfruttamento e opportunismo presenti nella psicopatia e tipici di questo tipo di rapporto.

 

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PSICOPATIA, ATTACCAMENTO E RELAZIONI SENTIMENTALI

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

La psicopatia è considerata un disturbo della personalità, che comprende tratti comportamentali sia adattativi che disadattativi (Thompson, Ramos, & Willett, 2014), a seconda della gravità ed intensità di manifestazione dei sintomi.

Le manifestazioni tipiche della psicopatia riguardano la sfera delle relazioni interpersonali e sentimentali, quella dei sentimenti e delle emozioni e la sfera comportamentale. Questo disturbo della personalità comprende tratti quali grandiosità (tipica del disturbo narcisistico), la capacità di provare solamente emozioni superficiali, mancanza di empatia e mancanza di rispetto per le regole sociali (come accade nel disturbo di personalità antisociale) (Hare, 1996). Gli studi mostrano una diffusione della psicopatia nella popolazione generale che va dal 0,6% al 4% (Thompson et al., 2014), con una prevalenza a carico della popolazione maschile (Warren et al., 2003).

Paulus e Williams (Paulhus, D. L.; Williams, K.M. 2002), hanno identificato un costrutto psicologico, utilizzato nella ricerca in ambito psicologico forense, clinico e manageriale che hanno definito “triade oscura”, che descrive una struttura di personalità “maligna”, caratterizzata dalla presenza di tre tratti principali: narcisismo, machiavellismo e psicopatia, che si manifestano in modalità ed intensità variabili e non sempre francamente patologiche.

La psicopatia è caratterizzata dunque da una combinazione di tratti della personalità che possono essere presenti in un individuo a livelli di gravità ed intensità variabili, senza necessariamente raggiungere livelli tali da rendere possibile la diagnosi clinica di psicopatia (Miller, Lynam, Widiger, & Leukefeld, 2001). Così come la riotta capacità di provare paura ed i deficit emotivi ed affettivi rappresentano un aspetto nucleare della psicopatia, la presenza di un’alterazione del sistema di attaccamento è responsabile dell’incapacità di costruire legami tipica della psicopatia (Kobak & Madsen, 2008).

 

PSICOPATIA

Possiamo brevemente definire la psicopatia come un disturbo della personalità caratterizzato da disfunzioni relazionali, emotive e comportamentali con prevalenza di tratti di freddezza, assenza di empatia, senso di colpa e rimorso, scarsa rappresentazione emotiva della paura, tendenza allo sfruttamento degli altri, indifferenza verso le regole sociali e scarso sviluppo di una coscienza morale.

Nel 1941, Karpman suggeriva che non tutti gli individui con psicopatia fossero uguali e manifestassero lo stesso tipo di tratti. L’autore aveva infatti individuato due sottotipi clinici della psicopatia:

·        Psicopatia primaria: termine con il quale indicava una condizione ereditaria di deficit affettivo caratterizzata dalla presenza di emozioni superficiali, mancanza di rimorso ed empatia, distacco interpersonale;

·        Psicopatia secondaria: termine indicante tratti psicopatici acquisiti in seguito ad esperienze vissute in un ambiente negativo, come impulsività, instabilità e disregolazione emotiva, uno stile di vita autolesionista.

 

Attualmente si sa che nello sviluppo dei diversi tratti di psicopatia, è decisivo l’impatto sia dei fattori ambientali (caratteristiche comportamentali dei genitori e della coppia) che della vulnerabilità genetica (Kimonis, Fanti, Goulter, & Hall, 2016; Sadeh et al., 2010; Sadeh, Javdani, & Verona, 2013); ad esempio la variante/tratto definita spietatezza-mancanza di emozioni (callous-unemotional CU) sembra originare addirittura in alterazioni antecedenti la nascita (Hicks et al., 2012). Inoltre, la ricerca associa le  caratteristiche sopra indicate nella variante secondaria di psicopatia, ad una maggiore incidenza di disturbi psicologici quali ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico ed altre manifestazioni psicopatologiche (Falkenbach, Stern, & Creevy, 2014; Kimonis, Fanti, Isoma, & Donoghue, 2013; Kimonis, Frick, Cauffman, Goldweber, & Skeem, 2012). In generale dunque, alla variante primaria di psicopatia si associa una ridotta reattività fisiologica, emozionale e neurale che si traduce in una emotività fredda e superficiale (Anderson et al., 2017; Dindo & Fowles, 2011; Fanti et al., 2017; Fanti, Panayiotou, Lazarou, Michael, & Georgiou, 2016; Kimonis et al., 2016; Kyranides, Fanti, & Panayiotou, 2016; Kyranides, Fanti, Sikki, & Patrick, 2016; Vaidyanathan, Hall, Patrick, & Bernat, 2011), ma anche in una maggiore stabilità emotiva rispetto alla variante secondaria (Hicks, Markon, Patrick, Krueger, & Newman, 2004), che appare invece maggiormente disregolata ed incline a comportamenti autolesionistici. Nella variante secondaria pare invece predominante un aspetto di maggiore reattività fisiologica, emotiva e neurale (Anderson et al., 2017; Dindo & Fowles, 2011; Fanti et al., 2016, 2017; Hyde et al., 2014; Kimonis et al., 2016; Kyranides, Fanti, Sikki et al., 2016).

 

L’utilizzo della Psychopathy Checklist–Revised (PCL-R; Hare, 1991) e della Levenson Self-Report Psychopathy Scale (LSRP; Levenson, Kiehl, & Fitzpatrick, 1995) hanno confermato il costrutto psicologico della psicopatia a due fattori, a supporto delle differenze teorizzate nei sottotipi primario e secondario della psicopatia da Karpman (Douglas, Bore, & Munro, 2012; Salekin et al., 2014).

 

PSICOPATIA E ATTACCAMENTO

Con il termine “attaccamento” Bowlby (1969) indicava il sistema comportamentale attraverso il quale il bambino ricerca la vicinanza con la figura di accudimento. Recentemente, tra i fattori responsabili di influire sullo stile di attaccamento, è stato riconosciuto il ruolo dei fattori genetici, nel definire le differenze individuali nella suscettibilità e sensibilità alle influenze dell’ambiente in cui si viene allevati (Pluess & Belsky, 2010). Anche le differenze nella reattività emotiva e nella plasticità neuronale possono influire sul modo in cui ogni individuo reagisce all’ambiente esterno: ad esempio elevati o carenti livelli di reattività neuronale e paura influiscono nel definire quali siano le strategie genitoriali più efficaci per sviluppare le abilità di socializzazione e internalizzazione delle regole morali (coscienza) (Kochanska, 1995, 1997). Gli studi evidenziano che la capacità di stabilire, con le figure di riferimento, un attaccamento sicuro è in grado di insegnare al bambino a gestire in maniera efficace le emozioni (Cassidy, 1994), mentre uno stile di attaccamento insicuro è frequentemente associato con deficit di risposta e di regolazione emotiva (Marganska, Gallagher, & Miranda, 2013).

Un deficit congenito nella capacità di provare paura ed un sistema emotivo eccessivamente stabile, (Blair, 1999; Lykken, 1995; Yildirim & Derksen, 2015) sembrano essere i responsabili della variante primaria di psicopatia, che dipende meno dalle relazioni nella regolazione delle emozioni; infatti, sentendo meno la paura - che è un aspetto fondamentale nel sistema di attaccamento -  il bambino si interessa meno e si coinvolge meno nella costruzione di relazioni di attaccamento. Tuttavia, anche il contributo svolto dallo stile relazionale dei genitori è importante (Viding & Pingault, 2016), soprattutto se è uno stile freddo e privo di affettività. Hawes, Dadds, Frost, and Hasking (2011) nel loro studio, trovarono che i tratti di spietatezza-scarsa emotività (CU) dei bambini erano correlati significativamente con la presenza di genitori rigidi, duri e meno coinvolti nel processo educativo, mentre la presenza di uno stile educativo affettuoso e positivo è in grado di aiutare la socializzazione nei bambini adottivi caratterizzati dal tratto di scarsa paura e ridurre l’intensità dei tratti CU (Kochanska, Aksan, & Joy, 2007,Hyde et al., 2014).

La teoria dell’attaccamento afferma che quando i genitori o le figure genitoriali sono indisponibili e non rispondono ai bisogni del bambino, è facile che si sviluppi una forma di disregolazione emotiva e di incapacità da parte dell’individuo di regolare le proprie emozioni, ricorrendo a strategie di regolazione emotiva alternative (Weinfield, Sroufe, Egeland, & Carlson, 2008). Il tratto di disregolazione emotiva presente nella variante secondaria della psicopatia, risulta dall’interazione di fattori genetici e condizioni di maltrattamento (Yildirim & Derksen, 2015, Pluess & Belsky, 2010), ed è associato alla presenza di DPTS, altri fattori biologici indicativi di un elevato livello di stress (Falkenbach et al., 2014; Flexon, 2016; Kahn et al., 2013; Kimonis et al., 2016, 2017;Sharf, Kimonis, & Howard, 2014) e a tratti secondari quali elevato livello di diffidenza verso gli altri, sospettosità, narcisismo e basso livello di gradevolezza (pleasantness) (Feeney, 2008; Ross, Lutz, & Bailley, 2004; Shaver & Brennan, 1992).

Attualmente, gli studi condotti su psicopatia e relazioni sentimentali indicano come la psicopatia sia associata a disturbi dell’attaccamento e alla tendenza a tradire, a preferire relazioni brevi e disimpegnate, tendenzialmente basate sullo sfruttamento dell’altro (Adams, Luevano, & Jonason, 2014; Jonason, Luevano, & Adams, 2012). Considerato che nella psicopatia è presente un disturbo delle emozioni e dell’emotività, si potrebbe associare questo aspetto disfunzionale alla presenza di un attaccamento problematico (insicuro); tuttavia le ricerche condotte su attaccamento e psicopatia sono solamente in parte affidabili, a causa della mancanza di coerenza nei campioni clinici e non clinici osservati, e delle difficoltà di concettualizzazione relative ai costrutti di attaccamento e di psicopatia.

 

Una ricerca condotta utilizzando l’Adult Attachment Interview e l’Attachment Style Interview, (Schimmenti et al., 2014) ha evidenziato come 10 detenuti, classificati con il più alto punteggio ala scala di psicopatia, erano altresì classificati come insicuri in entrambi gli strumenti utilizzati per la valutazione dello stile di attaccamento. Un’altra ricerca condotta su campioni non clinici di individui ha mostrato come tratti secondari di psicopatia fossero associati con uno stile di attaccamento ansioso evitante  (Christian,Sellbom, & Wilkinson, 2016; Conradi et al., 2016; Craig, Gray, & Snowden, 2013;Mack, Hackney, & Pyle, 2011; Savard, Brassard, Lussier, & Sabourin, 2015). Perciò è possibile concludere che, al di là di alcune discrepanze nelle ricerche, esiste una significativa associazione tra i tratti di psicopatia primaria ed attaccamento evitante (Christianet al., 2016; Conradi et al., 2016; Craig et al., 2013; Mack et al., 2011; Savard et al.,2015). L’associazione tra ansia e tratti di psicopatia è più complessa: l’ansia infatti sembra correlare positivamente con i tratti grandiosità- manipolatività e negativamente con la presenza di tratti di spietatezza-anaffettività (CU) (Conradi et al., 2016), sfrontatezza ed egocentrismo (Christian et al., 2016).

Tuttavia, in questo ambito è necessaria una ulteriore ricerca che stabilisca conclusioni meno ambigue e più coerenti tra di loro, al fine di poter chiarire meglio la relazione esistente tra stile di attaccamento e tratti di psicopatia.

 

PSICOPATIA E RELAZIONI ROMANTICHE

Grossa parte di ciò che si conosce sul legame tra psicopatia e relazioni sentimentali deriva dagli studi svolti sulla Triade Oscura. Come scritto nel mio precedente articolo, la TRIADE OSCURA è un costrutto psicologico che comprende aspetti di psicopatia, narcisismo e machiavellismo, includendo tratti come egocentrismo, orgoglio, grandiosità, manipolatività, tendenza al tradimento e allo sfruttamento degli altri (Jakobwitz & Egan, 2006). La teoria della storia di vita ipotizza che questo tipo di personalità si sviluppi come risposta adattiva a specifiche condizioni di vita (Brumbach, Figueredo, & Ellis, 2009): rapporti instabili o negativi con le figure genitoriali possono infatti scatenare nel bambino la ricerca immediata di soddisfazione e gratificazione, che evolverà in una storia precoce di ricerca di esperienze amorose, sviluppando strategie di corteggiamento e accoppiamento più veloci (Jonason, Valentine, Li, & Harbeson, 2011; Jonason & Webster, 2012).

Le strategie di accoppiamento di breve periodo rappresentano una tattica vincente dal punto di vista evolutivo, in quanto permettono un’elevata riproduttività a fronte di un impegno di risorse ridotto, e le relazioni intense e di breve durata sono preferite dagli individui caratterizzati dai tratti della triade oscura (Jonason et al., 2012; Koladich & Atkinson, 2016). Anche i tratti psicopatici sono associati a loro volta con la preferenza per relazioni estemporanee, veloci e basate sullo sfruttamento (Jonason et al., 2011), per le relazioni disimpegnate (Jonason & Kavanagh,2010), con la predisposizione al tradimento (Brewer, Hunt, James, & Abell, 2015) ed il desiderio di essere colti in fallo mentre si tradisce il partner (Adams et al., 2014). Sebbene sia i tratti di psicopatia primari che quelli secondari siano associati con un minore impegno nelle relazioni, (Ali & Chamorro-Premuzic, 2010), i tratti secondari della psicopatia sembrano essere associati con un maggiore livello di stress relazionale ed una peggiore qualità della relazione (Savard, Sabourin, & Lussier, 2006), oltre che ad una maggiore capacità di vivere le emozioni (sebbene in modo disregolato).

I tratti psicopatici inoltre, sono predittivi della svalutazione della gentilezza nelle relazioni sentimentali (Jonason et al., 2011).

Una ricerca di A.M. Unrau e Marian M. Morry (2017), ha voluto studiare come lo stile di attaccamento possa mediare la relazione tra tratti di psicopatia e qualità delle relazioni e comportamenti, impedendo la costruzione di relazioni romantiche sane. Nello studio, i soggetti sono stati sottoposti a diversi questionari finalizzati a valutare le diverse dimensioni considerate: attaccamento, psicopatia, soddisfazione ed impegno nella relazione, attenzione alle alternative sentimentali, strategie secondarie di attaccamento (iperattivazione e disattivazione) ed altre misure (autostima, tratti della personalità).

 

RISULTATI E DISCUSSIONE

 

Psicopatia e attaccamento: I tratti psicopatici primari sono significativamente correlati con la dimensione di evitamento, mentre i tratti di psicopatia secondari sono associati significativamente sia all’ansia che all’evitamento;

Attaccamento e qualità delle relazioni: una elevata dimensione di evitamento si associa a più bassi livelli di soddisfazione, impegno ed intimità nella relazione. La dimensione evitamento è maggiormente associata dell’ansia ad una scarsa qualità della relazione;

Attaccamento e attenzione alle alternative: un elevato livello di attaccamento evitante è associato significativamente alla ricerca di alternative esterne alla relazione;

Attaccamento e strategie alternative di attaccamento: lo stile evitante di attaccamento si è mostrato significativamente correlato con strategie alternative di attaccamento di iperattivazione o disattivazione. L’ansia è maggiormente associata a strategie alternative di iperattivazione.

Psicopatia e qualità della relazione: lo studio evidenzia che solamente i tratti del sottotipo secondario di psicopatia sono dei predittori di scarso impegno, soddisfazione e intimità relazionale.

Psicopatia e ricerca di alternative esterne: le analisi mostrano che sia i tratti primari che secondari sono predittivi della ricerca di alternative relazionali esterne, con una prevalenza a carico dei tratti del sottotipo primario

Psicopatia e strategie di attaccamento alternative: le analisi mostrano che i rati del sottotipo secondario si associano positivamente sia con le strategie alternative di attaccamento di disattivazione che con quelle di iperattivazione.

 

Gli autori hanno voluto valutare la bontà di un modello in cui l’attaccamento evitante rappresenta l’intermediario comune tra tratti psicopatici, qualità delle relazioni sentimentali e comportamento. I risultati dello studio hanno confermato che lo stile di attaccamento evitante gioca un ruolo significativo sulle relazioni sentimentali soprattutto nell'ambito del sottotipo secondario di psicopatia.

La ricerca dunque mostra che lo stile di attaccamento insicuro evitante influisce sulla qualità delle relazioni sentimentali solamente relativamente ai tratti secondari di psicopatia (tratti psicopatici acquisiti in seguito ad esperienze vissute in un ambiente negativo, come impulsività, instabilità e disregolazione emotiva, uno stile di vita autolesionista); questi individui infatti, essendo stati ignorati o puniti nelle loro relazioni di attaccamento precoci, hanno imparato a modificare il loro stile di attaccamento in maniera da ridurre la sofferenza distaccandosi dagli altri, e portando a modalità disfuzionali di relazione sentimentale.

Di nuovo, è importante sottolineare come la possibilità di sperimentare da bambini, relazioni di attaccamento stabili, sane ed accoglienti sia in grado di ridurre gli effetti interpersonali dei tratti secondari di psicopatia. 

 

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LA TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE ON LINE

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

Negli ultimi 30 anni, gli studi hanno evidenziato come la Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) si sia mostrata efficace nel trattamento dei disturbi psichiatrici, di ansia e depressione (APA, 1994; Ost L.G., 2008), ma anche di disturbi funzionali come il dolore cronico o la sindrome dell'intestino irritabile (Henschke N. et al., 2010; Blanchard EB et al., 2007).

Con l'avvento di internet, è emerso un nuovo modo di fare terapia e consulenza psicologica che utilizza internet, e quindi anche un nuovo modo di fare TCC, che utilizza gli strumenti tecnologici sempre più fruibili dall'utenza, andando a costituire una forma di TCC che gli anglosassoni definiscono Internet Based CBT (TCC basata su internet) (Hedman E. et al., 2012).

Uno studio di Hedman e colleghi del 2012 (Hedman E. et al., 2012) ha sistematicamente analizzato la letteratura relativa all'efficacia e al bilancio costi/benefici della TCC on line, considerando come indici di efficacia il miglioramento dei sintomi principali presentati dai pazienti in base alla diagnosi ricevuta.

 

RISULTATI

Sono stati analizzati dagli autori 108 articoli scientifici, dei quali  104 riportavano l'efficacia della TCC via internet, soprattutto per il trattamento dei disturbi d'ansia e della depressione. Gli studi presi in considerazione per la meta analisi, riguardavano 25 differenti tipologie di disturbi ed applicazione della TCC tra cui: depressione e sintomi depressivi, ansia generalizzata, disturbi fobici, disturbo da stress post traumatico, disturbo ossessivo compulsivo, ipocondria ecc.

I risultati di questa meta-analisi mostrano che la TCC on line si è mostrata efficace nel trattamento di:

  • Depressione
  • Disturbo da Attacchi di Panico
  • Fobia Sociale
  • Disturbo da Ansia Generalizzata
  • Disturbo da Stress Post Traumatico 
  • Disturbo Ossessivo-Compulsivo
  • Ipocondria severa
  • Disturbi della Condotta Alimentare
  • Aracnofobia
  • ed altri...

Per una letteratura scientifica aggiornata e completa consultare:

  • Hedman E. et al. "Cognitive Behavior Therapy via the Internet: a systematic review of applications, clinical efficacy and cost-effectiveness". Expert Rev. Pharmaecoecon. Outcomes Res. 12(6), 745-764 (2012).
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5 PASSI PER USCIRE DALLA DIPENDENZA AFFETTIVA

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

La Dipendenza Affettiva è una modalità patologica e disfunzionale di vivere la relazione. Le condizioni che possono portare ad instaurare una relazione dipendente sono diverse, e sono legate da una parte alla presenza di predisposizioni o fragilità personali e dall’altra all’incontro con una persona che nella relazione tende ad attuare comportamenti manipolatori.

Quando si vive una relazione sentimentale in una condizione di dipendenza dall’altro, il rapporto diventa nel tempo una prigione dolorosa dalla quale è molto difficile uscire per il dipendente, in grado di minare gradualmente la sua autostima, la sua autonomia emotiva, relazionale e di vita, e di indurre sentimenti di paura, angoscia, ansia, tristezza e sconcerto che a lungo andare possono costituire una vera e propria “sindrome” psicologica con caratteristiche ben precise.

Uscire da una relazione tanto compromettente e simbiotica non è certamente un passo facile, ma resta assolutamente auspicabile ed è possibile  farlo se si seguono alcuni importanti passaggi intermedi, che permettono al partner dipendente di recuperare serenità, stabilità interiore, senso di autoefficacia ed autonomia e soprattutto di sbarazzarsi dalla paura dell’abbandono, che spesso rappresenta – insieme ad una scarsa autostima – la paura di fondo che impedisce di agire comportamenti più sani e rispettosi della propria dignità.

Cosa fare dunque, per costruire la zattera sulla quale salire per attraversare il fiume della dipendenza affettiva ed arrivare dall’altra parte della riva, dove ritrovare se stessi e costruire relazioni sane e basate sulla reciprocità e la libertà?

 

1.     MIGLIORARE LA CONOSCENZA SI SE’

Il dipendente affettivo vive una condizione in cui, a furia di porre l’altro al primo posto ed al centro della propria vita, ha dimenticato se stesso. Non si conosce più, ha difficoltà a conoscere e riconoscere le proprie priorità al di fuori del legame di dipendenza, i propri interessi e le proprie inclinazioni, i propri valori profondi di vita.

Poiché non si conosce dunque, il dipendente affettivo non conosce le proprie potenzialità né i propri limiti e vive costantemente in una condizione di distacco dal proprio centro, in assenza di un rapporto profondo con se stesso. Questo lo porta a vivere sensazioni di vuoto, angoscia e paura che fungono a loro volta da stimoli attivanti per la ricerca compulsiva della vicinanza dell’altro, che tuttavia non sarà mai “davvero nutriente” poiché non potrà sostituire il nutrimento vero: quello che nasce dal contatto con il nostro sé. Conoscere se stessi dunque è il primo importante passo da compiere per instaurare relazioni sane e gratificanti e per sentirsi bene, e occorre ricordare che coltivare questa conoscenza è un gesto di amore e rispetto che dobbiamo portare avanti durante tutto il corso della nostra esistenza. Conoscendoci meglio, siamo in grado di trare piacere da noi stessi e dalle attività che svolgiamo nella vita: impariamo cioè a fare CIO’ CHE CI PIACE E CI NUTRE PROFONDAMENTE: un bel film, una passeggiata, un passatempo, una lettura ecc… impareremo a darci ciò che ci piace e ci dona soddisfazione, anche - anzi soprattutto - nelle piccole cose. Conoscendoci meglio, potremo sviluppare quella forma di empatia, amore e tenerezza verso noi stessi che sono stati prima cercati dall’altro e che ci permetteranno di diventare capaci di amarci, rispettarci e renderci felici.

 

2.     SBARAZZARSI DELLA PAURA DELL’ABBANDONO

Molti autori concordano nell’affermare che le radici della dipendenza affettiva affondano nella prima infanzia e nelle prime esperienze di attaccamento che sono state sperimentate, stabilendo stili di attaccamento disfunzionali. Alcune ricerche mostrano infatti una correlazione significativa tra stile di attaccamento insicuro ansioso e dipendenza affettiva. La paura dell’abbandono rappresenta dunque l’elemento principale alla base delle relazioni di dipendenza affettiva, portando il dipendente affettivo a mettere in atto comportamenti – volti a garantire la presenza e la costanza dell’altro – disfunzionali, che lo rendono ancor più fragile e insicuro e lo allontanano da se stesso, in quel continuo e decentrante tentativo di accondiscendere, soddisfare le aspettative dell’altro e prendersene cura. In questo modo ci si rende “schiavi” dell’altra persona e si continua a rinforzare la convinzione che, senza l’altro, non potremo sopravvivere al senso di angoscia e solitudine, alla paura di non farcela, ai sensi di colpa e di inadeguatezza.

Occorre tenere sempre ben presente che NON SARA’ ATTRAVERSO LA GARANZIA DI COSTANTE VICINANZA DELL’ALTRO che impareremo a superare la paura di essere abbandonati, ma piuttosto attraverso la costruzione di un solido rapporto con noi stessi, che ci permetta di sentire che - come individui – non ci abbandoneremo ed sapremo avere cura di noi stessi. Le persone nella nostra vita si potranno avvicendare ma rimarrà nel cuore la profonda consapevolezza di essere individui separati, capaci di restare fedeli a ciò che siamo e a ciò che amiamo, capaci di prenderci cura di noi stessi e di amarci. È attraverso la “prova del fuoco” della rinuncia ad una relazione di dipendenza dall’altro, che impareremo a fare affidamento sulle nostre capacità individuali. È attraverso una serie di scelte di autonomia basate su ciò che vogliamo davvero (e non su ciò che l’altro si aspetta da noi) che costruiremo pian piano la nostra strada verso l’autonomia e verso una maggiore sicurezza interiore. Meglio raccogliere pian piano i cocci di una relazione finita – imparando ad avere fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità di fare fronte al dolore e alla tristezza, imparando a vedere nuovamente le piccole grandi cose belle che ci circondano -  che restarvi impigliati in modo sterile e compulsivo, senza creare valore per noi stessi, ma solamente tentando di mantenere l’altro accanto.

Occorre dunque cominciare ad agire piccoli e graduali comportamenti diversi dal solito: fare qualcosa da soli, imparare ad esprimere le proprie preferenze e il proprio disaccordo, imparare a dire “no” quando dentro di noi è “no”, imparare gradualmente a tollerare il senso di paura dell’abbandono, a favore di una maggiore capacità di autoaffermazione ed autodeterminazione. Ne verremo ripagati immensamente.

 

3.     SVILUPPARE LA FIDUCIA

Chi soffre di dipendenza affettiva non ha fiducia in se stesso e non ne ripone negli altri. Un grande problema di fondo è caratterizzato per queste prone dall’incapacità a fidarsi ed affidarsi. Vive in un conflitto interiore continuo poiché l’altro è considerato indispensabile al proprio equilibrio ma contemporaneamente viene vissuto come una minaccia, una possibile fonte di dolore e di tradimento. Il dipendente affettivo non ha imparato a costruire un sano concetto di fiducia e tende ad oscillare costantemente tra una sorta di “fiducia assoluta” ed una “sfiducia totale” nei confronti degli altri, che sono a tratti fonte di assoluto accudimento ed amorevolezza ma possono trasformarsi repentinamente – sulla base di rigidi criteri interiori sviluppati negli anni come difesa – in tremendi traditori da giudicare e biasimare, controllare, punire e riprendere, in un continuo ed estenuante alternarsi di emozioni altalenanti e contrapposte. Si vive dunque nello squilibrio, poiché squilibrati sono i criteri di valutazione utilizzati per valutare l’affidabilità dell’altro: a tratti ci si fida ciecamente e totalmente (in maniera idealizzante ed acritica) e a tratti ci si sente sfiduciati, diffidenti e allarmati diventando paranoici e controllanti. La verità da comprendere è che nessuno di noi può essere perfettamente affidabile poiché questo significherebbe tradire se stessi a favore delle aspettative di chiunque abbiamo di fronte. Ma possiamo essere “mediamente affidabili”, cioè rispettosi di noi stessi e dell’altro, imparando la sincerità e la lealtà ma anche imparando a non tradire prima di tutto noi stessi.

Apriamoci all’altro, ad una relazione vera in cu ci si mostra come si è e si curano il dialogo e la comunicazione che sono la base per costruire una sana fiducia; apriamoci a nuove esperienze di coppia che siano più equilibrate e sane perché La fiducia si sviluppa come una sorta di abilità e deriva dalle esperienze anche positive che siamo in grado di costruire. Occorrono coraggio ed apertura, ma è necessario ricostruire la propria capacità di avere fiducia attraverso l’azione concreta guidata dalla prudenza, dall’osservazione e dalla conoscenza graduale dell’altro. Soprattutto è importante mantenere la centratura su di sé chiedendosi sempre “come mi sento in questa situazione?” e riflettendo sulle proprie aspettative. Altrimenti qualsiasi relazione sarà destinata a diventare fonte di dolore e a terminare in malo modo.

A questo proposito, suggerisco di leggere l’illuminante libro di Krishnananda e Amana dal titolo “Fiducia e sfiducia”.

 

4.     IMPARARE AD AMARE SE STESSI E RI-SCOPRIRE LA PROPRIA BELLEZZA

Chi soffre di dipendenza affettiva ha la propensione a sbilanciarsi verso l’altro e nell’altro, lasciandosi trasportare da forze esterne: tutto ciò che viene dall’altro diventa di importanza vitale come i suoi stati d’animo, le sue aspettative, i suoi bisogni e desideri, le sue volontà e richieste. In questo modo, il dipendente affettivo vive la vita sempre “su una gamba sola”, in perenne bilico ed in continua attesa di ciò che l’altro farà o dirà. Vivere la vita su una gamba sola porta ad una costante precarietà di equilibrio e basta poco per cadere a terra; così è facile allarmarsi per poco, spaventarsi per poco, perché si percepisce la propria precaria condizione e ci si agita freneticamente per tenersi in equilibrio – appunto – su una gamba sola! Bisogna dunque riappoggiare a terra l’altra gamba, quella dell’amore, della considerazione e del rispetto di sé, e gradualmente renderla sempre più forte e salda per recuperare l’equilibrio, l’integrità e la fiducia in se stessi. Amare se stessi è un dovere prima che un diritto, e non è incompatibile con l’amore e la cura dell’altro: anzi – come sempre ripeto – l’amore per se stessi rappresenta le fondamenta di tutta la vita psichica e relazionale nella misura in cui permette di donare ed accogliere l’altro in maniera libera dai bisogni prepotenti della dipendenza, serena e reciproca. Se non sappiamo amare noi stessi, perdonarci le nostre fragilità e debolezze, perdonarci gli errori, rispettare i nostri bisogni e desideri ed accogliere le nostre paure, come possiamo pensare di poter amare davvero l’altro, rispettandolo ed accogliendolo? Nel bisogno stringente e compulsivo, nell’angoscia e nel vuoto interiore non vi può essere spazio per il rispetto dell’altro.

Dunque amare se stessi e ricominciare a vedere la propria bellezza sono passaggi importantissimi per costruire le basi di una relazionalità sana e basata sulla reciprocità. Ma cosa significa amare se stessi? Significa innanzitutto conoscersi al di là di qualsiasi giudizio di valore possiamo esprimere su di noi. Significa conoscere ed accettare i nostri pregi e difetti, le nostre potenzialità e i nostri limiti, perdonarci per gli errori che abbiamo commesso, sentirci degni di amore e rispetto in quanto persone umane e non perché siamo pronti a dare qualcosa in cambio. Ognuno di noi è degno di amore, perché l’amore è un dono e non una merce da comprare o da barattare in cambio della nostra libertà, dignità, sicurezza e serenità.

Impariamo a dare meno importanza al giudizio degli altri, a diventare un po’ egoisti e a dire “NO”, a diventare importanti per noi stessi, a provare verso noi stessi quella dolcezza e quella tenerezza che siamo capaci di provare per gli altri.

Impariamo a diventare il miglior amico di noi stessi: a consolarci nel dolore o nella tristezza, a calmarci quando siamo preoccupati o impauriti, a prenderci e a darci ciò che desideriamo senza pretendere che siano altri a portarcelo, parliamo con il nostro bambino interiore e impariamo ad ascoltare ciò di cui ha davvero bisogno. Prendiamoci il nostro tempo per fare ciò che amiamo: leggere, fare attività fisica, meditare, riposare, fare un massaggio rilassante, guardare un film che ci piace… non è necessario che ciò che amiamo fare piaccia anche all’altro! Possiamo farlo da soli! Io stessa – quando mi sento stanca o turbata – mi regalo una bella cena al ristorante da sola: mangio i cibi che amo e mi coccolo con un bicchiere di buon vino…ma soprattutto mi ascolto, parlo con me stessa e, attraverso lo spazio di questa “solitudine” che è recupero e silenzio, entro in contatto con la mia parte profonda e ne posso ascoltare insegnamenti, paure e desideri.

 

5.     DIVENTARE AUTONOMI

Diventare autonomi significa soprattutto metterci nella condizione di non dover dipendere dall’altro per la sopravvivenza. Significa prima di tutto trovare un lavoro, una casa in cui stare dopo la rottura di una convivenza – matrimoniale o meno – mettere in azione i passaggi fondamentali per svincolarsi dai legacci e tagliare il cordone ombelicale della dipendenza, non solo affettiva ma anche materiale, dall’altro. Autonomia significa anche imparare a gestire in maniera ottimale le proprie risorse: il proprio denaro, la propria energia ed il proprio tempo evitando inutili sprechi e finalizzando l’impegno a qualcosa di costruttivo e sano. Diventare autonomi significa anche abbandonare i panni della “vittima delle circostanze” (anche se le circostanze sono state dure… e lo sappiamo) e rimboccarci le maniche tirando fuori la nostra forza interiore e la nostra determinazione, spinti dal desiderio di costruirci una vita più serena e gratificante, anche se sarà faticoso. Ricordiamo che finché non decidiamo di assumerci le nostre responsabilità rinunciando alla condizione di “vittima delle circostanze”, non saremo in grado di fare quel passaggio interiore – che pur doloroso e faticoso è la base di qualsiasi crescita personale – che solo potrà restituirci la misura della nostra auto efficacia e della fiducia nelle nostre capacità.

 

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5 BREVI MASSIME PER LA FELICITA’

 

 

 

 

La felicità e la pace del cuore nascono dalla coscienza di fare ciò che riteniamo giusto e doveroso, non dal fare ciò che gli altri dicono e fanno.”
GHANDI

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

1)     SCEGLIERE INVECE DI ESSERE SCELTI. Impariamo ad essere protagonisti nella scelta di chi ci piace, amici o partner che siano. Impariamo a scegliere le persone che ci piacciono: quelle che evocano in noi sensazioni e sentimenti piacevoli, positivi e di apertura, quelle che ammiriamo e stimiamo e con le quali siamo a nostro agio. Quanto volte ci si lascia scegliere, provando una sorta di inconsapevole senso di “gratitudine” verso la persona che ci corteggia e che ci trova interessanti e amabili, dimenticando di chiederci se questa persona ci interessa e ci piace davvero? Quante volte rinunciamo a scegliere per timore di essere rifiutati, giudicati negativamente, umiliati, allontanati… perché non ci sentiamo abbastanza amabili o interessanti, e lasciamo questa responsabilità ad altri? Lasciarsi scegliere è un atto passivo, in cui nella migliore delle ipotesi saremo fortunati ad essere scelti da un partner che ci piace, ci rispetta e ci stima. Scegliere è un atto di libertà: ci si assume la responsabilità delle proprie azioni, ci si indirizza verso ciò che piace davvero e coraggiosamente si prova ad ottenere ciò che si desidera. Comunque vada sarà una vittoria ed un insegnamento di coerenza, forza e autoefficacia. Viceversa, lasciandoci scegliere, abdichiamo ai nostri desideri comportandoci come un cagnolino fedele che desidera solamente essere adottato, e non bada a chi se lo porterà a casa! In questo modo continueremo a rinforzare la convinzione di non valere abbastanza, di non potercela fare, di non poter avere mai la relazione che desideriamo.

 

2)     ASCOLTARE LE EMOZIONI. Ascoltare le nostre emozioni ed il nostro corpo è importantissimo, ci permette di sperimentare un appagante senso di integrità, coerenza e centratura. Invece siamo sempre più spesso “disconnessi” dal corpo e dalle emozioni, le temiamo… tanto che a volte cerchiamo persino di evitare di sentirle ed accoglierle in noi. Siamo sempre più focalizzati e sbilanciati verso l’esterno e sempre meno in grado di osservare ed accogliere ciò che abbiamo dentro: flussi di ricordi o immagini, emozioni, pensieri cambiamenti del battito cardiaco della postura, tensioni muscolari. La continua distrazione verso il ciò che sta fuori di noi, ci distoglie da noi stessi. Anche per questo sperimentiamo sempre più spesso una straniante forma di ansia e senso di vuoto. Quando soffriamo, ad esempio, dobbiamo imparare a dare ascolto al dolore perché il dolore ci porta un insegnamento e ci parla… se lo ignoriamo è peggio; esso crescerà e diverrà spaventoso. Dedichiamo ogni giorno all’ascolto ed all’osservazione silenziosa e non giudicante delle nostre emozioni e delle nostre sensazioni fisiche, accogliendole e lasciandole essere ciò che sono senza combatterle.

 

3)     VIVERE IL PRESENTE. Quante volte ci accorgiamo- magari mentre stiamo guidando lungo un tragitto familiare – di non essere presenti nel momento ma che la nostra mente sta inseguendo riflessioni riguardanti il futuro o il passato… o sta pensando cosa deve fare più tardi? È un’attitudine normale della nostra mente quella di prepararsi al futuro, fare progetti, preoccuparsi o di ripensare al passato… ma si tratta di un’attività non sempre utile o sana. A volte è molto più importante e utile al nostro benessere, restare nel momento presente, con ciò che abbiamo in quel momento, invece di temere o preoccuparci per un futuro di là da venire (che non sappiamo come sarà) o rivivere nella mente la rabbia, il dolore o la colpa di un passato che non esiste più. Impariamo a chiederci “cosa mi rende felice in questo momento”? Una ottima tecnica per imparare a tornare a presente è quella riassunta nell’acronimo STOP: S = stop, fermati; T = take a deep breath cioè fai un (o più) respiro profondo per rilassarti; O = observe cioè osserva ciò che è intorno a te, senza giudicare, semplicemente guardando... e P = proceed cioè procedi, riprendi l'attività che stavi svolgendo. Si tratta di un breve ed efficacissimo esercizio da fare ogni volta che si vuole per allentare la tensione ed imparare a tonare nel momento presente, nella realtà del momento presente.

 

4)     RIEMPIRE IL VUOTO A TUTTI COSTI: Una volta ho letto una frase, che ho volito anche trascrivere sulla lavagna del mio studio, che diceva così: “il vuoto spaventa solamente chi vuole riempirlo a tutti i costi”. Imparare a stare con le nostre emozioni spiacevoli di tristezza, paura o mancanza, con i nostri desideri, con la percezione dell’assenza, può essere molto più saggio di cercare un riempitivo a tutti i costi. Riempire il vuoto che si prova facendo shopping, intessendo compulsivamente relazioni virtuali o facendo uso di sostanze o alcol, perdendo minuti o persino ore facendo lo “scrolling” di aggiornamento dei social… sono tutte attività che non solo possono provocare danni, ma che ci allontanano da noi stessi. E dobbiamo ricordare che siamo gli unici in grado di poter davvero riempire il vuoto che a volte sentiamo, con il nostro stesso amore, la nostra pazienza, la nostra amorevole cura ed ascolto verso noi stessi, come se ci stessimo prendendo cura di un bimbo, o di un amico caro…. Siamo noi a dover avere cura di noi stessi per primi, senza aspettare né tantomeno pretendere che questo accudimento, questa attenzione ai nostri bisogni arrivino dall’esterno, attesa/pretesa che ci rende dipendenti da altri e destinati all’infelicità.

 

5)     RISPETTA I TUOI VALORI. Secondo Socrate “La felicità dipende dalle virtù, quindi dalla conoscenza, la saggezza, il miglioramento di sé, e dal fatto di avere un rapporto armonico con il mondo”. È dunque importante essere consapevoli dei valori che ci guidano nel mondo, restarvi fedeli per sentirci saldi e integri nell’affrontare le scelte, le decisioni e le difficoltà. I valori sono la nostra Stella Polare, essi ci guidano nella notte verso la direzione che vogliamo imprimere alla nostra vita, impedendoci di imboccare strade sbagliate, che ci allontanerebbero dalla realizzazione di ciò che per noi ha importanza e profondo senso. QUI parlo più estesamente dell’importanza che i valori hanno nella nostra vita e per la nostra felicità, indicando alcuni esercizi divertenti per riconoscere i nostri valori.

 

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RELAZIONI TOSSICHE: ISTRUZIONI CONTRO L'ABUSO

 Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Come ho scritto nel mio precedente articolo “CHI SONO I SOCIOPATICI E COME RICONOSCERLI”, i sociopatici sono dei predatori sociali che vivono sfruttando le vite degli altri. Alcuni sono dei veri e propri criminali, che prendono con la forza ciò che vogliono, ma la maggior parte di loro ricorre a strategie più sottili: non rubano quello che desiderano, piuttosto seducono ed irretiscono le loro vittime per convincerle a dar loro ciò che desiderano.

Con il termine sociopatico non ci si riferisce ad una specifica diagnosi clinica, quanto piuttosto ad una categoria di individui - più o meno dannosi nelle relazioni con gli altri (soprattutto in quelle romantiche) -  che hanno le seguenti caratteristiche:

·        diagnosi cliniche diverse, che possono in parte sovrapporsi

·        comportamenti predatori di sfruttamento degli altri

Con il generico termine “sociopatico” quindi, vengono indicati individui che possono ricevere diverse diagnosi cliniche indicate nel manuale DMS-5:

·        Disturbo antisociale di personalità (DAP)

·        Disturbo narcisistico di personalità (DNP)

·        Disturbo borderline di personalità (DBP)

E soprattutto la Psicopatia, che non è contenuta né indicata nel DSM-5 ma che è ben rappresentata da alcuni tratti del DAP e del DNP, soprattutto quando questo ultimo assume particolari caratteristiche di gravità e dannosità verso gli altri (Narcisismo Maligno, Narcisismo Perverso).

I sociopatici sfruttano gli altri per raggiungere obiettivi personali come denaro, potere, notorietà, soddisfacimento sessuale o status sociale, e lo fanno in maniera subdola e pericolosa: MANIPOLANDO LE PERSONE ATTRAVERSO I LORO SENTIMENTI E LE LORO EMOZIONI.  Il risultato delle loro macchinazioni sono:

 

·        Disturbi psicologici (come disturbo post traumatico da stress, depressione, disturbo d’ansia, attacchi di panico, disturbi del sonno, o dell’alimentazione, grave calo dell’autostima ecc.)

·        Traumi psicologici e fisici anche gravi

·        Bancarotta e altri problemi finanziari

·        A volte la morte della vittima

 

Ma la verità più dolorosa sullo sfruttamento attuato dai sociopatici è che per ottenere quello che vogliono, questi predatori sociali hanno bisogno della nostra collaborazione. E sanno come ottenerla. 

Dobbiamo dunque imparare a porci due ordini di domande:

1.     Come possiamo permettere loro di realizzare i loro piani scorretti, ingiuriosi e immorali? Perché non riusciamo a vedere i loro secondi fini? Perché non ci rendiamo conto che ci stanno manipolando e mentendo?

