BLOG

PENSO, DUNQUE RISOLVO: PERCHE' RIMUGINARE E' UNA TRAPPOLA

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa parola, o l’abbiamo pronunciata noi stessi? Moltissime. Nella mia esperienza è forse la parola che, insieme alla parola “ansia”, ho sentito pronunciare più spesso.

 

Probabilmente, tutti sappiamo cosa significa, ma andiamo a vedere cosa ci dice il dizionario: “RIMUGINARE: Rimescolare, rimestare, frugare, rivoltando qualcosa. In senso figurativo: agitare nella mente un pensiero, un’idea”. 

Rimuginare consiste dunque nel preoccuparsi, temendo di non essere in grado di fronteggiare temuti problemi futuri e, soprattutto, immaginando che possa accadere il peggio (Sassaroli, Ruggiero, 2003). I pensieri e le immagini che vengono evocate sono vissute come incontrollabili e il loro scopo è quello di prevedere e prevenire eventuali eventi minacciosi e negativi costruendo e ipotizzando le possibili soluzioni. 

Questo rende perfettamente l’idea di quanto accade nella nostra mente quando attiviamo questa strategia di pensiero disfunzionale: rimestiamo e rigiriamo continuamente attorno ad un concetto, un episodio, un ricordo o un’idea, ripercorrendo ricorsivamente le stesse circolari catene di pensiero, senza realmente addivenire ad alcuna soluzione.

In psicologia, con il termine RIMUGINARE o RIMUGINIO si intende una attività di pensiero, verbale o astratto, ripetitiva e circolare, spesso associata alla produzione e successiva focalizzazione su immagini mentali indicative di possibili scenari considerati minacciosi e negativi.

La RUMINAZIONE è invece un processo cognitivo caratterizzato da una modalityà di pensieri disfunzionale focalizzata prevalentemente sugli stati emotivi interni e sulle conseguenze negative che da essi si teme possano provenire.

Il rimuginare fa parte di un processo di autoregolazione, coinvolta nella gestione delle emozioni e “caratterizzata da una forma di attenzione intensa e sostenuta catalizzata su se stessi, che comprende l’elaborazione perseverativa e autoreferente (preoccupazioni, rimuginazioni), l’attivazione di autocredenze disfuzionali e il monitoraggio di stimoli (vissuti come n.d.r.)minacciosi” (A. Wells: “Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia”), in cui il contenuto specifico delle preoccupazioni e la natura delle rimuginazioni varia in base al disturbo di fondo.

Il rimuginio, la ruminazione e la ruminazione rabbiosa sono modalità di pensiero ricorsivo e disfunzionale caratterizzate ed accomunate da alcuni aspetti tipici:

1) 1) RIPETITIVITÀ. Si tratta di pensieri o catene di pensieri che si ripetono ricorsivamente procedendo in senso circolare e autoreferenziale o autoalimentante. Tipicamente non permettono di arrivare ad una conclusione definitiva.

2)  2) NEGATIVITA’. La qualità di questi pensieri è di tipo negativo o addirittura catastrofico ed è focalizzata su ciò che è accaduto (nel tentativo mentale di modificarlo o trovarvi una spiegazione soddisfacente) o su ciò che di terribile potrebbe accadere;

3) 3) NON CONTROLLABILITA’. L’individuo percepisce tale attività mentale come automatica e al di là del suo potere di controllo volontario. Senso di impotenza legato alle rimuginazioni.

4) 4) CONTENUTI. Si tratta di contenuti mentali prevalentemente verbali (frasi, parole) o eidetici (immagini e scene mentali) relativi al passato, o ad un futuro vissuto come minaccioso.