2.     E quando ci rendiamo conto di cosa sta davvero accadendo, perché non riusciamo a chiudere la relazione?

Le risposte a queste domande possono essere anche molto scomode, e richiedere una presa di coscienza dolorosa ma fondamentale se vogliamo evitare di cadere o restare all’interno di una relazione insana, dolorosa e infine anche pericolosa.

 

RISPOSTA #1: NON SIAMO ABBASTANZA INFORMATI

Prima di tutto, non siamo sufficientemente informati sui disturbi della personalità e sulle loro manifestazioni, così la maggior parte delle persone nemmeno sa dell’esistenza di questi predatori sociali. Non riusciamo a capacitarci di come sia possibile che un essere umano sia privo di coscienza morale, rimorso, dispiacere ed empatia – almeno non finché ci capita di avere a che fare con uno di loro e cerchiamo di capire cosa stia succedendo.

 

RISPOSTA #2: NON CONOSCIAMO BENE NOI STESSI

Purtroppo molti di noi non hanno chiaro cosa vogliono, né quanto bisogno abbiano di certe cose. Non ci rendiamo conto di quanto le esperienze dolorose o traumatiche del passato possano influenzare le nostre relazioni nel presente, distorcendo le nostre percezioni, le nostre aspettative e spesso le nostre emozioni. Non ci rendiamo veramente conto di quanto la nostra visione del mondo possa alterare il modo in cui diamo significato alle cose che ci succedono, e dunque reagiamo ad esse.

 

RIASSUMENDO

I sociopatici vivono sulle spalle degli altri; si insinuano nelle loro vite sfruttando le loro fragilità, le loro vulnerabilità e debolezze. Il punto è che tutti noi ci possiamo sentire fragili, vulnerabili o bisognosi soprattutto in alcuni specifici momenti della nostra vita. Non possiamo completamente eliminare queste parti di noi, e non è questo che vogliamo fare, perché per avere relazioni gratificanti e sincere dobbiamo permettere a noi stessi di essere anche deboli, accettare e riconoscere le nostre fragilità. La chiave di volta è la CAPACITÀ DI DISCERNERE QUANDO POSSIAMO APRIRE ALL’ALTRO IL NOSTRO CUORE E QUANDO NON FARLO.

 

Per imparare a riconoscere se abbiamo a che fare con un sociopatico, è bene sfatare alcuni falsi miti (leggi il mio articolo “PER RICONOSCERE UN SOCIOPATICO SFATIAMO I FALSI MITI”). Per conoscere meglio noi stessi dobbiamo invece comprendere fondamentalmente due aspetti:

 

1)     Identificare le nostre vulnerabilità

2)     Identificare le nostre attrattive

3)     Riconoscere quali comportamenti nella relazione indicano che abbiamo a che fare con un sociopatico

 

IDENTIFICA LE TUE VULNERABILITÀ

I sociopatici sono particolarmente abili nell’identificare e mirare alle tue vulnerabilità, per fare leva su di esse. Le sanno riconoscere e sanno comprendere velocemente di cosa hai bisogno, per agganciarti e portarti dunque, nel tempo e dopo aver carpito la tua fiducia ed il tuo amore, a fare e dare loro ciò che desiderano.

Considera ora le seguenti condizioni psicologiche – che rappresentano un’attrattiva forte per i predatori sociali -  e chiediti se in questo momento della tua vita potresti essere un bersaglio vulnerabile a incontri di questo tipo (fonte: www.lovefraud.com).

o         FERITO: sei reduce da una brutta rottura sentimentale? Un divorzio? Esci da una relazione abusante? Hai subito abusi – psicologici o fisici – nella tua famiglia di origine?

o         BISOGNOSO DI AMORE: stai cercando l’amore? Sei bisognoso di attenzioni, cura e condivisione? Desideri sentirti protetto? Hai bisogno di sentirti indispensabile per qualcuno?

o         SOLITUDINE: senti che la tua vita, da solo, è vuota e priva di senso? I tuoi figli sono cresciuti e non hanno più bisogno di te? Hai recentemente cambiato casa, quartiere o città e ti manca la compagnia?

o         EMPATICO: ti senti “obbligato” ad aiutare gli altri? Rispondi immediatamente alle richieste di aiuto e sostegno degli altri? Hai desiderio di sentirti utile o indispensabile per qualcuno?

o         BASSA AUTOSTIMA: hai poca fiducia in te stesso? Ti senti timido o insicuro? Hai poca considerazione di te?

o         BISOGNOSO DI UNARELAZIONE: ti senti incompleto senza un partner? Desideri fortemente un amante, un matrimonio, una famiglia e dei figli? Senti che il tuo orologio biologico sta correndo?

o         INGENUO E FIDUCIOSO: hai poca esperienza di fatti della vita? Ti senti innocente e ingenuo? Sei onesto, possiedi un forte senso morale e religioso, ed credi che anche tutti gli altri siano altrettanto leali e onesti?

o         PROBLEMI: stai attraversando un momento difficile della vita? Hai problemi e necessiti di sostegno o assistenza? Hai bisogno di un posto in cui vivere e hai problemi di salute o disabilità?

o         GENITORE SINGLE: stai avendo problemi nel screscere da solo i tuoi figli? Non hai la possibilità di comprare loro ciò di cui hanno bisogno? Desideri una mano nel prenderti cura dei tuoi figli?

o         HAI VISSUTO UN LUTTO: hai recentemente affrontato un lutto? Vedovanza? La perdita di un familiare o di una persona cara?

Chiediti ora cosa faresti se qualcuno arrivasse nella tua vita, e si proponesse come la soluzione emotiva e pratica al tuo dolore e al tuo disagio. Ricorda che i predatori sociali fanno proprio leva sui tuoi bisogni emotivi per agganciarti, proponendosi come la soluzione perfetta. Quindi impegnati a fare qualcosa per prenderti cura tu stesso delle tue vulnerabilità, senza dipendere dal coinvolgimento o dall’assistenza di un’altra persona.

Le vulnerabilità non sono necessariamente difetti. Tutti noi in qualche modo sperimentiamo le difficoltà e le vulnerabilità elencate. La chiave di tutto è ESSERE CONSAPEVOLI di queste vulnerabilità e RICONOSCERLE, soprattutto se possono farci cadere nella trappola dello sfruttamento da parte dei predatori sociali.

 

LE TUE ATTRATTIVE

Magari sei particolarmente benestante, o hai una buona posizione lavorativa e professionale, o hai recentemente ricevuto un’eredità… i sociopatici, in quanto predatori sociali, di solito si dedicano a obiettivi facili – ad esempio persone ferite e fragili. Ma non sempre. Altre volte, per amore di sfida, prendono di mira le nostre migliori qualità mirando ad individui con alta autostima, di successo e realizzati per vedere se saranno in grado di farli capitolare. La ragione è ovvia: hanno bisogno di trovare qualcosa che possono utilizzare. Denaro, posizione sociale, o un posto in cui vivere. Di seguito, capacità e beni che i sociopatici trovano attraenti nelle loro vittime (Fonte: www.lovefraud.com): quale di questi ti appartiene?

 

o         ASPETTO: sei fisicamente attraente? Affascinante e curato?

o         STABILITA’ FINANZIARIA: hai un buono stipendio? Del denaro in banca? Risparmi o indennità di fine rapporto? Possiedi una casa? Una bella macchina?

o         CARRIERA: hai un lavoro stabile? Sei un professionista affermato? Hai successo nel tuo campo? Hai qualche tipo di riconoscimento pubblico per il tuo lavoro o nel tuo ambito professionale?

o         COMPASSIONE: ti interessi profondamente delle persone? Percepisci te stesso come una persona dal cuore gentile, non giudicante, altruistica o praticante dei valori religiosi?

o         TI PRENDI CURA DEGLI ALTRI: lavori nell’ambito delle professioni di aiuto? Forse uno psicologo, infermiera, counselor, insegnante o terapeuta? Ti dà soddisfazione aiutare gli altri e renderti utile?

o         RESPONSABILITA’: credi nell’onorare i tuoi impegni? La tua parola vale oro?

o         AUTOSTIMA: ti consideri una persona intelligente, fiduciosa in sé stessa, capace, creativa o talentuosa?

o         ESTROVERSO: sei una persona entusiasta, socievole ed assertiva? Trovi noiose le persone troppo calme e tranquille? Hi bisogno di stimoli?

o         SOCIEVOLE: trai piacere dalle relazioni con le altre persone? Hai un cuore tenero, sentimentale ed empatico? Investi molto nelle relazioni?

o         COOPERATIVO: sei tollerante, amichevole e supportivo? È importante per te andare d’accordo con gli altri? Tendi a mettere gli interessi degli altri prima dei tuoi?

Tutte le qualità elencate sopra sono qualità forti e positive – e questo è il punto. I sociopatici frequentemente fanno leva sulle nostre qualità per iniziare una relazione, per poi scivolare gradualmente dall’impegno allo sfruttamento dell’altro e dei suoi beni.

 

COMPORTAMENTI INIZIALI CHE CI DICONO CHE POTREMMO AVERE A CHE FARE CON UN PREDATORE

Come ho scritto nei miei precedenti articoli “IMPARARE A VEDERE: IL PRINCIPE AZZURRO DIVENTA GRIGIO” e "RELAZIONI TOSSICHE E VIOLENTE: LE DIECI AVVISAGLIE DA NON SOTTOVALUTARE”, è importante imparare a distinguere i primi segnali indicativi di un individuo potenzialmente tossico, e non scambiarli per indici di amore, cura, attenzione e vero rispetto.

Di seguito, le tipiche tecniche di aggancio dei sociopatici, che caratterizzano soprattutto l’inizio della relazione.

 

         CONTATTO COSTANTE: chiamate ad ogni ora, messaggi ed e-mail frequenti, desidera stare sempre con te, tutti i giorni;

         RISPECCHIAMENTO: si mostra d’accordo con tutto ciò che dici: opinioni, interessi cose che ti piacciono e cose che non sopporti.  Sembrate avere così tante cose in comune che hai la sensazione che questo incontro sia proprio quello con l’anima gemella;

         TI FA SENTIRE SPECIALE: ti riempie di attenzioni, smancerie e complimenti. Ti mette sul piedistallo, dicendoti che sei la persona perfetta e che siete anime gemelle;

         LOVE BOMBING: ti sommerge letteralmente di affetto e attenzioni. Ti dichiara subito un amore appassionato ed eterno;

         SPINGE AFFINCHE LA RELAZIONE DIVENTI SUBITO “SERIA”: ti trascina letteralmente in una sorta di vortice romantico. Vuole che andate subito a vivere insieme, fate figli e vi sposate;

         VUOLE IMPIETOSIRTI: fa appello alla tua sensibilità. Ti racconta storie tristi e lacrimevoli affinché ti senta triste per lui/lei e ti impietosisca;

         PERSISTENZA: continua a corteggiarti anche quando resisti e dici no. Fino a convincerti a dargli un’opportunità;

         PREFERENZE SESSUALI: spinge per avere subito rapporti sessuali, e prova a spostare sempre un po’ più in là i confini della tua disponibilità sessuale (richieste strane).

Cosa fare dunque? Non esiste una ricetta che sia adatta e valida in ogni situazione, poiché ogni relazione ha le sue precipue caratteristiche dinamiche, tuttavia è possibile tenere in considerazione alcune regole, che potete  leggere QUI.

 

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IMPARARE A VEDERE: IL PRINCIPE AZZURRO DIVENTA GRIGIO

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

 

Si parla molto, negli ultimi tempi, di relazioni tossiche, pericolose, manipolazione e violenza psicologica. Si tratta di un fatto probabilmente vecchio come il mondo ma solo recentemente salito alla ribalta grazie alla crescente attenzione che, finalmente, media e professionisti stanno dedicando al fenomeno della violenza e dell’abuso psicologico all’interno della famiglia e della coppia.

I numerosi casi di omicidio o tentato omicidio di donne da parte dei loro mariti, compagni o ex-tali che la cronaca ci mostra quasi quotidianamente, ci portano a porci una numerosa serie di domande relative al senso dell’amore e della coppia all’interno dell’attuale contesto socio culturale, gettando una dolorosa e disorientante ombra di dubbio, diffidenza e paura sulle relazioni sentimentali e sul soddisfacimento dei naturali bisogni di condivisione, amore e protezione, che fanno parte della natura umana.

E’ stato sdoganato e reso fruibile anche ai non addetti ai lavori il costrutto del narcisismo: dalle sue manifestazioni non cliniche o sub-cliniche a quelle decisamente patologiche del narcisismo perverso, fino ad arrivare alla psicopatia ed alla sociopatia.

Questo incessante, impegnativo e capillare lavoro di informazione e sensibilizzazione sociale ha iniziato a dare i suoi frutti: un crescente numero di persone sta imparando a riconoscere i segnali sentinella rivelatori di una relazione potenzialmente tossica e pericolosa, a individuare le caratteristiche tipicamente presenti in una relazione manipolativa e abusante, e soprattutto a comprendere che spesso sono le proprie fragilità, i propri schemi cognitivi disfunzionali e certe aspettative irrealistiche a rendere una persona oggetto di abuso da parte dei predatori sociali e sentimentali.

Personalmente, mi impegno da anni - nella mia pratica clinica e scrivendo numerosi articoli relativi al tema della manipolazione, del narcisismo e delle relazioni tossiche,  per aiutare chi è caduto nella “trappola” delle relazioni tossiche, ad uscirne e a ricostruire un positivo senso del sé insieme alla capacità di scegliere e costruire relazioni sane e gratificanti.

Oggi vorrei parlare di come spesso, a causa dell’assenza di una educazione sentimentale e relazionale adeguata al contesto socioculturale attuale, molte persone siano portate a fraintendere i comportamenti del partner, iniziando e portando avanti relazioni sentimentali tossiche e spesso pericolose.

Vediamo nel dettaglio quali sono i comportamenti “a rischio” più facilmente fraintesi all’interno della relazione:

1) TELEFONATE, SMS, CONTROLLO E GELOSIA: “controlla la mia posta perché è innamorato di me e ha paura di perdermi”, “capisco che non voglia farmi uscire con le mie amiche… forse ha paura che un altro possa interessarmi…”, “…mi ama così tanto che ha sempre paura di perdermi”, “sono davvero importante per lui ecco perché mi telefona in continuazione: vuole sincerarsi che io stia bene”. Queste sono solamente alcune delle fandonie che ci raccontiamo quando il partner si comporta in modo controllante e geloso, limitando la nostra libertà fisica e psicologica. E spesso ce le raccontiamo per non dover affrontare la realtà… Una volta per tutte dobbiamo imparare a distinguere un comportamento di CURA, AFFETTO E PROTEZIONE da un comportamento controllante e manipolatorio: il primo appare commisurato al contesto, rispettoso della nostra volontà e della nostra libertà e soprattutto è FONDATO SULLA FIDUCIA. Il secondo è inadeguato, eccessivo, vagamente o palesemente intimidatorio, assolutamente NON basato sulla fiducia e soprattutto ci suona come qualcosa di forzato, offensivo e limitante della libertà.

2) REGALI E ATTENZIONI: Vi riempie di regali ed attenzioni? Bello! Bellissimo! …peccato che troppo spesso queste attenzioni si limitino ai primissimi tempi della relazione, lasciando il passo più tardi a comportamenti molto meno romantici. Quando si ha a che fare con un partner (ma vale sempre anche al femminile) che mette in atto il “love bombing”, occorre essere cauti ed alzare le antenne: potrebbe essere un modo per renderci dipendenti e legarci alla relazione e al partner, anche attraverso l’illusione che tutto questo, prima o poi tornerà... Soprattutto quando tali comportamenti saranno scemati e gradualmente lasceranno il posto a comportamenti irrispettosi, sgradevoli quando non francamente abusanti e violenti. Una volta una conoscente mi raccontò di come il suo (ora ex) fidanzato, usasse presentarsi all’improvviso e non invitato sotto casa sua, presto al mattino, con dei fiori e la colazione, affermando di “aver pensato al suo benessere, che mangiasse prima di uscire”… peccato si trattasse di tentativi di controllare che fosse sola in casa e che stesse realmente recandosi a lavoro! Anche in questo caso occorre essere saggi ed avere buon senso: se il contesto in cui vengono messi in atto tali comportamenti vi appare inadeguato (state insieme da poco, avete già espresso il vostro disagio o disapprovazione), se vi sembrano eccessivi (magari vi conoscete da poco o non desiderate i regali che vi vengono fatti, oppure il partner si presenta all’improvviso quando non lo aspettate), se avete la sensazione che stia cercando di “comprare” la vostra dedizione ed il vostro amore o di controllarvi: prestate attenzione e valutate la reale natura della vostra relazione. Il VERO DONO è SPONTANEO, commisurato e sensibile ai VOSTRI DESIDERI, NON RICHIEDE DI ESSERE RICAMBIATO e non viene USATO COME STRUMENTO DI RICATTO EMOTIVO. Del controllo ho già parlato!

 

 

Chiaramente questo articolo non può essere esaustivo dei numerosi atteggiamenti messi in atto per indurre il partner a restare in una relazione, ma indicano le due grandi categorie di comportamenti che vengono più spesso fraintesi e scambiati per amore, interesse, dedizione e attenzione. Occorre imparare a distinguere dunque i comportamenti indicativi di reale interesse, rispetto ed amore da tutti gli altri, mossi principalmente dal desiderio di controllare e sottomettere il partner nella relazione.

 

Cosa fare dunque? Non esiste una ricetta che sia adatta e valida in ogni situazione, poiché ogni relazione ha le sue precipue caratteristiche dinamiche, tuttavia è possibile tenere in considerazione alcune regole:

  • ASCOLTARE E RISPETTARE LE VOSTRE SENSAZIONI: TUTTE le donne coinvolte in relazioni disfunzionali che ho seguito e seguo mi hanno riferito la stessa cosa: cioè sin dall’inizio della relazione, hanno avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di strano, inadeguato o eccessivo nel comportamento del partner… nelle sue attenzioni. Hanno sempre “sentito” che certe cose erano decisamente fuori luogo o poco comprensibili nel contesto di riferimento del rapporto.
  • SMETTERE DI CREDERE NEL PRINCIPE AZZURRO: non possiamo affidare ad un uomo l’impegno di “risolverci la vita”; dobbiamo darci da fare da sole per realizzare i nostri sogni, dare materia ai nostri interessi, concretizzare le nostre aspettative e anche sbarcare il lunario. Anni di evoluzione non hanno intaccato l’ideale dell’uomo salvifico e risolutivo, quello che riempirà i nostri vuoti emotivi e il nostro conto in banca, che ci accudirà come un padre e si prenderà cura di noi. Questo tipo di uomo non esiste… e se finge di esistere è perché da noi si aspetta di ricevere indietro la nostra stessa essenza, la nostra autonomia, i nostri sogni e la nostra forza. Perciò aprire gli occhi e darsi da fare è la prima cosa. Un aiuto è ben accetto, la totale dipendenza dall’altro no.
  • IMPARARE AD AMARCI: rincorrere ideali esterni di bellezza e successo è inutile se no si impara prima di tutto ad entrare in contatto e ad avere RISPETTO DELLE NOSTRE FRAGILITA’, proteggendoci e prendendoci cura di noi attraverso di esse. Esploriamo e conosciamo i nostri limiti e le nostre qualità, facciamolo prima di tutto da soli, senza aspettare che siano gli altri ad approvarci, indicarci se siamo ok oppure no, spiegarci i limiti e confini della nostra amabilità. Non importa se da bambini siamo stati amati in maniera condizionata e abbiamo imparato a fare quello che si aspettano gli altri per poter essere amati: ora siamo adulti, conosciamo bene l’inganno e abbiamo forza e strumenti per superarlo.
  • ASCOLTIAMO LE PERSONE CARE: non chiudiamo fuori amici fidati o parenti che ci mettono in guardia da un partner discutibile. Ascoltiamo cosa ci dicono, diamoci la possibilità di vedere le cose anche da un punto di vista esterno al nostro, che ci permetta di recuperare lucidità e razionalità laddove sono venute meno. Potremo imparare qualcosa di nuovo o forse, salvarci la pelle.
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COMUNICARE BENE PER UNA MIGLIORE AUTOSTIMA

Dott.ssa Annalisa Barbier

Possiamo definire l’autostima come la capacità di avere stima e fiducia nei confronti di se stessi. Si tratta d un’attitudine che viene principalmente influenzata dalle prime relazioni che intratteniamo con le figure di riferimento – soprattutto i nostri genitori -,  ma che necessita di continua cura e stimolo da parte  di ognuno di noi.

L’autostima si coltiva attraverso il rispetto di sé e delle proprie caratteristiche, l’accoglimento dei propri limiti, la capacità di darsi da fare per ottenere ciò che si desidera, ma soprattutto attraverso la capacità di riconoscere e far rispettare i propri valori, ciò che è importante per sé e la capacità dunque di imprimere alla propria vita una direzione coerente con il raggiungimento di ciò che si desidera  davvero.

 

Tra gli aspetti che sono in grado di influenzare l’autostima è anche lo stile comunicativo, la capacità di comunicare in modo efficace e coerente con gli altri: è molto importante dunque fare attenzione a ciò che avviene dentro di sé, mentre ci si relaziona con gli altri.

Infatti, il dialogo interno  - cioè ciò che diciamo costantemente a noi stessi, i giudizi, le frasi e le affermazioni che pronunciamo dentro di noi – e le parole che si tende ad utilizzare automaticamente nella comunicazione, possono influire sullo stato d’animo, e sull’impressione che si trasmette all'interlocutore.

 

Ad esempio, una persona che spesso ricorre mentre parla ad affermazioni come: “non credi?” oppure “sei d’accordo?” potrebbe dare l’impressione di ricercare approvazione, mentre una persona che continuamente ricorre all’uso di “se” e “ma” potrebbe far pensare di sé che è dubbiosa ed incerta.

La comunicazione  interpersonale comprende tre aspetti principali:

  • Comunicazione verbale: il linguaggio, sia scritto che orale;
  • Comunicazione non verbale: che comprende le mimiche facciali, gli sguardi, i gesti o la postura durante la comunicazione;
  • Comunicazione paraverbale: ossia il tono della voce, il volume ed il  ritmo della voce di chi parla. Comprende eventuali pause o altre espressioni sonore che come lo schiarirsi la voce.

È importante essere presenti a se stessi e consapevoli di come ci si sente e di cosa si pensa, mentre si comunica con gli altri. Ci sono parole che ci fanno sentire bene ed altre che creano in noi tensione e disagio. A volte percepiamo che il tono della nostra voce è “strano” e quasi non ci appartiene, altre volte invece percepiamo una coerenza ed un’armonia perfette tra ciò che vogliamo comunicare ed il modo in cui riusciamo a farlo.

Anche la postura che assumiamo durante la comunicazione ha un impatto importante sullo stato d’animo nostro e dell’interlocutore e sul modo in cui noi e l’altro ci percepiamo: comunicare da una posizione agevole, comoda e dignitosa favorisce sicuramente una comunicazione più fluida ed efficace rispetto a quella che potremmo avere se parlassimo da una posizione scomoda o spiacevole.

Pensiamo ad esempio a come ci sentiremmo se dovessimo comunicare una decisione importante ad una persona cara stando seduti in una posizione scomoda, magari con la schiena piegata in modo innaturale o la testa bassa … Ora invece pensiamo a come ci potremmo sentire se la nostra schiena fosse ben dritta e noi fossimo seduti in posizione comoda; sicuramente avremmo una maggiore capacità di esprimere con chiarezza e calma i concetti desiderati.

Anche la postura dunque ha importanza nella comunicazione.

 

Comunicare al meglio ci aiuta a coltivare migliori relazioni ed una migliore autostima, intesa come fiducia nella nostra capacità di ascoltare, conoscere, esprimere ciò che vogliamo e sentiamo. E anche di cavarcela nelle situazioni difficili…

 

Ecco di seguito alcuni suggerimenti per imparare una comunicazione che permetta crescita ed apertura:

1)     COMUNICA IN UNA POSIZIONE COMODA: schiena dritta, corpo rilassato favoriscono la calma e la riflessività, e contrastano risposte o reazioni impulsive.

2)      IMPARA A DIRE “SI”: aprirsi alla comunicazione può essere molto utile in una comunicazione sana. Ci aiuta a metterci in gioco, sperimentare e riflettere in modo nuovo sulle cose… e questo accresce la nostra autostima perché ci rende più elastici e capaci di avere diversi punti di vista. Significa anche imparare a rinunciare a tutte quelle espressioni che denotano chiusura, mancanza di disponibilità e rigidità: “No, non hai capito volevo dirti che…” oppure “No assolutamente non sono d’accordo” o anche “no, intendevo dire che…” sono espressioni di chiusura. In molti casi possono essere sostituite da espressioni che denotino apertura e disponibilità, se non altro, almeno ad ascoltare.

3)      PARLARE MENO, PARLARE MEGLIO: una buona autostima si nutre di concetti chiari e coerenti. Usare parole inutili, frasi ridondanti, premesse infinite prima di arrivare al punto importante del discorso non fa che rendere la comunicazione farraginosa, ambigua e a volte persino noiosa. Imparare ad utilizzare le parole necessarie e sufficienti ad esprimere con chiarezza un concetto è importante e rispettoso per il nostro tempo, il nostro benessere e quello dell’altro. Inoltre, parlarsi addosso, non solo non ci fa comunicare meglio ma rischia di chiuderci nel circolo vizioso della lamentela, ci allontana dalla realtà chiudendoci in una serie concentrica e potenzialmente infinita di concetti e pensieri autoreferenziali.

4)      PRENDI UNA PAUSA: ci fanno una domanda imbarazzante? Dobbiamo fare una telefonata importante? Dobbiamo comunicare una notizia spiacevole? Sono situazioni molto frequenti.  Imparando a restare per un attimo in silenzio prima di rispondere o prima di iniziare una conversazione importante, ci permettiamo di entrare in contatto con noi stessi, con la parte di noi che conosce meglio ciò che sentiamo e di “fare il punto” su ciò che vogliamo o dobbiamo dire.

5)      ATTENZIONE AL CONDIZIONALE: quante volte ci accorgiamo di parlare utilizzando il condizionale? “se avessi più tempo libero sarei più felice”, oppure “se fossi più magra avrei più successo” ecc… oppure ci rendiamo conto di parlare al futuro o al passato? Succede molto spesso ed è una specie di trappola della comunicazione – sia interna che con l’altro – poiché distoglie l’attenzione dal presente e dalle sue potenzialità e ci proietta in un tempo inesistente (futuro o passato) in cui non posiamo agire. Mentre nel presente possiamo agire. Ipotesi, dubbi e proiezioni indeboliscono la nostra autostima perché ci allontanano da noi stessi e dalla nostra capacità di agire nel presente. L’autostima si nutre di azione consapevole nel presente, non di dubbi, recriminazioni e paure.

6)      ATTENZIONE AI “SE” E AI “MA”: quando si dice “se” si parla di qualcosa in potenza, che non è ancora avvenuto, o che non posiamo più modificare: “se avessi fatto quella telefonata, oggi staremmo ancora”, oppure “se decidessi di vendere la casa, potrei fare finalmente quel viaggio che desidero…”. In questi casi occorre fare attenzione a non sostituire la realtà e l’azione nella realtà, con pensieri e riflessioni sterili, che certamente non aiutano la nostra autostima che, lo ripeto, ha per crescere ha bisogno di coraggio, contatto e azione nel momento presente.

 

Come acquisire maggiore autostima

 

PERCHÉ NON PORTO MAI A TERMINE LE COSE?

 

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PER RICONOSCERE UN SOCIOPATICO SFATIAMO I FALSI MITI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di: Annalisa Barbier

 

Esistono purtroppo categorie di persone - a volte affette da veri e propri disturbi della personalità, altre volte caratterizzate solo da alcuni particolari tratti psicologici - che sono in grado di essere davvero pericolose e dannose per il prossimo.

Si tratta di quelli che l’autrice americana Donna Andersen definisce genericamente sociopatici”: con questo termine non si intende esprimere una diagnosi clinica, quanto  piuttosto rappresentare una definizione generica per indicare i “predatori sociali”, cioè coloro che vivono la loro vita approfittando e sfruttando gli altri, spesso facendo leva sulle loro fragilità ed i loro bisogni senza pietà, empatia o rispetto per loro, né per le regole sociali.

 

Altri termini che vengono frequentemente utilizzati per indicare gli individui che rientrano nella categoria dei predatori sociali sono: narcisisti, psicopatici, antisociali, borderline. Di fatto si tratta di persone che possono soffrire di un disturbo della personalità compreso nel Cluster B del DMS-5:
  • Disturbo narcisistico di personalità
  • Disturbo di personalità antisociale
  • Disturbo istrionico di personalità
  • Disturbo borderline di personalità
Gli individui affetti da questi disturbi della di personalità tuttavia, nonostante alcune differenze, hanno in comune una caratteristica: IGNORANO I DIRITTI ED I BISOGNI DELLE PERSONE INTORNO A LORO E NE ABUSANO, procurando loro danni economici, psicologici, spirituali e fisici, fino ad arrivare – in casi estremi – alla morte della vittima per omicidio o suicidio. Migliaia di individui con queste caratteristiche purtroppo vivono liberamente intorno a noi e non sono affatto i pazzi serial killer che ci mostrano i media: spesso infatti si tratta di individui estremamente affascinanti, intelligenti, colti e carismatici, che a volte ricoprono ruoli di prestigio e responsabilità.
L’unico modo per salvarsi dalla loro influenza è IMPARARE A RICONOSCERLI E A TENERSENE BENE ALLA LARGA!
La prima cosa da fare, prima di esaminare quali sono i segnali di allarme che indicano che ci troviamo di fronte ad un sociopatico, è SFATARE TRE GRANDI MITI DELLA NOSTRA CULTURA – come suggerisce Donna Andersen - che ci traggono in inganno:
  1. MITO NUMERO 1: SOCIOPATICO = SERIAL KILLER. Le persone pensano – sull’onda di ciò che film e romanzi ci mostrano a partire dal bellissimo “Psycho” di Hitchcock - che psicopatici o sociopatici siano solo i serial killer francamente fuori di testa, in grado di commettere efferati e ripetuti omicidi a sangue freddo, e tendono ad applicare questa etichetta solamente a coloro che commettono omicidi. La verità è che la maggior parte degli psicopatici non commette omicidi, e la percentuale di serial killer all'interno di questa categoria è molto bassa, spesso associandosi con un disturbo psicotico. La presenza di questo pregiudizio (psicopatico = serial killer), rende dunque difficoltoso riconoscere nelle persone vicine a noi (genitori, fratelli o sorelle, mariti o partner, figli, colleghi, capi ecc…) i comportamenti di sfruttamento e manipolazione tipici dei sociopatici.
  2. MITO NUMERO 2: IN OGNUNO DI NOI C’E’ DEL BUONO E DOBBIAMO TROVARLO. Sin dalla nostra tenera età la cultura in cui viviamo ci insegna a dare per scontato che in ognuno di noi ci sia del buono e che è nostro compito trovare questo “buono” cercando, tollerando, sopportando e perdonando i comportamenti dell’altro. Ci è stato insegnato a non reagire se gli altri ci fanno del male, a considerare le motivazioni profonde del comportamento di chi ci ferisce, a perdonare pensando che tutti possiamo avere un a brutta giornata: niente di più inutile e dannoso se abbiamo a che fare con un sociopatico. Cercare di giustificare e perdonare a tutti i costi il comportamento di un partner, un familiare o un capo che approfitta di noi, ci ferisce o ci danneggia, solo perché “poverino/a deve aver tanto sofferto nella sua infanzia”, non servirà altro che a peggiorare le cose. Ricordiamo prima di tutto che questi individui sfruttano e si approfittano degli altri non perché hanno sofferto nella loro infanzia, o perché sono tristi e si sentono infelici ma semplicemente PERCHE’ VOGLIONO FARLO, perché questo rientra nei loro obiettivi e nella loro modalità di vita.
  3. MITO NUMERO 3 = TUTTI DESIDERIAMO ESERE AMATI. Tutti desideriamo essere amati, accuditi, prenderci cura di qualcuno, costruire un futuro insieme… del resto gli studiosi hanno dimostrato da sempre quanto l’amore sia importante per la salute, per la realizzazione, per la stabilità emotiva di ognuno di noi. Maslow, nella sua Teoria Della Motivazione Umana (vedi immagine più sotto), inserisce l’amore al terzo livello della sua scala di bisogni dell’essere umano insieme al bisogno di appartenenza, accettazione, amicizia, intimità e famiglia: il bisogno di amore si viene dunque a trovare tra il bisogno di sicurezza e protezione ed il più elevato bisogno di stima e autorealizzazione. Ne deduciamo dunque che tutti abbiamo bisogno di amore: di amare ed essere amati. Nulla di più sbagliato: i SOCIOPATICI NON HANNO BISOGNO DI AMORE. Come lo stesso Maslow scrive: “La cosiddetta “personalità psicopatica” è un altro esempio di perdita permanente del bisogno di amore… infatti il nucleo di questo disturbo della personalità è l’capacità di amare”. I sociopatici non provano empatia, non costruiscono legami emotivi ed affettivi con le altre persone, sono freddi.
Gli psicopatici sembrano essere caratterizzati dalla presenza di 3 NUCLEI fondamentali:
1) Deficit emotivo: per cui NON provano e NON comprendono le emozioni, ma le osservano negli altri con grande curiosità ed attenzione, rendendosi conto che per gli altri - queste “cose” che sono le emozioni - sembrano essere davvero importanti e quindi bisogna imparare a fingerle in qualche maniera, se si vuole essere accettati e creduti;
2) Ipercognitività: grande intelligenza e grande curiosità verso il comprendere il mondo esterno ed i comportamenti degli altri esseri umani;
3) Uso della MASCHERA: al fine di ottenere ciò che desiderano. Essi dunque sono eccellenti attori: essendo caratterizzati da una grande intelligenza ed abilità cognitiva sono in grado di imitare le emozioni che vedono negli altri, e sono perfettamente capaci – anzi molto abili in questo - di comprendere di cosa l’altra persona ha bisogno e di fingerlo, poiché sanno che in questo modo verranno “accolti”, creduti e otterranno ciò che desiderano: solitamente POTERE, CONTROLLO, SESSO E DENARO.
Se impariamo a tenere a bada l’influenza di questi tre miti, e a ricordare che NON VALGONO per sociopatici e psicopatici, impareremo anche a non cascare a piè pari nelle trappole che questi individui tendono - soprattutto alle persone fragili, particolarmente ingenue e bisognose - al solo fine di ottenere ciò che desiderano.
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CHI SONO I SOCIOPATICI E COME RICONOSCERLI

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

Purtroppo, si sente sempre più spesso parlare di relazioni tossiche, disfunzionali e persino pericolose per la sopravvivenza di chi ne è coinvolto. La cronaca ne scrive quotidianamente: si tratta di relazioni con persone che possiamo definire – come scrive l’autrice del sito “Love Fraud”, Donna Andersen – SOCIOPATICI.

Con questo termine generico non voglio indicare una diagnosi clinica, ma una categoria di individui più o meno dannosi nelle relazioni con gli altri (soprattutto in quelle romantiche), caratterizzati da:

 

 

·             diagnosi cliniche diverse, che possono in parte sovrapporsi

·             comportamenti predatori e di sfruttamento degli altri

Con il generico termine “sociopatico” quindi, vengono indicati individui che possono ricevere diverse diagnosi cliniche indicate nel manuale DMD-5:

·             Disturbo antisociale di personalità (DAP)

·             Disturbo narcisistico di personalità (DNP)

·             Disturbo borderline di personalità (DBP)

E soprattutto la Psicopatia, che non è contenuta né indicata nel DSM-5 ma che è ben rappresentata da alcuni tratti del DAP e del DNP, quando questo ultimo soprattutto assume particolari caratteristiche di gravità e dannosità verso gli altri (Narcisismo Maligno, Narcisismo Perverso).

In ambito di ricerca gli autori tendono ad utilizzare prevalentemente il termine “psicopatia”, ma nella clinica spesso si usa genericamente il termine “sociopatico”. Tuttavia esiste una certa confusione e sovrapposizione di termini sia in ambito clinico che di ricerca, della quale parlerò in un prossimo articolo e che non è mio obiettivo affrontare qui.

In questo articolo, mi interessa condividere alcune fondamentali conoscenze di base per imparare a individuare questi predatori sociali.

 

CHI SONO I SOCIOPATICI

I sociopatici sono dei predatori sociali: sfruttano gli altri per raggiungere obiettivi personali come denaro, potere, notorietà, soddisfacimento sessuale o status sociale, e lo fanno in maniera subdola e pericolosa: MANIPOLANDO LE PERSONE I ATTRAVERSO I LORO SENTIMENTI E LE LORO  EMOZIONI.

Il risultato delle loro macchinazioni sono:

  • traumi psicologici e fisici
  • bancarotta
  • a volte la morte della vittima

quindi è molto importante:

  • accettare il fatto che ESISTONO DAVVERO persone con le caratteristiche che andremo a esaminare
  • imparare a RICONOSCERLI in tempo per potersi salvare

I sociopatici sono sia uomini che donne, e NON SONO AFFATTO PAZZI come potremmo ingenuamente credere. Sono anzi persone dotate di una spiccata intelligenza, spesso colte, carismatiche ed affascinanti, capaci di essere amabili e brillanti ,quando questo è necessario per agganciare e raggirare la vittima.

 

Ecco come il Dottor Robert Hare, uno dei  più grandi studiosi di psicopatia a livello mondiale, descrive gli psicopatici nel suo libro “Without Conscience: the disturbing world of psychopath among us”:

 

Gli psicopatici sono predatori sociali che seducono, manipolano  e si fanno spietatamente strada nella vita, lasciandosi alle spalle una scia di cuori spezzati,  aspettative distrutte e portafogli svuotati.  Completamente privi di coscienza e sentimenti verso gli altri, egoisticamente essi prendono ciò che vogliono e fanno ciò che desiderano, violando le norme sociali le aspettative degli altri senza il più pallido senso di colpa o rimorso.” *

 

Queste persone possono essere anche molto pericolose, ed esistono milioni di esse intorno a noi - anche se non vorremmo crederlo possibile: le statistiche stimano che dall’1%  al 4% della popolazione è affetta da psicopatia, fino al 6% è affetta da disturbo narcisistico e fino al 6% della popolazione è affetta da disturbo borderline di personalità.

Alcune di queste persone hanno manifestato comportamenti francamente criminali e sono in prigione per i reati commessi, ma molte altre agiscono più o meno indisturbate intorno a noi, muovendosi in modo ambiguo in quella zona grigia tra ciò che è legale e ciò che non lo è, eludendo le autorità e comportandosi come se le normali regole non si applicassero a loro. Questi individui possono SEMBRARE PERFETTAMENTE NORMALI quando vogliono agganciare una vittima, anzi sanno indossare la maschera del collega perfetto, dell’amico perfetto e dell’amante perfetto finché fa loro comodo. Per poi manipolare e sfruttare a loro piacimento la vittima designata, lasciandola traumatizzata, addolorata, senza soldi e in alcuni gravi casi, senza vita, come la cronaca ci mostra.

Vediamo ora quali sono le caratteristiche importanti per riconoscere un predatore sociopatico:

1)    INIZIALMENTE APPAIONO PERFETTI: sanno dare di loro esattamente l’immagine che ci aspettiamo e desideriamo dall’incontro perfetto! Partner romantici che si presentano come principi azzurri… nuove conoscenze che sembrano essere l’amicizia perfetta di sempre, il nuovo capo che non sembra vero possa esistere…

2)     BRILLANTI, CARISMATICI E SOCIALMENTE PIACEVOLI: sanno perfettamente indossare queste maschere per entrare in contatto e agganciare le loro vittime;

3) BUGIARDI PATOLOGICI: mentono continuamente e senza timore per poter manipolare persone e situazioni

4)    IRRESPONSABILI E SPIETATI: non provano ansia, paura o rimorso. Non sanno mettersi nei panni degli altri quindi agiscono spietatamente e senza alcuno scrupolo per raggiungere i loro obiettivi.

5)    SUPERFICIALI: sono superficiali nel rincorrere i loro obiettivi, si annoiano facilmente, cambiano facilmente idea. Non hanno amici né lavoro fisso. Spesso non sono neanche in contatto con la loro famiglia di origine.

6)     SEMPRE ALLA RICERCA DI STIMOLI E DI NUIVE SFIDE: ricercano stimolazioni continue e di provare spesso il brivido dell’insolito.

7)    SESSUALMENTE PERVERSI: frequentemente mostrano attitudini e predisposizioni a comportamenti sessuali fuori dalla norma, richiedendo prestazioni sessuali particolari: sono promiscui e infedeli.

8)    MANIPOLANO E CONTROLLANO

9)    SONO FREDDI E PRIVI DI EMPATIA

10) NON PROVANO PAURA O ANSIA

11) LE REGOLE NON FANNO PER LORO: si ritengono speciali e al di sopra delle regole comunemente condivise dalla società. Avere a che fare con loro è come giocare allo stesso gioco ma seguendo regole completamente differenti, ovviamente create da loro!

12) HANNO COMPORTAMENTI ANTISOCIALI: un passato problematico con la legge o la famiglia di origine.

 

Attenzione dunque quando incontrate individui che all’inizio sembrano “troppo belli per essere veri”, ricordate che probabilmente non lo sono, e aprite bene gli occhi! Non esiste un trattamento o una terapia per queste persone, perché fondamentalmente lor stesse non reputano assolutamente di averne bisogno. Perciò occorre essere attenti e cauti al fine di salvaguardare la propria incolumità psicologica, finanziaria e finanche fisica.

*© 1993, Robert D. Hare, PhD

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COME IDENTIFICARE I NOSTRI VALORI GUIDA?

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

In un mio precedente articolo, spiego come i nostri VALORI rappresentino i nostri desideri più sinceri e profondi, in grado di aumentare la gratificazione e la pienezza di significato della nostra vita.

 

Identificare i propri valori dunque, è un lavoro di consapevolezza davvero molto importante, in grado di donare coerenza e stabilità, benessere psicofisico e realizzazione personale.

 

Infatti, conoscere e rispettare i valori che sono davvero sentiti e rilevanti, permette di scoprire ciò che motiva profondamente la nostra azione, e che vorremmo guidasse i nostri gesti e le nostre scelte, di là dai giudizi esterni o interni e di là dalle paure e delle difficoltà che inevitabilmente troveremo sul cammino. Identificare e perseguire con coerenza e tenacia i propri valori favorisce la capacità di accettare il presente e le difficoltà che esso può presentare, restando disponibili, elastici ed aperti all’esperienza per ciò che essa è, anche se dolorosa, conferendo dignità ai nostri sforzi e mantenendoci saldi nel nostro impegno.

 

Una prima importante distinzione riguarda VALORI e OBIETTIVI/SCOPI:

 

I VALORI sono i desideri più profondi, i principi guida che ci orientano e motivano nella vita; essi rappresentano la qualità irrinunciabile delle azioni e dei comportamenti che mettiamo in essere nelle diverse aree della nostra vita (es. essere una madre amorevole e presente; realizzare una relazione di coppia fondata su lealtà, rispetto e condivisione; essere un medico preparato e aggiornato, capace di dare sollievo ai pazienti ecc…). Sono la CORNICE all’interno della quale obiettivi e scopi rappresentano le tappe del cammino verso la realizzazione concreta e reale dei valori stessi. Sono di natura ASTRATTA e SEMPRE PRESENTI (non appartengano al tempo poiché sono sempre validi). Gli OBIETTIVI sono invece PROIETTATI NEL FUTURO e sono di natura CONCRETA: essi infatti corrispondono a qualcosa che vorremmo concretamente realizzare e rappresentano le pietre miliari nel cammino che rappresenta sintonia e coerenza con i valori che abbiamo individuato.

 

IDENTIFICARE ed ENTRARE IN CONTATTO con i nostri valori, ci permette di essere coerenti e di agire in armonia con essi, donando alla nostra vita e alle nostre azioni la grazie di essere coerenti e i armonia con i valori desiderati.

 

 

 

ESERCIZI PER IDENTIFICARE I VALORI

Di seguito alcuni esercizi, mutuati dalla ACT (Acceptance and Commitment Therapy, di R. Harris), molto utili per imparare a identificare i propri valori.

 

1.    DISCORSI IMPORTANTI: immagina di assistere al tuo 80esimo compleanno, o a un evento di passaggio importante della tua vita (ad esempio il pensionamento). Un paio di persone a te care parlano di te esprimendo ciò che rappresenti per loro, il ruolo che hai avuto nelle loro vite: in un mondo ideale in cui hai vissuto la tua vita esattamente come la persona che vorresti essere, cosa ti piacerebbe che dicessero di te?

2.    VITA E MORTE:

·      immagina di assistere al tuo funerale: cosa vorresti che i presenti dicessero di te?

·      metti in scena il tuo funerale come uno psicodramma;

·      ti restano 24 ore di vita ma non puoi dirlo a nessuno: chi vorresti visitare? Cosa faresti e diresti?

3.    SE…ALLORA: immagina di aver raggiunto un obiettivo davvero molto importante per te: come cambierai di conseguenza? Cosa faresti di diverso rispetto a oggi? Come ti comporteresti con amici, colleghi, parenti ecc. diversamente da ora?

4.    LA BACCHETTA MAGICA:

·      immagina di avere a disposizione una bacchetta magica che ti garantirà l’approvazione indiscriminata di tutti. Qualunque cosa tu decida di fare tutti ti rispettano ed ammirano, sia che diventi un importante scienziato che un serial-killer: cosa vorresti fare nella tua vita? Come ti comporteresti e come tratteresti gli altri?

·      Immagina di avere a disposizione una bacchetta magica in grado di cancellare tutti i pensieri, ricordi e sentimenti dolorosi che hai, e che essi non avranno più alcun effetto su di te: cosa faresti con la tua vita? Cosa vorresti iniziare a fare o smettere di fare? Cosa faresti di più o di meno? O cosa faresti in modo diverso? Da cosa ci accorgeremmo della magia avvenuta?

5.    COSA CONTA? Chiediti cosa desideri veramente? Cosa è davvero importante per te? In cosa vuoi impegnarti? C’è qualcosa nella tua vota che le dona scopo, valore, significato e vitalità?

6.    L’EREDITA’: immagina di ricevere una enorme eredità: cosa vorresti farne? Con chi la vorresti condividere? Come ti comporteresti con coloro che condividono la tua nuova vita?

7.    ATTRAVERSO IL DOLORE: il tuo dolore può essere il tuo più grande alleato e maestro:

·      Cosa ti dice in merito a ciò che è davvero importante per te?

·      Come può aiutarti a crescere e sviluppare nuovi punti di forza e competenze?

·      Dalla preoccupazione al prendersi cura: di cosa ti mostrano che ti stai preoccupando le tue paure e le tue ansie? Cosa ti dicono che per te è davvero importante?

8.    PUNTI DI FORZA: quali punti di forza e qualità ritieni di possedere? Quali nuovi desideri vorresti sviluppare e che qualità o caratteristiche vorresti iniziare a possedere? E come li vorresti impiegare?

9.    DISAPPROVAZIONE: che cosa disapprovi o ti irrita nel comportamento degli altri? Cosa faresti di diverso, se fossi nei loro panni?

10. AMMIRAZIONE: Chi ammiri? Chi ti ispira? Quali sono punti di forza e qualità che ti ispirano in queste persone?

 

Questi semplici esercizi potranno essere davvero utili per identificare e lavorare sui valori che guidano la propria vita, aiutandoci a fare ordine  e a stabilire obiettivi e modalità di vita coerenti con ciò che desideriamo profondamente.

Buon lavoro!

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IDENTIFICA I TUOI VALORI, CREA UNA VITA PIU' PIENA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

I VALORI indicano i desideri più sinceri e profondi che ci permettono di aumentare la pienezza e il significato della nostra vita.

L’identificazione dei propri valori è un passaggio fondamentale verso la guarigione e il benessere psicologico, proprio perché permette di scoprire ciò che motiva profondamente la nostra azione, ciò che è davvero rilevante per noi, e che vorremmo guidasse i nostri gesti e le nostre scelte, di là dai giudizi esterni o interni e di là dalle paure e delle difficoltà che inevitabilmente troveremo sul cammino.

Identificare e scegliere di perseguire i propri valori e gli obiettivi che ne fanno parte, favorisce i processi di accettazione, disponibilità ed apertura all’esperienza per ciò che è, anche se dolorosa, conferendo dignità ai nostri sforzi e mantenendoci saldi nel nostro impegno.

Occorre imparare a distinguere tra VALORI e OBIETTIVI/SCOPI nel nostro cammino verso una maggiore realizzazione di noi stessi.

I VALORI sono i desideri più profondi, sono i principi guida che ci orientano e motivano nella vita, portandoci ad andare nella direzione di ciò che è importante per avere un’esistenza piena, gratificante e di valore.  In termini di ACT (terapia dell'accettazione e dell'impegno - Acceptance and Commitment Therapy), i valori rappresentano le qualità delle azioni e dei comportamenti che mettiamo in essere nelle diverse aree della nostra vita (es. essere una madre amorevole e presente; realizzare una relazione di coppia fondata su lealtà, rispetto e condivisione; essere un medico preparato e aggiornato, capace di dare sollievo ai pazienti ecc…). I valori rappresentano metaforicamente la CORNICE all’interno della quale obiettivi e scopi rappresentano le tappe del cammino verso la realizzazione concreta e reale dei valori stessi; ad esempio “essere una mamma presente e amorevole” è un valore, mentre “trascorrere più tempo insieme ai miei figli il pomeriggio” rappresenta un obiettivo. Mente i valori sono ASTRATTI e SEMPRE PRESENTI (non appartengano al tempo ma al “qui ed ora”)

GLI OBIETTIVI sono invece PROIETTATI NEL FUTURO e soprattutto CONCRETI E RAGGIUNGIBILI, corrispondono a qualcosa che vorremmo fare concretamente o realizzare, e rappresentano le pietre miliari lungo il cammino che tende alla sintonia e alla coerenza con i valori che abbiamo individuato; ad esempio possiamo non aver portato a termine gli studi universitari, ma in armonia con il valore della conoscenza possiamo comunque dedicarci allo studio di ciò che ci interessa, ogni volta che desideriamo farlo.

Un’altra differenza consiste nel fatto che i valori NON SONO GIUDICABILI, in quanto giusti e perfetti così come vengono sentiti e identificati da ognuno di noi.

Entrare in contatto – in ogni momento – con i nostri valori, ci permette di essere coerenti e di agire in armonia con essi, imprimendo alla nostra vita e alle azioni che compiamo, la direzione corretta  e coerente con i valori desiderati.

La CONSAPEVOLEZZA dei nostri valori e L’IMPEGNO nel perseguirli, ci permette di andare avanti nella direzione desiderata - donando senso e ricchezza alla nostra vita - anche in presenza di dolore psicologico, difficoltà o ostacoli.

Una bella e utile metafora utilizzata nella ACT è quella della bussola durante una viaggio per mare: i valori rappresentano la direzione che vogliamo raggiungere e che viene indicata dall’ago della bussola, e le attività intermedie svolte durante la viaggio (ad esempio pescare o fare immersioni, fermarsi in alcune isole ecc.) rappresentano gli obiettivi intermedi che ci portano verso la meta desiderata.

L’IMPEGNO è un altro importantissimo elemento che ci permette di realizzare una vota di valore e ricca di senso; infatti scegliere e imparare a coltivare i propri valori implica impegnarsi ad agire nella direzione di essi ed in sintonia con essi,  coltivando la capacità di essere tenaci nonostante gli ostacoli, le difficoltà e gli impacci.

Identificare i propri valori non è sempre semplice; tuttavia basta contattare la propria sofferenza a volte per imparare a decifrare i valori sottostanti poiché spesso questa compare quando ci discostiamo dai nostri valori (anche se non ne siamo ancora consapevoli) o quando qualcosa ne minaccia la realizzazione; ad esempio, la gelosia compare quando i valori di lealtà e fedeltà nella coppia vengono messi a repentaglio.

 

COME IDENTIFICARE I NOSTRI VALORI

Sebbene non sia facile identificare e riconoscere i nostri valori, la ACT utilizza alcune domande specifiche attraverso le quali è possibile rendersi consapevoli di quali essi siano:

1)   Cosa vuoi veramente?

2)   Cosa vuoi che la vita significhi per te?

3)   Che tipo di persona vorresti essere (nelle diverse aree di vita: lavoro, famiglia, amici ecc)?

4)   Che tipo di relazioni vuoi costruire nella tua vita?

5)   Come vorresti agore nel mondo e con le persone?

6)   Cosa vuoi fare della tua vita?

Oppure, per imparare a distinguere gli obiettivi dai valori, ecco alcune domande utili:

1)     una volta raggiunto tale obiettivo (specificato dalla persona), come ti comporteresti quindi?

2)     Cosa è importante per te nel raggiungere tale obiettivo?

3)     Cosa ti permetterebbe di fare/essere il tuo obiettivo, una volta raggiunto?

Un altro modo interessante e divertente per aiutarci a identificare i valori consiste nel rispondere alle seguenti domande:

1)    E’ la tua festa dei 50 anni (o 80…), cosa vorresti che i tuoi amici più cari dicessero di te in tale occasione?

2)    Cosa vorresti che venisse detto di te al tuo funerale?

3)    Immagina di avere solo 24 ore di vita e di non poterlo dire a nessuno; cosa faresti? Chi vorresti incontrare o visitare?

4)    Cosa vorresti fosse scritto sull’epitaffio della tua lapide?

 

Spesso infatti, il confronto con la morte stimola delle riflessioni profonde sul valore e sul senso ultimo della vita, e del senso che si desidera dare ad essa.

L’AZIONE IMPEGNATA o “commited action”, nella ACT rappresenta un elemento molto importante per il benessere psicologico della persona, ed è la conseguenza della scelta di un valore e della determinazione a perseguirne la direzione, accettando ciò che accade dentro e fuori di noi, mantenendo la rotta nella giusta direzione del valore identificato.

E’ importante infatti comprendere che alcuni comportamenti e scelte ci portano nella direzione opposta al valore identificato, mentre altri ci mettono sulla “retta via”, donando senso di integrità, pienezza e coerenza alla nostra vita.  Distinguere i comportamenti che ci allontanano dai valori da quelli che sono in armonia con essi, ci aiuterà a vivere una vita più piena e ricca, ma per fare ciò occorre anche imparare a:

·      Essere tenaci nonostante difficoltà e ostacoli

·      Mantenere l’impegno preso, con la costanza che nasce dalla consapevolezza di fare la cosa “giusta” per noi

·      Imparare a disciplinare gli impulsi e tollerare la frustrazione

 

ALCUNI AMBITI IN CUI IDENTIICARE I NOSTRI VALORI

·      FAMIGLIA: che tipo di sorella/fratello, figlio/figlia, padre/madre vorresti essere? Che qualità vorresti che la tua famiglia possedesse?

·      RELAZIONI INTIME: che tipo di partner vorresti essere? Che qualità vorresti possedesse la tua relazione?

·      AMICIZIA: che tipo di amico/amica vorresti essere? Quali caratteristiche e qualità vorresti realizzare nelle tue relazioni di amicizia e conoscenza? Cosa significa per te  essere “un buon amico”, quali atteggiamenti e comportamenti ne farebbero parte?

·      CARRIERA E PROFESSIONE: che tipo di lavoro vorresti svolgere, se ti trovassi in un mondo ideale? Descrivi questo lavoro, e indica che tipo di rapporti vorresti avere con capo e colleghi.

·      CRESCITA PERSONALE E STUDIO: che percorso di crescita vorresti fare? Che qualità personali, conoscenze, abilità e competenze vorresti sviluppare?

·      HOBBY: quali attività ricreative di piacerebbe svolgere? Attività fisica, oppure hobby e passatempi.

·      SPIRITUALITA’: non si parla solamente di religione ma di spiritualità in senso ampio, intesa come evoluzione interiore e personale, emotiva e cognitiva. Indica quali attività ti piacerebbe svolgere e quanto conta per te questo aspetto (dallo yoga alla psicoterapia a percorsi di autoconsapevolezza, preghiera o meditazione ecc).

·      SALUTE E BENESSERE FISICO: che rapporto vuoi avere con la tua salute psicofisica? Che cura vuoi prenderti di te? In questo ambito rientrano l’attività fisica, uso di sostanze o tabacco, alcol, alimentazione, igiene di vita ecc.

 

Se ti è piaciuto questo articolo, e desideri approfondire la conoscenza della ACT, ti suggerisco di leggere:

  • “LA TRAPPOLA DELLA FELICITA’” di Russ Harris
  • “SMETTI DI SOFFRIRE, INIZIA A VIVERE” a cura di P. Moderato
  • O di collegarti a questo LINK.

 

 

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ANSIA: CHE FARE?

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

Quando parliamo di ANSIA ci riferiamo a quella sensazione di preoccupazione, tensione, irrequietezza o franca oppressione e paura che si associano a determinate situazioni di vita.

 

Non sempre la sensazione che si prova è nociva, poiché l’ansia rappresenta anche una reazione sana e funzionale dell’insieme mente-corpo alle circostanze in cui si percepisce la presenza di una minaccia; tuttavia, molte volte l’evento “minaccioso” non è realmente pericoloso, ma è percepito come tale dall’individuo.

La differenza tra una minaccia reale ed una minaccia percepita sta nel grado di realtà del rischio.

Faccio un esempio: se mi ritrovo in piena notte a dover percorrere a piedi un tratto di strada buio, perché magari mi si è fermata la macchina e ho anche il telefono scarico (o sono molto sfortunata o molto poco previdente) e provo ansia e paura, si tratta di un rischio reale e concreto per la mia integrità (potrei infatti essere assalita da malintenzionati). Se mi trovo invece ad una cena di lavoro, e comincio a sudare freddo perché ho paura di dire qualcosa di sciocco o di fare brutta figura mangiando davanti ai colleghi, mi trovo di fronte ad una minaccia percepita, cioè non realmente dannosa per la mia incolumità, ma molto pericolosa per me, poiché attribuisco al giudizio di colleghi un valore enorme, e temo di perdere la faccia.

 

L’ansia rappresenta dunque una attivazione mentale e fisica in risposta ad uno stimolo percepito come pericoloso, e comprende solitamente i sintomi sopra elencati, che possono raggiungere un’intensità e una frequenza tali da compromettere il nostro benessere  la capacità di svolgere molte delle attività della vita quotidiana, lavorativa e personale.

 

I sintomi più comuni di ansia riguardano sia  la sfera cognitiva che quella emotiva e fisica.

 

I PRINCIPALI SINTOMI COGNITIVI ED EMOTIVI DI ANSIA SONO:

  1. apprensione
  2. timore
  3. preoccupazione
  4. senso di paura o pericolo imminente
  5. anticipazione apprensiva di ciò che sarà
  6. ipervigilanza
  7. inquietudine
  8. distraibilità e difficoltà di concentrazione
  9. disturbi della memoria

 

I SINTOMI FISICI SONO:

  1. cefalea da tensione, sensazione di mancanza di aria
  2. nausea e disturbi gastrointestinali
  3. parestesie
  4. irrequietezza motoria
  5. palpitazioni e respiro affannoso
  6. sudorazione
  7. tremori
  8. tensioni muscolari
  9. bocca secca
  10. sensazione di “nodo alla gola”
  11. vertigini e sbandamento
  12. disturbi del sonno , in particolare difficoltà a prendere sonno
  13. senso di spossatezza e facilità a sentirsi stanchi

 

L’ansia rappresenta dunque una attivazione mentale e fisica in risposta ad uno stimolo percepito come pericoloso, e comprende solitamente i sintomi sopra elencati, che possono raggiungere un’intensità e una frequenza tali da compromettere il nostro benessere  la capacità di svolgere molte delle attività della vita quotidiana, lavorativa e personale.

Può essere provocata in risposta ad una minaccia reale oppure comparire in risposta a cause “interne” quali conflitti inconsci, pensieri, immagini, ricordi o previsioni.

 

La TEORIA COGNITIVA DELL’ANSIA la considera come la risposta ad una potenziale minaccia, considerata tale in funzione del significato che la mente attribuisce ad una particolare situazione o stimolo, sulla base delle esperienze precedenti (apprendimento) e della percezione delle proprie capacità di fare fronte alla minaccia (abilità di fronteggiamento delle difficoltà), e  ha la funzione di prepararci ad agire contro la minaccia o a fuggire da essa (evitamento).

Quando si soffre di ansia, la vita quotidiana rischia di diventare davvero difficile, poiché molte cose vengono vissute come pericolose, difficili, spiacevoli oppure come ostacoli insormontabili.

Alla base di questo disturbo, si trovano i pensieri disfunzionali o pensieri automatici negativi: una serie di messaggi che mandiamo a noi stessi sotto forma di dialogo interiore, caratterizzati dall’elemento comune della minacciosità e della percezione di scarsa capacità personale di fare fronte alle difficoltà.

 

COSA POSSIAMO FARE PER IMPARARE A GESTIRE L’ANSIA?

 

TECNICHE COGNITIVE

1) ricordare che spesso la percezione di minacciosità dell’evento che fa paura è legata non tanto alla sua reale pericolosità ma ad una valutazione soggettiva, influenzata da convinzioni ed esperienze pregresse: mettere in discussione i pensieri che automaticamente insorgono, cercando interpretazioni alternative e più realistiche, permette di agire in modo più funzionale rispetto alle “vecchie” abitudini

2) imparare a riconoscere quali sono le situazioni in cui tendiamo a sentirci più ansiosi e preoccupati

3) imparare a riconoscere quali sono le situazioni in cui la paura ci “blocca” dall’agire

4) imparare a distinguere i pensieri disfunzionali sottostanti che ci portano a considerare pericoloso certi eventi, o a considerare noi stessi come poco capaci di fronteggiare e risolvere situazioni impegnative o che ci preoccupano

5) fare caso a tutte le volte in cui l’ansia ci porta all’ EVITAMENTO, impedendoci di affrontare e risolvere alcune questioni che possono essere importanti, In tal modo infatti, l’evitamento aumenta il disturbo di ansia attraverso alcuni meccanismi:

            a) evitando di affrontare ciò che ci preoccupa e rimandandone la soluzione, mandiamo a noi stessi un messaggio che suona così: “non sei all’altezza di farlo da solo, devi farti aiutare”

            b) non affrontando l’evento che fa paura, non impariamo a sviluppare le reali capacità di fronteggiamento che ci aiuterebbero a cavarcela nelle future situazioni simili

            c) impariamo a sentirci “impotenti” o incapaci e questa percezione aumenterà la nostra ansia nelle situazioni simili che si presenteranno in futuro

 

TECNICHE COMPORTAMENTALI

1) agire INSIEME ALL’ANSIA e non senza ansia. Questo ci permetterà di apprendere che, nonostante la sgradevole sensazione legata all’attivazione ansiosa, possiamo comunque fare qualcosa di costruttivo e che, sebbene non faremo la cosa migliore in assoluto, saremo comunque capaci di fare qualcosa e non percepiremo il senso di impotenza e incapacità

2) per fare ciò possiamo stabilire una graduatoria di cose che incutono ansia ed iniziare dalla meno preoccupante, dandoci da fare per NON EVITARLA: meglio agire poco e in modo imperfetto che non agire affatto

3) affrontare gradualmente le situazioni ansiogene, per comprendere che le tanto temute conseguenze negative non sono poi così reali

 

TECNICHE DI RILASSAMENTO

Sono le tecniche che permettono di abbassare la reattività del sistema neurovegetativo coinvolto nei disturbi d’ansia, di rilassarci e soffrire meno i sintomi fisici dell’ansia.

Molto utile è il Training autogeno che permette, attraverso un allenamento costante al rilassamento, di mantenere un livello di attivazione neurovegetativa più basso e funzionale ad una qualità della vita migliore.

 

MINDFULNESS

Attraverso l’allenamento al contatto con se stessi, all’osservazione non giudicante del momento presente, ci insegna a stare nel presente con un atteggiamento mentale di calma e accettazione, a prendere le distanze dai pensieri disturbanti che influiscono sul nostro benessere, a non agire immediatamente i vecchi schemi, lasciano invece che si creino una dimensione ed uno spazio all’interno dei quali – allentando il meccanismo automatico stimolo-risposta – avremo spazio per inserire una modalità di azione nuova e più funzionale. La Mindfulness ci permette di osservare i nostri pensieri e le nostre emozioni come se fossimo un osservatore esterno, ci insegna a non identificarci con questi contenuti mentali creando una “distanza” molto utile per migliorare il nostro benessere psicofisico.

 

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A TUTTO SI PUO' TROVARE LA SOLUZIONE

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IL MITO DELL'INDIPENDENZA

 

"Due sono meglio di uno perché hanno una buona ricompensa per il loro lavoro. Perché se cadono, l'uno rialzerà il suo compagno, ma guai a colui che è solo quando cade e non ha altri che lo rialzi. E ancora, se due giacciono insieme, avranno caldo; ma come si può avere caldo da soli?"

(Ecclesiaste, 4: 9-12)

 

 

 

 

 

 

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Negli ultimi decenni i rapporti di coppia hanno subito una grande trasformazione; la coppia “tradizionale” basata sul matrimonio, sulla esclusività e sulla fedeltà ha lasciato il posto a nuove forme di relazione in cui sempre più prevalgono modalità relazionali ambigue, indefinite, fluide ed eccessivamente permeabili.

Un aspetto in particolare della relazione, che si sta rendendo sempre più evidente, è quello che vede l’altro come una sorta di “strumento” per la realizzazione dei propri bisogni ed ambizioni sociali, emotive e relazionali. In questa ottica, l’altro non è più INDIVIDUO – inteso quale portatore di storia e significati esclusivi - cui avvicinarsi in punta di piedi e con interesse, apertura e profondo rispetto, ma diviene l’ennesimo oggetto attraverso il quale si pretende di realizzare qualcosa di sé e per sé: allontanarsi dall'angoscia del vuoto o della solitudine interiore, vedersi rispecchiati in occhi colmi di ammirazione, raggiungere uno status rassicurante oppure ottenere una gratificazione individuale solipsistica, in cui l’altro è appunto un mero epifenomeno.

Lo sdoganamento della pretesa del tutto-e-subito, di essere sempre soddisfatti, vincenti e felici, di eliminare difficoltà e sofferenza semplicemente volgendo ogni volta lo sguardo altrove, rende difficile la cura della relazione, che richiede invece tempo, pazienza, rispetto dell’altro, capacità di tollerare la frustrazione e la difficoltà che inevitabilmente costellano parte del percorso di ogni coppia. Così incomprensioni, litigi e crisi sono sempre più frequenti e le coppie, incapaci di costruire la relazione al di là del rapporto, si formano e si sciolgono con grande velocità e superficialità.

La società contemporanea dunque promuove il mito dell’indipendenza, dell’autosufficienza autarchica, della libertà intesa come assenza di interrelazione e sganciamento forzato da ogni interdipendenza, da raggiungersi attraverso la negazione del naturale bisogno di appartenenza reciproca. L’imperativo dominante è quello di non aver bisogno di niente e di nessuno, di non permettere agli altri di avvicinarsi a noi e quindi potenzialmente farci soffrire o ferirci: ecco dunque che la distanza dall’altro diventa inevitabile.

Si fa spazio sempre di più il mito della separatezza, il rifiuto della relazione profonda e del concetto di interconnessione: “Al fondo troviamo così il mito della purezza originaria, l’idea che possiamo diventare ciò che già siamo da sempre semplicemente togliendo di mezzo rapporti, contatti e influenze di un’alterità che viene esecrata come fonte di alterazione” (Claudio Tugnoli).

In questo modo l’Io si impoverisce e si isola, fino a negare la verità profonda dell’interdipendenza di tutti gli esseri viventi, nell’illusione di raggiungere una forma di  “libertà da” che assume l’accezione innaturale di RINUNCIA AD OGNI FORMA DI INTER-DIPENDENZA.

La spinta ad una forzata indipendenza sentimentale ed emozionale, porta gli individui a sviluppare modalità di relazione sentimentale sofferenti e disfunzionali in cui mancano reciprocità, intimità e gioia profonda: è questo a mio avviso il terreno di sviluppo di quelle forme di relazione disfunzionale di cui la dipendenza affettiva è la più chiara manifestazione, e che stanno prendendo piede negli ultimi decenni. In questo scenario infatti è molto facile sperimentare gli antichi sentimenti di abbandono, rifiuto, tradimento, il dolore di non essere visti né considerati unici e speciali dall’amato. E’ molto facile sperimentare - in questa superficialità forzosa - il dolore dell’assenza di stabilità, affidabilità, costrutto e profondità nel rapporto con l’altro.

E' molto facile sperimentare, in questo contesto, diverse forme di DIPENDENZA dall'altro, dalla relazione, da sostanze o comportamenti per poter gestire la inevitabile noia e profonda solitudine che i connaturati e insoddisfatti bisogni di accudimento, protezione, amore e appartenenza generano nell'animo umano.

 

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Negazione del bisogno di appartenenza e dipendenza affettiva

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

In questi giorni mi è capitato spesso di affrontare pubblicamente il tema della dipendenza affettiva e delle relazioni sentimentali abusanti, passando attraverso la violenza psicologica fino a giungere alla violenza fisica estrema, che si conclude con l’annientamento materiale della partner.

Ho affrontato il tema della dipendenza affettiva dal punto di vista strettamente psicologico e psicopatologico, facendo riferimento alle spiegazioni e alle teorie più comunemente accreditate, in grado di spiegare il fenomeno all’interno del sistema psicologico individuale.

Si parla a ragione dell’influenza di famiglie d’origine abusanti, della costruzione di stili di attaccamento disfunzionali, della stratificazione di convinzioni, assunzioni interiori e schemi psicologici basati sinteticamente sulla pericolosa equazione “SE L’ALTRO MI AMA ALLORA ESISTO ovvero ESISTO SOLO ATTRAVERSO LO SGUARDO E L’ATTENZIONE DELL’ALTRO”, che spesso si traduce in criteri normativi che regolano l’esistenza e che portano a considerare cosa fare e cosa non al fine di “farsi amare” dall'altro o comunque di non farsi lasciare (abbandonare…) e che suonano più o meno così:

  • devo soddisfare sempre le aspettative dell’altro;
  • devo occuparmi prima delle richieste e bisogni dell’altro;
  • devo essere perfetto/a; non mi devo lamentare o resterò da solo/a;
  • devo far andare bene le cose a tutti i costi;
  • devo essere comprensivo/a e tollerante;
  • devo guarire l’altro dai suoi mali, siano essi spesso dipendenze di ogni sorta o depressione o altri disturbi psichiatrici ecc...

Posso affermare con una buona accuratezza che, dal punto di vista psicologico, la maggior parte delle volte nel cuore delle donne (e degli uomini) che vivono e tollerano una relazione abusante, vige incontrastata e inconsapevole la convinzione di NON ESSERE AMABILI e di doversi dunque rendere amabili a tutti i costi affinché l’altro ci renda degni di amore ed attenzione.

Cosa poi occorra fare e sopportare per “rendersi amabili” diviene velocemente una spirale interminabile e sempre più stringente di richieste, pretese, rinunce, sopraffazioni, svilimento e annientamento di sé.

 

Non si può tuttavia analizzare il fenomeno della dipendenza affettiva, che sta assumendo una così ampia portata, senza fare riferimento anche ai cambiamenti che caratterizzano il contesto sociale e culturale all’interno del quale nasce e si verifica.

Volgendo lo sguardo intorno a noi, osservando come vanno le relazioni tra le persone (amicali, familiari e sentimentali), ascoltando i discorsi della gente per la strada, in metro o al ristorante e ancor di più riflettendo sulle le trasmissioni televisive che vanno per la maggiore, alcuni aspetti trasversali che caratterizzano il vissuto della società odierna saltano all’occhio del  buon osservatore:

·        profondo, endemico vissuto di noia

·        difficoltà se non incapacità a portare a termine le cose

·        scarsa capacità di tollerare limiti, difficoltà e frustrazione

·        intolleranza verso le regole

·        senso profondo di solitudine e isolamento

·        senso di non appartenenza

·        paura

·        incapacità di stabilire relazioni veramente intime

·        superficialità e consumismo (anche relazionale)

·        ricerca compulsiva di stimoli (sensation seeking)

·        ripugnanza per la routine e l’abitudine

·        ricerca della novità come fonte di eccitazione e fuga dal senso di vuoto interiore

·        incapacità di entrare in contatto con le proprie emozioni di perdita, dolore, tristezza, paura, angoscia

·        tendenza a dipendere da elementi esterni (finanche relazioni o persone)  finalizzata ad attenuare un doloroso vissuto di noia, angoscia o non appartenenza

 

Una società che ha abdicato al ruolo paterno produce mostri: individui soli, confusi, fragili, mascherati e tutti concentrati sulla superficie dell’essere (immagine, maschera, apparenza). Individui completamente incapaci di “sentire”.

Laddove le istituzioni, nel ruolo di garanti sociali (famiglia, religione, scuola) scompaiono o rinunciano definitivamente alla missione educativa che prevede la trasmissione di regole, valori e limiti, l’individuo si trova completamente spaesato ed alienato da se stesso.

Il bisogno di dipendenza ed appartenenza, di contenimento e limite che in certa misura è fisiologico nell’essere umano, vene completamente rinnegato e bandito dal paesaggio psichico come un ospite sgradito e inutile, per riemergere in maniera esasperata ed eclatante nelle tante forme di dipendenza comportamentale e da sostanze delle quali è facile trovare testimonianza. Nelle tante forme di sopraffazione e abuso, che tradiscono la paura di “non esistere”.

Quando la tristezza viene anch’essa scacciata e rinnegata dall’illusione e dalla pretesa di un’eterna, lieta e superficiale condizione di felicità obbligata, la depressione è dietro l’angolo, pronta ad assalirci con tutta la potenza della sua legittimità.

Ecco allora che la spinta a rinnegare, non sentire e rifuggire in tutti i modi certa parte del vissuto interiore e della natura umana porta gli individui a vivere una profonda lacerazione che è non solamente psicologica ma anche di senso, emergendo in maniera patologica e disfunzionale in un bisogno sfrenato di conferme, accoglimento ed accettazione, contenimento e riconoscimento che non possono essere esclusivamente riversati sull’altro.

Il sentire, l’appartenere, l’accogliere, il legittimare devono tornare ad essere prima di tutto un atto di consapevolezza privato e individuale, per permettere anche la costruzione di relazioni sane in cui la reciprocità e la diversità, il conflitto e il gioco di appartenenza-autonomia non diventino spaventosi.

 

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5 ABITUDINI MENTALI CHE CI DANNEGGIANO

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I 30 INDIZI DELLA MANIPOLAZIONE

A cura della Dott.ssa Annalisa Barbier

(Tratto dal libro di Isabelle Nazare-Aga “L’arte di non lasciarsi manipolare”)

 

Ecco di seguito i 30 indizi più comuni che ci indicano quando abbiamo a che fare con una persona manipolatrice:

1) Colpevolizza gli altri, ricattandoli in nome del legame familiare, dell’amicizia, dell’amore ecc

2) Fa credere che bisogna essere perfetti, che non bisogna mai cambiare opinione, che bisogna sapere tutto

3) Sa fare leva sui principi morali degli altri per raggiungere i propri scopi

4) Critica, svaluta e giudica le qualità, la competenza, la personalità altrui

5) Può essere geloso anche se è un genitore o un parente

6) Utilizza lusinghe per adulare, fa regali o improvvisamente è premuroso

7) Fa la parte della vittima per essere compatito (esaspera il suo malessere e il carico di lavoro)

8) Rifugge le sue responsabilità riversandole sugli altri

9) Non comunica chiaramente i suoi bisogni, sentimenti e opinioni

10) Spesso risponde in modo vago

11) Cambia argomento con disinvoltura nel corso di una conversazione

12) Evita i colloqui e le riunioni

13) Telefona o lascia appunti scritti invece di parlare di persona

14) Invoca ragioni logiche per mascherare le sue richieste

15) Deforma e interpreta la verità

16) Non sopporta le critiche e nega l’evidenza

17) Fa minacce velate o ricatta apertamente

18) Semina zizzania, crea sospetti e conflitti per avere la situazione sotto controllo o per provocare la rottura della coppia

19) Cambia idea, comportamenti e opinioni a seconda delle situazioni

20) Mente

21)Punta sull’ignoranza degli altri e li convince della sua superiorità

22) E’ egocentrico

23) I suoi discorsi sembrano logici e coerenti, mentre i suoi modi, le sue azioni e il suo stile di vita non lo sono affatto

24) Si riduce sempre all’ultimo momento per chiedere o far fare qualcosa agli altri

25) Non tiene conto dei bisogni e dei desideri altrui

26) Ignora le richieste (ma dice di occuparsene)

27) Produce uno stato di malessere o un senso di intrappolamento

28) Ci fa fare cose che probabilmente non sceglieremmo spontaneamente

29) E’ efficiente nel perseguire i propri fini, ma a spese altrui

30) E’ costantemente oggetto di discussione tra le persone che lo conoscono

 

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RELAZIONI TOSSICHE E VIOLENTE: LE DIECI AVVISAGLIE  DA NON SOTTOVALUTARE

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Questo articolo è dedicato alle donne, soprattutto a quelle giovani che si trovano a vivere le prime esperienze amorose e devono imparare a non confondere l’amore – che prevede stima, rispetto, fiducia, tolleranza, apertura e intimità -  con certe forme di possessività, gelosia e controllo che con l’amore nulla hanno a che fare. Ma è dedicato anche a tutti gli uomini – amici, fratelli e padri – affinché possano insegnare alle loro care a scappare da relazioni con partner pericolosi.

La violenza fisica non esordisce all’improvviso ma si prepara la strada nel tempo, preceduta ed accompagnata da una corte di segnali comportamentali che possiamo certamente definire “sospetti”. La violenza fisica viene sempre preceduta dalla violenza psicologica e da comportamenti che occorre imparare a riconoscere per non finire in una relazione con un partner violento.

Spesso questi segnali comportamentali, che sono dei veri e propri “indicatori di rischio”, vengono sottovalutati, rimossi, negati o peggio fraintesi dalle donne, che tendono a scambiarli per manifestazioni di amore: vale la pena ricordare qui che la gelosia immotivata, il controllo, la possessività limitante, le offese e la violenza verbale NON HANNO NULLA A CHE FARE CON L’AMORE.  Quando compaiono e diventano frequenti sono un chiaro indice di disfunzionalità e pericolosità del partner, e devono far aprire gli occhi sul rischio che si corre restando nella relazione.

I lividi, le botte, l’isolamento estremo e le minacce rappresentano l’ultimo stadio di una relazione violenta e pericolosa, che inizia SEMPRE con la violenza psicologica, con  la volontà di manipolazione e di controllo sull’altro.

Ma andiamo ora ad esaminare i comportamenti che è bene NON TRASCURARE poiché segnali di un partner potenzialmente violento e pericoloso. 

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PERCHÉ NON PORTO MAI A TERMINE LE COSE?

SCRITTO DA: Annalisa Barbier

 

Quante  volte vi siete chiesti come facciano gli altri a svegliarsi sempre presto al mattino per andare a correre, oppure a portare a termine la stesura di un libro o della tesi, a perdere peso o cominciare un programma di allenamento fisico con costanza e determinazione?

Gli esempi potrebbero esser davvero tanti e diversi a seconda delle proprie necessità, tuttavia la storia che si ripete è sempre la stessa: OGNI VOLTA CHE INIZIATE QUALCOSA FINITE PER LASCIARLA A META’ SENZA PORTARLA A TERMINE.

Che si tratti della dieta, di un libro da leggere, di un esame da preparare, di un programma di allenamento o di un maglione lavorato a maglia, il punto è sempre lo stesso: non riuscite a portarlo a termine.

All’inizio vi sentite motivati e magari anche eccitati all’idea di iniziare una nuova “avventura”, o comunque vi sentite in grado di portare a termine quel compito importante che avevate in sospeso… ma ad un certo punto vi smontate; la vostra motivazione e la vostra capacità di concentrazione su quella cosa decrescono lentamente fino a svanire, lasciandovi privi di interesse, di volontà e di motivazione a portare a termine ciò che avevate tanto convintamente iniziato. Così vi raccontate la vecchia favoletta del “Tanto non mi interessava davvero…” oppure l’altra consolante versione del “magari ci riprovo in un altro momento”…

Ma la verità è che non ci riproverete probabilmente mai più… o forse, svogliatamente, dopo qualche tempo, per poi lasciare nuovamente le cose a metà.

 

Si tratta di un atteggiamento piuttosto diffuso che, prima o poi, ha riguardato un po’ tutti noi. Tuttavia è un atteggiamento che spesso lascia esiti decisamente spiacevoli o negativi: ci si inizia a sentire incapaci di impegno, annoiati, privi di iniziativa o peggio si comincia a perdere la stima di sé e la fiducia nelle proprie capacità e nella propria forza e determinazione. Alla lunga, un atteggiamento del genere può provocare sofferenze psicologiche legate al calo di autostima e di motivazione, ad un senso strisciante di noia e disinteresse diffuso, ad una forma di apatia e pigrizia fastidiose fino a impedirci di sviluppare concretamente abilità e capacità che invece ci servirebbero per realizzarci!

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TEST SUL NARCISISMO

Traduzione a cura di: Annalisa Barbier

 

Il disturbo narcisistico di personalità – anche noto con il termine comune di Narcisismo –rappresenta ai  giorni nostri un problema dell’intera società che, come affermava Alexander Lowen, è una società malata di narcisismo. La personalità con tratti fortemente narcisistici o palesemente narcisista è  infatti molto rappresentata nella società attuale, a causa della spinta sociale all’individualismo,  all’ambizione sfrenata e alla eccessiva cura ed importanza attribuite all’apparenza e all’immagine, a discapito di un profondo e nutriente rapporto con il Sé.

Si tratta di un disturbo che compromette gravemente la qualità delle relazioni interpersonali i (professionali, sentimentali ed amicali), ma soprattutto di quelle sentimentali, spesso provocando nel partner del narcisista, una sofferenza psicologica di grado variabile, fino ad ipotizzare la presenza clinica di quello che è anche stato definito trauma da narcisismo.

 

IL QUESTIONARIO

Il seguente test è tratto dal sito americano dedicato ai programmi di recupero da abuso narcisistico (cioè dagli abusi psicologici e dalle violenze psicologiche inferte dalle personalità narcisistiche): http://www.melanietoniaevans.com

 

E’ stato sviluppato come risultato di precedenti ricerche e sulla base dell’esperienza personale dell’autrice e di quelle riportate dalle vittime di abusi narcisistici, tuttavia NON RAPPRESENTA UNO STRUMENTO DIAGNOSTICO NE’ TERAPEUTICO, AVENDO IL SOLO SCOPO  DI FORNIRE INDICAZIONI GENERALI sulla base delle quali ricorrere  - se necessario -  al supporto di un esperto Psicologo.

Può essere utilizzato come questionario  di auto somministrazione per valutare il proprio livello di narcisismo  oppure – rivolgendo le domande in terza persona -  può servire per comprendere se si ha a che fare con una personalità narcisistica nell’ambito di una relazione sentimentale, amicale, familiare o professionale.

 

Ricordo che ogni individuo sano è in parte “narcisistia”, poiché un narcisismo sano permette di realizzare se stessi e raggiungere i propri desideri senza mancare di rispetto agli altri e senza bisogno di danneggiarli in un’ottica di spietata e anaffettiva competizione.

Per ottenere risultati validi, occorre rispondere con precisione e sincerità ad ogni domanda.

 

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COME ACQUISIRE AUTOSTIMA

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PSICOLOGIA DELLA VITTIMA DI MANIPOLAZIONE

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CHI E' IL MANIPOLATORE?

Caratteristiche psicologiche del manipolatore

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TEST: sono vittima dello schema di vulnerabilità?

Fonte:  "Reinventa la tua vita", di J. Young e J. Klosko

 

Di seguito alcune domande che possono aiutarvi a capire se è attivo in voi lo schema disfunzionale di vulnerabilità. Questo semplice questionario non ha alcun intento diagnostico, ma serve per aiutarvi a comprendere se alcuni dei vostri comportamenti sono indicativi della presenza di uno schema di vulnerabilità, che potrebbe portarvi a vivere una sofferenza psicologica legata a paure e preoccupazioni irrazionali o eccessive.

 

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MI SUCCEDERÀ QUALCOSA DI TERRIBILE!

Lo schema della vulnerabilità

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IL SENTIERO VERSO LA FELICITA'

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LE EMOZIONI CI RENDONO CONSAPEVOLI

 

“…L’emozione è infatti la fonte principale della presa di coscienza”

Carl Gustav Jung

 

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

 

Jung aveva ragione quando indicava nell'emozione l’elemento principale per prendere coscienza di sé e del proprio stato interiore.  Gioia, paura, tristezza, rabbia, gratitudine: sono molte le emozioni che trovano posto nella nostra vita ogni giorno e, sebbene non tutte siano piacevoli, tutte sono importanti poiché rappresentano una GUIDA interiore di grande valore.

Le emozioni infatti sono qui per darci una mano a comprendere cosa fare, per difenderci o proteggerci dal pericolo e per aiutarci a prendere la decisione giusta.

A volte però esse possono diventare il nostro nemico poiché – se non ascoltate, negate o scacciate -  possono aggiungere sofferenza al disagio (ansia, paura, rabbia ecc.) o farci vivere situazioni conflittuali (emozioni ambivalenti o poco chiare, confusione interiore).

E’ dunque molto importante AFFRONTARE ANCHE LE EMOZIONI SPIACEVOLI, imparando a ri-conoscerle e a renderle nostre complici, per poter vivere una vita più gratificante e in armonia con il nostro Sé interiore.