5)  5) NON PORTANO ALL’AZIONE. In un suo divertente ed utile libro (“Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita”), lo psicoterapeuta Giulio Cesare Giacobbe scrive: “Un pensiero che dà luogo all’azione non è una sega mentale. Un pensiero che NON dà luogo all’azione è una sega mentale”, sottolineando in tal modo come i contenuti ed i processi di pensiero caratteristici del rimuginare siano del tutto astratti e privi della capacità di condurre all’azione; ma anzi tali da ripiegarsi su se stessi, oppure ampliarsi estendendosi a contenuti più o meno vagamente associati al contenuto principale o di partenza, costruendo un processo di falso problem solvingche richiede un enorme dispendio di tempo ed energie mentali, finendo spesso per abbassare il tono dell’umore o amplificare il vissuto di paura e minaccia.

Ma se tali modalità di pensiero sono tanto dannose quanto inutili, perché sono così diffuse?

 

PENSO, DUNQUE RISOLVO

Inizialmente, si cominciano a utilizzare le modalità di pensiero rimuginativo con la credenza di fondo che esse siano la strategia più utile ed efficace per risolvere situazioni identificate come problematiche o minacciose, per affrontare i problemi futuri, per ridurre eventuali sensi di colpa, inadeguatezza o rabbia, o per cercare rassicurazioni su ciò che si è fatto, detto, sulle reazioni che altri hanno avuto ecc.

In generale, possiamo affermare che le rimuginazioni oworry, rappresentano inizialmente per il soggetto una efficace strategia di fronteggiamento o coping,finalizzata a dare sollievo immediato ad uno stato mentale spiacevole che può essere di rabbia, colpa, dubbio e incertezza o preoccupazione ansiosa. Dunque vengono adottate nella speranza portino a trovare una soluzione dunque un sollievo.

In realtà, l’esito concreto di tali processi di pensiero è l’amplificazione del disagioe, nel medio-lungo periodo, la percezione di sé come passivi ed impotenti rispetto ai pensieri, che prendono il sopravvento occupando tempo ed energie e allontanando l’azione o il sollievo dal disagio iniziale. In questo senso, rimuginare su tematiche spiacevoli o percepite come minacciose può condurre a - o perpetrare e amplificare - stati depressivi più o meno intensi.

Molti pazienti affermano e credono infatti, di non avere alcuna possibilità di interrompere o rinunciare alle rimuginazioni, finché non si fa loro concretamente provare che, in determinate condizioni (le tecniche di Mindfulness in questo contesto rappresentano uno strumento prezioso), il rimuginio può essere sospeso o ridotto.

Occorre dunque ricordare come il rimuginare non rappresenti una soluzione reale ed efficace ai problemi, né sia in grado di dare un vero e duraturo sollievo da certi stati spiacevoli: piuttosto li amplifica, li complica e li fa perdurare. 

Pensare e ripensare dunque non è la soluzione per sentirsi meglio, per cambiare il passato né per venire a capo delle incertezze che fanno parte della vita. 

COSA FARE PER INTERROMPERE LE RIMUGINAZIONI?

Prima di tutto occorre distinguere: una cosa è vivere e sentire interamente i propri stati d’animo e le proprie emozioni spiacevoli, rendendosene consapevoli, accogliendole amorevolmente e lasciandole dolcemente andare; altra cosa è partire per la tangente ruminando pensieri su pensieri, al fine di cercare soluzioni o alternative a problemi che forse non si presenteranno mai, o nel tentativo di cambiare o modificare un evento passato.

Dunque, a meno che non si stia cercando di risolvere un problema reale (nel qual caso si tratterebbe di un pensiero che dà vita ad un’azione), è bene imparare a tollerare alcuni stati spiacevoli che comunque non troverebbero soluzione nel rimuginare: lo possiamo fare con la meditazione, con la Mindfulness, o molto più semplicemente ricordando a noi stessi di tornare nel presentee di agire in esso.