 

Cosa fare per conoscere meglio le tue emozioni senza temerle, accogliendo il MESSAGGIO CHE TI PORTANO e il loro POTENZIALE COSTRUTTIVO?

 

1)    CHIEDIMI SE SONO FELICE

Per iniziare a lavorare con le emozioni e renderle tue alleate, devi imparare a riconoscerle e distinguerle tra loro per non sentirti confuso, o peggio, attribuire ad un tuo stato d’animo una valenza sbagliata. Nominare correttamente e in modo preciso il tuo stato d’animo ti aiuterà a distinguere la tristezza dalla depressione, la paura dall’inquietudine, la gioia dall’eccitazione e così via.

·         COME FARE: Prima di tutto poniti questa semplice domanda: “Come mi sento in questo momento?”; potresti chiederti se ti senti “bene” oppure “male”, e successivamente approfondire la domanda chiedendoti più precisamente, nell’ambito di queste due grandi categorie, cosa provi. La tabella allegata ti aiuterà a trovare le parole giuste per descrivere come ti senti. 

 

2)    CORTESIE  PER GLI OSPITI

Anche le emozioni più spiacevoli, come la tristezza o la paura vogliono essere accolte, ascoltate e riconosciute; nasconderle a te stesso o provare ad evitarle con distrazioni di ogni tipo (dall’abuso di alcol a quello di cibo, dall’evitamento delle situazioni “difficili” all’iperattività che è una fuga da se stessi) non ti aiuterà a stare meglio, e nel lungo termine si potrebbe rivelare addirittura dannoso per la tua salute e per il tuo equilibrio. Nel cammino verso l’integrazione e la conoscenza di te stesso, devi imparare ad essere più CONSAPEVOLE delle tue emozioni, e ad ACCOGLIERLE come ospiti improvvisi, senza giudicarle né scacciarle.

·         COME FARE: ti può venire in aiuto la Mindfulness, che offre numerosi strumenti per accrescere la consapevolezza di sé e delle proprie emozioni. La prossima volta che provi un’emozione/sensazione spiacevole, nota se hai l’impulso automatico di evitarla, scacciarla o controllarla. Invece di agire questo impulso, prenditi il tempo di ascoltare, riconoscere ed accogliere l’emozione per “disinnescarne” il potenziale dannoso e comprenderne il messaggio. Scarica l’esercizio allegato! 

 

3)    COSA MI STAI DICENDO?

Le emozioni sono una grande ricchezza e, sebbene quelle spiacevoli vengano considerate “negative”, tutte sono utili perché ti collegano direttamente ai tuoi bisogni. Le emozioni sono infatti precisi indicatori di ciò che conta per te e ti fanno capire se i tuoi bisogni sono soddisfatti: se lo sono, proverai emozioni piacevoli come gioia o gratitudine, mentre proverai emozioni spiacevoli come tristezza o rabbia quando i tuoi bisogni rimangono insoddisfatti. Afferrare il legame tra emozione e bisogni è un passaggio molto importante ed osservare le tue emozioni ti permetterà di comprendere di cosa hai davvero bisogno, e muoverti nella giusta direzione per ottenerlo!

·         COME FARE: per prenderti cura dei tuoi bisogni devi conoscerli e poi agire nella direzione giusta per il loro soddisfacimento. Di seguito un semplice esercizio che ti sarà utile per imparare a collegare le emozioni ai tuoi bisogni: emozione piacevole = bisogno soddisfatto, emozione spiacevole = bisogno non soddisfatto.

1.      Fai una lista dei tuoi bisogni più importanti nell’abito delle seguenti categorie: sicurezza (sentirsi sicuri materialmente e moralmente); Stimolo (ricevere stimolazioni sia fisiche come un buon pasto, che mentali come la creatività); Affetto e socialità (amore, amicizia, appartenenza); Stima e riconoscimento (sentire di valere e di essere “visto” dagli altri); Autonomia; Senso e coerenza (percepire che la tua vita ha un senso ed è in linea con i tuoi valori).

2.      Mettili in ordine di importanza

3.      Chiediti, ogni volta che provi un’emozione  piacevole o spiacevole, a quale bisogno soddisfatto o insoddisfatto si collega l’emozione provata.

4.      Metti in atto strategie e scelte adatte a soddisfare i tuoi veri bisogni

Esempio: in questo momento provo soddisfazione = mi accorgo che è così perché il mio bisogno di condivisione ed ascolto è soddisfatto; Oppure in questo momento provo rabbia = mi accorgo che la provo perché in questo momento il mio bisogno di stima e autonomia è insoddisfatto.

 

4)     CONSEGUENZE INDESIDERATE

Le nostre scelte e il modo in cui ci comportiamo sono in larga parte frutto inconsapevole delle emozioni: accade qualcosa (ad esempio, ti ricordano che devi scrivere un report di lavoro), provi un’emozione spiacevole legata ad una tua valutazione (ad esempio ansia perché pensi di non saperlo fare come si deve), ti comporti in un certo modo (ad esempio rimandando l’esecuzione del lavoro per evitare di affrontare l’ansia e l’eventuale delusione di un lavoro imperfetto). Le conseguenze di questo saranno probabilmente che ti troverai ad accumulare ritardo nel lavoro, sentendoti sempre più a disagio e preoccupato. E’ quindi importante collegare l’emozione al comportamento che essa produce, soprattutto quando questo comportamento provoca delle conseguenze spiacevoli o distruttive per te, per evitare di peggiorare la situazione.

·         COME FARE? Puoi usare il “diario delle emozioni” per imparare a capire il legame che esiste tra certi comportamenti dannosi e le tue emozioni, per poter correggere il tiro e agire consapevolmente e costruttivamente, e non in modo automatico e preda delle emozioni spiacevoli.

 

Diario delle emozioni

 

  •      EVENTO CHE HA SCATENATO L’EMOZIONE
  •       EMOZIONE CHE HO PROVATO (aiutati con la lista allegata)   
  •      QUAL’E’ L’IMPULSO AD AGIRE? (cosa mi viene istintivo fare)
  •      CONSEGUENZE DEL MIO COMPORTAMENTO
  •      COMPORTAMENTO ALTERNATIVO (se l’impulso ad agire ti provoca conseguenze negative o controproducenti, rifletti su cosa sarebbe invece più utile FARE per raggiungere il tuo obiettivo o limitare i danni!)

 

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Le ferite psicologiche e le maschere

Le maschere ci  proteggono dal dolore?

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I NUOVI SINGLE

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LE CONVINZIONI CHE CI BLOCCANO

A cura di: Annalisa Barbier

 

Il termine “convinzioni irrazionali” fu coniato dallo psichiatra americano Albert Ellis (1957-1962) fondatore della RET (Rational-Emotive Therapy) o terapia razionale emotiva, poi divenuta REBT (Rational-Emotive Behaviourn Therapy).

Egli si basò sull'osservazione che molte persone soffrivano di malesseri psicologici a causa del loro peculiare modo di vedere le cose e attribuire significato agli eventi. 

Ellis attribuiva importanza alla presenza di "convinzioni irrazionali",  create da un modo sbagliato di usare la logica d il ragionamento, che danno vita ad una visione del mondo poco realistica e "distorta" dal filtro applicato attraverso tali convinzioni.

Tali convinzioni irrazionali - che si esprimono attraverso pensieri automatici - danno vita a stati d'animo spiacevoli che a loro volta inducono a mettere in atto comportamenti disfunzionali, assurdi o addirittura lesivi e controproducenti per l'individuo.

Ellis considera tre elementi importanti nella sua teoria:

  1. Cognizioni (pensieri e convinzioni)
  2. Emozioni e stati d'animo 
  3. Comportamenti

sottolineando come questi tre elementi siano tra loro correlati, poiché se ho determinate convinzioni tenderò ad interpretare gli eventi in un certo modo, proverò certe emozioni e metterò di conseguenza in atto comportamenti più o meno funzionali, che derivano dalle mie cognizioni.

Perciò se nutriamo convinzioni irrazionali o eccessive o fuori luogo, queste daranno vita ad un modo distorto di vedere la realtà ed influenzeranno le nostre emozioni, dando origine a comportamenti negativi o controproducenti e creando quindi un disagio psicologico o una vera e propria patologia.

 

I PRINCIPI DELLA RET

  1. i nostri stati d'animo dipendono da quello che pensiamo
  2. quando proviamo una sofferenza emotiva che ci blocca, probabilmente stanno prevalendo pensieri irrazionali disfunzionali
  3. questi pensieri disfunzionali possono essere identificati e modificati attraverso la terapia
  4. Il modo migliore per ridurre la sofferenza psicologica consiste nel modificare i pensieri disfunzionali

LE CONVINZIONI IRRAZIONALI

Ellis ha individuato 11 convinzioni disfunzionali che rappresentano ideologie, convinzioni e atteggiamenti correlati ai più importanti disturbi emotivi e comportamentali: ansia, depressione, rabbia, colpa, procrastinazione, odio. Queste idee convinzioni originano a loro volta secondo l'autore da delle "DOVERIZZAZIONI" che sono alla base dei disagi psicologici di ansia, rabbia, frustrazione, depressione, dipendenza, abbandono ecc... 

  • DOVERIZZAZIONI SU SE STESSI: devo agire bene ed essere approvato da tutte le persone per me significative, altrimenti sono completamente un incapace e ciò è terribile
  • DOVERIZZAZIONI SUGLI ALTRI: gli altri devono trattarmi bene ed agire come io penso che debbano assolutamente agire, altrimenti meritano di pagarla
  • DOVERIZZAZIONI SULLO STILE DI VITA: le cose devono andare proprio come io pretendo che vadano, altrimenti la vita è insopportabile

 

1) Io, essere umano adulto, ho assoluto bisogno (estrema necessità o esigenza) di venire (sempre) amato, stimato e approvato (o almeno non giudicato male – o al minimo ignorato) da tutte le persone (che io ritengo) significative (importanti) del mio ambiente = da tutti quelli che dico io – altrimenti è gravissimo, orribile, terribile, catastrofico.

2) Io devo assolutamente essere (e/o dimostrarmi) sempre perfettamente adeguato, competente e di successo in tutto quello che faccio e sotto ogni rispetto (o almeno in questa cosa specifica, oppure in almeno una cosa) – altrimenti sono indegno di valore = valgo poco o niente.

3) Tutte le persone che dico io (compreso me stesso) devono assolutamente comportarsi (sempre) come mi pare giusto (come dico io) – altrimenti sono intrinsecamente cattive, malvagie e scellerate, e quindi meritano di essere severamente condannate e punite (anche perché così imparano).

4) Tutte le cose devono assolutamente andare (sempre) come piacerebbe a me, come mi sembra giusto che vadano (insomma, come dico io) – altrimenti è inaccettabile, intollerabile, insopportabile (io non lo accetto, non lo tollero, non lo sopporto).

5) La mia infelicità (disagio, ansia, depressione, angoscia, rabbia, eccetera) dipende da cause esterne (o essenzialistiche) e quindi io posso fare poco o niente per cercare di controllare le mie pene e i miei disturbi (varianti: io reagisco così – sono fatto/a così – è la mia natura, il mio carattere, la mia personalità).

6) Siccome può succedere (succedermi) qualcosa di brutto, pericoloso o dannoso allora:

a) mi devo preoccupare in continuazione;

b) devo pensare che succederà (quasi) di sicuro;

c) che succederà nelle forme peggiori;

d) che non ci potrò (non ci si potrà, nessuno ci potrà) mai fare nulla;

e) e che tutto finirà nel modo più orribile, terribile e catastrofico.

7) Se qualcosa mi sembra difficile (perché richiede impegno, fatica, disagio, o una mia assunzione di responsabilità, ovvero mi provoca ansia) allora mi conviene evitarla piuttosto che affrontarla.

8) Io sono debole (insicuro/a, incapace, handicappato/a, emotivamente instabile e facilmente vulnerabile) e quindi ho bisogno di qualcuno più forte a cui appoggiarmi e da cui dipendere – altrimenti non ce la posso fare (a vivere, a esser felice, a lavorare, a muovermi, ecc.).

9) Il mio passato (la mia infanzia, le mie esperienze precoci) è la determinante assoluta delle mie condizioni attuali; e se una volta qualcosa ha avuto una forte influenza su di me, allora continuerà per sempre ad esercitare lo stesso effetto – quindi non c’è niente da fare (la mia personalità, il mio carattere è stato formato in questo modo e quindi non si può cambiare).

10) Se qualcuno (gli altri, tutti gli altri o tutti quelli che dico io) ha qualche problema o disturbo o sofferenza che gli fa fare (dire, pensare o sentire) qualcosa che non mi piace (che mi sembra sconveniente, irragionevole, dannoso, ingiusto, ecc.) allora io mi devo tremendamente sconvolgere per questo motivo.

11) E’ sempre possibile trovare una soluzione perfetta (o avere una sicurezza assoluta, ovvero un controllo completo) di fronte a qualsiasi problema umano, e quindi io la devo assolutamente raggiungere – altrimenti succederanno catastrofi ed orrori.

 

COSA FARE?

La  prima cosa è DIVENTARE CONSAPEVOLI DEI PENSIERI AUTOMATICI che sono alla base dei nostri comportamenti e delle nostre reazioni, attraverso l'uso del diario ABC (che potete scaricare in allegato)

Quindi imparare a modificare gradualmente e con tenacia i pensieri irrazionali che sono responsabili dei comportamenti dannosi e della sofferenza psicologica.

Se volete saperne di più leggete il mio articolo: COME CORREGGERE I PENSIERI NEGATIVI

 

Fonte: "L'autoterapia razionale-emotiva. Come pensare in modo psicologicamente efficace", di Albert Ellis

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10 MODI PER RISPONDERE A CHI VUOLE MANIPOLARVI

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

Può capitare a tutti di dover affrontare discussioni con persone che, attraverso l’aggressività verbale o la manipolazione, cercano di imporre la loro volontà, le loro decisioni, il loro modo di vedere le cose, o di destabilizzarvi con messaggi ambigui e fumosi, facendovi sentire insicuri e incerti, facendovi sentire in colpa

Spesso sono tecniche inconsapevoli che l’interlocutore mette in atto pur di ottenere ciò che desidera (ad esempio affermare la propria volontà, la propria ragione o punto di vista, sentirsi potente e in controllo, sottomettervi, farvi sentire confusi e sminuirvi ecc.).

Altre volte si tratta invece di comportamenti volutamente messi in atto per destabilizzarvi e portarvi a fare ciò che altrimenti non fareste spontaneamente.

In entrambi i casi è utile conoscere alcune semplici tecniche di risposta che possono essere applicate a diversi contesti, finalizzate a rendere la comunicazione paritaria, riequilibrando eventuali dislivelli di “potere” e permettendo ad entrambi di mantenere libertà di scelta ed espressione, rispetto e considerazione.

 

1.     RIFLESSIONE: rispondete facendo capire che avete recepito il messaggio dell’interlocutore; potete mostrarvi aperti ad una ulteriore spiegazione o al contrario chiudere e porre dei limiti

2.     AFFERMAZIONI RIPETUTE: esprimete il vostro parere circa l’opinione o la posizione dell’interlocutore in modo fermo e gentile. Attendete la sua risposta e successivamente riaffermate la vostra posizione, con fermezza ed educatamente

3.     RISPOSTE ESSENZIALI: Quando vi sentite attaccati e NON volete discutere oltre, rispondete in modo fermo e semplice con un “si” oppure un “no”.

4.     BLOCCO DELLA GIUSTIFICAZIONE: utile soprattutto in presenza di soggetti manipolatori, in quanto permette di interrompere sul nascere il meccanismo base della manipolazione “la trappola della spiegazione”. Potete affermare “si certo, capisco cosa vuoi dire MA IO la penso così…” oppure “capisco, MA IO preferisco fare /non fare così…” e riaffermate la vostra posizione senza dare  giustificazioni né ulteriori spiegazioni.

5.     DOMANDA DI COMPRENSIONE: se avete l’impressione che l’interlocutore non vi ascolti, chiedetegli “cosa pensi che ti abbia appena detto”, oppure “cosa pensi che ti stia dicendo/chiedendo”?

6.     AFFERMAZIONI PARADOSSALI: fate affermazioni che inducano l’altro a capire che le sue parole aggressive possono ritorcersi contro di lui/lei

7.     PARAFRASI: ripetete l’affermazione dell’altro con parole diverse chiedendo: “mi stai dicendo questa cosa?” oppure “mi stai dicendo di si/di no?”

8.     INTERRUZIONE: sospendete la discussione che sta diventando troppo forte, e fate una pausa. Potete scusarvi e trovare una giustificazione per interrompere la discussione, come fareste con una telefonata troppo lunga. In questo modo prendete tempo per rispondere nel modo migliore e per evitare di ricadere in meccanismo di azione/reazione che innescano una spirale di aggressività e disagio nella relazione.

9.     FATE DOMANDE: ponete domande sincere e NON ALLUSIVE all’interlocutore sul suo comportamento verbale, su ciò che intende comunicare. Sono molto efficaci nel contrastare l’aggressione verbale ed aiutano l’altro a diventare consapevole dei suoi comportamenti

10. PARLATE USANDO “IO” E NON “TU”: le frasi inizianti con “tu” portano  l’interlocutore a mettersi sulle difensive, mentre le frasi che iniziano con “io” favoriscono l’empatia, l’ascolto e la comunicazione costruttiva. (ad esempio: “io penso”, “io sento che…” oppure “io credo” ecc)

 

ARTICOLI CORRELATI: Cosa dire per sganciarsi all manipolazione 

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PAURA DELL'ABBANDONO E DIPENDENZA AFFETTIVA

 

Scritto da:  Annalisa Barbier

 

Le trappole, o SCHEMI COGNITIVI DISFUNZIONALI, sono pattern (configurazioni di stimoli che si presentano a costituire un'unità percettiva) complessi che originano nell’infanzia dalle esperienze relazionali vissute con le figure di riferimento, e si strutturano ed influiscono sul comportamento dell’individuo per tutto il resto della sua vita.

Sono convinzioni riguardanti se stessi e il mondo che restano profondamente radicate nell’individuo;  una sorta di “tema generale pervasivo” che comprende pensieri, ricordi, emozioni e percezioni  relativi a se stessi, agli altri e al rapporto sé/altro.

Questi schemi cognitivi o trappole, sono molto diffusi e generalizzati nella vita dell’individuo e possiedono alcune specifiche caratteristiche:

  • sono vissuti come realtà di fatto e non come interpretazioni soggettive
  • sono disfunzionali  cioè provocano difficoltà nella vita professionale e di relazione, limitando la crescita personale
  • si mantengono nel tempo e creano condizioni e presupposti affinché si verifichi proprio ciò che predicono (profezia che si autodetermina)
  • creano coerenza cognitiva e prevedibilità delle risposte
  • si attivano nella vita adulta in determinate circostanze che ricordano i "traumi" precedenti
  • influenzano i processi cognitivi dell’individuo (interpretazione degli eventi, organizzazione e selezione dei ricordi e della percezione di ciò che accade, influenzano il pensiero ecc.)
  • influenzano di conseguenza il comportamento della persona

QUESTI SCHEMI DETERMINANO IL  MODO DI PENSARE, SENTIRE E PERCEPIRE, AGIRE ED ENTRARE IN CONTATTO CON GLI ALTRI E SONO IN GRADO DI SUSCITARE PROFONDI ED INTENSI SENTIMENTI DI RABBIA, PAURA, TRISTEZZA E ANSIA E PORTANO, NELLA VITA ADULTA, A RIPETERE E RICREARE LE STESSE CONDIZIONI DI SOFFERENZA CHE HANNO AVUTO LUOGO NELL'INFANZIA.

 

Gli schemi disfunzionali originano dal mancato soddisfacimento di BISOGNI EMOTIVI PRIMARI:

·         BISOGNO DI ATTACCAMENTO SICURO (stabilità, rispetto, accudimento amorevole, empatia, protezione, accettazione, integrazione)

·         BISOGNO DI AUTONOMIA, COMPETENZA E SENSO DI IDENTITA’

·         BISOGNO DI LIMITI REALISTICI ED AUTOCONTROLLO

·         LIBERTÀ DI ESPRIMERE I PROPRI BISOGNI ED EMOZIONI

·         BISOGNO DI SPONTANEITÀ E GIOCO

 

In questo articolo parlerò dello SCHEMA DI ABBANDONO/INSTABILITÀ e del modo in cui le persone che presentano questo schema possono sviluppare dipendenza affettiva. Chi possiede lo schema ABBANDONO/INSTABILITÀ vive con la costante paura di perdere la persona amata e rimanere solo al mondo, in una condizione di assenza di amore e cura, in un mondo vissuto come estraneo e pericoloso.

 

Ciò che caratterizza e contraddistingue questo schema è proprio la PAURA IMMINENTE DI RIMANERE SOLI IN UN DESERTO AFFETTIVO (Tenore e Serrani, 2013).

L’origine di questo schema è da rintracciarsi nelle precoci esperienze di rapporto con la figura di riferimento (solitamente la madre)nell'instabilità del legame con essa.

 

Si tratta di situazioni in cui ha avuto luogo una precoce interruzione del rapporto madre/bambino dovuta a origini diverse: nei casi più gravi si riscontra la morte del genitore, in altri una sua grave malattia che impedisce la cura del bambino come ad esempio, una ospedalizzazione prolungata, una depressione grave o la presenza di disturbi come l’alcolismo o la tossicodipendenza, in altri casi potrebbe trattarsi della separazione con allontanamento di uno dei genitori o una sua partenza per un lungo viaggio, o addirittura una sua riduzione di cure ed interesse in seguito alla nascita di un secondo figlio. In molti altri casi lo schema si stabilisce in seguito a ripetuti cambi di figura di accudimento (tate, adozioni o affidi ripetuti) che minano profondamente il senso di stabilità del piccolo.

 

Ciò che conta non è solamente la gravità oggettiva dell’evento che ha provocato instabilità e separazione, ma anche l’età in cui ha avuto luogo (più precoce è l’evento e  maggiore è la gravità dello schema) ed il modo in cui il bambino stesso ha vissuto gli eventi (aspetti temperamentali e predisponenti): la soggettività nella percezione del trauma è infatti molto importante nel determinarne la futura pervasività e la gravità della reazione.

 

Una volta organizzatosi e fissatosi lo schema di abbandono, questo verrà innescato da tutte le situazioni di separazione nella vita futura, in cui la persona potrà trovarsi a ri-vivere un doloroso e pervasivo sentimento di paura, solitudine ed abbandono.

In generale, maggiore è la gravità ed intensità dello schema e più facilmente esso verrà innescato da situazioni anche banali di vita quotidiana: una telefonata mancata, un appuntamento rimandato, una discussione in cui il partner si allontana, una domenica pomeriggio forzatamente trascorsa in casa da soli ecc.

 

Quando una situazione esterna innesca lo SCHEMA DI ABBANDONO, la persona vivrà dolorosi e profondi sentimenti di angoscia, disperazione e rabbia, emozioni che i bambini mostrano quando vengono separati dalla madre (Bowlby, 1973) ai quali succedono un senso di impotenza associato a chiusura e distacco emotivo difensivo.  

 

La persona che presenta questo schema può reagire:

·         chiudendosi ed isolandosi nel proprio dolore, pensando che nessuno mai potrà restarle accanto come desidera se le sue esperienze precoci sono state di abbandono, distacco e mancanza di stabilità nella relazione di accudimento;

·         sviluppando un COMPORTAMENTO  DIPENDENTE perché si sente incapace di sopravvivere senza che qualcuno si prenda cura di lei fornendo una guida, protezione e sostegno costanti. Questo secondo caso è legato ad esperienze infantili in cui il bambino non è stato stimolato a sviluppare autonomia e fiducia in se stesso.

 

In entrambi i casi è possibile che la persona tenda a restare profondamente attaccata a figure di riferimento che considera cruciali per il proprio equilibrio emotivo, come ad esempio il partner, sviluppando una forma di DIPENDENZA finalizzata a garantirsi la presenza di qualcuno che fornisca CURE, PROTEZIONE, ACCUDIMENTO E GUIDA.

 

La DIPENDENZA AFFETTIVA è una manifestazione di dipendenza legata fondamentalmente a due bisogni:

1)       bisogno di avere una guida, un sostegno ed un aiuto quando si percepisce se stessi incapaci di farcela da soli nella vita

2)      bisogno di garantirsi la presenza di una fonte di gratificazione, sostegno e contenimento emotivo laddove le sensazioni profonde di angoscia, paura e dolore legate a dinamiche interne di inadeguatezza o senso di vuoto diventano insostenibili ed ingestibili altrimenti.

 

In entrambi i casi la persona dipendente percepisce se stessa come incapace di fare fronte autonomamente alla vita quotidiana o alla gestione e contenimento delle proprie emozioni negative e tenderà a fare di tutto affinché la figura di riferimento non la abbandoni:

  • ricerca spasmodica di approvazione
  • sottomissione
  • standard severi di prestazione
  • auto-sacrificio

sono alcune delle modalità comportamentali messe in atto dalla persona dipendente e finalizzate a mantenere accanto le persone dalle quali si dipende emotivamente.

 

Gli schemi disfunzionali possono essere modificati attraverso la psicoterapia cognitivo comportamentale accompagnata da esercizi gestaltici, di immaginazione, rilassamento e visualizzazione guidata. In questo modo si lavorerà sia sugli aspetti cognitivi legati alle interpretazioni e ai pensieri di base, che sugli aspetti emotivi legati ai ricordi primitivi e alle situazioni che innescano lo schema attraverso la rievocazione di emozioni e stati d’animo spiacevoli collegati al trauma originario.

 

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 RINASCITA DEL FEMMINILE E VIOLENZA CONTRO LE DONNE

 

 

 

 

 

 

 

 

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Si ripetono tristemente i casi di cronaca in cui una donna viene ferita, bruciata, violata ed uccisa dal compagno o dall’ex compagno.

A quanto pare si tratta di un fenomeno che richiede estrema attenzione da parte dell’opinione pubblica e soprattutto delle istituzioni le quali ancora oggi, nonostante gli sforzi legislativi e organizzativi, non sono in grado di garantire la sicurezza di molte donne che vivono situazioni limite, in cui il rischio di perdere la vita per mano dell’uomo che hanno amato è tristemente molto concreto.

La prima reazione di fronte a queste storie di violenza e sopraffazione è di rabbia, subito seguita da una sensazione di impotenza e di paura perché spesso, la mano che picchia ed uccide, è la stessa che in passato ha abbracciato e accarezzato.

Si tratta di un fenomeno diffuso, basato sulla condizione di sottomissione cui la donna è stata soggetta per secoli in moltissime culture e dalla quale sta faticosamente, disordinatamente, tentando di liberarsi.

La Dichiarazione sull'eliminazione della violenza contro le donne è stata adottata senza voto da parte dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993; in essa si riconosce la "necessità urgente per l'applicazione universale alle donne dei diritti e dei principi in materia di uguaglianza, la sicurezza, la libertà, l'integrità e la dignità di tutti gli esseri umani".

Gli articoli 1 e 2 della suddetta risoluzione definiscono la violenza contro le donne come segue:

  • Articolo 1: Ai fini della presente Dichiarazione l'espressione "violenza contro le donne" significa ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata.
  • Articolo 2: La violenza contro le donne dovrà comprendere, ma non limitarsi a, quanto segue: a) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene in famiglia, incluse le percosse, l'abuso sessuale delle bambine nel luogo domestico, la violenza legata alla dote, lo stupro da parte del marito, le mutilazioni genitali femminili e altre pratiche tradizionali dannose per le donne, la violenza non maritale e la violenza legata allo sfruttamento; b) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene all'interno della comunità nel suo complesso, incluso lo stupro, l'abuso sessuale, la molestia sessuale e l'intimidazione sul posto di lavoro, negli istituti educativi e altrove, il traffico delle donne e la prostituzione forzata; c) La violenza fisica, sessuale e psicologica perpetrata o condotta dallo Stato, ovunque essa accada.

In precedenza, la violenza contro le donne veniva considerata un fatto “privato”, che aveva luogo all’interno di dinamiche familiari cristallizzate attorno al ruolo dominante dell’uomo.  Oggi finalmente si comincia a considerare la violenza contro le donne una questione sociale aperta, che riguarda tutti e non solo le famiglie – o le relazioni -  all’interno delle quali ha luogo.

Passi avanti ne sono stati fatti molti; eppure, a quanto pare – nell’immaginario individuale di molti uomini  -  la donna viene ancora considerata come un oggetto di proprietà, da possedere a tutti i costi, cui viene negata qualsiasi libertà di scelta ed espressione autonoma della propria volontà al di fuori del legame sentimentale o familiare. Viene ancora da alcuni uomini volontariamente posta in una condizione di inferiorità  e sudditanza economica, psicologica, sociale.

I fattori sociali sono a mio avviso determinanti perché costituiscono l’ambiente all’interno del quale nascono, si sviluppano e prendono forma concreta quelle convinzioni e quelle assunzioni di base che portano un uomo a considerare “giusto”, fattibile e lecito usare violenza contro la propria compagna. In questo senso dobbiamo fare i conti con una cultura secolarmente patriarcale se non apertamente maschilista, basata sulla presunta superiorità dell’uomo e sul diritto di questo ad avere un ruolo di controllo e comando sia all’interno del contesto familiare che in quello più vasto che riguarda la vita sociale e professionale.

A partire dalla fine del XVIII secolo, grazie agli scritti “Rivendicazione dei diritti della donna” di M. Wollstonecraft e “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” di O. de Gouges, e successivamente attraverso il movimento femminista, sono stati fatti molti progressi nel riconoscimento della figura femminile, soprattutto a livello sociale e politico.

Tuttavia è come se, nell'immaginario maschile, fossero rimaste numerose zone d’ombra refrattarie a qualsiasi rielaborazione – cognitiva ma soprattutto emotiva – del ruolo femminile all’interno della relazione sentimentale e familiare, e all'interno del tessuto sociale.

È verosimilmente all'interno di queste zone oscure, sconosciute, antiche, legate ad una emotività non elaborata né riconosciuta, che avvengono i drammi emotivi che spingono certi uomini ad agire contro le loro compagne uccidendole, nel tentativo di ristabilire quell’equilibrio e quell’ordine perduti nella paura dell’abbandono, del rifiuto, della perdita delle sicurezze.

Il lavoro che spetta a questa nostra società e alle future, sarà a mio avviso un arduo lavoro di ri-costruzione e rielaborazione dei ruoli sociali e relazionali, in cui deve essere promosso l’accoglimento e la comprensione profonda di uno sganciamento dai precedenti ruoli rigidamente definiti di maschio/femmina che, se da una parte hanno garantito le necessarie certezze di identificazione e differenziazione, dall’altro hanno chiuso gli individui in definizioni statiche via via più strette e sempre meno adeguate a garantire la libera espressione delle potenzialità individuali umane.

Come spesso accade, ciò che inizialmente rappresentava una protezione si è andata trasformando nel tempo un una gabbia, all’interno della quale rischiamo di restare rinchiusi nostro malgrado.

Educare i bambini e i giovanissimi al rispetto delle diversità e alla considerazione di queste come risorse e non come motivi di discriminazione, dovrebbe essere il primo passo per formare e crescere individui integri e capaci di un’affettività sana.

Capaci di relazionarsi con l’altro con rispetto e amore, in una modalità di reciproca considerazione e crescita, e non considerando l’altro come mero strumento di immediata gratificazione delle proprie necessità narcisistiche, o peggio come strumento cui viene attribuito il DOVERE di riempire quel profondo abisso e vuoto interiore che nascono da una ferita narcisistica mai elaborata né superata.

E’ evidente che viviamo in un contesto socioculturale che promuove la ricerca costante del piacere, la perfezione come manifestazione di potere, l’evitamento di ogni forma di dolore e frustrazione, la competizione senza limiti come elementi rappresentativi di un’immagine di successo e felicità. Ma si tratta evidentemente di una grande illusione, che ci sta portando lentamente ad una deriva del sé e delle relazioni la cui gravità è sotto gli occhi di tutti.

Tutto questo si assomma alla trasmissione – diretta e indiretta - di un individualismo sfrenato che afferma la supremazia del desiderio ed il susseguente assoluto diritto che esso venga soddisfatto subito e a tutti i costi.

Considerando questi presupposti, non dobbiamo sorprenderci se l’incapacità di accettare una quota di dolore, di dipendenza dall’altro, di delusione e frustrazione portano gli individui meno evoluti e più fragili a commettere atti di brutale violenza contro un femminile che, oggi più che mai, fa paura.

 

Un femminile che è simbolo incarnato di vitalità, autonomia e autodeterminazione, forza interiore, nel suo rapporto da sempre favorito con il ritmo archetipico e profondo della natura, che muore e rinasce  - rinnovata -  dal buio della terra.

 

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ASPETTI BIOLOGICI E SINTOMI DI DIPENDENZA AFFETTIVA

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Gli psicologi hanno da tempo scoperto come, certe caratteristiche della personalità, siano correlate alla predisposizione a sviluppare determinate patologie fisiche e psicologiche (Cohen et al., 2003, 2006, 2012; Segerstrom et al., 2010). L’antropologa Fisher ha studiato in particolare il modo in cui certe caratteristiche di comportamento e personalità sono associate essenzialmente ai sistemi neuronali dopaminergico, serotoninergico, al testosterone e agli estrogeni (Brown et al., 2013; Fisher, 2009; Fisher et al., 2010). La studiosa ha infatti evidenziato, attraverso le sue ricerche, la possibilità di definire quattro modalità principali e generali di pensiero e comportamento, associate alla prevalenza di sistemi neurotrasmettitoriali ed ormonali specifici.

  1. SISTEMA DELLA DOPAMINA-NORADRENALINA, OSSIA GLI ESP0LORATORI: l’autrice definisce esploratori coloro che esprimono in maggioranza gli aspetti cognitivi e comportamentali legati alla prevalenza del sistema della dopamina e della noradrenalina. Queste caratteristiche consistono nella continua ricerca di novità, nella ricerca di stimoli eccitanti d avventura, nell’impulsività, la tendenza ad annoiarsi facilmente, l’esplorazione intellettuale astratta, la flessibilità cognitiva, l’apertura alle nuove esperienze, la curiosità, l’energia, la creatività verbale e non e la generazione di idee. L’insieme di questa caratteristiche viene definito dalla Fisher come DIMENSIONE CURIOSA/ENERGICA e sembra predisporre ad un tipo particolare di dipendenza amorosa negativa: quella del dongiovannismo. Queste persone infatti, tendono a diventare DROGATI DELL’AMORE ROMANTICO e si innamorano molto spesso, vivendo tuttavia relazioni brevi e rompendole facilmente in quanto annoiati e bisognosi di nuovi stimoli. Possiedono una grande tendenza all’infedeltà e alla ricerca continua di nuove storie e dell’ebbrezza dell’innamoramento.
  2. SISTEMA DELLA SEROTONINA, OSSIA I COSTRUTTORI: l’insieme delle caratteristiche cognitive e comportamentali che la letteratura associa al sistema della serotonina, comprendono l’osservanza ligia delle regole sociali, l’adesione a pianificazioni, abitudinarietà e tendenza alla ripetitività, l’evitamento di pericoli, la socievolezza, l’autocontrollo, a coscienziosità, le capacità gestionali e la cooperazione, la precisione, l’interesse per i dettagli, la creatività figurativa e numerica e l’auto trascendenza o grande senso della religiosità. I costruttori manifestano la dimensione ATTENTA/RISPETTOSA e sono tendenzialmente predisposti alle forme di dipendenza amorosa negativa legate all’attaccamento e sono come dei DROGATI DELL’ATTACCAMENTO. Appaiono estremamente vigili e preoccupati di essere lasciati e sono predisposti a continue proteste, persecuzioni e pressioni verso il partner anche dopo che la storia è stata chiusa.
  3. SISTEMA DEL TESTOSTERONE, OSSIA I DIRETTORI: il sistema del testosterone a livello cerebrale, si associa a manifestazioni cognitive e comportamentali caratterizzate sostanzialmente da: maggiore percezione visuo-spaziale, capacità matematiche, ingegneristiche e meccaniche, attitudine alla musica, maggiore capacità di attenzione, tendenza a dominare, ridotta empatia, minore contatto visivo, minore fluidità verbale, minore sensibilità sociale e maggiore tendenza a dominare nella società associata alla spinta a primeggiare, al contenimento delle emozioni e a maggiore decisione e sicurezza di sé. L’autrice definisce queste persone – prevalentemente maschi - come aventi una dimensione prevalente ANALITICA/MENTALE ed essere predisposti a provare una profonda rabbia da abbandono, che può portare a sviluppare emozioni forti e comportamenti violenti o autodistruttivi (violenza domestica, omicidio, suicidio, violenza fisica) con una incidenza maggiore rispetto agli altri uomini.
  4. SISTEMA DEGLI ESTROGENI, OSSIA I NEGOZIATORI: il sistema degli estrogeni si associa alla prevalenza di pensiero contestuale/olistico/sintetico, capacità linguistiche e sociali, simpatia, empatia e cooperazione, tendenza alla cura degli altri, generosità, fiducia, predisposizione ai legami sociali, maggiore tendenza ad esprimere e a ricordare le emozioni. Anche l’ossitocina, che è correlata agli estrogeni, si associa a molte caratteristiche dell’animo socievole, come la capacità di comprendere ed interpretare emozioni e stati d’animo altrui. Questo insieme di caratteristiche viene definito dimensione SOCIEVOLE/EMPATICIA del temperamento e predispone all’analisi ossessiva ed introspettiva del rapporto di coppia, alla depressione e ai tentativi di suicidio in seguito al rifiuto amoroso.

La ricerca in ambito psicologico ha da tempo dimostrato come le esperienze infantili di relazione con con le figure di riferimento affettivo - in modo particolare la figura materna – siano responsabili del modo in cui ogni individuo imparerà a vivere l’amore e le relazioni affettive. Ormai è da tutti riconosciuto l’importante ruolo giocato dalle esperienze infantili nella costruzione degli stili di attaccamento (Bowlby) e degli schemi disfunzionali (Youg e Klosko), a loro volta responsabili del modo disturbato e patologico di vivere le relazioni sentimentali e le dinamiche di dipendenza e attaccamento all’interno di esse. Tuttavia, la ricerca negli ultimi anni sta altresì mostrando l’importanza, nell’ambito della costruzione degli schemi di attaccamento e di relazione, della dimensione biologica e temperamentale dell’individuo in quanto elemento capace di predisporre alla manifestazione di differenti aspetti della dipendenza amorosa: gelosia inappropriata, dipendenza, sorveglianza e persecuzione, controlli ossessivi, abusi domestici, delitto passionale, depressione e suicidio per amore.

 

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COME SUPERARE LA TRISTEZZA DEL NATALE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Si avvicina il Natale e molti di noi probabilmente hanno iniziato da un po' a sentire la tristezza che inevitabilmente si affaccia durante le festività natalizie.

Gli anglosassoni la chiamano "Christmas Blues", e viene definita come una forma di tristezza, malinconia o vera e propria depressione, che sembra attivarsi proprio nel periodo delle festività natalizie.

Molti professionisti della salute mentale, riferiscono infatti un aumento dei casi di depressione e tentativi di suicidio durante questo periodo dell'anno.

 

COME MAI?

Probabilmente, il clima freddo e le giornate corte hanno la loro influenza sull'umore, aumentando l'incidenza dei disturbi affettivi stagionali (SAD - Seasonal Affettive Disorders), ma molto probabilmente le ragioni di questo stato d'animo risiedono anche in altri fattori, più prettamente psicologici.

Spesso infatti si tende ad avere aspettative irrealistiche sulle festività: cosa si farà e con chi, quanto ci si divertirà e quanto si sarà felici in quei giorni; oppure si tende a rimuginare sulle proprie sofferenze e sulla condizione in cui si vive (ad esempio divorziati, single, separati in casa oppure persone che per altre ragioni si sentono insoddisfatte o infelici), vittimizzandosi per ciò che non si ha o per la condizione spiacevole che si sta vivendo; oppure ancora ci si può ritrovare a riflettere criticamente sulla propria vita finendo per fare una sorta di resoconto finale dell'anno passato...non sempre favorevole o soddisfacente; oppure si piangono i cari scomparsi che non potranno più festeggiare il Natale accanto a noi, e di cui sentiamo la dolorosa mancanza.

In questo periodo dell'anno, inoltre, le pubblicità martellanti ci fanno sentire obbligati a comprare e spendere denaro e questo potrebbe farci vivere una condizione di conflitto e disagio, soprattutto laddove le disponibilità economiche non sono tali da rendere possibile fare regali o farne di costosi.

Inoltre le pubblicità ricorrenti ci possono far confrontare con modelli irrealistici di felicità ed armonia familiare, successo e condivisione che non corrispondono alla realtà che di fatto viviamo nella nostra vita e questo potrebbe ulteriormente acuire un disagio latente o un'insoddisfazione di fondo mai "curata": si finisce così per pensare che gli altri sono più felici e ricchi, che possiedono di più, che sono più soddisfatti di noi e ci sentiamo ancora più tristi, soli o arrabbiati.

Ancora, molte persone possono diventare particolarmente ansiose e nervose a causa della pressione che si percepisce in questo periodo dell'anno in merito alle aspettative relative alle riunioni familiari: l'aspettativa di pranzi e cene con persone che non si vedono da tempo e con le quali magari si è in cattivi rapporti non aiuta certo a vivere serenamente le feste di Natale!

 

COSA SI PUO' FARE PER TRASCORRERE AL MEGLIO LE FESTIVITA' NATALIZIE?

  • Nel caso la depressione sia di grado importante, occorre rivolgersi ad un professionista della salute mentale
  • fissare regole e limiti di spesa e di partecipazione agli eventi sociali (pranzi, cene ecc...)
  • sostituire i doni materiali con doni non materiali, come ad esempio donare il nostro tempo o le nostre capacità ed esperienza a chi ne ha bisogno
  • dedicare del tempo a fare volontariato 
  • imparare aSTARE NEL MOMENTO PRESENTE:  godere di ogni singolo momento senza farsi influenzare da aspettative irrealistiche o eccessive su come dovrebbero essere le cose
  • dedicare del tempo alla MEDITAZIONE E RIFLESSIONE  sul profondo e personale significato del Natale
  • esercitare l'arte della GRATITUDINE: ricordare a se stessi di essere GRATI  per ciò che si ha e per ciò che si è
  • spostiamo il focus dei nostri pensieri da ciò che non va a ciò' che POSSIAMO FARE PER ESSERE PIU' FELICI
  • invece di ripensare a ciò che non va o non abbiamo, piuttosto IMPEGNIAMOCI ATTIVAMENTE per fare qualcosa di costruttivo nelle nostre vite
  • tenere alla larga tutte quelle persone che, con la scusa del Natale, tendono a vampirizzare le nostre energie ed il nostro tempo, lasciandoci sconcertati, tristi, arrabbiati e privi di energie
  • scrivere una LETTERA DELLA GRATITUDINE alle persone cui non abbiamo ancora detto "grazie" per qualcosa che hanno fatto per noi o semplicemente per amarci o averci amati
  • ORGANIZZARE i nostri obiettivi per l'anno che verrà (puoi aiutarti leggendo il mio articolo QUI)

Soprattutto, non dimentichiamo che il Natale è una festività sacra, ed anche per chi non è religioso essa porta con sé e ci ricorda numerosi significati simbolici di grande valore psicologico e spirituale che, veicolando un messaggio transculturale di rinascita, pace e amore incondizionato, possono essere di grande aiuto nell'attribuire alla nostra vita e ai nostri comportamenti un valore certamente più elevato, profondo e gratificante di quello che ci viene propinato dai media.

BUON NATALE A TUTTI!

 

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IL POTERE DEL PENSIERO

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DIPENDENZA AFFETTIVA E TRAUMA RELAZIONALE: IL RUOLO DELLA DISREGOLAZIONE EMOTIVA

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

Nell’ambito delle problematiche relazionali possiamo certamente comprendere tutti quei comportamenti disfunzionali legati alle dinamiche di dipendenza ed al vissuto di abbandono e deprivazione emotiva, fino a giungere alla configurazione del quadro di dipendenza affettiva.

Uno studio condotto  dal dottor Maurizio Stavola (CLICCA QUI PER IL TESTO COMPLETO) mostra come, tra i fattori predisponenti a sviluppare dipendenza affettiva, vi siano quelli derivanti da pregressi traumi relazionali (abbandono, abuso, deprivazione emotiva): dissociazione e disregolazione emotiva.  

 

  1. La dissociazione è un fenomeno psichico che consiste nella disconnessione tra alcuni  processi psichici rispetto al restante sistema psicologico che costruisce il senso di coerenza ed integrità dell’individuo. Nella dissociazione c’è una mancanza di connessione nel pensiero, nella memoria e nel senso di identità di una persona. Fenomeni dissociativi possono occorrere spesso nella vita quotidiana senza tuttavia rappresentare un aspetto patologico: ciò accade ad esempio quando, guidando lungo un tragitto familiare in modo automatico, ci si rende conto di non ricordare di aver percorso gli ultimi chilometri  poiché la mente era “altrove”, presa dai pensieri mentre si guidava. Una dissociazione più grave e cronica è il disturbo dissociativo dell’identità, precedentemente chiamato disturbo di personalità multipla insieme ad altri disturbi dissociativi, nei quali alcuni aspetti della vita quotidiana vengono “dissociati” dal resto delle percezioni e dimenticati, o vissuti come da estranei.
  1. La disregolazione emotiva non indica solamente le difficoltà di il controllo delle emozioni, ma indica:
  • incapacità di tollerare affetti negativi (noia, vuoto, perdita, angoscia, depressione, irritabilità, rabbia) intensi e/o prolungati
  • incapacità di controbilanciarli con un’emotività positiva in modo autonomo (autoconsolazione, valutazione di alternative, autocontenimento) e cioè senza ricorrere ad oggetti/persone esterne o acting-out, in cui le emozioni spiacevoli non vengono elaborate ma direttamente agite all’esterno attraverso comportamenti disfunzionali (desideri suicidi, automutilazioni, uso/abuso di sostanze, somatizzazione, disturbi dell'alimentazione, disorganizzazione comportamentale, dipendenze comportamentali o da sostanze)

Ad avvalorare l’ipotesi eziopatogenetica della dipendenza affettiva, che vede nel  pregresso trauma relazionale l’elemento correlato al manifestarsi di un disturbo dissociativo, di problematiche di disregolazione emotiva e di uno stile di attaccamento insicuro ansioso (caratteristiche comuni nei soggetti affetti da dipendenza affettiva) è a mio avviso importante un recente studio di Teicher, M.H. et al., (Childhood maltreatment: altered network centrality of cingulate, precuneus, temporal pole and insula. Biological Psychiatry. 76(4):297-305, 2014).

 

I risultati di questo interessante studio, condotto su un campione di 265 soggetti ambosessi dai 18 ai 25 anni di età (di cui 142 classificati maltrattati e 123 non maltrattati in base ai risultati delle approfondite interviste eseguite), evidenzia nei soggetti risultanti “maltrattati” (abuso sessuale o fisico, maltrattamenti fisici, deprivazione emotiva), alterazioni cerebrali delle aree deputate a mediare la percezione e la regolazione delle emozioni e dei bisogni: in particolare l’insula anteriore destra (coinvolta nei processi di integrazione e coordinamento della consapevolezza degli stati emozionali e di bisogno interiori) ed l’area del cingolo anteriore sinistro, che collabora nella regolazione delle emozioni e degli impulsi.

 

Questo studio a mio avviso conferma il ruolo eziopatogenetico del pregresso trauma infantile nella formazione di disturbi della regolazione delle emozioni, a loro volta altamente rappresentati nei soggetti affetti da dipendenza affettiva.

 

Queste difficoltà nella regolazione autonoma e matura dei vissuti emotivi, verosimilmente responsabili della tendenza, presente nelle persone che mostrano dipendenza affettiva, ad avere bisogno dell’altro per le funzioni suppletive di regolazione esterna che gli vengono attribuite, poiché il soggetto non è in grado di svolgerle autonomamente:

1)    distrazione dal dolore collegato al vissuto interiore di vuoto, indegnità o paura di essere abbandonati a se stessi

2)    contenimento emotivo, in cui l’altro aiuta a contenere l’angoscia e la paura profonda che originano da un disturbo nella percezione de sé, da un senso di vuoto interiore, dal timore dell’abbandono, ecc.

3)    dose di emozione piacevole/emozione forte, che è in grado - da sola – di distogliere dagli affetti interiori intollerabili (per approfondire il concetto di "dose"  legato alla dipendenza affettiva, leggere A. Giddens: "La trasformazione dell'intimità", ed. Il Mulino)

 

E’ come se la persona, invece che consolarsi autonomamente attraverso la capacità di riconoscere, tollerare ed elaborare le emozioni intense, ricorresse all’altro NON TANTO IN QUANTO ALTRO-CUI-COMUNICARE le proprie emozioni nel tentativo funzionale di condividerle e manifestarle in modo utile, ma piuttosto L'ALTRO COME STRUMENTO per alleviare o distrarre da un’affettività interiore dolorosa e vissuta come annientante.

Certamente molto c’è ancora da comprendere e studiare in materia, ma è innegabile il ruolo della disregolazione emotiva all’interno degli schemi comportamentali e cognitivi tipici della dipendenza affettiva, che sono inoltre responsabili del mantenimento di tali comportamenti relazionali disfunzionali.

 

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ATTACCAMENTO E DIPENDENZA AFFETTIVA

Scritto da:  Annalisa Barbier


Tutti temiamo l’abbandono. L’abbandono è un lutto, una perdita, una perdita dell’equilibrio e della stabilità, una minaccia alla nostra sopravvivenza fisica o psicologica. Una sfida a farcela da soli, a resistere e a ricominciare.

Si tratta certo di argomento di non facile né veloce trattazione; tuttavia di grande interesse, perché la ferita di un abbandono (o di un evento come tale vissuto) è destinata a restare dentro di noi in una forma o nell’altra, forgiando il nostro mondo interiore, il nostro atteggiamento verso l’altro e la nostra capacità di nutrire una fiducia sana, matura e saggia (vedi un mio precedente post dal titolo “ fiducia idealizzata e sfiducia globale“).

Prima di parlare del tema dell’abbandono vorrei fare un passo indietro ed esporre, seppur brevemente, la teoria dell’attaccamento di Bowlby, nella quale l’autore definisce non soltanto i diversi stadi che scandiscono l’attaccamento del bambino alla figura di riferimento, ma anche – ciò che a noi più interessa in questa sede – le diverse modalità di attaccamento sviluppate, che possono essere più o meno sane e funzionali.

Stili diversi di attaccamento infatti, portano a differenti reazioni all’abbandono.

 

L’ATTACCAMENTO

Bowlby definì l’attaccamento come la:

Propensione innata a cercare la vicinanza protettiva di un membro della propria specie quando si è vulnerabili ai pericoli ambientali per fatica, dolore, impotenza o malattia

(J. Bowlby, 1969).

L’attaccamento può essere anche definito come un sistema dinamico  di comportamenti che contribuiscono alla formazione di un legame specifico fra due persone, un vincolo le cui radici possono essere rintracciate nelle relazioni primarie che si instaurano fra bambino e adulto.

Le fasi dell’attaccamento identificate da Bowlby sono le seguenti:

  1. 0-3 mesi pre-attaccamento: il bambino riconosce la figura umana quando compare nel suo campo visivo ma non discrimina le persone;
  2. 3-6 mesi attaccamento in formazione: inizia la formazione di un legame; il bambino discrimina le figure e ne riconosce una in particolare (quella che lo cura, lo coccola, lo nutre).  Compare la paura dell’estraneo;
  3. 7-8 mesi angoscia: non avendo sviluppato il concetto di “permanenza dell’oggetto”, la lontananza dalla figura di riferimento provoca angoscia nel bambino;
  4. 8-24 mesi fase di attaccamento vero e proprio;
  5. 3 anni in poi formazione di legami: la figura allevante viene riconosciuta dal bambino che, oltre ad identificarne le caratteristiche fisiche, diviene consapevole dei propri sentimenti, emozioni, sensazioni.

In base alle risposte fornite dalla la figura di riferimento, il bambino strutturerà una specifica tipologia di legame o “stile di attaccamento”, che potrà essere funzionale o meno. In futuro, crescendo, questo stile di attaccamento si concretizzerà in modelli operativi relazionali, che tenderanno a riprodurre lo stesso modello di attaccamento nelle relazioni future (comprese quelle sentimentali, in cui la componente emotiva è molto forte).

Bowlby distinse quindi 4 stili di attaccamento, caratterizzati ognuno da specifiche caratteristiche della figura di riferimento e della relazione con questa, e da un altrettanto peculiare stile di considerazione di sé e di relazione con l’altro.

  1. ATTACCAMENTO SICURO:  permesso dalla presenza di figure di attaccamento stabilmente disponibili e pronte a rispondere positivamente alle richieste di accudimento, vicinanza e conforto. Il modello di Sé che si costruisce è amabile, meritevole di amore ed attenzioni, capace di suscitare nell’altro risposte positive di affetto e accudimento.  L’altro viene vissuto come disponibile e degno di fiducia. Con il passare degli anni, il bambino sviluppa una relazione basata su senso di stabilità, accudimento ed accettazione. Si sente sereno, accettato e protetto ma anche libero di esplorare. Matura fiducia in sé, nell’altro e nelle proprie risorse.
  2. ATTACCAMENTO EVITANTE: indotto da figure di attaccamento indisponibili, non affettuose e tendenzialmente propense ad ignorare ed allontanare rifiutandole, le richieste di contatto e vicinanza del bambino, che viene tenuto a distanza. Il bambino sviluppa un modello operativo interno basato sulla convinzione di un Sé “poco amabile” non meritevole di amore ed attenzioni , incapace di suscitare nell’altro risposte positive di affetto e accudimento.  L’altro viene vissuto come indisponibile. Negli anni, il soggetto alterna momenti di indipendenza a momenti di ricerca di accudimento. Crescendo, tende a scindere gli affetti negativi verso la madre non elaborati proiettandoli sulla società, con comportamenti ribelli o contestativi. Tende a non attaccarsi all’altro.
  3. ATTACCAMENTO ANSIOSO-AMBIVALENTE:  le figure di attaccamento degli individui che sviluppano questo modello di attaccamento, mostrano comportamenti imprevedibili ed incostanti: a volte sono accoglienti a volte rifiutanti nei confronti delle richieste di accudimento e vicinanza. Possono mostrarsi intrusive ed ipercontrollanti. Nel bambino si formano quindi 2 modelli operativi interni: 1) Sé amabile e figura di attaccamento degna di fiducia; 2) Sé non amabile e figura di attaccamento indisponibile. Il soggetto tende ad avere costantemente bisogno di accudimento, mostrandosi inoltre costantemente preoccupato ed angosciato dal comportamenti imprevedibile dell’altro, aggrappandovisi e temendo l’abbandono.
  4. ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO: questi individui hanno avuto figure di attaccamento sofferenti a causa di violenze subite, o depressione o altri eventi traumatici gravi. Sono immerse in una dimensione di dolore ed angoscia ed incutono timore. Il modello operativo interno che si sviluppa può assumere diverse forme: 1) Sé amabile ed altro disponibile; 2) Sé vittima impotente e altro minaccioso; 3) Sé pericoloso per le persone amate; 4) Sé e figura di attaccamento deboli di fronte al mondo esterno. Lo sviluppo nel soggetto di questa modalità  di attaccamento descritto da Bowlby, origina da figure di attaccamento (mamme, figure di riferimento) con gravi problemi legati ad abusi, violenza o malattie psichiatriche. Tale stile di attaccamento genera solitamente personalità BORDERLINE o PSICOTICHE.

L’ABBANDONO

Collocato ai primi posti nella scala degli eventi stressanti elaborata nel 1967 da Holmes e Rahe, l’abbandono è a tutti gli effetti un trauma che deve essere elaborato.

In ambito affettivo, la perdita del partner viene considerata pari alla morte di una persona cara, come un’esperienza di “lutto” (dal latino luctus= pianto e lugere= piangere) ed è caratterizzata da una forte reazione emozionale di tristezza, dolore, sgomento, paura e angoscia.

Nel momento in cui si perde il partner (non per morte), si deve anche iniziare a fare i conti con una nuova realtà, in cui l’altro continua a vivere senza di noi una vita indipendente e distaccata dalla nostra. Vengono meno le familiari e strutturate abitudini di vita insieme, gli impegni e le attività in comune. Vengono meno alcuni amici. Viene meno il senso di intimità, continuità, appartenenza, esclusività, supporto e vicinanza con il partner. Viene meno anche il riferimento della abitazione che si aveva in comune,  nel caso ci si separi dopo convivenza o matrimonio.

Le perdite sono molte e riguardano diversi aspetti della vita: da quello emotivo, a quello familiare, a quello economico e domestico.

La reazione all’abbandono comprende una serie di manifestazioni sia fisiche che psicologiche.

  • MANIFESTAZIONI ORGANICHE: possiamo trovare tutti i disturbi della sfera vegetativa come stanchezza cronica, disturbi del sonno e dell’alimentazione, disturbi digestivi, aumento della pressione, interruzione del ciclo mestruale, problemi sessuali, caduta dei capelli, cefalee, abbassamento delle difese immunitarie.
  • MANIFESTAZIONI PSICOLOGICHE:  tristezza, senso di vuoto e di angoscia, paura, perdita di interesse per se, per gli altri e per il proprio futuro, incapacità di concentrarsi, irritabilità ed episodi di rabbia, pianto, disturbi del sonno, dell’appetito e della sfera sessuale. A queste possono sommarsi in misura diversa ansia, fobie, ossessioni, attacchi di panico, disturbo post- traumatico da stress, dipendenze da alcol, farmaci, gioco.

E’ importante notare come le reazioni all’abbandono dipendano anche dallo stile di attaccamento nella loro manifestazione e soprattutto nella loro evoluzione; non è infrequente riscontrare infatti tra gli autori di stalking in seguito a rottura di una relazione, soggetti con stile di attaccamento ansioso-bivalente. Gli individui che hanno sviluppato un modello di attaccamento sicuro hanno maggiori strumenti e probabilità di affrontare in maniera costruttiva e funzionale la sofferenza derivante dall’abbandono, contrariamente a quanto accade invece per le altre categorie di attaccamento, in cui prevalgono sentimenti ambivalenti, distruttivi, ansiosi e depressivi.

Esistono delle differenze fondamentali nel modo in cui donne e uomini vivono il dolore dell’abbandono:

  • le donne tendono a manifestare reazioni emotive più intense rispetto agli uomini; parlano di più e più approfonditamente dei loro sentimenti e spesso cercano supporto ed aiuto psicologico per superare le difficoltà.
  • gli uomini tendono a nascondere le loro emozioni profonde ed evitano di confidarsi con familiari o amici; piuttosto cercano distrazione nel superlavoro, nello sport o in comportamenti di abuso  e dipendenza (alcol, droghe o gioco d’azzardo). Spesso inoltre gli uomini reagiscono con rabbia e disprezzo attuando comportamenti offensivi e lesivi della ex partner (stalking, fino ad arrivare all’omicidio).

E’ molto importante, nel caso ci si trovi ad affrontare una separazione dolorosa, ricorrere al sostegno e all’aiuto di uno psicologo,  al fine di affrontare in maniera costruttiva e non distruttiva l’esperienza di abbandono,  e di crescere nella consapevolezza diventando più forti e capaci di gestire  in maniera sana e funzionale il dolore e la rabbia.

  • Occorre innanzitutto essere consapevoli che ci vorrà del tempo; quindi NON PRETENDERE da se stessi di stare bene subito
  • Imparare a “stare nel dolore”, sapendo che è parte integrante del processo di guarigione
  • Concedersi un giusto periodo di sofferenza legata alla perdita
  • Non lasciarsi andare ai sensi di colpa e di inadeguatezza pensando che se si fosse fatto meglio o di più la separazione non sarebbe accaduta
  • Non coltivare desiderio di vendetta o rivincita
  • Comprendere le ragioni dell’altro, cercare di mettersi anche nei suoi panni può aiutare a non vederlo più soltanto come “il carnefice”
  • Imparare a conoscere segnali e i consigli che la nostra “parte saggia” ci invia attraverso i sogni e l’immaginazione o l’intuizione

Lo psicologo infatti potrà aiutare la persona innanzitutto a gestire al meglio lo stress ed i sintomi fisici derivanti dalla separazione (ansia, attacchi di panico, disturbi del sonno o alimentari ecc). Successivamente, la aiuterà ad elaborare il lutto con gradualità e rispetto per il dolore, facendo emergere le sue emozioni profonde, anche quelle indesiderate. Con il tempo il dolore si attenuerà, la conoscenza di sè si farà più solida e la persona riacquisterà un nuovo senso di stabilità emotiva ed autonomia che la porterà ad affrontare al meglio le esperienze successive.

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LA MIA INTERVISTA SULLA MANIPOLAZIONE EMOTIVA PER RADIO CUSANO CAMPUS

La manipolazione emotiva è una sorta di passo a due, ballato da due persone con caratteristiche complementari: una delle due (tipicamente il manipolatore) ha bisogno di mantenere la percezione positiva di sé ed avere sempre ragione, mentre l’altra (la vittima manipolata) è caratterizzata da un bisogno fortissimo di fusione ed approvazione, che la porta a permettere al manipolatore di ri-definire la sua idea di realtà, idealizzandolo e cercando costantemente il suo consenso.

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COME I SENSI DI COLPA E LA RICERCA DI APPROVAZIONE CI RENDONO MANIPOLABILI

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Esistono diverse cause che possono indurre sensi di colpa, come spiego nel precedente articolo:  per espiare i propri errori o presunti tali, al fine di sentirsi sollevati dal disagio legato all’aver violato delle norme morali (esterne o interiori), per attirare la pena ed il perdono altrui mostrandosi costernati, abbattuti e tristi (ciò accade soprattutto quando si è incapaci di perdonare se stessi), per guadagnare l’approvazione e la protezione degli altri mostrandosi mortificati e pentiti di ciò che si è fatto, per farsi compatire ed ottenere attenzione ed affetto, deresponsabilizzarsi nei confronti dei comportamenti tenuti (la colpa è degli “altri” che ci fanno sentire in colpa…), o infine per non impegnarsi in un processo di rivalutazione e cambiamento dei propri valori, delle proprie regole morali e dei propri comportamenti.

Questo ultimo caso permette infatti di non crescere, poiché limitandosi a dolersi per il danno compiuto non si fa il passo successivo, che è quello di darsi da fare per comprendere le motivazioni dei propri errori al fine di non compierli nuovamente.

In questo breve articolo, mi vorrei soffermare su un fenomeno particolarmente frequente tra le persone che manifestano comportamenti di dipendenza affettiva: il senso di colpa legato al bisogno di ottenere approvazione.

Sappiamo che il senso di colpa è anche alla base di un meccanismo di controllo dei comportamenti socialmente disapprovati: esso infatti è solitamente vissuto nelle circostanze in cui si viene meno ad una regola di comportamento condivisa (ad esempio se si fa del male ad una persona inerme, si ruba, si mente arrecando danno a qualcuno ecc). In questo ambito, il senso di colpa ha una valenza “educativa” e di controllo scoraggiando, con la sua dolorosità, il ripetersi di comportamenti ed atti nocivi per la comunità e per l’individuo.

Tuttavia può accadere che ci si senta in colpa nei confronti di qualcuno pur sapendo di non aver fatto nulla di male. Anzi, a volte proprio perché non si è fatto qualcosa che altri si aspettavano da noi, o si è venuti meno alle aspettative altrui.

E’ il caso in cui il senso di colpa diventa una potente leva sulla quale agiscono i manipolatori, insieme ad un’altra potente leva: la paura (per saperne di più sulla manipolazione leggi QUI).

 

Nelle relazioni caratterizzate da un coinvolgimento emotivo come quelle con un genitore, un caro amico, un partner o in ambito professionale,  è possibile restare “vittime” dei tentativi di manipolazione che l’altro agisce con l’intento – più o meno consapevole – di farci fare ciò che vuole e che altrimenti non sceglieremmo di fare spontaneamente.

Ciò che fa la differenza in questi casi è l’attivazione di quello che definisco il “gancio relazionale”, cioè quella particolare leva che rende esposti all'influenza dell’altro perché rappresenta qualcosa a cui non si vuole in nessun modo rinunciare: l’immagine positiva che si vuole rimandare (come ad esempio essere sempre considerati bravi, buoni, capaci, attivi, ecc.), il volersi mostrare capaci e meritevoli di amore, il voler “far andare bene le cose a tutti costi”, il volersi sentire amati e approvati ecc.

Ognuno di noi possiede uno o più “ganci relazionali”, potenzialmente attivabili in determinate circostanze, e che potrebbero esporre a difficoltà nel dire di no o nell'opporsi alle eccessive richieste altrui. Tuttavia, in presenza di un buon livello di autostima e di amore di sé, di una buona consapevolezza delle proprie dinamiche interiori e soprattutto della capacità di essere autonomi emotivamente, tali ganci sono più difficilmente attivabili, poiché il senso del proprio valore personale e dei confini sé/altro impedisce di accondiscendere al “baratto emotivo” in cui SI ACCONDISCENDE PER OTTENERE QUALCOSA CHE SI CONSIDERA PRIORITARIO (amore, approvazione, ammirazione ecc.)

Questo accade quando, ad esempio, ci viene chiesto qualcosa che per noi è impegnativo o in contrasto con il nostro modo di vedere le cose, o che reputiamo spiacevole fare e l’altro, di fronte al nostro “no”, reagisce attivando in noi il senso di colpa o la paura dell’abbandono.

I meccanismi di manipolazione che fanno leva sul senso di colpa possono raggrupparsi nei seguenti atteggiamenti:

1)    Punizione: SE non farai questa cosa per me ALLORA vuol dire che sei una persona “cattiva,  e io ne terrò conto;

2)    Autopunizione: SE non farai questa cosa per me, ne soffrirò così tanto che arriverò a farmi del male (ad es. minacce di suicidio, di gesti autolesivi come abuso di alcol o sostanze ecc.) per non sentire questo dolore;

3)    Vittimizzazione: l’altro accetta formalmente il rifiuto (es. “capisco, mi rendo conto che non puoi/vuoi…”) tuttavia invece, in maniera ambigua e subdola, fa passare chiaramente il messaggio che ne soffrirà molto (es. “certo sarà molto dura per me…”) e che il rifiuto gli provocherà disagio e dispiacere.

 

Si potrebbe rispondere alla richiesta:

1)    continuando a dire “no” se non la si ritiene opportuna, adeguata, condivisibile ecc…

2)    oppure, nel caso si attivi il “gancio relazionale” ci si ritroverà a tornare indietro sui propri passi, accondiscendendo alla richiesta.

Il “gancio relazionale” funziona quando, deludere le aspettative dell’altra persona, significa anche automaticamente non ottenere quella dose di approvazione, amore, senso di controllo o potenza di cui si ha bisogno per sentire il proprio valore.

Ecco in che modo le aspettative degli altri agiscono su di noi facendo leva sui nostri ganci emotivi: attraverso l’attaccamento assoluto a ciò che l’altro ci darà se soddisferemo le sue richieste. Approvazione. Accudimento. Condivisione. Vicinanza. Ecc. Spesso il timore della disapprovazione fa scattare il senso di colpa, naturale guardiano interiore che ci avvisa che stiamo facendo qualcosa di sconveniente.

 

ATTACCAMENTO INSICURO E RICERCA DI APPROVAZIONE

Il bisogno di approvazione ha radici profonde, che affondano nel passato dei primi importanti rapporti di amore: quelli con le figure di riferimento, solitamente i genitori. E’ in questo ambito che si sviluppano quelli che vengono definiti gli  Stili di Attaccamento, o Modelli Operativi Interni (MOI) (M. Ainsworth, John Bowlby). L’attaccamento è un insieme di pensieri, emozioni e comportamenti finalizzati ad ottenere la protezione e l’accudimento della figura di riferimento (es. genitore), ed i MOI sono dei modelli interni di riferimento per la costruzione delle relazioni intime, che contengono il modo in cui rappresentiamo noi stessi e l’altro nella relazione, insieme alle aspettative riguardo il modo in cui gli altri saranno o meno disponibili a soddisfare il nostro bisogno di protezione, accudimento e condivisione.

Se da bambini si sperimentano relazioni incerte ed instabili con la figura di attaccamento, probabilmente si svilupperanno modelli adulti (attaccamento preoccupato/invischiato) in cui prevale la sensazione di non essere abbastanza meritevoli, per cui si devono continuamente ricercare e “meritare” l’amore e la cura dell’altro: nelle relazioni sperimenteremo controllo e gelosia, tendenza alla dipendenza e ad essere eccessivamente compiacenti, paura di essere lasciati ed alternanza di comportamenti rabbiosi e aggressivi con richieste di contatto, consolazione e sottomissione. Il bisogno di approvazione si accompagna al sentimento di inadeguatezza, indegnità o incapacità per cui l’approvazione rappresenta il primo passo verso quel supporto e quell'amore di cui si necessita.

 

COSA FARE?

Il primo passo da fare per liberarsi dal bisogno eccessivo di approvazione è quello di rendersi conto di esso, attraverso i sensi di colpa e il disagio che compaiono quando si dice “NO”.

Poi occorre comprendere quanto esso sia dannoso: infatti, la continua ed eccessiva ricerca dell’approvazione altrui o l’evitamento della disapprovazione, nel tempo, portano con sé delle importanti conseguenze: perdita del senso di identità (si finisce per non sapere più cosa ci piace e cosa no), indebolimento ulteriore dell’autostima, relazioni interpersonali “viziate” e non intime (quando non ci si mostra mai per come si è non può costruirsi una reale intimità con l’altro), paura dell’abbandono, depressione, senso di confusione, disturbi d’ansia.

 

Occorre considerare e vedere, attraverso pensieri, emozioni e comportamenti, il legame esistente tra bisogno di accudimento e protezione, ricerca dell’approvazione e senso di colpa.

  1. Imparare a rinunciare all'approvazione ogni tanto, ricordando a se stessi quanto pericoloso sia volerla a tutti i costi
  2. DIRE DI NO alle richieste che si considerano inappropriate, spiacevoli, ingiuste o eccessive senza farsi influenzare dalla paura delle conseguenze
  3. Considerare i sensi di colpa che compaiono dopo aver detto NO, come il sintomo della paura di essere disapprovati, e non come l’indice di una mancanza. Togliere loro il potere di turbarci.
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LA FIDUCIA E LE NOSTRE ASPETTATIVE

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ASPETTI SOCIALI DELLA DIPENDENZA AFFETTIVA

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DIPENDENZA SANA E  PATOLOGICA

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ESERCIZI DI GIOIA PER DONNE CHE AMANO TROPPO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Le "Donne che amano troppo" sono le protagoniste dell'omonimo cult-book della scrittrice americana Robin Norwood: donne votate ad amori infelici, a uomini bugiardi, violenti e abusanti, al sacrificio di sé, alla conquista incessante di un uomo intrinsecamente indisponibile o inarrivabile.

Si tratta di donne segnate da storie dolorose di abusi, mancanze, ferite profonde che tornano a sanguinare e a dolere...sono donne che quando non periscono nella spirale del loro destino rinascono più forti e solide che mai.

Diventano le mani che aiutano a rialzarsi tutte le altre donne che, come loro, sono cadute.

Ma ci sono anche le donne che "amano male" le quali, pur non riportando nel loro passato le stesse pesanti storie di dolore ed abuso delle altre, ugualmente restano impigliate in relazioni sentimentali insane, non gratificanti e dolorose.

Amano male perchè l'amore non è solo una questione di quantità ma anche di qualità: una qualità che nasce dal rispetto di sé e dell'altro, dalla capacità di prendersi cura di se stesse prima di tutti, di ascoltare i propri bisogni dando loro valore e dignità, di agire liberamente nella relazione con l'altro, dando vita ad un dinamico ed equilibrato movimento di intimità e autonomia.

In fondo siamo state un po' tutte "donne che amano male" almeno una volta nella nostra vita, perchè ad amare si impara, così come si impara che l'equilibrio è un fenomeno dinamico fatto di tanti movimenti più o meno percettibili, aggiustamenti continui: ci vuole tempo per comprendere, crescere, provare...cadere e rialzarsi.

Ma c'è qualcosa che ogni donna può fare per imparare ad essere più gioiosa ed autonoma, più salda e radicata in se stessa al fine di non cadere nella trappola della dipendenza da una relazione insana: si tratta di recuperare la gioia delle piccole cose, il piacere di fare ciò che le piace, di dedicarsi a se stessa, di riscoprire le proprie qualità uniche.

 

5 ESERCIZI DI GIOIA PER DONNE CHE AMANO TROPPO

 

1) LA RELAZIONE CHE VORREI

elenca le caratteristiche della relazione che desideri avere e del partner che vorresti accanto: sono verosimili? Razionali? Mature e raggiungili?...O si tratta di attese/pretese irrazionali ed irrealistiche? E' importante restare con i piedi per terra e comprendere due cose: 

  1. i tuoi desideri in ambito sentimentale son quelli di un'infermiera dedita al salvataggio altrui, di una bambina paurosa della solitudine o sono quelli di una donna adulta che si ama ed è equilibrata?
  2. la relazione che stai vivendo soddisfa le tue aspettative? se si, in che modo?

2) CHIEDIMI SE SONO FELICE

Chiediti cosa ti renderebbe più felice e soddisfatta in questo momento della tua vita. Fai un elenco delle risposte, raggruppandole in macro aree (famiglia, salute e forma fisica, lavoro e denaro, amore, amicizie, studio ecc.) e mettendole in ordine di priorità ed importanza per te. Il risultato sarà un elenco di obiettivi piccoli e grandi, a breve o lungo termine sui quali basarti per iniziare seriamente a prenderti cura di te.

3) FATTI DEL...BENE!

Probabilmente sei presa da mille obblighi e costrizioni: impegni di lavoro o familiari e il tuo benessere... arriva sempre per ultimo! Impara ad ascoltarti di più e passa dai " devo..." ai "ho voglia di" e finalmente ai  "mi concedo di": di andare dal parrucchiere, di farmi un regalo, di andare a spasso senza meta, di riposare un pomeriggio, svegliarmi tardi la domenica, cenare con le amiche, lavorare di meno, leggere un libro che ami...(continua a compilare la tua personale lista del "fatti del bene"!)

4) IO NON TI SALVERÒ

quante volte ti sei lasciata trasportare dall'istinto di fornire subito sostegno o aiuto concreto a un collega, un familiare o al tuo compagno, mettendo da parte ciò che stavi facendo o i tuoi bisogni? Quando la spinta a rendersi utili diventa tanto impellente da calpestare i propri bisogni bisogna correre ai ripari:

  1. impara a definire confini e mettere paletti: rispettati e rispetta le tue necessità personali di riposo, spazio, tempo, divertimento, piacere, silenzio, solitudine, attività fisica ecc ecc. 
  2. impara a gestire la paura di essere disapprovata: NON PUOI PIACERE A TUTTI. E' un dato di fatto. Ma puoi piacere - e molto - a te stessa!
  3. impara a dire di NO alle richieste eccessive, invadenti o inopportune degli altri. Un no detto con gentilezza e fermezza non ti renderà un mostro, e nel tempo le persone impareranno a rispettarti molto di più.

5) APRI LE ORECCHIE... DEL CUORE

Dedica del tempo ad entrare in contatto con le tue emozioni - sia positive che spiacevoli - senza scacciarle, né giudicarle o giudicarti perchè le provi. Osservale, sentile, ascolta cosa ti dicono di te... puoi imparare molto dalle tue emozioni (come scrivo nell'articolo che trovi QUI). Impara a non temere di avere paura o di sentirti sola... a volte è meglio restare a casa da sole a vivere la tristezza di una delusione, che vendere dignità e serenità per un'illusione di compagnia o di amore...

 

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LA TRAPPOLA DEI BISOGNI

Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La dipendenza affettiva è una modalità relazionale insana basata su diffidenza e paura, insoddisfazione, frustrazione, limitazioni e annichilimento piuttosto che sulla libertà di amare, sulla fiducia e sul senso di gratificazione reciproca.

La persona che ne soffre tende a legarsi a partner indisponibili, ambigui, manipolatori, a tratti violenti (anche fisicamente), bisognosi di detenere il potere nella relazione e tendenzialmente bugiardi.

Spesso si ripete uno schema relazionale insano radicato fin nell'infanzia, nel tentativo inconsapevole di controllarlo o modificarne le conseguenze.

Nel fare questo, il dipendente affettivo si rende parte attiva nella relazione malata, partecipando al suo mantenimento nel tempo e colludendo con il partner in una sorta di tango relazionale in cui ad ogni passo dell'uno corrisponde il passo opposto e complementare dell'altro, nel tentativo mai pago di soddisfare i propri bisogni, profondi e insoddisfatti, di accudimento, approvazione e riconoscimento.

PRESUPPOSTO DELLA DIPENDENZA AFFETTIVA INFATTI E' CREDERE - IN MODO PIÙ O MENO CONSAPEVOLE - NELL'AFFERMAZIONE: DEVO ESSERE AMATO PER SENTIRE DI VALERE.

Nella dipendenza affettiva quindi SI HA BISOGNO più di ogni altra cosa di garantirsi l'UNIONE con l'altro, e per fare ciò si sviluppano inconsapevolmente una serie di "regole" o criteri che da un lato permettono di verificare se il valore dell'unione è minacciato, e dall'altro permettono di garantirsene la presenza. Queste regole, criteri o convinzioni portano inevitabilmente a vivere una relazione disfunzionale perché, sebbene siano basati sul fondamento "buono" del desiderio di amore e di unione con l'altro, rispondono però ad un diktat esasperato e falso: IL MIO VALORE E' DATO DALL'AMORE/PRESENZA DELL'ALTRO.

In questa ottica, vengono messi in atto una serie di stratagemmi relazionali finalizzati a far sì che l'altro resti nella relazione e non la abbandoni: si entra così nell'ambito della comunicazione manipolativa che spesso caratterizza le relazioni insane, delle quali parlo estesamente QUI.

Di seguito elenco le affermazioni e le convinzioni che, durante la mia esperienza professionale, ho potuto riscontrare più spesso. 

 

BASSA AUTOSTIMA

  1. Da solo/a non ce la farò mai
  2. Non valgo niente
  3. Sono brutto/a
  4. Mi sento un incapace
  5. Non sono amabile
  6. Non sono interessante
  7. Sono un/a perdente
  8. Sono troppo fragile per cavarmela da solo/a
  9. Sento di essere "sbagliato/a"
  10. Non ho molto da offrire

DEVO E NON DEVO

  1. Devo assolutamente avere un partner per stare bene e sopravvivere
  2. La relazione deve a tutti i costi funzionare
  3. Devo dimostrare di meritare l'amore del partner
  4. Devo fare di tutto per far andar bene le cose
  5. Non devo farmi lasciare
  6. Devo essere comprensiva/o e tollerante
  7. Devo aspettare che le cose maturino (anche se sono passati anni...)
  8. Devo evitare i conflitti
  9. Non devo far pesare i miei bisogni
  10. Devo essere accondiscendente
  11. ...

NELLA RELAZIONE

  1. Non devo farmi "fregare"
  2. Devo farmi amare a tutti i costi
  3. Devo spiegargli come stanno davvero le cose
  4. Devo mostrargli il mio amore
  5. Devo fargli capire che sono bravo/a
  6. Non posso accettare che la passi liscia
  7. Mi devo vendicare
  8. Lo/la devo punire
  9. Deve pagare per le sue cattiverie
  10. Deve smetterla di farmi questo
  11. ...

ASPETTATIVE E PRETESE

  1. Deve fare come aveva promesso
  2. Mi deve amare come voglio io
  3. Deve comportarsi come farei io al suo posto
  4. Deve ammettere le sue bugie
  5. Deve ammettere i suoi errori
  6. Deve capire come mi sento in questa situazione
  7. Deve ammettere che ha torto
  8. Deve ammettere che ho ragione io
  9. ...

FOCUS SUL PARTNER (invece che su se stessi...)

  1. Perché si comporta così?
  2. Perché dice certe cose?
  3. Dove vuole arrivare quando...?
  4. Come si sente, cosa prova per me?
  5. Perché non fa o dice ...?
  6. Come può essere tanto meschino/a?
  7. Perché mi dice tutte queste bugie?
  8. Perché mi tradisce sempre?
  9. Perché non mi ama?
  10. ...

Si tratta di affermazioni che tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo fatto e che non sono intrinsecamente sbagliate ma che, nell'ambito di un rapporto di amore caratterizzato da dinamiche di sopraffazione o dipendenza, assumono tutta un'altra valenza e diventano TRAPPOLE RELAZIONALI. Se vi ritrovate a ripetere troppo spesso tra voi queste frasi nell'ambito di una relazione insana, con un partner che non vi ama, potreste rischiare di cadere nella trappola dei bisogni e della manipolazione.

Spesso infatti i bisogni urgenti della dipendenza affettiva spingono per essere soddisfatti nell'immediato e a qualunque costo; si finisce così per mettere a repentaglio la propria autostima, la propria dignità, il proprio equilibrio, fino ad arrivare a rischiare la propria incolumità fisica pur di mantenere il legame con l'altro, anche se se ne riconosce la negatività.

 


COME FARE PER USCIRNE

 

1) RENDETEVI CONTO che la relazione è insana e di poter avere un eventuale problema di dipendenza affettiva

2) ACCOGLIETE VOI STESSI A BRACCIA APERTE per ciò che siete: con pregi e difetti, luci ed ombre, fragilità e ricchezze

3) PRENDETE LE DISTANZE - anche fisiche se necessario - dalla relazione e possibilmente anche dal partner

4) CENTRATEVI su voi stessi: non smettete mai di chiedervi come vi sentite, di cosa avete davvero bisogno, cosa vi renderebbe davvero sereni e felici, cosa non siete più disposti a sopportare

5) DEDICATEVI DI NUOVO A VOI: ricontattate vecchi amici, riprendete ad andare in palestra, al cinema, a cena con un amico... dipingete o ricamate o fate ciò che più vi potrebbe aiutare a recuperare un senso nuovo di autostima e gratificazione personale 

6) RICORDATE CHE IL VOSTRO VALORE LO DECIDETE VOI  non la presenza dell'altro,  né le sue parole di amore, né le sue promesse.


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5 DRITTE PER SVILUPPARE L'AUTODISCIPLINA

 

 

 

 

 

 

 

 

Dott.ssa Annalisa Barbier


Una lettrice mi ha chiesto un consiglio su come fare per sviluppare la capacità di autodisciplina.

Ma cosa è l’autodisciplina e perché è importante imparare a svilupparla?

 

L’autodisciplina è una capacità personale strettamente collegata alla motivazione e alla forza di volontà; la motivazione è il combustibile che serve per farci procedere nella direzione dell’obiettivo, mentre la forza di volontà è il conducente che incessantemente si dedica a mantenere la direzione giusta per raggiungere tale obiettivo.

Inoltre ricorda che l’autodisciplina ti servirà anche per imparare a RIFIUTARTI DI SODDISFARE DESIDERI NOCIVI O IRRILEVANTI (ad esempio mangiare fuori pasto se sei a dieta, fumare un’altra sigaretta se stai cercando di smettere, perdere tempo sui social se devi preparare un esame ecc.).

L’autodisciplina dunque è importante, poiché ci permette di raggiungere più facilmente e in modo ordinato i nostri scopi e realizzare i desideri che abbiamo nel cuore, senza perdite di tempo o spreco di energie. Può trattarsi di perdere peso, terminare l’università, scrivere un libro o diventare ginnasti provetti. In ogni caso l’autodisciplina è lo strumento perfetto che ci permette di avanzare, con tenacia e determinazione, verso i nostri obiettivi.

 

COME FARE DUNQUE?

 

1.   COSA VUOI DAVVERO?

Il concetto di autodisciplina ha a che fare con il desiderio di impegnarsi nel raggiungere un obiettivo MOTIVANTE. Perciò, la prima cosa che devi fare è comprendere bene cosa vuoi davvero, per fare leva sulla tua MOTIVAZIONE PERSONALE. E’ importante quindi stabilire una lista di obiettivi ed organizzarli in base all’importanza che rivestono per te:

·         Capire la rilevanza del tuo obiettivo rispetto agli altri che hai stabilito (ad esempio: è prioritario smettere di fumare o perdere peso rispetto a dare un esame, o viceversa?)

·   Definire i passaggi da seguire per poterlo raggiungere (nel caso di una dieta: contattare un dietologo, scegliere la dieta da seguire, acquistare eventuali integratori, modificare alcune abitudini di vita ecc.)

SUGGERIMENTO: Chiediti: “cosa mi renderebbe più felice e soddisfatto in questo momento della mia vita?”, quindi fai un elenco delle risposte, raggruppale suddividendole in macro aree (famiglia, salute e forma fisica, lavoro e denaro, amore, amicizie, studio ecc.) e successivamente mettile in ordine di priorità ed importanza per te. Il risultato sarà un elenco di obiettivi piccoli e grandi, a breve o lungo termine sui quali basarti per procedere.

 

2. RI-DEFINISCI GLI OBIETTIVI

  Per evitare di perdere tempo o di usare le tue energie in modo disordinato, è importante imparare a definire ogni obiettivo sulla base delle caratteristiche di realizzabilità, impegno, richiesta di tempo e risorse in modo da rendere più ordinati e misurabili i passaggi da fare e i progressi raggiunti.