1)    Impegniamoci in attività concrete che assorbano la nostra attenzione: fare una passeggiata, fare giardinaggio, riordinare la casa o fare le pulizie, svuotare gli armadi, lavare i piatti, fare la manicure, disegnare o colorare (esistono numerosi libri ricchi di bellissimi mandala da colorare a piacere e persino delle app da scaricare sul cellulare) e così via;

2)   Dedichiamo al rimuginare un tempo, un luogo ed un momento specifico: ad esempio diciamoci che ogni sera, da un certo orario e per un certo lasso di tempo (programmiamo una sveglia ed un timer di durata prestabilita per farlo correttamente) ci dedicheremo solamente a preoccuparci intensamente di quella certa cosa;

3)    Scriviamoi pensieri e le catene associative di pensieri, preoccupazioni e immagini che ci attraversano la mente sul diario, senza giudizio critico così come vengono, e rileggiamoli prendendo da essi una distanza critica. 

Se possiamo fare poco, facciamo quel poco; ma facciamolo! Sarà sempre meglio che pensare e preoccuparsi senza poter agire ma anzi evitando di stare nel presente, con le emozioni che ne fanno parte.

LEGGI ANCHE: COME NEUTRALIZZARE I PENSIERI NEGATIVICOME VINCERE L'ANSIA; COME AFFRONTARE LO STRESS; IL TRAINING AUTOGENO; LE DISTORSIONI COGNITIVE

leggi di più 0 Commenti

IL DOLORE DEL LUTTO QUANDO FINISCE UNA RELAZIONE

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Secondo Bowlby, i Modelli Operativi Interni (MOI) sono rappresentazioni mentali che si costruiscono nel corso dell’interazione col proprio ambiente e permettono di valutare e analizzare le diverse alternative possibili di comportamento, scegliendo quella ritenuta migliore per affrontare le difficoltà che si verificano.

I MOI consentono, al bambino prima e all’adulto poi, di fare previsioni sul comportamento dell’altro soprattutto in situazioni relazionali di ansia o di bisogno, guidando quindi i comportamenti di risposta alla situazione.

I MOI rappresentano degli schemi acquisiti durante l’infanzia, che tendono a riproporsi nella vita relazionale dell’adulto, improntando e guidando il modo in cui vive e gestisce le relazioni interpersonali. Essi contengono rappresentazioni mentali basate su un grande numero di informazioni, su di sé e sull’altro, che riguardano la previsione e l’aspettativa del comportamento di risposta più probabile che ciascuno proporrà nella relazione con il cambiare delle condizioni ambientali. 

Queste rappresentazioni mentali previsionali, basate su quanto vissuto durante l’infanzia, sono il punto di riferimento utilizzato per guidare il comportamento in tutte quelle situazioni in ci il soggetto si trova all’interno di una relazione di cura e accudimento e vengono attivate da specifiche situazioni. 

MOI si attivano soprattutto nella funzione genitoriale, ma anche nelle relazioni interpersonali e sentimentali, portando con sé le rappresentazioni delle esperienze passate e delle modalità in cui ci si è relazionati alle figure significative nella propria infanzia. 

 

ABBANDONO E RIFIUTO

 

Il concetto di ABBANDONO merita una menzione particolare nell’ambito della dipendenza affettiva e dell’attaccamento: è importante poiché nella maggioranza dei casi le persone che soffrono di Dipendenza Affettiva hanno difficoltà nella gestione del legame di attaccamento e vivono letteralmente nel terrore costante di essere rifiutate ed abbandonate. Tale profondo e radicato timore è spesso all’origine di convinzioni e comportamenti disfunzionali.

 

Il concetto di RIFIUTO è un altro elemento decisamente importante nell’influire sulla qualità delle relazioni sentimentali ed interpersonali in generale. Si differenzia dall’abbandono, in cui l’altro se ne va lasciando un vuoto e una assenza intollerabili, poiché non necessariamente prevede l’assenza dell’altroquanto piuttosto la sua non disponibilità ad accogliere, riconoscere, apprezzare ed amare. Il rifiuto può avere luogo in modo sottile ma costante o in maniera improvvisa e netta. In ogni caso non prevede necessariamente l’assenza dell’altro ma anzi, spesso, lo vede attore principale di dinamiche disfunzionali in cui, pur restando nella relazione, assume atteggiamenti dolorosamente distanzianti, svalutanti o freddi.

Le persone dipendenti hanno estrema difficoltà ad affrontare il dolore ed i cambiamenti legati alla fine di una relazione importante, soffrendone particolarmente gli esiti sia psicologici che anche fisici, mancando delle abilità e degli strumenti fondamentali per poter affrontare la perdita: 

 

•      Fiducia in sé e nelle proprie capacità

•      Autostima

•      Senso di radicamento e completezza di sé

•      Rete sociale sufficientemente ricca da fornire supporto e distrazione, attività esterne dalle quali trarre gratificazione ecc.

 

Collocato ai primi posti nella scala degli eventi stressanti elaborata nel 1967 da Holmes e Rahe, l’abbandono è a tutti gli effetti un trauma che necessita di essere elaborato.

In ambito affettivo, la perdita del partner viene considerata, parimenti alla morte di una persona cara, come un’esperienza di “lutto” (dal latino luctus = pianto) ed è caratterizzata da una forte reazione emozionale di tristezza, dolore, sgomento, paura e angoscia.

Nel momento in cui si perde il partner, perché porta altrove il suo amore e la sua passione (tradimento), rifiuta in qualche modo l’altro o la relazione o abbandona, chi “rimane” deve iniziare a fare i conti con una nuova realtà in cui l’altro continua a vivere una vita indipendente e distaccata dalla coppia.

Vengono meno le familiari e strutturate abitudini di vita comune, gli impegni e le attività condivise. Possono venire meno gli amici, o il ruolo sociale. Viene meno il senso di intimità, continuità, appartenenza, esclusività, supporto e vicinanza con il partner. Viene meno spesso anche il riferimento dell’abitazione che si aveva in comune, nel caso ci si separi dopo convivenza o matrimonio. 

Le perdite sono molte e vissute in modo destrutturante, poiché il dipendente affettivo tende a costruire interamente la propria vita in maniera “satellite” e subordinata rispetto a quella del partner, primaria fonte di sicurezza e gratificazione, e riguardano diversi aspetti della vita: da quello emotivo, a quello familiare, a quello economico e domestico.

 

La reazione all’abbandono comprende una serie di manifestazioni sia fisiche che psicologiche.

•      Manifestazioni organiche: disturbi della sfera vegetativa come stanchezza cronica, disturbi del sonno e dell’alimentazione, disturbi digestivi, aumento della pressione, interruzione del ciclo mestruale, problemi sessuali, caduta dei capelli, cefalee, abbassamento delle difese immunitarie.

•      Manifestazioni psicologiche: tristezza, senso di vuoto e di angoscia, paura, perdita di interesse per sé, per gli altri e per il proprio futuro, incapacità di concentrarsi, irritabilità ed episodi di rabbia, pianto, disturbi del sonno, dell’appetito e della sfera sessuale. A queste possono sommarsi in misura diversa ansia, fobie, pensieri ossessivi e comportamenti compulsivi, attacchi di panico, disturbo post- traumatico da stress, abuso di sostanze stupefacenti, alcol, farmaci o altre dipendenze comportamentali.

 

ABBANDONO E STILI DI ATTACCAMENTO

 

È importante notare come le reazioni all’abbandono dipendano anche dallo stile di attaccamento, nella loro manifestazione e soprattutto nella loro evoluzione; non è infrequente riscontrare infatti, tra gli autori di stalking in seguito a rottura di una relazione, soggetti con stile di attaccamento ansioso-bivalente

Gli individui che hanno sviluppato un modello di attaccamento sicuro hanno maggiori strumenti per affrontare in maniera sana e forte la sofferenza derivante dall’abbandono, contrariamente a quanto accade invece per le altre categorie di attaccamento, in cui prevalgono elementi ossessivi e di controllo, e sentimenti ambivalenti, distruttivi, ansiosi e depressivi.

 

UOMO E DONNA: DIFFERENZE NEL VIVERE L’ESPERIENZA DELL’ABBANDONO NELLE RELAZIONI SENTIMENTALI

 

Esistono anche delle differenze importanti nel modo in cui donne e uomini vivono il dolore dell’abbandono.