SUGGERIMENTO: puoi ricorrere alla famosa tecnica S.M.A.R.T., una guida che ti permetterà di stabilire obiettivi specifici e concreti per raggiungere il tuo scopo. Definire un obiettivo SMART significa far sì che sia:

·            Specifico: un obiettivo specifico è più facile da realizzare rispetto ad un obiettivo confuso o generico. Ad esempio “voglio mangiare più frutta e verdura e meno dolci” piuttosto che dire “voglio mangiare più sano”;

·            Misurabile: stabilisci criteri concreti per misurare i progressi che farai. Ad esempio puoi dirti che per un mese sostituirai la carne rossa con il pesce;

     Accessibile: rifletti se possiedi le risorse (di tempo, di energia fisica e mentale ed economiche) per poter perseguire al meglio il tuo obiettivo.

 

·         Realistico: un obiettivo ambizioso, per essere realistico, potrebbe richiedere un impegno molto intenso; devi decidere tu quanto in alto vuoi puntare anche in base alle tue disponibilità (vedi sopra: accessibile). Gli obiettivi ambiziosi esercitano una maggior forza motivazionale, ma se sono irrealistici ottengono l’effetto opposto: frustrazione e resa.

·        empificato: è importante stabilire una scadenza finale, perché senza di essa manca la capacità di organizzare il lavoro da fare per raggiungere l’obiettivo, e la motivazione si affievolisce. Fissare anche scadenze intermedie, nel caso di obiettivi di medio lungo termine, aiutano a definire i progressi e a riorganizzare il da farsi per il raggiungimento finale

 

     3. PRESENZA CONSAPEVOLE

A questo punto è importante imparare ad osservare te stesso durante la giornata, per esercitare un controllo volontario e cosciente sulle tue azioni, facendo in modo che siano sempre indirizzate verso il raggiungimento del tuo scopo, ed evitando i comportamenti controproducenti o dannosi che ti allontanano da esso. Ad esempio, se sei a dieta e ti accorgi che spesso tendi a mangiare fuori pasto per noia o tristezza, impara a monitorare questa tua tendenza per poterla contrastare e sostituire con un comportamento più sano (ad esempio fare qualcosa di piacevole invece di mangiare).

·         SUGGERIMENTO: le pratiche di Mindfulness informale sono estremamente adeguate e utili per insegnarti ad essere presente a te stesso durante la giornata, permettendoti di essere cosciente e consapevole di ciò che fai. Si tratta di semplici pratiche, finalizzate a portare la consapevolezza piena in una qualsiasi attività quotidiana che svolgi: dal lavarti i denti al vestirti, o al mangiare. Guarda il video

 

4.    ESERCITA LA VOLONTÀ

E’ vero quando si dice che la volontà è come un muscolo: va esercitata! Per renderla più forte e determinata e far si che ti supporti nella realizzazione dei tuoi obiettivi, devi imparare ad esercitarla esattamente come faresti con un muscolo.

·         SUGGERIMENTO: impegnati ogni giorno a fare almeno una di queste tre cose: a) rinuncia ad una piccola abitudine (ad esempio a leggere il giornale a colazione, o mangiare cioccolata dopo cena); b) sostituisci una vecchia abitudine con una cosa nuova (ad esempio invece di preparare la borsa di corsa prima di uscire, fallo appena sveglio) oppure c) fai una cosa abitudinaria in maniera diversa (ad esempio fai una strada diversa per andare a lavoro, lavati i denti con la mano sinistra ecc.)

 

5)    5. PREMIATI PER OGNI PROGRESSO FATTO

Infine PREMIATI per ogni successo ottenuto, per ogni progresso fatto nella direzione dei tuoi obiettivi! E’ importante gratificarti per il tuo impegno poiché questo manterrà alta la tua motivazione e ti aiuterà a sostenere meglio sacrifici ed impegno che inevitabilmente accompagnano le nostre sfide più grandi.

SUGGERIMENTO: ogni sera compila un “diario del successo” su quale annoterai tutti i piccoli e grandi passi che hai fatto durante la giornata. Ad esempio se sei a dieta, annota di aver seguito la dieta ad ogni pasto, o di aver saputo rinunciare al dolce; se il tuo obiettivo è preparare un esame, annota le pagine che hai studiato. Ti accorgerai di quante piccole cose hai fatto per ottenere i risultati desiderati e ti sentirai felice e motivato a continuare.

 

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IL VIAGGIO DELL'EROE
















A cura della Dott.ssa Annalisa Barbier

Ispirato al libro di Carol S.Pearson “Risvegliare l’Eroe dentro di Noi”


Il “Viaggio dell’Eroe” è il nostro Viaggio personale e noi siamo l’Eroe. Esso è l’insieme delle esperienze che attraversiamo nella nostra vita e dalle quali apprendiamo a crescere, a modificare i nostri atteggiamenti, a guardare alla vita e agli altri in modo nuovo. Come in ogni fiaba che si rispetti, anche il nostro Viaggio prevede che ci siano un Tesoro da scoprire (o ri-scoprire) e un Drago da uccidere; il Tesoro è la scoperta del nostro vero Sé, dei nostri talenti, delle nostre attitudini profonde e il Drago rappresenta le nostre paure interiori, i nostri limiti. Questo Viaggio non finisce mai. Come dice l’Autrice:

 

“… noi non cessiamo mai di viaggiare, ma abbiamo degli eventi che marcano le tappe quando quello che accade è il risultato della nuova realtà che abbiamo incontrato. E ogni volta che ci rimettiamo in viaggio, lo facciamo ad un nuovo livello e torniamo con un nuovo Tesoro e capacità trasformative di nuovo conio”.


Il senso del nostro Viaggio allora è la scoperta del nostro valore, del nostro Sé, del significato profondo della nostra vita, e ci dona “… la possibilità di lasciarsi dietro la frustrazione di potenzialità non sfruttate e di decidere di vivere alla grande […] Possiamo vivere una vita grande solo se siamo pronti a diventare grandi noi stessi e a superare, durante il processo, l’idea della impotenza assumendoci la responsabilità della nostra esistenza.”

Il senso profondo di questo Viaggio è il raggiungimento del nostro fine-significato: sapere di essere un Eroe vuol dire sapere di essere a posto, nel momento e nel luogo giusto, vuol dire imparare a conoscere i propri talenti e le proprie capacità e capire quale è il PROPRIO fine, non quello che ci è stato attribuito da altri o qualcosa che gli altri si aspettano da noi.

In altre parole significa DIVENIRE SE STESSI.

 

“… Quando troviamo noi stessi ogni cosa sembra andare al suo posto. Riusciamo a vedere la nostra bellezza, la nostra intelligenza, la nostra bontà. Riusciamo a usarle produttivamente, e questo ci appaga. Siamo meno impegnati a dare prova di noi, per cui possiamo rilassarci e amare ed essere amati. Abbiamo tutto ciò che ci serve per affermare la nostra piena umanità, il nostro pieno eroismo”.

 

GLI STADI DEL VIAGGIO

Come ogni viaggio ha le sue tappe, così anche il nostro Viaggio dell’Eroe comprende alcuni passaggi o stadi che sono: la Preparazione, il Viaggio vero e proprio ed il Ritorno:

“… Durante lo stadio della Preparazione siamo sfidati a dimostrare la nostra bravura, il nostro coraggio, la nostra umanità e la nostra fedeltà agli ideali che ci ispirano. Durante il Viaggio, lasciamo la sicurezza della famiglia o del gruppo di origine e ci inoltriamo in una ricerca in cui incontriamo la morte, la sofferenza e l’amore. Ma, più importante di tutto, il nostro sé si trasforma. Nel Mito, tale trasformazione è simboleggiata dal ritrovamento di un tesoro o di un oggetto sacro. Al Ritorno dall’impresa, diventiamo Sovrani del nostro regno che per merito del nostro cambiamento si trasforma. […] Ogni volta che perdiamo il senso della nostra integrità o iniziamo a sentirci inadeguati alle comuni sfide della vita, dobbiamo rimetterci in cammino”.

 

L’ARCHETIPO COME GUIDA INTERIORE

Possiamo considerare l’archetipo a grandi linee come una sorta di contenitore universale per le idee, attraverso il quale ognuno di noi interpreta e “sente” ciò che vive e sperimenta.

 

L’archetipo è anche la forma primitiva dalla quale originano le espressioni mitico-religiose dell’umanità e li vediamo riflessi “… nelle immagini ricorrenti del mito, dell’arte, della letteratura, e della religione, e sappiamo che sono archetipi perché li si trova dovunque, in ogni tempo e luogo”.

 

Durante il nostro Viaggio veniamo accompagnati e sostenuti da una serie di guide interiori o archetipi, ognuno dei quali è la rappresentazione di un peculiare modo di condurre e vivere il Viaggio e noi stessi. Di tali guide interiori/archetipi, troviamo espressione, traccia e vita all’interno di noi nei sogni o nelle fantasie, o all’esterno come accade nelle espressioni del mito, nella letteratura, nell’arte o negli elementi naturali come facevano le religioni pagane (ad esempio nelle costellazioni, o negli animali).


Nel suo libro l’Autrice indica 12 di tali guide interiori/archetipi:

  1. L’INNOCENTE
  2. L’ORFANO
  3. IL GUERRIERO
  4. L’ANGELO CUSTODE
  5. IL CERCATORE
  6. IL DISTRUTTORE
  7. L’AMANTE
  8. IL CREATORE
  9. IL SOVRANO
  10. IL MAGO
  11. IL SAGGIO
  12. IL FOLLE

 

Ognuno di questi 12 archetipi è allo stesso tempo guida lungo il Viaggio dell’Eroe e stadio del Viaggio stesso; esso “… ci offre una lezione da imparare e una dote o un tesoro con cui arricchire la nostra vita”.

A ciascuna di tali 12 guide appartiene tuttavia non soltanto un aspetto positivo, costruttivo e creativo ma anche una forma negativa, costituita dagli aspetti e dalle espressioni spiacevoli, eccessive, misconosciute e negate dell’archetipo, che viene definita “lato ombra”; quando esso ci possiede viviamo un misterioso senso di malessere psicologico e non riusciamo ad uscire dalla forma di espressione negativa di un archetipo. Per fare ciò dobbiamo necessariamente imparare ad onorare l’archetipo

… esprimendolo in qualche modo. In questo caso ciò che ci serve è procedere ad esprimere il suo aspetto positivo”.

 

L’OMBRA

Come precedentemente indicato ogni archetipo possiede anche un lato ombra, che ne rappresenta gli aspetti deteriori, più duri e meno costruttivi, che l’individuo può vivere in qualunque momento della sua vita: ad esempio quando ci diciamo che non siamo abbastanza bravi o in gamba (Saggio-ombra) o che non possiamo assolutamente continuare a vivere senza quell’amore (Amante-ombra), e identifichiamo tutti quelli che ci mettono in guardia contro queste voci interiori distruttive, come draghi da combattere, e annientare.

INNOCENTE-OMBRA: “si manifesta con una capacità di diniego che impedisce di vedere cosa sta realmente accadendo. È possibile che stiate facendo del male a voi stessi e agli altri, ma non lo ammettete. Potete essere anche ferito, ma anche questa consapevolezza verrà repressa. O presterete fede a ciò che dicono gli altri, anche quando la loro visione delle cose si oppone direttamente a ciò che intimamente sapete”.

ORFANO-OMBRA: “è la vittima, che dà agli altri la colpa della propria incapacità, irresponsabilità e persino del proprio comportamento rapace e si aspetta dalla vita l’esenzione e un trattamento speciale in virtù dei torti che ha subito, o della sua fragilità. Quando nella nostra vita domina quest’Ombra dell’Orfano positivo, ci comportiamo aggressivamente perfino nei confronti di chi cerca di aiutarci, facendo del male a questo e a noi nello stesso momento. O possiamo crollare e diventare apatici (atteggiamento del tipo ‘Non puoi aspettarti niente da me. Io sto male, sono stato ferito, non sono all’altezza’)”.

GUERRIERO-OMBRA: “Usa le qualità del guerriero a proprio vantaggio senza preoccuparsi della morale, dell’etica o del bene della collettività. Si attiva nella nostra vita ogni volta che ci sentiamo m costretti a compromettere i nostri principi per competere, vincere o raggiungere i nostri fini. Si percepisce anche nella tendenza a stare continuamente all’erta e a percepire ogni cosa che accade come un’offesa, una minaccia, o una sfida da affrontare”.

ANGELO CUSTODE-OMBRA: “E il martire che soffre, che controlla gli altri facendoli sentire colpevoli. – guarda come mi sacrifico per te!- si manifesta in tutti i comportamenti ricattatori e fagocitanti, in cui l’individuo usa la propria funzione di cura e di protezione per dominare o soffocare gli altri. Si trova anche nella ‘dipendenza dal dipendente’, che è il bisogno incoercibile, patologico di prendersi cura o di salvare gli altri”.

CERCATORE-OMBRA: “è il perfezionista sempre teso a essere all’altezza di un impossibile traguardo o a trovare la soluzione ‘giusta’. La vediamo nelle persone la cui principale attività nella vita è il miglioramento di sé, quelli che corrono dal club della salute all’ennesimo corso di autoperfezionamento, e che pure non si sentono mai pronti ad impegnarsi a realizzare qualcosa”.

DISTRUTTORE-OMBRA: “comprende tutti i comportamenti autodistruttivi – dipendenze, meccanismi condizionati, modi di fare che insidiano la possibilità di rapporto, di riuscita nella carriera, di autostima – quali la violenza fisica e psichica, lo stupro o l’assassinio che hanno effetti distruttivi sugli altri”.

AMANTE-OMBRA: “comprende le ‘sirene’ (che distolgono gli altri dalla propria ricerca), i seduttori (che usano l’amore ai fini di conquista), i ninfomani (patologicamente dipendenti dall’amore e dal sesso) e tutti quelli che non sanno dire di no quando arriva la passione, o sono totalmente distrutti quando una relazione d’amore si chiude”.

CREATORE-OMBRA: “ si manifesta nell’ossessività, quando il creare significa immaginare tante possibilità che non si può lavorare appieno su nessuna. Una forma di questo è la mania del lavoro”.

SOVRANO-OMBRA: “è il malvagio sovrano che insiste sul suo modo di fare e bandisce gli elementi creativi dal regno (o dalla psiche) per avere a tutti i costi il controllo. Il Re o la Regina che indulge a tutti i costi al furore del potente e grida ‘tagliategli la testa!’. Spesso la gente si comporta in questi termini quando è in una posizione di autorità, ma non sa come gestire la responsabilità che vi è connessa. Questa Ombra include anche le persone motivate da un forte bisogno di controllo”.

MAGO-OMBRA: “lo stregone malefico che trasforma le scelte positive in negative. Ci applichiamo a questa sorta di ‘magia nera’ tutte le volte che sminuiamo noi stessi o un altro, o riduciamo le scelte e le possibilità, col risultato di una diminuzione di autostima. Il Mago ombra è anche la parte di noi capace di danneggiare noi stessi e gli altri attraverso pensieri ed azioni negative”.

SAGGIO-OMBRA: “il giudice impietoso – freddo, razionale, senza cuore, dogmatico, spesso spropositatamente solenne - che valuta noi e gli altri e decreta che non siamo, o sono, abbastanza bravi, o che non facciamo quel che dobbiamo”.

FOLLE-OMBRA: “il ghiottone, l’infingardo o il libertino totalmente definito dagli istinti e le voglie del corpo e privo di qualunque senso di dignità o autocontrollo”.

 

IL SENSO DEL “VIAGGIO DELL’EROE” E QUELLO DI IMPARARE CHE I DRAGHI NON SONO ALL’ESTERNO MA VIVONO DENTRO DI NOI

SONO LE MANIFESTAZIONI OMBRA DEGLI ARCHETIPI GUIDA

LO SCOPO DEL NOSTRO VIAGGIO E QUELLO DI INTEGRARE GLI ASPETTI POSITIVI E NEGATIVI DI TALI ARCHETIPI

DUNQUE QUELLO DI INTEGRARE L’OMBRA.

 

*Tutte le frasi poste tra le virgolette, sono citazioni tratte dal libro di Carol S. Pearson: “Risvegliare l’Eroe Dentro di Noi”

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CHI HA PAURA DELL'EMOZIONE CATTIVA?

“…L’emozione è infatti la fonte principale della presa di coscienza”

Carl Gustav Jung

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Otto emozioni primarie", opera dell'artista Giulia Martino - Torino 

 

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

Jung aveva ragione quando indicava nell'emozione l’elemento principale per prendere coscienza di sé e del proprio stato interiore.  Gioia, paura, tristezza, rabbia, gratitudine: sono molte le emozioni che trovano posto nella nostra vita ogni giorno e, sebbene non tutte siano piacevoli, tutte sono importanti poiché rappresentano una GUIDA interiore di grande valore.

 

Le emozioni infatti sono qui per darci una mano a comprendere cosa fare, per difenderci o proteggerci dal pericolo e per aiutarci a prendere la decisione giusta.

 

A volte però esse possono diventare il nostro nemico poiché – se non ascoltate, negate o scacciate -  possono aggiungere sofferenza al disagio (ansia, paura, rabbia ecc.) o farci vivere situazioni conflittuali (emozioni ambivalenti o poco chiare, confusione interiore).

 

E’ dunque molto importante AFFRONTARE ANCHE LE EMOZIONI SPIACEVOLI, imparando a ri-conoscerle e a renderle nostre complici, per poter vivere una vita più gratificante e in armonia con il nostro Sé interiore.

 

Cosa fare per conoscere meglio le tue emozioni senza temerle, accogliendo il MESSAGGIO CHE TI PORTANO e il loro POTENZIALE COSTRUTTIVO?

 

1)    CHIEDIMI SE SONO FELICE

Per iniziare a lavorare con le emozioni e renderle tue alleate, devi imparare a riconoscerle e distinguerle tra loro per non sentirti confuso, o peggio, attribuire ad un tuo stato d’animo una valenza sbagliata. Nominare correttamente e in modo preciso il tuo stato d’animo ti aiuterà a distinguere la tristezza dalla depressione, la paura dall'inquietudine, la gioia dall'eccitazione e così via.

COME PUOI FARE.  Prima di tutto poniti questa semplice domanda: “Come mi sento in questo momento?”; potresti chiederti se ti senti “bene” oppure “male”, e successivamente approfondire la domanda chiedendoti più precisamente, nell'ambito di queste due grandi categorie, cosa provi. La tabella allegata ti aiuterà a trovare le parole giuste per descrivere come ti senti .

 

2)    CORTESIE  PER GLI OSPITI

Anche le emozioni più spiacevoli, come la tristezza o la paura vogliono essere accolte, ascoltate e riconosciute; nasconderle a te stesso o provare ad evitarle con distrazioni di ogni tipo (dall'abuso di alcol a quello di cibo, alleviamento delle situazioni “difficili” all'iperattività che è una fuga da se stessi) non ti aiuterà a stare meglio, e nel lungo termine si potrebbe rivelare addirittura dannoso per la tua salute e per il tuo equilibrio. Nel cammino verso l’integrazione e la conoscenza di te stesso, devi imparare ad essere più CONSAPEVOLE delle tue emozioni, e ad ACCOGLIERLE come ospiti improvvisi, senza giudicarle né scacciarle.

COME PUOI FARE. Ti può venire in aiuto la Mindfulness, che offre numerosi strumenti per accrescere la consapevolezza di sé e delle proprie emozioni. La prossima volta che provi un’emozione/sensazione spiacevole, nota se hai l’impulso automatico di evitarla, scacciarla o controllarla. Invece di agire questo impulso, prenditi il tempo di ascoltare, riconoscere ed accogliere l’emozione per “disinnescarne” il potenziale dannoso e comprenderne il messaggio. Puoi spostare l'attenzione a ciò che l'emozione ti provoca a livello delle sensazioni corporee (ad es. sensazione di nodo alla gola o stretta allo stomaco), prenditi ancora un po' di tempo per osservare dentro di te gli effetti dell'emozione. Quindi porta la tua consapevolezza amorevole sul respiro che entra ed esce dalle narici, percepisci la sensazione legata all'aria che entra ed attraversa tutto il tuo corpo circolando al suo interno, per poi uscire nuovamente nell'espirazione. Sii presente a te stesso durante tutto questo processo di respirazione e, se vuoi, puoi contare i tuoi respiri.

 

IL GIOCO DEL "SE FOSSE...?"

  • se la tua emozione fosse fosse un animale, quale animale sarebbe?
  • se fosse un colore?
  • se fosse una forma?
  • se fosse un materiale?
  • se fosse un odore?
  • se fosse un personaggio noto?


3)    COSA MI STAI DICENDO?

Le emozioni sono una grande ricchezza e, sebbene quelle spiacevoli vengano considerate “negative”, tutte sono utili perché ti collegano direttamente ai tuoi bisogni. Le emozioni sono infatti precisi indicatori di ciò che conta per te e ti fanno capire se i tuoi bisogni sono soddisfatti: se lo sono, proverai emozioni piacevoli come gioia o gratitudine, mentre proverai emozioni spiacevoli come tristezza o rabbia quando i tuoi bisogni rimangono insoddisfatti. Afferrare il legame tra emozione e bisogni è un passaggio molto importante ed osservare le tue emozioni ti permetterà di comprendere di cosa hai davvero bisogno, e muoverti nella giusta direzione per ottenerlo!

COME PUOI FARE. Per prenderti cura dei tuoi bisogni devi conoscerli e poi agire nella direzione giusta per il loro soddisfacimento. Di seguito un semplice esercizio che ti sarà utile per imparare a collegare le emozioni ai tuoi bisogni: emozione piacevole = bisogno soddisfatto, emozione spiacevole = bisogno non soddisfatto.

1.      Fai una lista dei tuoi bisogni più importanti nell’ambito delle seguenti categorie: sicurezza (sentirsi sicuri materialmente e moralmente); Stimolo (ricevere stimolazioni sia fisiche come un buon pasto, che mentali come la creatività); Affetto e socialità (amore, amicizia, appartenenza); Stima e riconoscimento (sentire di valere e di essere “visto” dagli altri); Autonomia; Senso e coerenza (percepire che la tua vita ha un senso ed è in linea con i tuoi valori).

2.      Mettili in ordine di importanza

3.      Chiediti, ogni volta che provi un’emozione  piacevole o spiacevole, a quale bisogno soddisfatto o insoddisfatto si collega l’emozione provata.

4.      Metti in atto strategie e scelte adatte a soddisfare i tuoi veri bisogni

Esempio: in questo momento provo soddisfazione = mi accorgo che è così perché il mio bisogno di condivisione ed ascolto è soddisfatto; Oppure in questo momento provo rabbia = mi accorgo che la provo perché in questo momento il mio bisogno di stima e autonomia è insoddisfatto.

 

4)     CONSEGUENZE INDESIDERATE

Le nostre scelte e il modo in cui ci comportiamo sono in larga parte frutto inconsapevole delle emozioni: accade qualcosa (ad esempio, ti ricordano che devi scrivere un report di lavoro), provi un’emozione spiacevole legata ad una tua valutazione (ad esempio ansia perché pensi di non saperlo fare come si deve), ti comporti in un certo modo (ad esempio rimandando l’esecuzione del lavoro per evitare di affrontare l’ansia e l’eventuale delusione di un lavoro imperfetto). Le conseguenze di questo saranno probabilmente che ti troverai ad accumulare ritardo nel lavoro, sentendoti sempre più a disagio e preoccupato. E’ quindi importante collegare l’emozione al comportamento che essa produce, soprattutto quando questo comportamento provoca delle conseguenze spiacevoli o distruttive per te, per evitare di peggiorare la situazione.

COME PUOI FARE. Puoi usare il “diario delle emozioni” per imparare a capire il legame che esiste tra certi comportamenti dannosi e le tue emozioni, per poter correggere il tiro e agire consapevolmente e costruttivamente, e non in modo automatico e preda delle emozioni spiacevoli.

 

IL DIARIO DELLE EMOZIONI 

  1. EVENTO CHE HA SCATENATO L’EMOZIONE            
  2. EMOZIONE CHE HO PROVATO (aiutati con la lista allegata)
  3. QUAL’E’ L’IMPULSO AD AGIRE? (cosa mi viene istintivo fare)
  4. CONSEGUENZE DEL MIO COMPORTAMENTO
  5. COMPORTAMENTO ALTERNATIVO (se l’impulso ad agire ti provoca conseguenze negative o controproducenti, rifletti su cosa sarebbe invece più utile FARE per raggiungere il tuo obiettivo o limitare i danni!)

 

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18 (+1) consigli per uscire da un amore distruttivo

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier


Spesso, quando si rimane all'interno di una relazione sentimentale caratterizzata da disparità di impegno e sentimento o da partner manipolativi e irrispettosi quando non francamente violenti e infedeli, le ragioni sono legate ad un insufficiente senso di autostima ed amore di sé, o al timore di essere abbandonati e rimanere soli, oppure al senso di sfida che ci si impone quando, rispetto ad un partner problematico (affetto da dipendenze, violento o incapace di amare), si dice a se stessi: “lo/la cambierò, io ce la farò, riuscirò a guarirlo/a” eccetera.

In questi casi, quando la relazione disfunzionale si protrae a lungo nel tempo, il malessere che ne può derivare è grande, e può compromettere la qualità della vita della persona coinvolta nonché la sua capacità di trarre gratificazione e godimento dalle relazioni interpersonali e dalle attività che svolge (lavoro, amici, famiglia, svago eccetera).

Il primo passo da fare in questi casi, per riportare equilibrio e salute, è quello di RICONOSCERE DI VIVERE UNA RELAZIONE DISTRUTTIVA; Senza questo primo passaggio, qualsiasi intervento è destinato a fallire, mancando i presupposti di consapevolezza e motivazione al cambiamento.

Una volta raggiunta la consapevolezza che la relazione che si vive è pericolosa e distruttiva, occorre valutare molto seriamente la necessità di apportare un CAMBIAMENTO. Questo non deve necessariamente consistere nella rottura della relazione (a meno che non si tratti di un partner psicologicamente o fisicamente violento), ma può anche riferirsi ad una modificazione del comportamento di uno o entrambi i partner all’interno della relazione, al fine di trasformare alcuni equilibri e le dinamiche disfunzionali. La scelta dell’obiettivo da porsi dipende dalla gravità della situazione relazionale, dalla eventuale presenza di rischi per l’incolumità dei partner e dalla loro maturità emotiva e psicologica.

Di seguito sono elencati alcuni consigli per aumentare la propria autostima ed autonomia emotiva, al fine di raggiungere un maggiore equilibrio e benessere che, nel medio e lungo termine, porterà a fare scelte più sane e adatte alla nostra crescita e alla realizzazione dei propri desideri.

1.           PRENDITI CURA DI TE

·         Elenca i tuoi obiettivi di vita nell’ambito delle seguenti categorie:  lavoro, cura di sé, autostima, famiglia e parenti, amore, vicinato, comunità, svago e tempo libero, mete e valori, figli, crescita e apprendimento, salute, casa, denaro, creatività, sostegno, amicizia;

·         Inizia a chiederti cosa puoi fare per renderti più felice e gratificato in ogni area sopra indicata e impegnati per il tuo benessere;

·         Scrivi almeno 5 tuoi bisogni che non sono soddisfatti nella attuale relazione e impegnati a capire cosa dovresti fare perché vengano soddisfatti;

·         Inizia ad agire nella direzione del soddisfacimento dei tuoi bisogni invece di agire nel timore di essere lasciato/a;

·         Metti al centro il tuo benessere fisico e psicologico, riportando sempre l’attenzione su di te chiedendoti: “cosa desidero davvero in questo momento?”, “questa situazione mi porta benessere o dolore?”, “cosa posso fare per stare bene ora?” eccetera

2.   RINUNCIA AL BISOGNO DI CAMBIARE L’ALTRA PERSONA: piuttosto chiediti se ti gratifica e se ti va bene così come è;

3.   MOSTRATI PER COME SEI, accettando la possibilità che l’altra persona non ti approvi  e la possibilità di fare o dir qualcosa che all’altro non piace;

4.   LASCIA LIBERO L’ALTRO DI ANDARSENE se non desidera restare nella relazione. Smetti di credere che se ti impegnerai fino allo sfinimento, l’altra persona rimarrà con te: l’amore è una scelta e non un obbligo né tanto meno il frutto di un ricatto morale;

5.   EVITA LA “TRAPPOLA DELLA SPIEGAZIONE”; non è necessario uscire da ogni discussione vincenti o dimostrando che l’altro ha torto. Ci sono abilissimi manipolatori/manipolatrici in grado di ridurti allo stremo delle forze, proprio facendo leva su questo bisogno;

6.   SMETTI DI CHIEDERTI “CHI HA RAGIONE?” e inizia a chiederti: “mi piace tutto questo?”;

7.   SVILUPPA IN TE LE QUALITÀ CHE DESIDERI POSSEDERE; smetti di credere che semplicemente avendo accanto una persona che le possiede, tu possa riempire la mancanza di esse

8.   CREA E MOLTIPLICA LE OCCASIONI DI GRATIFICAZIONE e successo personale

9.   PRATICA ASSERTIVITÀ: non accettare l’inaccettabile ed esprimi te stesso/a;

10.       PONI LEGITTIMI CONFINI alle richieste ed inferenze dell’altra persona, ed esigi che vengano rispettati

11.       IMPARA A DIRE DI NO QUANDO SENTI CHE E’ “NO”

12.       SMETTI DI DIRE “SI” QUANDO E’ NO!

13.       MODIFICA I TUOI ATTEGGIAMENTI invece di pretendere di cambiare l’altra persona. Ad esempio puoi smettere di essere eccessivamente accondiscendente o tollerante, non fare la vittima, chiedere che vengano rispettati i tuoi desideri eccetera

14.       RICORDA CHE L’AMORE NON E’ UNILATERALE: non dipende solo dal tuo impegno – per quanto ce ne metterai -  mandare avanti la relazione, ma occorrono l’impegno e la volontà di entrambi;

15.       SMETTI DI CERCARE SEMPRE L’APPROVAZIONE ED IL RICONOSCIMENTO DELL’ALTRA PERSONA; agisci piuttosto sulla base di ciò che desideri e che fa bene a te;

16.       SVINCOLATI DALL’ECCESSO DI EMPATIA che ti spinge a tollerare e accettare tutto da parte dell’altro;

17.       CONTROMANIPOLA: invece di contrastare ciò che l’altro afferma (giusto o sbagliato che sia), ribadisci con calma e fermezza che non sei più disposto/a ad accettare prevaricazioni o umiliazioni di alcun genere

18.       SII DISPOSTO/A AD ACCETTARE CHE L’ALTRA PERSONA SE NE VADA se non è in grado di dialogare né migliorare la relazione


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E' AMORE MALATO?

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

 

Potremmo definire la Dipendenza Affettiva (DA) come una forma insana di relazione con l’altro, in cui il dipendente si pone in una condizione di sottomissione, accettazione incondizionata e continuo prodigarsi verso l’altra persona, al fine di garantirsene l’approvazione e la presenza, perdendo volutamente di vista i propri bisogni e desideri profondi in questo processo di graduale spostamento dell’attenzione sull’altro.

 

Diversamente dal disturbo di personalità dipendente, in cui chi ne soffre mantiene un comportamento prevalentemente passivo, di accettazione e sottomissione, nella DA la persona affetta mostra piuttosto un atteggiamento consapevolmente volto ad anticipare e soddisfare le richieste dell’altro con la conseguente graduale svalutazione dei propri bisogni e del proprio punto di vista.

 

Il primo passo, per uscire dalla condizione di dipendente affettivo, è rendersi conto di avere un problema, che si manifesta nel portare avanti una relazione distruttiva ed insana; occorre rendersi conto di essere collusi e partecipi di una danza in cui si riveste il ruolo complementare del manipolatore: la vittima dipendente.

 

Occorre comprendere che, gradualmente, ci si è messi nella condizione di non percepire più il proprio valore ed il senso della propria esistenza senza l’altro.

 

Di seguito alcuni elementi indicativi di una condizione di DA :

  • Tendenza a scegliere partner emotivamente non disponibili, inaffidabili, instabili, freddi e incostanti
  • Tendenza a far dipendere la propria serenità e la propria felicità dall'altro
  • Incapacità crescente di “vedere” i propri bisogni profondi e le proprie priorità nella relazione
  • Incapacità di stabilire i propri “confini” e dire di NO all'altro
  • Incapacità di capire cosa davvero possiamo accettare e tollerare e cosa ci offende e ferisce
  • Tendenza a tollerare e giustificare sempre di più comportamenti sgradevoli e offensivi da parte dell’altro
  • Continuo stato di allerta nel timore di fare o dire qualcosa che potrà offendere o infastidire l’altro
  • Focalizzazione dell’attenzione su ciò che l’altro vuole, sente, desidera o preferisce
  • Assoluta difficoltà a mostrarsi ed esprimersi per ciò che si è, nel timore di non essere accettati o di essere feriti
  • Sensazione di svuotamento e perdita di energie e motivazione. Lo stato di DA porta spesso a provare una sensazione di esaurimento e vuoto interiore dopo aver trascorso del tempo con l’altro
  • Sensazione di avere bisogno di una quantità di tempo crescente da trascorrere con l’altro, anche se la qualità di questo tempo è scadente o addirittura pessima
  •  Sensazione di sfiducia e dubbio sull'affidabilità dell’altro, che deve quindi essere controllato continuamente al fine di garantire che non ci abbandonerà o non si allontanerà dalla relazione
  • Controlli ossessivi sulla vita sociale dell’altro (Facebook, posta, Whatsapp ecc…), finalizzati di mantenere un’illusione di controllo su di lui/lei
  •  Insorgenza, permanenza o aggravamento progressivo di sintomi di natura psicosomatica che “coprono” il reale problema: insonnia, tensioni muscolari, disturbi gastrointestinali, cefalee, malattie cutanee, ansia e attacchi di panico, abuso di sostanze o farmaci
  • Incapacità di gioire della propria vita e dei doni che essa ci offre (amicizie, soddisfazioni professionali, momenti di piacevole relax, letture ecc…)
  • Crescente disistima e rabbia nei confronti dell’altro
  • Atteggiamento di richiesta continua di tempo, attenzioni e conferme da parte dell’altro.

 

Per comprendere meglio se ci si trova all'interno di una relazione dipendente cliccate QUI

Se le vostre risposte indicano la presenza di un problema di Dipendenza Affettiva è consigliabile rivolgersi ad un professionista Psicologo per valutare approfonditamente l'eventuale necessità di sostegno o di una terapia.

 

Bibliografia:

  • "La Dipendenza Affettiva", di Franco Nanetti, Ed. Pendragon
  • Giddens A., “The transformation of intimacy: sexuality, love and eroticism”. Cambridge: Polity press; 1992
  • Griffiths, 1995
  • “Il problema della comorbilità”. La Cascia C., Ferraro L. e Mulè A.2008
  • Caretti e La Barbera: “Le dipendenze patologiche, clinica e psicopatologia”. Milano: Raffaello Cortina; 2005
  • Miller D., “Donne che si fanno male”. Milano: Feltrinelli, 1994Albano T., Gulimanoska L., “In-Dipendenza: un percorso verso l’autonomia”. Vol. I-Manuale sugli aspetti eziopatogenetici, clinici e psicopatologici delle dipendenze. Milano: FrancoAngeli; 2006
  • Guerreschi C., "New addictions. Le nuove dipendenze". Edizioni San Paolo, Milano; 2005
  • Harriet Goldhor Lerner, "La danza della rabbia". Edizioni Corbaccio, 1996
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L'ALTRA FACCIA DEL NARCISISTA

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Il disturbo narcisistico di personalità (DNP) si caratterizza per alcuni aspetti specifici quali la tendenza alla strumentalizzazione dei rapporti interpersonali, comunicazione manipolativa, una certa aggressività più o meno manifesta, arroganza e presunzione, sentimento di superiorità,  sopravvalutazione delle proprie capacità e tendenza a dare la colpa agli altri in caso di fallimento o quando le cose non vanno come si vorrebbe.

Questi rappresentano gli aspetti maggiormente conosciuti del disturbo, ma descrivono solamente in parte la complessità psicologica e la realtà del disagio vissuto dalle persone che ne soffrono.

L’esperienza clinica pone frequentemente in primo piano elementi che ad una prima superficiale valutazione delle persone affette da DNP non è facile evidenziare: senso di profonda solitudine, noia, mancanza di motivazione interna, incapacità di contattare il proprio nucleo profondo, di conoscere i propri reali desideri, incapacità di contattare e conoscere le proprie emozioni, alternanza di euforia e profonda tristezza e apatia, tendenza a temere attacchi alla propria immagine da parte degli altri, costante atteggiamento competitivo.

Chi è affetto da DNP è inoltre incline, soprattutto con l’avanzare dell’età, a soffrire di depressione o disturbi alimentari e a sviluppare particolari difficoltà in ambito relazionale e reazioni distruttive di fronte ad eventuali insuccessi professionali; campo questo che risente in modo particolarmente forte del bisogno del narcisista di sentirsi sempre il migliore, il più in gamba, il più capace.

Si tratta di una forma di sofferenza profonda e continuativa, originata dal bisogno radicato di sentirsi sempre un gradino più in altro degli altri al fine di percepire il proprio valore intrinseco che, inevitabilmente, viene misurato in maniera “esternalizzata” e cioè in base all’indice di gradimento esterno.

Nella storia familiare di queste persone, si nota frequentemente come siano state educate a stabilire il proprio valore in stretta relazione con l’approvazione esterna (dei genitori o delle figure di riferimento), imparando quindi a sentirsi “bene” quando soddisfano le aspettative altrui (che successivamente vengono  internalizzate fino a coprire/sostituire personali attitudini e desideri). Si notano inoltre atteggiamenti parentali di sopravvalutazione e “deizzazione” del figlio, che viene così investito di una responsabilità molto pesante: quella di dover dimostrare di essere sempre all’altezza delle elevate aspettative riversate su di lui, al fine di potersi sentire accettato, amato e quindi di “esistere”.

Le persone affette da DNP presentano spesso una sorta di equazione interiore in cui il proprio valore, la sensazione di “esistere”, è strettamente legato alle risposte di approvazione e, ancora di più, di ammirazione da parte dell’altro, costringendole a vivere in una perenne condizione di competizione e paragone, alla quale potranno forse sottrarsi ma a prezzo di lungo e duro lavoro interiore.

L’altra faccia del narcisista è quella depressa, annoiata e demotivata, devastata da un incolmabile quanto doloroso senso di vuoto e dall’assenza di una motivazione intrinseca sentita e vissuta come personale. E’ la mancanza di spinta esistenziale, di reale amore di sé, l’assenza di contatto interiore, la pigrizia dell’ignavo.

E’ la faccia oscura di chi è votato ad una solitudine irreparabile: la solitudine dei falsi dei, di chi è incapace di empatia, di chi non sa chi vuole essere, di chi non può permettersi alcun vero legame in quanto incatenato a fraudolente aspettative di “superiorità” e “specialità” assolute.

Per chi è affetto da DNP, il vero Sé è uno sconosciuto, una maschera incollata alla pelle troppo dolorosa da  tirare via per guardare il volto reale. Così il vero volto resta  oscuro, nascosto, non conosciuto…a tratti intuito attraverso le crepe della noia e della tristezza e nelle trame dell’amore cha qualcuno prova per loro.

Guardare, sebbene inevitabile passaggio verso la libertà,  resta comunque un atto troppo doloroso, poiché sotto la maschera il volto potrebbe essere quello di uno sconosciuto.

 

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LA VIOLENZA PSICOLOGICA

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier


La violenza psicologica ha molto in comune con la manipolazione affettiva: entrambe infatti rispondono alla volontà di strumentalizzare l’altro sminuendone la personalità, attraverso continue mortificazioni e sottili messaggi offensivi e svalutanti. Potremmo dire che la manipolazione affettiva è una forma di violenza psicologica.

Il fine di questi atteggiamenti è quello di sottomettere – psicologicamente, economicamente o anche fisicamente - l’altra persona, minandone progressivamente l’autostima e la capacità di autonomia, facendola sentire sempre più insicura fino ad averne il totale controllo.

Questa forma di violenza è difficilmente identificabile anche dalla stessa vittima, poiché spesso si avvale di comportamenti ambigui e di una comunicazione ambivalente, mirata a destabilizzare il senso di realtà  di chi la subisce.

Nonostante sia piuttosto diffusa, è difficile riconoscere la violenza psicologica ma è molto importante accorgersi di esserne vittima, poiché spesso rappresenta l’anticamera della violenza fisica vera e propria. Inoltre, è responsabile di una profonda e protratta sofferenza psicologica che si struttura nel tempo, minando profondamente la personalità della vittima e la sua fiducia in se stessa e negli altri, compromettendone la qualità delle relazioni e di vita.


La violenza psicologica, spesso anticamera di quella fisica, si manifesta attraverso comportamenti ed atteggiamenti costanti e ripetuti nel tempo che seguono uno schema tipico:

  • Desiderio crescente di controllare l’altro: cosa fa, con chi parla o esce, orari, abbigliamento, attività di svago, finanze, scelte di vita ecc.
  • Gelosia e progressiva tendenza ad isolare l’altro dal resto del mondo: amici, parenti, colleghi e attività lavorative e di svago vengono allontanati gradualmente
  • Controlli assillanti associati a comportamenti verbali offensivi
  • Umiliazioni, svalutazioni e disprezzo
  • Violenza fisica (non sempre)

Nell’ambito della violenza domestica, il progressivo isolamento del partner dal mondo esterno (famiglia, affetti, lavoro ecc…) è finalizzato a renderlo completamente dipendente, cosi che possa essere facilmente e costantemente sottoposto al controllo del partner abusante. E’ infatti comune la condizione di donne cui è stato gradualmente “vietato” di lavorare o frequentare amicizie fino al punto di renderle completamente isolate e prive di qualsiasi supporto morale esterno. In questo modo, la vittima non solo non riesce ad allontanarsi poiché non più autonoma (nemmeno economicamente), ma non avendo alcuna possibilità di confronto con gli altri, non si accorge nemmeno della gravità della propria condizione.

 

LE STRATEGIE DELLA VIOLENZA PSICOLOGICA


·        CRITICHE OFFENSIVE

·        UMILIAZIONI E RIDICOLIZZAZIONI

·        SVALUTAZIONE DELLE CAPACITA’ DELLA VITTIMA (non sei capace a fare nulla…non ce la farai mai da sola/solo ecc.)

·        SVALORIZZAZIONE DELLA VITTIMA (non vali niente)

·        COSTANTE MESSA IN DISCUSSIONE DELLE PERCEZIONI E DELLE VALUTAZIONI DELLA VITTIMA (fanno si che questa perda fiducia in se stessa e metta in discussione il proprio senso di realtà)

·        SILENZIO GLACIALE E DISTANZA EMOTIVA SE CONTRADDETTI O DELUSI

·        ISOLAMENTO GRADUALE DALLA FAMIGLIA, DAGLI AMICI E DALLA VITA SOCIALE

·        FAR SENTIRE L’ALTRO COSTANTEMENTE INADEGUATO

·        FAR SENTIRE L’ALTRO SBAGLIATO

·        MINACCE DI “APOCALISSE EMOTIVA” (se farai/non farai la tale cosa, allora io mi arrabbierò moltissimo, ti lascerò, ti offenderò ecc.)

·        ATTI INTIMIDATORI (urla, offese pesanti, sbattere le porte, lanciare o rompere oggetti, prendere a pungi il muro, maltrattare gli animali domestici o i figli ecc…)

·        MINACCE AL PATRIMONIO

·        MINACCE DI SUICIDIO (tipicamente presenti nelle condizioni di manipolazione emotiva, immobilizzano la vittima nel terrore che l’altro compia un gesto estremo)

·        MINACCE DI VIOLENZA FISICA

 

Queste sono alcune delle strategie comuni nella violenza psicologica, ma l’elenco è virtualmente molto lungo e dipende anche dalle caratteristiche della relazione e delle persone coinvolte.

E’ importante far presente che alcuni di questi comportamenti possono OCCASIONALMENTE verificarsi anche in una relazione altrimenti sana ed equilibrata, magari durante un periodo di stress o un litigio particolarmente acceso. Tuttavia, è IL CARATTERE DI CONTINUITÀ E RIPETITIVITÀ DI QUESTI MECCANISMI CHE NE CARATTERIZZA L’ASPETTO VIOLENTO, PATOLOGICO E PERICOLOSO, provocando una asimmetria nella relazione in cui il carnefice assume sempre più il controllo su una vittima spaesata, indebolita dalle continue vessazioni, dall'isolamento e dal crescente senso di insicurezza.

La violenza psicologica non è direttamente riconoscibile ed evidente, e gli abusanti (uomini o donne) assumono atteggiamenti discordanti quando sono sono davanti agli altri: infatti spesso hanno la capacità di apparire all’esterno come partner amorevoli e “perfetti”. Per questo le vittime ne soffrono silenziosamente per lungo tempo prima di capire e chiedere il necessario aiuto.

E’ molto importante riconoscere i segnali iniziali di questa forma di violenza per poter agire il prima possibile, allontanandosi da situazioni potenzialmente dannose che, nel lungo periodo, sono in grado di provocare nelle vittime una condizione di destrutturazione psicologica e di grande sofferenza in cui i confini tra giusto e sbagliato, sano e patologico, accettabile e inaccettabile diventano sempre più sottili.


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IL CAMBIAMENTO IN PSICOTERAPIA

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

Nel lessico personale di ognuno di noi esistono parole alle quali attribuiamo una valenza positiva e piacevole, altre alle quali associamo sensazioni e ricordi spiacevoli o dolorosi ed altre ancora che restano “neutre”, e ci lasciano più o meno indifferenti dal punto di vista emotivo.

La parola “cambiamento” è una di quelle parole alle quali inevitabilmente si associano significati emotivamente connotati, sia in senso positivo che negativo. Per alcuni di noi questa parola rappresenta qualcosa di piacevole, desiderabile e di valore positivo mentre per altri potrebbe invece associarsi a sensazioni spiacevoli di minaccia, dolore psicologico o preoccupazione.

La ragione di queste differenze sta nella nostra storia personale, nelle esperienze che hanno lentamente costruito dentro di noi quella rete di significati e valenze emotive che resta inconsapevole ma che, segreta e personalissima, sottende ad ogni parola che usiamo e la colora di una tonalità emotiva del tutto soggettiva.

Nell'ambito di ogni percorso psicologico, che sia di crescita, terapia, sostegno o consapevolezza, il cambiamento rappresenta l’aspetto più importante e più impegnativo ma anche quello meno conosciuto e più frainteso.

Spesso accade che le persone che si rivolgono allo psicologo lo facciano con la convinzione che la fonte delle loro sofferenze siano gli altri: il vicino di casa, il genitore, il partner, il collega, il capo ecc…e su di essi spostano il fuoco dell’attenzione e le loro aspettative di cambiamento. Ma gli altri – indipendentemente dalle loro mancanze - sono come sono e così restano finché lo desiderano, mentre noi possiamo cambiare.

Il fine della psicoterapia è proprio quello di avviare un processo di cambiamento interiore attraverso il quale sarà possibile iniziare a vivere una vita più integra e completa e, quando necessario, imparare ad allontanare o chiudere definitivamente i personaggi oscuri e le relazioni malate intrattenute in passato. In questo senso il cambiamento assume un significato maggiormente esteso sia in profondità che in ampiezza. Permette infatti, attraverso la consapevolezza e la conoscenza di sé, di modificare gli schemi e gli automatismi responsabili dei comportamenti disfunzionali e indirettamente, grazie alla maturazione di una realizzazione personale più libera e completa, di operare scelte relazionali più sane e più adatte a sé.

Ecco perché, quando si decide di iniziare un percorso psicologico di crescita e terapia, è importante iniziare a considerare il cambiamento come un evento portatore di crescita e miglioramento. Non come un ostacolo impossibile da superare o peggio, come qualcosa di minaccioso e destabilizzante.

Quando un sintomo si affaccia alla consapevolezza, vuol dire che qualcosa in noi funziona “male” e ci mette nella condizione di soffrire psicologicamente; di solito la sofferenza origina in ultima istanza dalla privazione di quella libertà di conoscenza, esplorazione ed esperienza di cui abbiamo bisogno per realizzare il nostro potenziale di esseri umani. Imparare a cambiare adattandoci alla realtà che cambia intorno a noi, alle situazioni che cambiano, ai sentimenti e alle emozioni che cambiano, è dunque un passo fondamentale per la crescita personale. L’universo è in continua evoluzione ed in continuo movimento; i tentativi di restare agganciati ad una situazione stabile nella speranza che non cambierà mai sono non solo destinati a fallire, ma anche molto faticosi e dolorosi! Se non impariamo ad accettare il cambiamento ed il continuo flusso della realtà, rischiamo di cristallizzarci in una forma rigida che prima o poi schiaccerà anche noi e le sbarre della gabbia che prima ci proteggeva, diventeranno le sbarre della nostra prigione.

 

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LA TRAPPOLA DELLE ASPETTATIVE

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Nell'ambito delle relazioni sentimentali insane o disfunzionali, ho notato spesso la presenza costante di una particolare attitudine in molte donne: quella di spostare il centro l'attenzione da se stesse all'altro, in ogni circostanza.

Parlano solo dell'altro; si chiedono perché faccia o dica certe cose oppure perché non le faccia o non le dica. Ne osservano con estrema attenzione i comportamenti per valutare la presenza di quei segni che, a loro avviso, potrebbero rappresentare un calo dell’amore. Si domandano continuamente cosa provi e cosa pensi. Si sforzano di entrare nella sua mente e di comprendere come ragiona.

Continuano a porsi domande alle quali non possono rispondere, nel tentativo di avere il controllo su ciò che accade o potrebbe accadere.

Dopodiché si sforzano terribilmente di far andare bene le cose; accondiscendere, individuare e quindi soddisfare le esigenze dell’altro. Si sforzano di non deluderlo mai, di essere perfettamente aderenti alla sua – presunta – visione di come dovrebbero essere il rapporto e la compagna.

Si comportano insomma come se l’esito della relazione dipendesse solo da loro.

Si tratta di un comportamento che, a mio avviso, nasce da tre elementi che si intrecciano formando diverse configurazioni:

1)    la poco consapevole ma radicata convinzione, condivisa da molte donne, che per essere amate si debba essere “brave” (qualsiasi cosa ciò significhi per ognuna), oppure proprio “come l’altro ci vuole”;

2)    Il bisogno di sentire di avere il controllo su ciò che accade, da cui si fa dipendere il proprio senso di sopravvivenza emotiva (e, a volte, anche materiale);

3)    La pretesa (anch'essa spesso inconsapevole) che l’altro si comporti secondo le proprie aspettative o regole e i conseguenti tentativi di “aggiustarlo” o cambiarlo per farlo finalmente diventare la persona che che si pensa dovrebbe essere.


Queste convinzioni portano a compiere tre errori estremamente dannosi:


1)    Da una parte, lo sbilanciamento continuo del fuoco dell’attenzione sull'altro le allontana da se stesse, distraendole dai loro bisogni e dalla comprensione di tutte quelle emozioni che potrebbero invece insegnare ed indicare al meglio la strada da seguire. Questo nel lungo termine aumenta il senso di vuoto interiore e di inadeguatezza, e mina profondamente l’autostima.

2)    Dall'altra, l’illusione di onnipotenza sottesa alla convinzione di essere in grado da sole di far funzionare la relazione, porta ad un sovraccarico di responsabilità, ed espone alla delusione e al dolore che inevitabilmente derivano dal fallimento di questo intento, perpetrando un circolo vizioso in cui ci si sente sempre meno capaci e sempre più in balia degli eventi esterni;

3)    Il continuo procrastinare la chiusura di una relazione che non funziona, nella convinzione illusoria che prima o poi l’altro – grazie ai propri tentativi e sforzi -  finalmente diventerà come lo si vuole.


ALLORA COSA FARE?

La risposta è semplice ma la sua applicazione non è facile, in quanto richiede di VEDERE e quindi CAMBIARE alcuni schemi che sono radicati,  abituali e automatici nella loro manifestazione.


Tuttavia si può iniziare facendo due cose:


1)    Ogni volta che si pensa e si ragiona con il baricentro spostato sull'altro (es. perché fa così? Perché di ce questo? Ecc.), SFORZARSI DI RICONDURRE SUBITO IL CENTRO DELL’ATTENZIONE SU SE STESSE: come mi sento io? Cosa desidero io? Questa cosa mi sta bene oppure no? Perché non mi piace? Ecc…

2)    Ogni volta che ci si ritrova a compiere sforzi funambolici per “far andare bene le cose” con l’altro, RIPETERSI CHE IN UNA RELAZIONE SI È SEMPRE IN DUE e che anche l’altra persona ha la sua parte di responsabilità e di intervento. Quindi, se le cose non vanno e l’altro non si dà da fare… forse si dovrebbe cominciare a pensare che non è così motivato a restare nel rapporto, e che una relazione tanto sbilanciata non è un buon investimento per il futuro;

3)    Ogni volta che si rimanda la chiusura di una relazione perché si spera in un cambiamento desiderato quanto improbabile, ripetersi che LE PERSONE SONO COME LE VEDIAMO NEL PRESENTE. Aspettare un improbabile cambiamento che le porti ad essere come si vorrebbe che fossero è solo UNA PERDITA DI TEMPO PREZIOSO, che si potrebbe investire nel ricostruire la propria autonomia e serenità.


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MI RIFACCIO L'UMORE: La psichiatria cosmetica nell'epoca delle passioni tristi

Scritto da: dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

Viviamo nell’epoca delle “passioni tristi”, come scrivevano M. Benasayag e G. Schmit; un’epoca in cui vediamo aumentare il disagio psichico nelle sue diverse manifestazioni  soprattutto tra i giovani, eppure restiamo incapaci di sostituire gli attuali modelli individualistico-prestazionali con modelli socio culturali più capaci di rispecchiare e rispettare la natura degli esseri umani, i loro tempi, il loro profondo bisogno di reciprocità, affidamento, riconoscimento, interconnessione, stabilità, contatto… La rinuncia al ruolo, il narcisismo sfrenato che ha portato con sé una deriva individualista, la disperata ricerca della felicità ideale, sono gli ingredienti alla base della evidente crisi che vivono le relazioni interpersonali e della diffusa fragilità psichica che caratterizza questi tempi.

Mai come oggi le relazioni interpersonali sono diventate difficili, complesse, volatili, veloci. Siamo spinti ad intessere rapporti innumerevoli quanto superficiali, mediati e facilitati in questo consumismo relazionale dalla presenza dei social, che hanno ridefinito le regole ed i parametri di riferimento nella relazione con l’altro.

Si è venuto strutturando un modo di consumare le relazioni che non permette una reale gratificazione, né il soddisfacimento dei profondi bisogni di intimità, reciprocità e stabilità che fanno naturalmente parte dell’uomo. Questa superficialità  relazionale è assurta a valore ed è co-responsabile del senso di fragilità e solitudine e dell’analfabetismo emotivo di cui sempre più persone soffrono.

Il disconoscimento dei reali bisogni dell’individuo a favore di un attitudine relazionale consumistica, insieme con i dettami narcisistici di onnipotenza, perfezione, bellezza, ambizione e negazione dell’altro, hanno prodotto un individuo nuovo: ambiguo e confuso, triste, fragile, solo, incapace di sopportare il disagio né alcuna sofferenza, incapace di gestire la frustrazione, incapace di intimità, debole ed estraneo a se stesso. Terribilmente bisognoso di una maschera.

In un’epoca che ormai ha sdoganato come realistica l’aspettativa di approvazione universale e di artificiosa amplificazione del sé,  non solamente la chirurgia estetica ha trovato il suo naturale ambito di espressione ma un altro inquietante fenomeno sta sempre più portandosi alla ribalta: la psichiatria cosmetica.

Con il termine “psichiatria cosmetica” si indica l’utilizzo NON TERAPEUTICO di psicofarmaci in persone sane, finalizzato a potenziarne le prestazioni cognitive, emotive e comportamentali. Si tratta dunque del crescente ricorso all’uso di farmaci  - altrimenti dedicati al trattamento di condizioni patologiche -  con finalità UNICAMENTE aumentative delle proprie prestazioni. Una sorta di make up psicologico, che permetta di essere sempre più attivi, sempre più efficienti, sempre allegri e di buonumore, vigili, forti, capaci quindi desiderabili.

Ci si vuole rifare l’umore così come ci si rifà un naso imperfetto: prede del vuoto interiore, della paura e del senso di solitudine, ci si sente tristi. Si vuole rallentare, fermarsi forse. Si percepisce lontano il bisogno di profondità e riflessione. Ma si tratta di aspetti che la società ha insegnato ad allontanare e rinnegare; spinti e motivati dallo stesso incalzante desiderio di riconoscimento sociale e dall’illusione di perfezione che spesso accompagnano la chirurgia estetica, ci si rivolge ai farmaci con troppa leggerezza, pur di restare “brillanti”, allegri, efficienti.

Negli Stati Uniti si moltiplicano i casi di persone che ricorrono alla psichiatria cosmetica per fornire prestazioni migliori a lavoro, superare brillantemente gli esami all’università, esaltare il tono dell’umore ed esorcizzare lo spettro della tristezza, per potersi garantire una vita sociale brillante e perennemente sulla cresta dell’onda.

Ma l’obiettivo della medicina è quello di ridurre la sofferenza curando gli ammalati, non quello di trasformare le persone in superuomini super-felici capaci di fornire superprestazioni.  

 

Si tratta di una questione di grande rilevanza sociale ed etica, poiché impone una riflessione: quale prezzo siamo ancora disposti a pagare per mantenere in piedi l’illusione di felicità e onnipotenza che ci chiude gli occhi? E a cosa possiamo e dobbiamo rinunciare per poter scendere di nuovo dentro di noi, per riappropriarci di quella integrità e di quella unicità che solo l’accettazione del limite può restituirci?

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DIPENDENZA AFFETTIVA: cosa fare?

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

La dipendenza affettiva è certamente un argomento molto attuale e di grande interesse per tutti: dai professionisti a coloro che ne hanno conosciuto i sintomi -  direttamente o indirettamente -  attraverso la propria esperienza o i racconti e le esperienze di  amici o conoscenti.

Sebbene sembri trattarsi di un fenomeno estremamente diffuso, è opportuno fare alcuni chiarimenti che impediscano di confondere le cose o di attribuire etichette inappropriate.

 

Con il termine DIPENDENZA AFFETTIVA si intende una modalità relazionale patologica caratterizzata da comportamenti di eccessivo attaccamento, dipendenza dalla presenza dell’altro e necessità crescente di contatto, in cui si arriva a negare e a rinunciare alla propria identità ed ai propri bisogni pur di garantire la presenza costante del partner, che viene considerato come sola ed unica fonte di gratificazione, sicurezza, amore e “cura”.

In questa definizione sono presenti numerosi elementi che rendono insana e disfunzionale la relazione. Ma gli aspetti peculiari della dipendenza affettiva, quelli che maggiormente la caratterizzano, riguardano il fatto che il dipendente affettivo manifesta comportamenti relazionali caratterizzati da:

1) Ossessività

2) Impulsività

3) Compulsività

Tipici di tutte le dipendenze comportamentali (Caretti e La Barbera). Inoltre vi sono, nelle relazioni dei dipendenti, alcuni aspetti condivisi con le vere e proprie dipendenze da sostanze (A. Giddens) quali:

·        Ebbrezza: ossia lo stato di euforia che la persona prova in seguito alle reazioni del partner ai propri comportamenti

·        Dose o Tolleranza:  cioè la necessità compulsiva di aumentare la “dose” di tempo trascorso col partner, a detrimento del tempo da dedicare ai propri impegni (anche lavorativi o familiari). Il dipendente sente che non è mai abbastanza il tempo trascorso con l’altro, e desidera aumentarlo fino annullare il tempo che trascorre autonomamente (amici, lavoro, sport, hobby, famiglia ecc…). L’assenza dell’altro diventa sempre meno tollerabile e getta il dipendente in una condizione di sofferenza, tristezza, preoccupazione e disperazione, rendendolo incapace di svolgere le normali attività quotidiane in assenza dell’altro.

·        Incapacità di controllare il proprio comportamento: senso di vergogna legato alla consapevolezza, che a tratti si fa chiara nella mente del dipendente, della sua condizione di riduzione della capacità critica e dell’autonomia. Questa consapevolezza spesso getta il dipendente in una nuova e più profonda “crisi” di dipendenza dall’altro.

 

Alla luce di quanto esposto, i casi reali di dipendenza affettiva sono meno frequenti di quanto crediamo. Esistono certamente molte “sfumature di grigio”, che vanno da un comportamento relazionale francamente dipendente a relazioni in cui prevalgono alcuni aspetti disfunzionali senza che si possa tuttavia parlare di una vera e propria dipendenza affettiva.

In ogni caso, occorre stare in guardia quando, nella relazione, compaiono alcuni segnali, e rivolgersi ad un professionista che possa aiutare a non cadere nella spirale della dipendenza:

 

·        Eccessiva disponibilità a stare ai tempi e ai desideri dell’altro

·        Tendenza a mettere sempre in secondo piano impegni personali, familiari e professionali per stare con l’altro

·        Bisogno crescente e incontrollato di contatto e presenza fisica dell’altro

·        Sensazione di angoscia, abbandono o prostrazione quando l’altro è assente

·        Tendenza a mettere i propri bisogni, desideri ed interessi da parte pur di stare con l’altro

·        Episodi di intensa ansia, agitazione, paura o angoscia in seguito a conflitti, discussioni o allontanamento dell’altro

·        Tendenza a sopraffare l’altro, assumendo comportamenti persecutori, nella ricerca continua di presenza, contatto e conferme

·        Ricatti emotivi nei confronti dell’altro qualora si allontanasse – anche solo momentaneamente, finalizzati a tenerlo legato a sé o a garantirne la presenza fisica

·        Incapacità di valutare giudiziosamente e lucidamente comportamenti dell’altro evidentemente scorretti o offensivi

·        Tendenza ad accettare compromessi spiacevoli per non perdere l’altro

·        Sensazione di essere incapaci di andare avanti senza l’altra persona

·        Comparsa nel tempo di uno stato di ansia costante, o di profonda tristezza, vergogna, o paura di essere abbandonati e di perdere se stessi

·        Progressivo isolamento sociale: amici, familiari, colleghi ed altre attività vengono lentamente abbandonati per concentrarsi esclusivamente sulla relazione

·        Il tempo diventa fonte di disagio ed angoscia  quando non trascorso con l’altro

·        Sensazione di profonda solitudine

·        Perdita di autostima

·        Sensazione di euforia e completezza solo in presenza dell’altro e del suo apprezzamento

·        Incapacità a svolgere autonomamente le proprie attività come prima

·        Difficoltà di concentrazione e di attenzione

·        Modificazioni del comportamento alimentare e del sonno

·        Comparsa di comportamenti e pensieri ossessivi incentrati su tematiche di controllo dell’altro (anche attraverso ripetuti messaggini, controlli della bacheca di Facebook, dell’ultimo collegamento su Whatsapp ecc.)

·        Difficoltà a controllare il proprio comportamento e le proprie manifestazioni emotive (scoppi di ira, crisi di pianto o disperazione, attacchi di panico…)

·        Tendenza ad occupare l’intera giornata con pensieri relativi all’altro e a come fare per garantirsi di trascorrere più tempo insieme

·        Reazioni aggressive o estremamente vaghe alle domande e alle osservazioni di amici e familiari che si accorgono che qualcosa non va

·        Tendenza ad evitare amici e familiari che hanno capito il nostro problema, pur di non mettere in discussione la relazione

 I segni che ho elencato non sono certamente esaustivi, ed ognuno può manifestarne di diversi e più specifici. La cosa importante è comprendere che la presenza di più fattori quali quelli che ho elencato, potrebbe indicare che si sta scivolando un una spirale pericolosa che non porterà a nulla di buono, ed agire prontamente consultando uno specialista e ricordando a se stessi alcuni punti principali:

 

·        confrontarsi con un professionista, se si ha il dubbio di stare scivolando nella spirale della dipendenza.

·        restare fedeli ai propri impegni e ai propri interessi poiché questa fedeltà, nel tempo, è in grado di garantire il giusto senso di stabilità ed autonomia.

·        trascorrere del tempo con amici, colleghi e familiari: questo permetterà di mantenere una sana rete relazionale in grado di fornire supporto, gratificazione e momenti piacevoli indipendentemente e al di fuori della relazione.

·        continuare ad impegnarsi nel lavoro: questo permette di restare con i piedi ben piantati a terra e di ottenere gratificazioni personali e riconoscimenti non legati alla relazione.

·        organizzare le proprie attività indipendentemente dall’altro, senza aspettare che si faccia vivo/viva per vederci.

·        tenere sempre a mente che la convinzione di non potercela fare da soli è appunto SOLO UNA CONVINZIONE e non necessariamente un dato di fatto.

·        smettere di colpevolizzarsi per ogni malumore dell’altro o per ogni cosa che non va come vorreste

·        smettere di credere di doverlo cambiare, aiutare, comprendere, supportare a tutti i costi.

·        esprimere con educazione e fermezza i propri interessi e punti di vista senza temere di venire abbandonati per questo: l’altra persona probabilmente avrà anche maggiore stima di chi sa farsi rispettare.

·        Imparare a dire di NO quando è no. Cedere indiscriminatamente solo per avere accanto qualcuno è sbagliato poiché nel tempo fa sentire incapaci, insicuri e insoddisfatti e mina l’autostima dalle radici.

·        Imparare a capire quando si fa qualcosa per il piacere di farla piuttosto che per la paura di essere abbandonati, e cercare quindi di limitare i comportamenti legati all’evitamento di un presunto abbandono. Infatti, questi ultimi, non solo non garantiranno la presenza dell’altra persona, ma renderanno anche un cattivo servizio alla propria autostima.

·        Amore non vuol dire reciproca dipendenza ne’ fusione. Mantenere separati alcuni spazi è estremamente salutare per il rapporto, e per il proprio equilibrio e benessere emotivo.

·        Fare un corso di yoga o meditazione per aumentare la capacità di consapevolezza dei propri pensieri automatici, delle proprie emozioni e delle proprie aspettative. Ma anche per aumentare il contatto con il sé profondo e favorire un maggiore senso di integrità ed equilibrio.

 

ARTICOLI CORRELATI: Via i sensi di colpa in 10 mosse; Dire basta alla dipendenza affettiva; I dipendenti affettivi; Tanti amori  e lo stesso errore? Sei un dipendente affettivo?

 

Letture consigliate

·        Giddens A., “The transformation of intimacy: sexuality, love and eroticism”. Cambridge: Polity press; 1992

·        Caretti e La Barbera: “Le dipendenze patologiche, clinica e psicopatologia”. Raffaello Cortina

·        Miller D., “Donne che si fanno male”. Feltrinelli

·        Norwood R., “Donne che amano troppo”

·        Albano T., Gulimanoska L., “In-Dipendenza: un percorso verso l’autonomia”. Vol.

Manuale sugli aspetti eziopatogenetici, clinici e psicopatologici delle dipendenze”. FrancoAngeli

·        Guerreschi C., "New addictions. Le nuove dipendenze". Edizioni San Paolo

·        Harriet G. Lerner, "La danza della rabbia". Edizioni Corbaccio

·        Harriet G. Lerner, "The dance of Intimacy"

·        Krishnananda e Amana, “A tu per tu con la paura”, Feltrinelli

·        Krishnananda e Amana “Fiducia e Sfiducia”, Feltrinelli

·        "dire basta alla dipendenza affettiva" di Marie-Chantal Deetjens

·        "la dipendenza affetiva" di Daniel Piétro

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PIU’ FELICI CON IL METODO “DARE”  

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Nel precedente articolo ho parlato di quelli che rappresentano gli ostacoli più comuni e frequenti che ci impediscono di raggiungere un obiettivo cui teniamo e che, in generale, sono in grado di influenzare in maniera negativa le nostra vita, provocandoci disagio e blocchi legati alla paura, all’ansia e alla tendenza a confondere i nostri pensieri con dati di fatto.

 

Questi elementi disfunzionali si raccolgono nell’acronimo FIFA:

F = Fusione (prendere per dati di fatto – fonderci con -  le cose che la nostra mente ci racconta di continuo, i nostri pensieri negativi, le nostre paure irrazionali ecc.)

I = Irrealizzabili aspettative (porsi obiettivi eccessivi o inadatti alle proprie possibilità: ad esempio occorrono troppo denaro o tempo o supporto esterno; non avete la forza fisica o le abilità per realizzarli o semplicemente si tratta di obiettivi irrealistici ed eccessivi)

F = Fuga dal disagio (incapacità di fare spazio ed accogliere il disagio che inevitabilmente una sfida porta con sé: ansia, paura del fallimento e frustrazione)

A = Allontanamento dai propri valori (perdita di contatto con i propri valori, dimenticare ciò che davvero conta o il significato profondo dei nostri obiettivi)

 

In questo articolo voglio approfondire il metodo DARE, che può rappresentare un buon antidoto ai disagi psicologici che ci bloccano nel perseguimento dei nostri obiettivi.  L'acronimo indica alcune tecniche utili per superare blocchi psicologici, ansie e timori irrazionali che rendono difficile restare sereni ed aperti alle esperienze e al cambiamento. DARE è l’acronimo di:


D = Defusione. Prendete le distanze dai vostri pensieri e paure irrazionali, ed osservateli come si osserva un quadro: non li confondete con la realtà e non vi identificate con essi. Potete sempre pensare una cosa diversa e più costruttiva!

A = Accettazione del disagio. Imparate a stare con il disagio che inevitabilmente fa parte della vita e delle sfide: imparate ad accogliere la paura di fallire, la frustrazione e l’ansia che ogni sfida porta con sé se volete raggiungere il vostro obiettivo.

R = Realismo degli obiettivi. Ponetevi obiettivi concretamente realizzabili e alla portata delle vostre possibilità: economiche, geografiche, fisiche, intellettuali e di tempo.

E = Entrare in contatto con i propri valori profondi. Contattate il vostro Sé profondo, i vostri valori, il significato vero che quell'obiettivo rappresenta per voi. Potreste anche accorgervi che non vi interessa più, o che non risponde più ai vostri criteri di valore.

 

1) DEFUSIONE. È il processo attraverso il quale prendiamo le distanze emotive  dai pensieri negativi, dai giudizi, dalle valutazioni e dalle convinzioni irrazionali che spesso scambiamo per unica e assoluta realtà di fatto, e che ci provocano disagio psicologico.

Prendere le distanze emotive ci permette di rompere l’associazione tra pensiero, affermazione o convinzione e l’emozione  negativa che queste ci provocano. Ci aiuta a vedere le cose dal di fuori, senza lasciarcene coinvolgere e influenzare negativamente. Ci aiuta a comprendere che non dobbiamo necessariamente identificarci con tutto quello che ci dice la mente, e che possiamo ancora scegliere un modo di vedere le cose ed il mondo più sano e costruttivo. Le tecniche di defusione sono molte, e prevedono esercizi a voce alta, l’utilizzo di visualizzazioni o pratiche di attenzione sul respiro (come nella Mindfulness).

Di seguito alcuni esercizi (Fonte: “Smetti di soffrire, inizia a vivere”, di Steven C. Hayes):

 

·       Radio cattive notizie: immagina che la tua mente negativa sia una stazione radio che trasmette solo cattive notizie 24 ore su 24, e ogni volta che hai un pensiero negativo prova a dire “questa è radio cattive notizie! 24 ore su 24 solo brutte notizie Tutto il tempo! Notizia flash: (pronuncia il tuo nome) è una persona cattiva/sciocca/stupida/incapace (quello che ti dici più spesso), una persona che pensa di non essere così (buona, bella, brava, intelligente ecc…) come dovrebbe! Ulteriori aggiornamenti tra un’ora!”

·       Dillo con voce diversa: dì il tuo pensiero negativo a voce alta, usando una voce alterata, che sia buffa o insolita . Ad esempio al rallentatore o veloce come quella di paperino nei cartoni animati. Lo scopo è di farti capire che si tratta solo di pensieri, e che ciò che fai di loro dipende da te.

·       Mostri sull’autobus: tratta i tuoi pensieri come dei mostri che sono saliti sull’autobus che stai guidando: vedi se riesci a buttarli giù e a liberartene invece di fare quello che ti impongono loro!

·       Credere ai pensieri: usa un linguaggio attivo per distinguere tra i pensieri negativi che semplicemente ti vengono in mente e quelli a cui invece credi. Per esempio: “forse sto credendo al pensiero che sono un incapace”

·       Esci dai tuoi “ma”: sostituisci gli usi autoreferenziali di “MA “ con “E”: ad esempio quando ti dici “voglio dare questo esame MA ho paura di fallire” prova a sostituirlo con “voglio dare questo esame E ho paura di fallire”. Questo ti permetterà di fare comunque ciò che per te ha valore, nonostante la paura in questo caso, in maniera da capire che puoi fare le cose nonostante ansia e timori.

·       Meditazione sul respiro: è una tecnica di Mindfulness (consapevolezza del momento presente non giudicante ed accogliente), della quale parlerò estesamente in seguito.

 

2) ACCETTAZIONE DEL DISAGIO. Imparare ad accogliere e stare con le emozioni spiacevoli (tristezza, ansia, paura, collera ecc.) ci permette di essere più forti. Possiamo smettere di EVITARE le molte situazioni che ci creano disagio, a tutto vantaggio di un maggiore impegno nel fare ed iniziare attività e relazioni che rappresentano per noi un valore aggiunto, un interesse importante, un passaggio fondamentale. Insomma smettere di evitare ci permette di FARE, agire e costruire e ci semplifica la vita, avvicinandoci ai nostri obiettivi. In questo caso sono davvero utili le tecniche di meditazione o rilassamento, che insegnano ad ESSERE nel momento presente, senza giudicare ciò che accade in noi e senza fuggire; semplicemente accogliendolo e osservandolo.

 

3) CONTATTARE I VALORI PROFONDI. Nel profondo di te stesso, cosa davvero conta ed è importante? Quali sono i tuoi desideri profondi? Che persona vorresti diventare? Che qualità vuoi coltivare? E come vuoi essere nelle relazioni con gli altri? E’ importante rispondere a queste domande per poter definire bene e con chiarezza i nostri veri valori, ciò che vogliamo per noi.  Scarica “l’esercizio del centro del bersaglio” per chiarire i tuoi valori ed obiettivi (Fonte: Russ Harris 2008 wwwthehappinesstrap.com)

 

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Supera gli ostacoli col metodo ANTI FIFA

Scritto da Annalisa Barbier

 

Sappiamo bene che il primo passo per raggiungere i propri obiettivi è DEFINIRLI. Come primo passo infatti, occorre fare chiarezza su ciò che desideriamo davvero ottenere e raggiungere nella nostra vita, su quelli che sono i valori profondi che ci guidano, sulla loro importanza all’interno della nostra vita.

Supponiamo adesso di aver già compreso e definito con chiarezza i nostri valori ed esserci posti degli obiettivi chiari e… di esserci bloccati!  Qualcosa ci ha impedito di raggiungerli, o ci sta rendendo difficile la loro realizzazione: di cosa si tratta?

 

Si tratta molto probabilmente della FIFA: acronimo che indica uno o più ostacoli, molto diffusi e legati ai nostri atteggiamenti mentali, che ci impediscono di portare a termine efficacemente i nostri piani e di realizzare i nostri sogni desideri.

F = Fusione (prendere per dati di fatto – fonderci con -  le cose che la nostra mente ci racconta di continuo, i nostri pensieri negativi, le nostre paure irrazionali ecc.)

I = Irrealizzabili aspettative (porsi obiettivi eccessivi o inadatti alle proprie possibilità: ad esempio occorrono troppo denaro o tempo o supporto esterno; non avete la forza fisica o le abilità per realizzarli o semplicemente si tratta di obiettivi irrealistici ed eccessivi)

F = Fuga dal disagio (incapacità di fare spazio ed accogliere il disagio che inevitabilmente una sfida porta con sé: ansia, paura del fallimento e frustrazione)

A = Allontanamento dai propri valori (perdita di contatto con i propri valori, dimenticare ciò che davvero conta o il significato profondo dei nostri obiettivi)

 

Per comprendere meglio come intervenire se non riusciamo a raggiungere il nostro obiettivo, proviamo a rispondere a questa domanda: “COSA MI HA FERMATO O IMPEDITO NEL PERSEGUIMENTO DEL MIO OBIETTIVO?”, scrivendo le risposte nello spazio sottostante ed aumentando le righe in base al numero delle vostre risposte

 

1.     _______________________________________________________________

2.     _______________________________________________________________

3.     _______________________________________________________________

4.     ____________________________________________________________

 

Dopo aver elencato tutto ciò che vi ha impedito di raggiungere l’obiettivo in questione, tornate sulle vostre risposte ed indicate accanto ad ognuna di esse se si tratta di una risposta appartenente ad F1 (fusione con pensieri, paure irrazionali, come ad es. “non ce la farò mai” oppure “non sono all’altezza, non me lo merito” ecc), I (se si tratta di aspettative irrealizzabili ed eccessive), F2 (se sono impedimenti legati all’incapacità di tollerare il disagio della sfida e dell’impegno) oppure A (se si tratta di ostacoli legati alla distrazione, alla perdita di contatto con i vostri valori profondi o col significato del vostro obiettivo).

 

Fatto? Bene: ora si tratta di applicare l’antidoto alla FIFA, un antidoto potente ed efficace che si chiama DARE. Si tratta anche stavolta di un acronimo:

 

D = Defusione. Prendete le distanze dai vostri pensieri e paure irrazionali, ed osservateli come si osserva un quadro: non li confondete con la realtà e non vi identificate con essi. Potete sempre pensare una cosa diversa e più costruttiva!

A = Accettazione del disagio. Imparate a stare con il disagio che inevitabilmente fa parte della vita e delle sfide: imparate ad accogliere la paura di fallire, la frustrazione e l’ansia che ogni sfida porta con sé se volete raggiungere il vostro obiettivo.

R = Realismo degli obiettivi. Ponetevi obiettivi concretamente realizzabili e alla portata delle vostre possibilità: economiche, geografiche, fisiche, intellettuali e di tempo.

E = Entrare in contatto con i propri valori profondi. Contattate il vostro Sé profondo, i vostri valori, il significato vero che quell’obiettivo rappresenta per voi. Potreste anche accorgervi che non vi interessa più, o che non risponde più ai vostri criteri di valore.

Nel mio prossimo articolo, vi spiegherò delle tecniche specifiche per applicare efficacemente il metodo del “DARE”.

 

Articoli correlati: Correggere i pensieri negativi; Le 4 must-urbazioni mentali più dannose; 12 modi di pensare sano; Le convinzioni che ci complicano la vita; Accettare il sintomo è il primo passo.

 

(riferimento bibliografico: “La trappola della felicità” di Russ Harris, 2008)

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LA MENTE È LEGATA AL TEMPO

"Ogni negatività è causata da un accumulo di tempo psicologico e dalla negazione del presente. Disagio, ansia, tensione, stress, preoccupazione. Tutte forme di paura sono causate da un eccesso di futuro e da un’insufficienza di presente. Senso di colpa, rimorso, risentimento, rancore, tristezza, amarezza e ogni forma di mancato perdono sono causati da un eccesso di passato e da una insufficienza di presente. In definitiva vi è un solo problema: la mente legata al tempo.

....

Il dolore che voi create adesso è sempre qualche forma di non accettazione, qualche forma di resistenza inconsapevole a ciò che esiste. A livello del pensiero, la resistenza è una qualche forma di giudizio. A livello emozionale, è una qualche forma di negatività.

L’intensità del dolore dipende dal grado di resistenza al momento presente, e questo a sua volta dipende dalla forza con cui vi identificate con la vostra mente.

La mente cerca sempre di negare l’adesso e di sfuggirlo. In altri termini, più voi vi identificate con la vostra mente, più soffrite. Oppure possiamo metterla così: più siete in grado di onorare e di accettare l’Adesso, più siete liberi dal dolore, dalla sofferenza, nonché liberi dalla mente egoica."

Eckhart Tolle

COME CORREGGERE I PENSIERI NEGATIVI

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Negli anni Cinquanta, in seguito ad una lunga esperienza come psicoanalista, lo psicoterapeuta Alber Ellis comprese che la psicoanalisi era un metodo difficoltoso, lungo e non abbastanza  efficace nel trattare molte forme di nevrosi e disagio psicologico.

 

Ideò quindi la sua famosa RET (Rational Emotive Therapy) che tutt'oggi rappresenta la base di molte tecniche di terapia cognitiva.

Insieme a Beck (e ad Epitteto molti anni prima di lui), Ellis ha intuito che IL NOSTRO MODO DI PENSARE INFLUENZA LE NOSTRE EMOZIONI, quindi il nostro stato d’animo e i nostri comportamenti.

Per dirla con le parole di Epitteto:“Non sono gli eventi ma il nostro punto di vista riguardante gli eventi che è il fattore determinante. Dovremmo essere più preoccupati di rimuovere i pensieri sbagliati dalla mente che rimuovere gli ascessi e i tumori dal corpo”.

 

In questo contesto, il disagio viene considerato come l’effetto di una serie di convinzioni “irrazionali, cioè basate su errori formali di ragionamento e su errori logici; queste convinzioni irrazionali inducono aspettative irrealistiche che a loro volta provocano emozioni dolorose ed eccessive (ansia, rabbia, depressione, disperazione, angoscia…), e portano ad agire o reagire agli eventi in modo dannoso. Ne sono un esempio le distorsioni cognitive, di cui parlo nel mio precedente articolo. Una volta imparato a identificare i pensieri e le convinzioni irrazionali responsabili dei nostri problemi psicologici (rabbia, ansia, depressione…) cosa  possiamo fare per stare meglio?

Li possiamo METTERE IN DISCUSSIONE, riflettendo in modo logico sulle affermazioni che facciamo e su quanto esse siano davvero basate sulla realtà! In effetti, l’idea che se sbaglieremo un esame accadrà qualcosa di davvero terribile ed intollerabile, a ben guardare, è irrealistica: potremo sentirci tristi o delusi per non averlo superato, ma verosimilmente la nostra sopravvivenza non verrà messa a rischio, e la nostra vita continuerà. Insomma non moriremo per questo, né amici e fidanzati ci abbandoneranno!

Quando si parte affermando di DOVERE a tutti i costi ottenere la tal cosa o evitare assolutamente la tal altra, si arriva facilmente a ad una visione catastrofica del mancato risultato e da questa ad uno stato d’animo a dir poco negativo.  Quindi è importante mettere in discussione certe affermazioni che siamo soliti fare in modo automatico, che sono irrealistiche e contengono doverizzazioni assolute. Di seguito ecco un esercizio che potete fare per imparare a mettere in discussione le vostre convinzioni irrazionali.

 

METTERE IN DISCUSSIONE LE CONVINZIONI IRRAZIONALI

Dedicatevi un po’ di tempo per fare questo esercizio con calma e concentrazione.

1.      Portate alla mente uno o più episodi in cui recentemente, vi siete sentiti turbati (arrabbiati, depressi, ostili o ansiosi ecc.…) o vi siete comportati in modo irragionevole e metteteli per iscritto. Ecco alcuni esempi:

  • qualcuno vi ha detto o fatto qualcosa per cui vi siete arrabbiati così  tanto che avreste potuto usare la violenza;
  • non siete riusciti a seguire il vostro programma di ginnastica o studio e vi siete arrabbiati con voi stessi;
  • avevate deciso di smettere di fumare e non ci siete riusciti;
  • vi siete sentiti depressi e falliti perché non avete superato un esame o un colloquio di lavoro;
  • non avete preso l’ascensore ed avete fatto 10 piani a piedi per la vostra claustrofobia;
  • vi siete sentiti abbattuti dal fatto che non riuscite a perdere peso;
  • il/la vostro/a  partner vi ha criticato e vi siete sentiti profondamente umiliati o depressi

2. Ora rileggeteli con calma, e partite dal presupposto che le emozioni dolorose o i comportamenti inadeguati sono stati il risultato di una delle vostre doverizzazioni irrazionali (es. devo sempre ottenere l’approvazione degli altri, altrimenti sarà terribile e  non lo potrò sopportare).