Le donne tendono a manifestare reazioni emotive più intense rispetto agli uomini e ad esprimerle di più.  Le donne infatti parlano di più e più approfonditamente dei loro sentimenti e delle loro relazioni interpersonali, condividendo punti di vista, esperienze e cercando sostegno e conforto nelle amicizie quando si sentono tristi o confuse, o aiuto psicologico per superare le difficoltà.

Gli uomini invece tendono a nascondere le loro emozioni profonde ed evitano di confidarsi con familiari o amici, probabilmente a causa di un vecchio retaggio socio culturale che vuole l’uomo forte che “non deve chiedere mai”. Gli uomini cercano distrazione dai sentimenti spiacevoli che emergono, nel superlavoro, nello sport o a volte (più facilmente delle donne ma non in maniera esclusiva) in comportamenti di abuso e dipendenza (alcol, droghe o gioco d’azzardo). Spesso inoltre gli uomini reagiscono con rabbia e disprezzo verso la ex compagna, attuando comportamenti offensivi e ostili, come ad esempio stalking, aggressioni e minacce fino ad arrivare ai casi estremi di omicidio. In questi casi è possibile vedere come la donna venga palesemente considerata un oggetto di proprietà: se non posso averla io, allora nessuno la potrà più avere. 

 

leggi di più 0 Commenti

PARTNER NARCISISTI: TRE COSE DA SAPERE PRIMA DI DECIDERE

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Quando si è in una relazione con partner narcisisti, le cose possono diventare davvero difficili e dolorose e, qualunque sia la decisione che si è in grado di prendere - se portare avanti la relazione o chiuderla - è fondamentale tenere a mente una premessa: QUESTE PERSONE NON CAMBIERANNO.

 

Possono esistere diverse ragioni per cui portare avanti la relazione sembra la scelta migliore: motivazioni culturali, morali, economiche, di salute, legate alla paura o semplicemente al profondo sentimento che si prova verso il partner. Sono tutte ragioni comprensibili e concrete e, a meno che non vi sia franca violenza all’interno della relazione e rischio per l’incolumità fisica propria o di eventuali altri coinvolti, l’opzione di restare può essere ancora una via percorribile, soprattutto quando pensare di andarsene sembra decisamente impossibile.

A meno che, dunque, non vi sia una condizione di reale pericolo fisico in cui è necessario ricorrere alle forze dell’ordine, ognuno può scegliere e decidere quale sia la cosa migliore da fare nel rapporto, e spesso molte donne decidono di “lottare” per il loro matrimonio o la loro relazione, nonostante questa sia diventata tossica, triste e frustrante.

Bisogna però sempre tenere a mente che i danni provocati dalla relazione con un partner narcisista, sebbene non facilmente riconoscibili dall’esterno, sono danni importanti: infatti, i sottili e lenti cambiamenti psichici provocati da questi rapporti, quali il profondo senso di disconnessione emotiva e la graduale erosione del senso di identità e della propria autostima,possono provocare ferite interiori molto profonde che, sebbene invisibili all’esterno, sono in grado di minare la salute psichica e fisica di chi le subisce.

Andare avanti o chiudere la relazione quindi è una scelta individuale; ma se si decide di restare e di portarla avanti, bisogna sapersi proteggere e salvaguardare il più possibile. Innanzitutto tenendo bene a mente tre concetti fondamentali.

 

PUNTO # 1: I NARCISISTI NON CAMBIANO

Sebbene certi comportamenti, schemi e abitudini dannose siano difficili da modificare – come accade ad esempio nelle dipendenze – il fatto che siano dannose per sé o per le persone care ci permette di lavorare ed impegnarci verso il cambiamento, al fine di stare meglio e migliorare la qualità della nostra vita e delle nostre relazioni.