3. IDENTIFICATE  LE DOVERIZZAZIONI sottostanti i singoli episodi che avete indicato. Ad esempio: “La persona che mi ha tagliato la strada in macchina NON AVREBBE ASSOLUTAMENTE DOVUTO farlo! Come si è permessa di farlo a me? Non ci si DEVE mai comportare così, deve essere punito!”, oppure “Il mio ragazzo NON AVREBBE MAI DOVUTO parlarmi in questo modo. E’ terribile che si comporti così con me”, o ancora “AVREI DOVUTO A TUTTI I COSTI  seguire il mio programma di studio/ginnastica settimanale; è terribile e intollerabile che non sia riuscito a farlo”; ecc…

4. IDENTIFICATE ORA LE CONVINZIONI IRRAZIONALI che le accompagnano. Ad esempio:

a)      Catastrofizzazione: “Il mio partner  NON AVREBBE MAI DOVUTO mentirmi in questo modo. E’ davvero terribile che si comporti così con me”;

b)      Insopportabilità: “Non riesco a sopportare che i miei amici, che ho aiutato in precedenza, si rivolgano a me criticandomi in questo modo, NON DOVREBBERO ASSOLUTAMENTE comportarsi così. Non tollero l’ingratitudine”

c)      Perfezione e grandiosità: “devo essere sempre una persona speciale e in gamba in ciò che faccio, se non lo sono allora vuol dire che sono un fallimento, merito di non combinare nulla di buono”

d)      Sentimenti di inutilità: “non sono riuscita a superare l’esame cui tenevo così tanto, e AVREI DOVUTO SUPERARLO ALLA GRANDE; quindi sono una perfetta nullità”

e)      Convinzioni assolutistiche: “se non sono riuscito a superare la paura dell’ascensore nemmeno questa volta, e AVREI DOVUTO SUPERARLA, allora vuol dire che non la supererò mai e resterò in balia di essa per sempre”

f)       Demerito e autocondanna: “visto che mi sono comportato male con il io vicino di casa, e NON AVREI DOVUTO AGIRE in questo modo scorretto, ho dimostrato di essere una persona malvagia e sbagliata che merita una punizione per questo”

 

5. METTETE IN DISCUSSIONE LE VOSTRE CONVINZIONI IRRAZIONALI: per fare questo, avvaletevi di una serie di domande “scientifiche”, volte a verificare se la convinzione in questione è verosimile, realistica e corretta dal punto di vista logico oppure se riflette solamente un pensiero irrazionale. Ecco alcune domande indicate dallo stesso Ellis:

a.      Perché questa convinzione non è vera? Perché non corrisponde alla realtà?

b.      Dove è la prova assoluta che le mie convinzioni irrazionali sono vere? Quali sono i fatti che le supportano?

c.       Dove sta scritto che le mie convinzioni irrazionali sono vere? Chi dice che debbano esistere nella realtà?

d.      In che modo posso sostenere queste convinzioni irrazionali? Come posso dimostrarne la validità concreta?

e.      È possibile confutare le mie convinzioni irrazionali? In che modo le posso invalidare?

f.        A cosa andrò incontro e che risultati otterrò se continuerò a considerare vere queste convinzioni irrazionali e a seguirle? Quali vantaggi e svantaggi ne potrò avere?

g.      Posso smettere di seguire le mie convinzioni irrazionali?

h.      Posso scegliere di non credere più alle mie convinzioni irrazionali?

Ricordate di mettere tutto per iscritto, anche tutte le risposte e le confutazioni che avete fatto attraverso la fase D di discussione delle convinzioni irrazionali. Sforzatevi di dare una risposta logica e realistica alle domande elencate per ognuna delle vostre convinzioni finché non riuscirete a renderle fragili e meno credibili, e a sostituirle con affermazioni meno rigide e più razionali. Dovreste riuscire a sostituire i DEVO con i DESIDERO, e smettere di temere che si possano verificare conseguenze fatali e insopportabili. Fate l’esercizio di mettere in discussione le vostre convinzioni irrazionali ogni volta che siete preda di emozioni forti come ansia, rabbia, ostilità o eccessiva tristezza e abbattimento.

ARTICOLI CORRELATI: come funziona la terapia cognitiva; 12 modi di pensare sano; le 13 convinzioni che ci complicano la vita; le 4 must-urbazioni mentali più pericolose

 

ESEMPIO: “Non riesco a sopportare che i miei amici, che ho aiutato in precedenza, si rivolgano a me criticandomi in questo modo, NON DOVREBBERO ASSOLUTAMENTE comportarsi così. Non tollero l’ingratitudine”.

Domanda: “perché la mia convinzione irrazionale che le persone NON DEVONO ESSERE MAI INGRATE non è vera? Perché le persone ingrate on dovrebbero comportarsi mai in questo modo  e perché è così terribile se lo fanno?”

Risposta: “in verità non c’è ragione per cui essi non dovrebbero essere ingrati, anche se sarebbe auspicabile che non lo fossero. A dire il vero in effetti, se sono inclini all’ingratitudine è normale che lo manifestino, perché questa è la loro tendenza. E se sono ingrati con me, non posso dire che sia una cosa terribile e insopportabile. E’ spiacevole certamente, ma posso continuare vivere anche se esistono persone di questo tipo e posso anche essere felice nonostante loro”.

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LE 4 MUST-URBAZIONI  MENTALI PIU' DANNOSE

Articolo della Dott.ssa Annalisa Barbier


Quante volte ci siamo arrabbiati, offesi, rattristati o preoccupati in seguito al comportamento dei nostri amici, colleghi, partner, vicini di casa o anche semplici  sconosciuti? 

Sono certa che potremmo elencare una  lunga serie di episodi  in cui ci siamo sentiti a disagio o abbiamo sperimentato emozioni e sentimenti  dolorosi.  Normalmente, in seguito ad un evento spiacevole, reagiamo prendendocela con le avversità della vita, con il caso, con il vicino irrispettoso o il partner insensibile senza fermarci a riflettere se davvero la colpa di come ci sentiamo è tutta dell’altro, o del caso avverso; chi non ricorda almeno un episodio in cui si è davvero arrabbiato con l’ennesimo automobilista prepotente che ha tagliato la strada?

Agiamo spesso  “d’istinto”: arrabbiandoci o sentendoci  tristi e impotenti, ansiosi o preoccupati, dando per scontato che tali emozioni siano inevitabili per noi e che non c’è nulla da fare se il destino ci è avverso, se il nostro partner ci delude o se il vicino di casa fa troppo rumore.

Nel caso dell’automobilista che ci taglia la strada, potremmo pensare che l’alternativa ad una sonora arrabbiatura (ben comunicata con gestacci e male parole), possa essere solamente l’esercizio di una cristiana quanto improbabile pazienza, un passivo “porgere l’altra guancia” che però,  per molti di noi, suona difficilmente praticabile.

Ma questa dicotomica rappresentazione dei fatti tuttavia non corrisponde esattamente alla realtà.

Esiste infatti una “terza via” un tertium non datur che non siamo abituati a valutare e che potrebbe esserci di grande aiuto nel migliorare la qualità delle nostre emozioni , delle nostre relazioni interpersonali e quindi, della nostra vita in generale: si tratta di IMPARARE A IDENTIFICARE CERTE NOSTRE CONVINZIONI E CERTI NOSTRI MODI AUTOMATICI DI GIUDICARE CIÒ CHE ACCADE PER POTERLI MODIFICARE.

 Dal comportamento del partner a quello dell’automobilista sconosciuto, dai contrattempi della vita quotidiana alle difficoltà di lavoro, tutto quello che ci succede è sottoposto al vaglio attento delle nostre convinzioni, che rappresentano il modo in cui diamo significato e giudichiamo  relazioni, persone ed eventi.

Lo psicologo e psicoterapeuta Albert Ellis, che fondò negli anni Cinquanta la celeberrima REBT (Rational Emotive Behavior Therapy), afferma che alla base del nostro modo di reagire agli eventi si trovano delle CONVINZIONI, che distingue in razionali o irrazionali a seconda della capacità di produrre effetti costruttivi o distruttivi: si tratta di una serie di principi cui ci affidiamo per dare giudizi e valutare persone ed eventi. Molte di queste convinzioni, di ciò che consideriamo “buono” o “cattivo”, “giusto” o “sbagliato”,  non sono completamente nostre e non riflettono l’esito di una consapevole riflessione: le abbiamo assorbite automaticamente attraverso la famiglia, la scuola e in generale l’intero sistema socioculturale cui apparteniamo. Queste convinzioni guidano in modo automatico le nostre scelte, i nostri giudizi e il modo in cui ci comportiamo e reagiamo agli eventi.

Sono quindi DECISIVE NEL PROVOCARE IN NOI SENTIMENTI INADEGUATI. Queste convinzioni sono basate a loro volta su alcune affermazioni distorte, come esagerazioni della gravità di ciò che è accaduto, attribuzione di caratteristiche di permanenza e ripetitività non realistiche all’accaduto (succederà sempre così, non cambierà mai, non ce la farò mai ecc…) o affermazioni del tipo “non deve accadere”, “devo assolutamente fare questa cosa bene/o evitare di fallire” ecc…

RIASSUMENDO: le nostre REAZIONI DISTURBATE (rabbia, depressione, panico) ALLE AVVERSITÀ’ (comportamenti altrui, ostacoli o contrattempi) sono legate alle CONVINZIONI IRRAZIONALI che Ellis ha identificato e raccolto in tre maggiori categorie, in base ai sentimenti che provocano:

  • RABBIA E OSTILITÀ’ (di solito si tratta di convinzioni relative al comportamento altrui) = es. “gli altri devono sempre trattarmi con rispetto e gentilezza”
  • ANSIA E DEPRESSIONE (derivanti dalle convinzioni irrazionali che riguardano se stessi) = es. “DEVO ASSOLUTAMENTE fare bene per avere l’approvazione delle persone a cui tengo”
  • DEPRESSIONE E BASSA TOLLERANZA ALLA FRUSTRAZIONE = es. “le cose DEVONO ASSOLUTAMENTE andare come voglio io” oppure “DEVO ASSOLUTAMENTE ottenere subito la tale cosa”.

Sono queste affermazioni –inconsapevoli ed automatiche – a provocare in noi sentimenti spiacevoli e- come direbbe Ellis - inappropriati in quanto eccessivi rispetto alla realtà (depressione, panico, rabbia, autocommiserazione o intolleranza alla frustrazione). Ad esempio, sempre tornando all’esempio dell’automobilista maleducato, potremmo pensare: “E’ assolutamente intollerabile che la gente si comporti così”, oppure “la gente non deve assolutamente comportarsi in modo prepotente!” o ancora “dato che si comporta così deve essere una pessima persona e quindi deve essere punito” e così via… ovvio che tali affermazioni faranno montare una rabbia cieca dentro di noi e ci spingeranno probabilmente ad offendere e inveire contro l’oggetto di tanta rabbia, con effetti anche drammatici!

Ellis chiama queste doverizzazioni must-urbations (dall’inglese “must” = devo) traducibili nell’italiano must-urbazioni e le considera la base di tutte le nevrosi umane! Le persone che si “must-urbano” traggono di loro pensieri alcune considerazioni logiche e deleterie:

1)   Catastrofizzazione: “E’ intollerabile quanto io stia sbagliando (dato che DEVO SEMPRE fare di meglio); oppure “E’ terribile che mi trattino male (dato che la gente DEVE ASSOLUTAMENTE portarmi sempre rispetto)” ecc

2)     Intolleranza: “quando le cose non vanno come voglio io (e DEVONO SEMPRE andare come desidero) non lo posso sopportare”, oppure “quando mi parli  alzando la voce (e NON DEVI ASSOLUTAMENTE farlo) è per me inammissibile”, ecc

3)  Colpevolizzazione: “quando mi comporto male (e NON DEVO MAI farlo) sono una persona disgustosa e cattiva e merito di soffrire” oppure “quando ti comporti male (E NON DEVI ASSOLUTAMENTE FARLO, sei una vera carogna” ecc

4) Ipergeneralizzazione: “se fallisco un obiettivo importante (e NON DEVO ASSOLUTAMENTE FALLIRE)  allora sarò sempre un fallito e non combinerò mai niente di buono”, oppure “se mi tratti ingiustamente (E NON DEVI MAI FARLO) allora vuol dire che lo continuerai a fare sempre” ecc.

Imparare a DISTINGUERE  e METTERE TENACEMENTE in discussione queste convinzioni rappresenta un valido strumento per interrompere il circolo vizioso dei sentimenti negativi inadeguati e dei comportamenti spiacevoli e controproducenti che mettiamo in atto, spesso peggiorando le cose. Perché se le nostre convinzioni ci fanno credere che sia assolutamente ingiusto, intollerabile e terribilmente cattivo che accada una certa cosa (si tratta di solito di eventi che accadono spesso, <come discussioni, piccoli dispetti, ingiustizie ed errori ecc…), ci sentiremo di conseguenza depressi, profondamente arrabbiati ed ostili,m o estremamente spaventati e questi sentimenti ci porteranno ad agire in modo distruttivo.

Nel caso della depressione infatti saremo talmente abbattuti che abbandoneremo ogni ulteriore tentativo  o ci isoleremo, accentuando la convinzione di essere impotenti o incapaci; nel caso dell’estrema ansia e panico, la paura e l’agitazione ci renderanno incapaci di agire in modo costruttivo e adeguato agli eventi, peggiorando le cose e confermandoci che siamo incapaci o fuori controllo, mentre nel caso della rabbia e dell’ostilità ci comporteremo probabilmente in modo aggressivo e scortese, provocando negli altri reazioni simili verso di noi e perpetrando quindi il circolo vizioso secondo il quale gli altri ci trattano con poco rispetto!

CONCLUDENDO

Occorre porre grande attenzione alle convinzioni che abbiamo su certe cose: ad esempio quelle che più spesso ci fanno arrabbiare, preoccupare o sentire molto giù, perché modificando queste convinzioni – di molto o di un poco –  potremo essere in grado di affrontare in modo migliore e meno doloroso e distruttivo le situazioni difficili che inevitabilmente la vita ci pone innanzi.

Soprattutto fare attenzione a tutti quei pensieri e quelle affermazioni che esprimono concetti di 

DOVERIZZAZIONI (es. "devo assolutamente fare sempre bene")

INSOPPORTABILITÀ' (es. "non posso assolutamente sopportare che mi parli in questo modo" oppure "non posso tollerare gli inconvenienti")

PENSIERI CATASTROFICI (es. "e' terribile che accada questa cosa - che mi comporti in questo modo")

BISOGNI ASSOLUTI (es. "è necessario e vitale per me che le cose vadano come voglio io/ che raggiunga questo obiettivo")

IPERGENERALIZZAZIONI (es. "se mi tratta così una volta, lo farà sempre" oppure "se non ci sono riuscito ora, non riuscirò mai a portare a termine la tal cosa")


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QUANDO A NATALE CI SI SENTE TRISTI

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10 passi per superare indenni il Natale


 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

  1. Imparare a dire di “no”, declinando gli inviti se non si ha voglia di partecipare: non c’è nulla di peggio che forzarsi a stare tra persone con cui non si ha voglia di stare. Soprattutto a Natale.

  2. Riappropriarsi della propria interiorità ed ascoltare le proprie emozioni:  imparare a vivere la solitudine come un’opportunità di riflessione e contatto interiore

  3. Permettere a se stessi di sentirsi tristi e malinconici senza combattere queste emozioni: a Natale è normale provare certe emozioni lottare contro di esse peggiorerebbe la situazione

  4. Organizzare il proprio tempo ricordando di non avere il dono dell’ubiquità: quindi meno impegni ma scelti

  5. Mantenere il solito stile di vita (sonno, uscite, alimentazione, consumo di alcol ecc.) di sempre

  6. Evitare gli eccessi: di cibo, di alcolici, di spese e di impegni

  7. Fare regolarmente attività fisica, possibilmente all’aria aperta: passeggiare molto, soprattutto nelle ore, di luce è un toccasana per il corpo e per lo spirito

  8. Nel fare i doni stabilire un budget e delle priorità

  9. Ricordarsi di dedicare il tempo delle vacanze principalmente al riposo

  10.   Dedicarsi a chi ha bisogno del nostro aiuto: occuparsi di qualcun altro donando il proprio tempo e il proprio affetto a chi è solo, è la cura migliore contro ogni tristezza.

MA SOPRATTUTTO RICORDARE SEMPRE DI ESSERE

GRATI PER CIO’ CHE SI HA

 

Anche se si sta attraversando un momento difficile, cercare di mantenere l’attenzione sugli aspetti positivi della propria vita e sui progetti che si desidera realizzare.

Guardare indietro al passato, o indugiare in un atteggiamento pessimista di autocompatimento, non sono di nessun aiuto per sentirsi meglio: piuttosto occorre vivere il presente con la consapevolezza di ogni istante, godendo di nuovo delle piccole cose che abbiamo intorno e che troppo spesso si danno per scontate.

 

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10 CONSIGLI PER TORNARE IN FORMA DOPO LE FESTE

Scritto da:  Annalisa Barbier

 

Le feste, si sa, ci portano spesso a mangiare più del dovuto: pranzi e cene a casa di amici e parenti infatti non sempre si accordano con un regime alimentare sano e leggero!

Il risultato è che ci si può ritrovare a Gennaio con qualche chilo in più, ed appesantiti non soltanto dal punto di vista del peso corporeo ma anche da quello della salute: i cibi pesanti e le grandi mangiate infatti, possono creare disagio a tutto l'organismo, rappresentando un sovraccarico di lavoro del quale risentono anche stomaco, intestino e fegato!

 

COSA FARE ALLORA?

Ecco di seguito 10 semplici consigli da seguire per ritrovare la forma perduta o raggiungere la forma fisica desiderata: ricordate che occorrono pazienza e costanza ma che i risultati vi permetteranno di riguadagnare BENESSERE e  AUTOSTIMA!

  1. FARE LA LISTA DELLA SPESA: avere una lista precisa di ciò che vi serve davvero vi permetterà di non acquistare alimenti non necessari o addirittura "dannosi" per la vostra dieta.
  2. FARE LA SPESA A STOMACO PIENO: non andate al supermercato affamati o rischierete di mettere nel carrello tutti quegli alimenti ai quali invece dovete fare attenzione! Fare la spesa a stomaco pieno infatti, vi permetterà di acquistare lucidamente solo ciò che avrete inserito nella vostra LISTA DELLA SPESA.
  3. RIDURRE O ELIMINARE I SEGUENTI ALIMENTI: alcolici e superalcolici, grassi animali (burro, lardo, strutto), margarina, dolciumi e merendine, alimenti conservati, sughi e fritture, bibite gassate, carni rosse e insaccati, formaggi molto grassi, alimenti raffinati (preferite quelli integrali).
  4. CONSUMARE I SEGUENTI ALIMENTI: frutta e verdura di stagione, cereali integrali, sostituire qualche volta le carni rosse con i legumi (se non siete allergici) e preferire ad esse le carni bianche, grassi vegetali come l'olio extravergine di oliva, semi oleosi e frutta secca, pesce.
  5. FARE ATTIVITÀ' FISICA REGOLARE: dedicatevi a svolgere esercizio fisico aerobico almeno 3 volte alla settimana. Può trattarsi di nuotare, camminare o pedalare per almeno 45 minuti senza interruzione, mantenendo un'andatura moderata e sostenibile. Questo vi permetterà di aumentare il metabolismo e bruciare calorie, eliminare le scorie, abbassare i livelli di colesterolo "cattivo" e tenere allenato il vostro sistema cardiovascolare; lo sforzo iniziale sarà ripagato da tanto benessere in più!
  6. MANGIARE LENTAMENTE: mangiare lentamente permette di gustare il cibo ed assaporarlo e di percepire meglio la sazietà. Mangiare velocemente invece, impedisce di percepire il senso di sazietà rischiando di farci mangiare più del necessario.
  7. A TAVOLA SI MANGIA E BASTA: quando si mangia evitare di leggere, guardare la televisione, stare al computer o fare altro. Concentrarsi sul pasto è il modo migliore per goderselo completamente e sentirsene gratificati. Inoltre induce una digestione migliore ed uno stato d'animo più rilassato.
  8. ALZARSI DA TAVOLA APPENA TERMINATO IL PASTO: evitare di indugiare davanti alla tavola ancora imbandita o agli avanzi, per non "cadere in tentazione".
  9. CAPIRE I "MOMENTI A RISCHIO": spesso si mangia e si pilucca il cibo per noia, per sostenere il senso di frustrazione derivante dall'ansia o dalla tristezza, o per riempire un senso di vuoto interiore. Dedicarsi a identificare le motivazioni profonde che spingono a farlo più aiutare a comprendere meglio se stessi, e a decidere di tollerare la frustrazione invece di "tamponarla" col cibo.
  10. GRATIFICARSI: stabilire un programma di piccole gratificazioni da fare a se stessi quando si è seguito un comportamento corretto e rispettoso della dieta e dell'attività fisica. Può trattarsi di un piccolo acquisto (ad esempio un libro o un rossetto) o di un'attività gratificante (ad esempio andare al cinema o ad una mostra, concedersi un pomeriggio presso un centro benessere o dal parrucchiere ecc.) o qualunque cosa rappresenti un "premio" da godere per essersi presi cura della propria salute fisica!

 

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12 MODI DI PENSARE SANO

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Come ho già scritto in un precedente articolo,le distorsioni cognitive - o distorsioni logiche del pensiero - sono delle modalità di pensiero errate fondate su convinzioni irrazionali e non del tutto realistiche. Si tratta di ragionamenti automatici e molto frequenti, responsabili di creare disagi e malessere psicologico proprio perché sono RIGIDI e non sono basati su un’analisi corretta della realtà.

E’ importante imparare a sostituirle con delle alternative cognitive più sane e funzionali, che ci aiuteranno a combattere lo stress e il disagio prodotto da certi modi di pensare sbagliati.

  1. NON ENFATIZZARE IL PROBLEMA: per contrastare l’abitudine a focalizzarvi sugli aspetti difficili di un problema: A) imparate a riflettere prima di tutto su cosa potete fare per risolverlo, ci sarà sicuramente qualcosa - seppur piccola – che potete fare per aiutarne la risoluzione; B) non esagerate il problema usando un linguaggio catastrofico: non dite “è terribile” o “non ce la farò mai” oppure “è pauroso” ma piuttosto sostituite certe affermazioni automatiche con altre, come “sto esagerando, posso sicuramente farlo…” o “Se ce l’hanno fatta altri,  la posso fare anche io” o “è difficile per me ma sono in grado di farcela” ecc.

  2. BANDO AI GIUDIZI BIANCO/NERO: la vita, il mondo, le persone e noi tutti non siamo solo bravi, buoni e belli né solo cattivi, incapaci o brutti ma siamo un po’ tutte queste cose a seconda del momento e dello stato d’animo. Poiché la realtà è fatta di infinite sfumature che si succedono e si alternano, è importante imparare a ragionare in termini relativi e di percentuali: ad esempio possiamo pensare che tizio è egoista ma anche simpatico e divertente, o che un certo problema ci preoccupa relativamente poiché non tutti i suoi aspetti sono tanto gravi per noi (es. la tale cosa  mi preoccupa ma non del tutto perché il problema è legato al 60% all’aspetto economico e al 10% all’aspetto pratico).

  3. EVITARE LE GENERALIZZAZIONI ECCESSIVE: attenzione a non compiere l’errore di credere che, se una cosa è successa una volta, allora dovrà ripetersi sempre e che ciò che è vero in un caso lo sarà anche in altri anche solo lontanamente simili. Se fate l’errore di trarre questo genere di conclusioni ipergeneralizzate, provate ad esaminare la vostra conclusione usando 3 colonne: prove a favore della vostra conclusione/prove contrarie alla vostra conclusione/ conclusioni alternative possibili.

  4. EVITARE GLI ASSOLUTISMI: parole come “sempre”, “mai”, “tutto”, “niente” “tutti” o “nessuno” ecc… sono termini assolutistici che non riflettono la realtà, che invece è fatta di percentuali e sfumature, ma un modo di pensare assolutistico ed illogico. Inoltre, più pensate in modo assolutistico più rischiate di “avverare” le vostre peggiori previsioni. Se vi rendete conto di usare spesso queste parole, imparate a diventare più flessibili nei vostri giudizi e opinioni e sostituitele con parole come “Spesso”, “nella maggior parte dei casi”, “qualche volta” o “Non sempre” ecc.

  5. VERIFICARE SEMPRE LE PROPRIE CONCLUSIONI: non lasciatevi andare selvaggiamente a “leggere il pensiero” degli altri, attribuendo lor in maniera arbitraria volontà ed intenti non verificati. Piuttosto, riflettete sulla vostra conclusione e cercate di verificarne la verità e l’attendibilità. A lungo andare, attribuire ad altri conclusioni che sono solo vostre inferenze, non gioverà né a voi né ai vostri rapporti.

  6. RAGIONARE IN TERMINI DI PROBABILITA’: se tendete a catastrofizzare gli eventi aspettandovi sempre il peggio, in breve tempo diventerete stressati ed ansiosi e la vostra vita ne risentirà in peggio. Perciò, cercate di non identificarvi con la vostra paura e di mantenere un atteggiamento razionale nel valutare rischi possibili e probabili delle situazioni.

  7.  SMETTERE DI PARAGONARSI AGLI ALTRI: voi avete la vostra vita, il vostro carattere e i vostri bisogni e gli altri non possono _ per definizione -  essere il vostro termine di paragone. Concentratevi quindi su ciò che desiderate profondamente e su come fare per ottenerlo. Il resto non vi riguarda.

  8. PRENDERSI LA RESPONSABILITA’ DELLE PROPRIE SCELTE E DELLE PROPRIE AZIONI: questa è la cosa più importante da fare per prendere in mano il controllo della propria vita, e smettere di paragonarsi agli altri.

  9. ESSERE PIU TOLLERANTI E COLLABORATIVI: occorre correggere l’abitudine di pensare che le proprie idee siano più giuste, interessanti o valide di quelle altrui ed imporle. Pensare in termini di tolleranza e relatività permette di essere più elastici e rilassati con se stessi e con gli altri. Invece di pensare subito “la mia idea è più giusta si deve fare come dico io”, meglio dire “ok, vediamo se la sua idea è più utile, semplice o interessante e poi deciderò cosa fare” ecc

  10.  IMPARATE A CAPIRE COSA VOLETE E A DIRE DI NO: prendersi la responsabilità di se stessi significa anche capire cosa si vuole davvero, imparare a dire di NO di fronte a richieste indesiderate e ad affrontare le conseguenze delle proprie scelte, senza intaccare la propria autostima. Gli altri non hanno responsabilità dei nostri errori né sono automaticamente a conoscenza dei nostri bisogni e desideri se non li esprimiamo.

  11. CONCEDETEVI DI SBAGLIARE: siamo umani quindi sbagliamo. Tutti. Non è una colpa imperdonabile e non è una tragedia irrisolvibile. Un errore serve ad imparare come evitarne un altro.

  12.  SIATE FLESSIBILI: nelle regole, nei giudizi, nelle aspettative e nei  piani di azione. Se vi trovate spesso a dire a voi stessi “devo”, “dovrei”, “si deve” o “non si deve” ecc. fermatevi a riflettere sulle vostre regole e sulle vostre convinzioni assolute; imparate a sostituire certe affermazioni con altre più flessibili quali “posso” o “voglio” o “desidero”, e ricordate che i vostri valori sono del tutto soggettivi e personali e NON POSSONO essere imposti agli altri, che hanno i loro, altrettanto validi.

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Le 13 (e non solo) convinzioni che ci complicano la vita

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Come ho scritto anche in alcuni miei precedenti articoli (Come funziona la Terapia Cognitiva; Come neutralizzare i pensieri negativi; l'attribuzione causale; la psicoterapia cognitivo comportamentale), la nostra mente è costantemente attraversata da centinaia di pensieri, attraverso i quali VALUTIAMO, ATTRIBUIAMO SIGNIFICATO, GIUDICHIAMO, ORDINIAMO ciò che accade e ci accade ed il modo in cui noi e gli altri ci comportiamo. 

 

Ci servono come una sorta di “guida” interpretativa  e rispondono – semplificando molto -  al bisogno di dare un senso alla realtà e prevedere gli eventi.

Si tratta di pensieri ed affermazioni veloci, concise e precise che vanno a formare il nostro “dialogo interno” e delle quali non siamo pienamente consapevoli, se non attraverso le EMOZIONI che inducono in noi.

Infatti, come ho scritto, il modo in cui interpretiamo gli eventi è responsabile delle emozioni che proviamo di fronte ad essi.

Due grandi psicologi, Albert Ellis e Aaron Beck  hanno compreso che il modo in cui interpretiamo gli eventi e noi stessi, insomma i nostri pensieri,  influenzano le nostre emozioni; né un esempio molto comune il fatto che – di fronte ad una stessa situazione esterna – persone diverse reagiscono in modi diversi. Ciò accade poiché partono da interpretazioni e considerazioni differenti.

Tali pensieri sono dunque il frutto di convinzioni più radicate e profonde, e negli anni divengono talmente automatici che non li mettiamo neanche in discussione ma li accettiamo come se fossero una verità assoluta. Il problema sorge quando tali pensieri automatici rappresentano un modo inesatto e disfunzionale di vedere le cose, si basano su premesse sbagliate e sono caratterizzati da distorsioni ed errori  logici, provocando una sofferenza psicologica anche intensa, spesso protratta negli anni se non si interviene per modificarli.

Gli autori sopra citati parlano di DISTORSIONI COGNITIVE: cioè di ragionamenti che non seguono una logica corretta basata sulla realtà e ci portano quindi ad agire in maniera disfunzionale, avendone identificate alcune:

  1. L’inferenza arbitraria: trarre conclusioni arbitrarie ed imprecise in mancanza di evidenze certe. Ad esempio accade quando una persona vede un vecchio amico attraversare la strada senza salutarla e pensa: “Non avrà voluto vedermi”, quando magari l’altro semplicemente non l’ha vista.
  2. L’astrazione selettiva: concentrare l’attenzione su aspetti particolari della situazione in esame, tralasciandone altri. Ad esempio, uno studente ha notato che uno o due coetanei sembravano annoiati durante una sua esposizione in classe, e ha cominciato a fare caso solo agli studenti annoiati concludendo che:  “tutti erano annoiati”.
  3. L’eccessiva generalizzazione: adattare conclusioni derivate da eventi isolati, generalizzandone il senso a svariate situazioni. Ad esempio un ragazzo si è trovato in una situazione di disaccordo con i suoi genitori e ha pensato: “Io non posso avere rapporti durevoli con nessuno”. E’ il processo logico che sta alla base della creazione del pregiudizio.
  4. L’esagerazione (della difficoltà) e la minimizzazione (delle proprie capacità): consiste nell’esagerare ed esaltare l’importanza e la gravità di eventi e situazioni o ridurre la portata delle proprie capacità.  Ad esempio ad uno studente viene sottoposto un questionario ed egli ne sottolinea le difficoltà: “A queste domande non è possibile rispondere” oppure può contemporaneamente minimizzare le proprie abilità pensando ”non riuscirò mai a rispondere in tempo-correttamente”. Processo comune nei pazienti affetti da sintomi ansiosi o ansia generalizzata.
  5. La personalizzazione: descrive la tendenza a correlare eventi esterni a se stessi, quando non vi sono ragioni per operare una tale connessione.
  6. Il pensiero dicotomico: collocare le esperienze in una o due categorie opposte. Il pensiero dicotomico può essere riferito a come noi vorremmo essere (o sono perfettamente magra come penso di dover essere o sono sovrappeso), a qualcosa che noi facciamo (o prendo 30 all’esame oppure tanto vale rifiutare il voto), alle persone che ci sono care (Mio marito o mi ama completamente oppure non ha senso stare insieme) o infine possono anche essere riferite al mondo che ci circonda (o una cosa è giusta o non lo è). Il pensiero dicotomico divide il mondo in due, semplificandone la complessità e eliminando le sfumature. Questo porta a modalità di pensiero molto rigide: bianco/nero, che sono alla base di molti malesseri psicologici!
  7. Lettura del pensiero: essere convinti che le persone abbiano determinati pensieri o provino determinate emozioni, in assenza di prove concrete. E comportarsi come se tale convinzione fosse la realtà.
  8. Doverizzazioni: consistono nel dire a se stessi che si dovrebbe fare (o si dovrebbe avere fatto) qualcosa, quando è più esatto dire che si preferirebbe fare o si avrebbe preferito avere fatto quel qualcosa. Colleghe strette del pensiero dicotomico, le doverizzazioni si manifestano con affermazioni e pensieri del tipo: “Devo essere il più bravo a scuola.” “Devo essere una mamma perfetta.” “Non mi è consentito sbagliare, devo fare tutto in modo perfetto” ecc…
  9. Pensiero catastrofico: pensare di sapere che cosa preserva il futuro (in chiave negativa), ignorando altre possibilità. Capita di pensare che è inutile provare a fare quella cosa, che tanto tutto andrà male e non ci sarà modo di uscirne. A volte la situazione è davvero grave. Altre volte non lo è. In ogni caso pensieri di questo tipo non aiutano ad affrontarla in modo ottimale.
  10. Ragionamento emozionale: credere che qualcosa debba essere vero perché viene percepito come tale. A volte le emozioni ci guidano, senza che ce ne rendiamo conto e ci comportiamo di conseguenza e ad esempio il fatto di provare ansia viene visto come prova del fatto che c’è effettivamente bisogno di preoccuparsi.

A queste, si potrebbero aggiungere molte altre modalità di pensiero che portano a vivere male e complicano la vita; per citarne alcune (ma la lista è più lunga)…:

  • Pretendere che gli altri facciano ciò che faremmo noi nelle stesse circostanze: questo atteggiamento chiude qualsiasi porta ad un dialogo che sia davvero di reciproca conoscenza ed arricchimento. E porta la persona a soffrire profondamente per la presunta ingiustizia subita.
  •  Fare qualcosa con l’aspettativa che l’altro faccia altrettanto per noi: questo atteggiamento è tipico delle ritorsioni dei depressi e dei manipolatori (es “guarda che ho fatto per te! Mentre tu invece…” ecc…);
  • Dare la colpa agli altri: senza diventare capaci di guardare ai propri errori con onestà, per poter crescere e sviluppare relazioni gratificanti e costruttive;

Questi ultimi atteggiamenti in particolare,  portano la persona ad allontanarsi dagli altri in un crescendo di autocommiserazione e colpevolizzazione altrui; ci si comincia a definire (e sentire…) non amati, non compresi, sfortunati, persone di cui tutti approfittano… ma non è così. Spesso infatti, queste convinzioni nascondono un atteggiamento egoistico  centrato unicamente sulle proprie necessità ed aspettative, che non permette alcuna apertura reale né alcuna e tolleranza verso gli altri, ma porta a sviluppare invece aggressività e diffidenza. In un circolo vizioso in cui questi atteggiamenti allontanano gli altri da noi, provocando la cosiddetta “profezia che si autodetermina”.

 

Questa lista è lontana dall'essere esaustiva ma, dopo averla letta, molti di voi forse inizieranno a chiedersi quali sono le altre distorsioni e le altre convinzioni errate che influenzano il loro comportamento, cercando di rendersene consapevoli per poterle modificare. 

 

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15 FACILI MOSSE PER COMBATTERE LO STRESS

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

Si parla di stress e di sentirsi “stressati”, quando ci si trova in una condizione di tensione fisica e mentale che conduce ad un senso di esaurimento delle energie, ed è associata a sintomi somatici (gastriti, coliti, irritazioni cutanee, mal di testa, affaticamento, contratture muscolari, ecc.), psicologici (irritabilità, tristezza, pessimismo, incapacità di prendere decisioni, disturbi del sonno, ecc.) e comportamentali (perdita dell’appetito o dell’interesse sessuale, tendenza a bere o fumare di più ecc.).

I fattori stressanti fanno parte della nostra vita: chi non sente il peso di traffico, ritardi, lavoro, studio, impegni sociali e familiari, difficoltà economiche, cambiamenti di vita o abitudini? Sono tutti elementi che sottopongono l’organismo ad una grande fatica per potersi adattare ed andare avanti, e ci mettono in una condizione di allerta costante per poter essere affrontati e superati. Tuttavia, quando si attraversa un periodo di intenso dolore o preoccupazione (ad esempio in caso di morte di un familiare, perdita del lavoro, fine di una relazione sentimentale ecc.) legati anche ad una condizione di instabilità di vita, gli effetti negativi di tali fattori si sentono di più e ci fanno sentire più ansiosi, spaventati e stanchi.

Hans Selye, nel 1956, introdusse per la prima volta il concetto di Sindrome Generale di Adattamento (GAS), definendola come la risposta che l'organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di eventi esterni che ne modificano l’equilibrio che definì “stressor”. Questi elementi esterni posso essere di natura fisica (una malattia, fatica fisica), psicologica, sociale o ambientale (impegni lavorativi, richieste sociali o familiari ecc.). Selye identificò tre fasi progressive nel modo in cui l’organismo si adatta al cambiamento:

  1. Fase di Allarme, l'organismo risponde alle richieste esterne di adattamento (stressor) attraverso comportamenti di coping (fronteggiamento) sia fisici che mentali, come ad esempio la maggiore attivazione muscolare, l’aumento della pressione sanguigna o del battito cardiaco.

  2. Con il passare del tempo e dell’impegno adattivo, l’organismo tenta di contrastare gli effetti dannosi dell’affaticamento attraverso alcune specifiche risposte ormonali che coinvolgono ad esempio le ghiandole surrenali e la produzione di cortisolo (definito appunto l’ormone dello stress). È la fase di resistenza.

  3. Nella fase finale di questo ciclo, o fase di esaurimento, se gli stressor continuano ad agire, l’individuo inizia a sviluppare conseguenze dannose permanenti di natura sia psicologica che fisica.

COSA SUCCEDE?

L'organismo, in una condizione di allarme causata dalle intense sollecitazioni ambientali, modifica alcuni parametri fisiologici predisponendosi alla “lotta”: libera quindi nel flusso sanguigno ormoni che aumentano il battito cardiaco, la frequenza respiratoria, la contrazione muscolare e la secrezione di alcune ghiandole. A lungo andare, se questa condizione di apprensione persiste, ci si comincia a sentire agitati ed irritabili e compaiono sintomi come tachicardia, nodo alla gola, dolorose tensioni muscolari, disturbi del sonno notturno ed altri disturbi. E’ come se tutto il nostro organismo fosse sempre pronto all'azione! E di fatto le modificazioni fisiologiche sono proprio orientate a questo ma quando protraggono nel tempo, divengono dannose: ci si sente stanchi, esasperati, spaventati da ogni difficoltà, pronti a litigare e ad aggredire o tristi e pessimisti, incapaci di prendere decisioni, di agire, di dedicarci a chi amiamo.

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COME FUNZIONA LA TERAPIA COGNITIVA

Scritto da: Annalisa Barbier 

 

 

 

 

 

 

 

 

La psicoterapia cognitiva o psicoterapia cognitivo comportamentale (come viene anche denominata in seguito all’integrazione con tecniche di derivazione comportamentista), è un approccio terapeutico sviluppatosi attorno alla fine degli anni Sessanta negli Stati Uniti, grazie agli studi di Aaron T. Beck. Egli si accorse che i pazienti soffrivano a causa della presenza di una serie di convinzioni e pensieri disfunzionali, che fluivano costantemente insieme ad altri pensieri, e che erano responsabili delle emozioni spiacevoli o dolorose che essi provavano in determinate circostanze. Beck pensò quindi che, se il paziente avesse imparato a divenire consapevole di tali pensieri e delle convinzioni sulle quali essi si basavano, avrebbe potuto consciamente comprendere la ragione della propria sofferenza ed i motivi per i quali essa si manteneva nel tempo.

Egli elaborò quindi un nuovo paradigma di intervento terapeutico, che definì PSICOTERAPIA COGNITIVA, basato sulla consapevolizzazione delle emozioni spiacevoli e dei pensieri ad esse associati da parte del paziente. Egli infatti comprese che, insegnare al paziente a riconoscere le proprie emozioni spiacevoli ed i pensieri che le avevano indotte, li aiutava a mettere in discussione le convinzioni disfunzionali ed errate responsabili dei disagi emotivi e psicologici. Si trattava di un approccio terapeutico innovativo, che vedeva il paziente coinvolto in maniera consapevole nell’analisi e nella comprensione dei meccanismi che producono e perpetrano la sofferenza psicologica.

LE BASI TEORICHE DELLA PSICOTERAPIA COGNITIVA

Si tratta di un tipo di psicoterapia basato sulla considerazione che esiste una stretta relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti che vengono attuati e che i pensieri, e le convinzioni sulle quali essi si basano, sono responsabili del modo in cui ogni individuo interpreta gli eventi quotidiani e reagisce ad essi con il suo comportamento. Infatti, i nostri comportamenti dipendono dal modo in cui interpretiamo e percepiamo gli eventi e le persone intorno a noi.

Il seguente esempio spiega concretamente quanto ho scritto:  stiamo parlando con un nostro amico, e lui ci risponde in maniera sgarbata:

  1. Possiamo interpretare  tale comportamento come una grave mancanza di rispetto e viverlo come un’offesa. In tale caso  la nostra reazione sarà di rabbia e disappunto ed il nostro comportamento rifletterà tale interpretazione negativa.

  2. Oppure possiamo pensare che si tratti solamente di uno sfogo, legato ad un momento di malessere del nostro amico. In tale caso invece saremo propensi a perdonarlo e ad avere verso di lui un atteggiamento più comprensivo e tollerante.

 

Vediamo quindi che il modo in cui INTERPRETIAMO gli eventi ed i comportamenti degli altri, influisce decisamente sul modo in cui ci sentiremo e reagiremo ad essi. L’essere umano ha bisogno di interpretare la realtà per poter organizzare l’enorme quantità di stimoli che deve elaborare quotidianamente; negli anni però, tali interpretazioni tendono a diventare automatiche e ad irrigidirsi in schemi che potrebbero non essere più adeguati, né funzionali al benessere della persona, rendendosi quindi responsabili di malesseri psicologici.

Lavorare sulla consapevolezza di tali pensieri, interpretazioni e schemi di comportamento disfunzionali aiuta il paziente a modificarli, e a sostituirli con interpretazioni più sane e funzionali al suo benessere.

 

Il modello cognitivo considera la presenza di tre livelli di convinzioni:

  1. Convinzioni profonde o schemi cognitivi: costituiscono le “fondamenta” cognitive, una sorta di struttura interpretativa di base che regola il modo in cui l’individuo rappresenta se stesso,  gli altri e le relazioni con gli altri, ed organizza il modo in cui egli valuta e dà significato agli eventi e al comportamento proprio ed altrui. Producono pensieri il cui contenuto è considerato una “verità assoluta”, ipergeneralizzati e particolarmente rigidi e resistenti alla messa in discussione. Un esempio è la convinzione di “non amabilità”: l’individuo che nutre questa profonda convinzione, tenderà ad interpretare il comportamento altrui e gli eventi, come prove ineluttabili del fatto che egli non merita amore né considerazione.

  2. Convinzioni intermedie: sono interpretazioni su noi stessi e sugli altri che ci permettono di prendere decisioni ed organizzare le nostre reazioni nella vita quotidiana. Sono espresse da opinioni (ad es. “è umiliante essere tradito”), regole (es. “DEVO essere sempre il più brillante in compagnia”) e assunzioni (es. “SE vinco la partita  ALLORA tutti i ameranno”). Sono più malleabili delle convinzioni profonde.

  3. Pensieri automatici: sono le manifestazioni interpretative più immediate ed accessibili alla consapevolezza conscia. Si tratta di immagini, frasi e parole (es. “non sarò mai all’altezza di fare la tal cosa”), che attraversano la mente di ognuno di noi continuamente, e rappresentano una sorta di “dialogo interno” che guida la percezione degli eventi ed il comportamento.


Secondo il paradigma cognitivo, le convinzioni profonde influenzano le convinzioni intermedie, che a loro volta producono i pensieri automatici: ad esempio lo schema cognitivo “non sono amabile” può indurre la convinzione intermedia “se il partner mi lascia significa che sono davvero indegno di amore”, e tale assunzione può portare al pensiero automatico “nessuno mi amerà mai”.