Questo discorso però non vale per i narcisisti, per una ragione molto semplice: IL NARCISISMO FUNZIONA BENE PER I NARCISISTIe poiché si tratta di una struttura di personalità, non è facilmente predisposta al cambiamento. Non dobbiamo inoltre dimenticare un aspetto socio-culturale importante: come scriveva profeticamente Lowen nel 1986, questa è una società che celebra il narcisismo e rinforza continuamente lo sviluppo di tratti narcisistici nell’individuo. I media rappresentano una sorta di specchio che fornisce una validazione pressoché costante della ricchezza, della salute perfetta, dell’arroganza, dell’assenza di empatia verso l’altro e della grandiosità… cosa vi ricordano questi aspetti? In un mondo sociale e culturale che supporta tratti del genere e spinge ognuno di noi a svilupparli in maniera ossessiva, i narcisisti si sentono approvati, supportati, spinti ad essere sempre di più ciò che sono e tutti i loro bisogno trovano soddisfacimento e considerato che, in aggiunta, la loro capacità di sentire e considerare sentimenti e bisogni altrui è praticamente nulla, ecco che il cambiamento per questi individui è davvero improbabile

Essendo i narcisisti estremamente vulnerabili e fragili tuttavia, capita che oscillino tra condizioni di grandiosità e stati depressivi e fragilità più o meno evidenti; in questi casi sembra che abbiano bisogno di supporto, conforto e vicinanza emotiva e sembrano persino inclini all’empatia e alla tenerezza profonda. Ma si tratta di un’illusione: che è destinata a dissolversi non appena il pendolo del narcisismo oscillerà nuovamente verso l’aspetto di grandiosità, egoismo e disinteresse.

 

PUNTO #2: NON ASPETTATEVI MIRACOLI DALLA TERAPIA

Molto semplicemente, sebbene non tutti i professionisti ed i ricercatori sono perfettamente d’accordo su questo punto, la letteratura scientifica in materia di psicoterapia del narcisismo è chiara: non ci sono solide e concordanti evidenze di buoni risultati terapeutici con questo disturbo di personalità. Le scarse evidenze scientifiche a favore del cambiamento terapeutico nel disturbo narcisistico di personalità, mostrano un cambiamento lieve e scarsamente duraturo. Infatti i cambiamenti comportamentali possono essere mantenuti per alcune settimane o alcuni mesi dopo il termine della psicoterapia, ma tendono a sparire se non si riprende il lavoro terapeutico. L’effetto è un po’ come quello che si ottiene quando si tende un elastico per modificarne la forma: una volta che lo lasciamo andare, esso tornerà ad assumere la sua forma originaria. Alcuni autori parlano persino del rischio di un peggioramento del disturbo se il terapeuta non è molto ben preparato ed attento. E’ possibile che nella relazione alcune cose possano lievemente cambiare e che la relazione stessa possa diventare leggermente più sopportabile… ma non diventerà mai una relazione profondamente intima, reciproca, rispettosa e, in ultima analisi, gratificante per entrambi.

 

PUNTO #3: SPESSO SONO PRESENTI ANCHE ALTRI DISTURBI MENTALI A COMPLICARE LE COSE

I disturbi di personalità, come il disturbo narcisistico di personalità, spesso si accompagnano ad altri disturbi mentali; in particolare depressione e disturbo da uso di sostanze. Le ricerche mostrano che quasi la metà degli individui con disturbo narcisistico di personalità soffre di depressione, e mostrano una percentuale di comorbilità del 20 – 25 percento con diagnosi di disturbo da uso di sostanze (frequentemente alcol e cocaina). Altri disturbi frequentemente riportati in comorbilità sono il disturbo bipolaree i disturbi dell’alimentazione. Questi aspetti rendono la relazione, e la possibilità di chiuderla, ancor più difficoltosa.

 

DUNQUE SE NON CAMBIANO, COSA SI PUO’ FARE?

Innanzitutto imparare a riconoscere i pattern e gli schemi di comportamento del partner e propri; in questo modo è possibile “prevedere l’imprevedibile” e cioè imparare – e tenere sempre bene a mente - che gli schemi di relazione e i comportamenti del narcisista sono piuttosto prevedibili una volta che si impara a riconoscerli. Ciò può aiutare a soffrirne meno e a dar loro meno potere sul proprio equilibrio nel caso si decida di non chiudere il rapporto. 

 

1.    GESTIRE LE PROPRIE ASPETTATIVE 

Si tratta del passo fondamentale e principale da fare se si decide di restare all’interno della relazione. nella relazione con un partner narcisista il tono emotivo è sintonizzato sempre su disconnessione, senso di insicurezza ed instabilità, svalutazione, senso di solitudine e disvalore personale. Ciò a causa dei comportamenti tipici di queste persone, dei loro tratti di personalità, della loro incapacità di sintonizzarsi emotivamente e di empatizzare con il partner e del bisogno continuo di attenzione, dedizione, ammirazione ecc. Una cronica mancanza di empatia, di connessione e di supporto sono la regola. In questa situazione le aspettative vengono regolarmente deluse, e il senso di dolore che ne deriva può essere davvero molto forte, fino a privarci della capacità di sentire e di rispettare i nostri bisogni.  Gestire le aspettative nella relazione con un partner narcisista significa:

·      SMETTERE DI SPERARE CHE LE COSE CAMBINO

·      SMETTERE DI SPERARE CHE IL PARTNER CAMBI

·      SMETTERE DI ASPETTARSI CHE I PROPRI BISOGNI VENGANO SODDISFATTI

·      SMETTERE DI COLTIVARE L’ILLUSIONE CHE TUTTO TORNERA’ COME ERA STATO ALL’INIZIO

Se si decide di non chiudere la relazione, per tutti i motivi che si ritengono opportuni, occorre ricordare di lavorare molto sulla gestione delle proprie aspettative sull’altro e sul rapporto.

 

2.   COLTIVARE RAPPORTI UMANI SANI ALL’ESTERNO DELLA RELAZIONE 

Avere amici, conoscenti, familiari che siano in grado di garantire nel rapporto ciò di cui ogni essere umano ha bisogno ma che è impossibile ottenere in una relazione con un partner narcisista: cioè riconoscimento, validazione emotiva, supporto, connessione, empatia, amore, affetto, rispetto e reciprocità per citarne alcune. Si potrà in tal modo evitare di sentirsi sempre più disconnessi, confusi e soli, cronicamente insicuri e profondamente infelici.

 

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE: trauma da narcisismo e relazioni difsfunzionali; relazioni tossiche: il percorso verso la guarigione; la strategia del congelamento nelle relazioni tossiche; il mito della "chimica tra noi".

 

leggi di più 0 Commenti

IL MITO DELLA "CHIMICA TRA NOI"

Tratto dal libro "Should I stay or should I go" di Ramani Durvasula.

Traduzione a cura della dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

Il mito della “chimica tra noi” non spiega solo perché le persone finiscono in relazioni tossiche, ma spiega anche perché tendano a portare avanti tali relazioni. 

In parte sembra non avere senso: per esempio, se metti la mano sulla stufa bollente ti bruci. Quindi non metterai mai più la mano su una stufa bollente. Ma questa semplice lezione sembra non essere applicabile alle relazioni con i narcisisti; infatti in tal caso, nonostante ci si bruci, si continua a mettere la mano sulla stufa bollente.

Chimica è la moderna parola d’ordine nelle relazioni; apri una rivista, un sito di incontri o guardi una qualunque forma di media e i titoli saranno sempre su come trovare la giusta chimica, mantenere la chimica o creare la chimica nel rapporto. Questo termine implica i concetti di “magia” o “alchimia” – quei fuochi d’artificio sentimentali di cui ci parlano la letteratura, la musica e i film. Chimica e “magia” sono diventate le motivazioni di fondo in nome delle quali siamo pronti a rischiare e a capovolgere la nostra vita.

La dottoressa Pamela Regan, autrice del libro “The mating game” e nota studiosa di relazioni, ha osservato come la letteratura sull’attrazione sia piuttosto chiara in merito: con il termine “chimica” in realtà si indica il senso di “familiarità”. Infatti, in quanto esser umani, siamo fatti per preferire ciò che è familiare a ciò che non lo è (familiare = sicuro; non familiare = spaventoso), ed è per questa ragione che continuiamo a ripetere gli stessi errori nelle relazioni sentimentali.

Se provieni da un mondo e da un’infanzia in cui hai dovuto darti parecchio da fare per cercare di ottenere l’approvazione di genitori che non erano mai soddisfatti né contenti, tenderai a trovare un partner che ti tratta nello stesso modo. Ti è familiare. Magari ti metterai alla prova per cose diverse ma il punto è che sarai sempre lì a metterti alla prova, a “saltare nel cerchio” per farti amare.

Nel libro “The mating game” la Regan osserva che i neurotrasmettitori (che di fatto sono “la chimica”) giocano un ruolo molto importante nell’amore romantico. L’autrice cita il lavoro universalmente conosciuto dell’antropologa e ricercatrice Helen Fisher, la quale ha osservato come l’amore passionale sia associato alla presenza di elevati livelli di neurotrasmettitori chiamati dopamina e di norepinefrina e bassi livelli di serotonina. In alcuni studi, le persone che si innamorano mostrano livelli di serotonina comparabili con quelli degli individui affetti da condizioni psichiatriche come il disturbo ossessivo compulsivo. Uno studio della dottoressa Fisher e il suo gruppo di ricerca, condotto utilizzando tecniche di risonanza magnetica funzionale, ha mostrato un aumento dell’attività nelle aree cerebrali ricche di dopamina in coloro cui veniva mostrata la foto del partner. Dunque, sebbene esista una certa chimica oggettiva (che spiega come ci sentiamo quando siamo innamorati), resta aperta la questione del perché tendiamo a ripetere gli stessi schemi nelle relazioni, soprattutto quando tali schemi si rivelano insani e dannosi; questi picchi di dopamina iniziali, infatti, non restano a lungo.

Così torniamo al concetto di familiarità. Le relazioni di lungo termine hanno a che fare con schemi e pattern comportamentali e relazionali. Cadiamo in schemi relazionali che si ripetono e sono difficili da modificare (nella terapia di coppia si lavora per modificare gli schemi di comunicazione, le aspettative ed i comportamenti ed è un obiettivo spesso difficile da realizzare). Se una relazione è sana e coinvolge partner che sanno ascoltare ed empatizzare l’uno con l’altro, evidentemente anche la maggior parte di tali schemi di lungo termine è sana e funzionale e continua a promuovere e sostenere il benessere della coppia nel tempo. Magari può essere necessario un aggiustamento di rotta ogni tanto, ma sostanzialmente si tratta di una relazione che funziona. I partner che formano queste coppie sanno cooperare, collaborare, comunicare, creando una condizione di mutuo beneficio. Evolvono e crescono insieme nel tempo.

Questa condizione di mutuo beneficio non potrà mai svilupparsi se si ha una relazione con un partner narcisista.  Come in ogni altro rapporto di coppia, gli schemi relazionali tendono a ripetersi nel tempo ma, nel caso di un partner narcisista, quelli che si ripetono sono i pattern disfunzionali. Questi schemi disfunzionali di relazione possono mettere a repentaglio la salute e nuocere al benessere degli individui (mentre sono benefici per il partner narcisista), e poiché si tratta di schemi familiari e conosciuti (probabilmente compatibili e coerenti col modo in cui si è cresciuti), la sensazione di “familiarità” che li caratterizza porta a restare nel “gioco”. Tendiamo infatti a preferire qualcosa di conosciuto e familiare, anche se ci fa soffrire.

Le persone che si trovano coinvolte in questi cicli relazionali disfunzionali con un partner narcisista si rendono conto che c’è qualcosa che non va; ci sono molti segnali di allarme e momenti in cui si decide di chiudere il rapporto, ma poi ci si ritrova nuovamente risucchiati nella relazione. Una delle ragioni maggiormente addotte per spiegare questo fenomeno è proprio la “chimica”; le risposte che queste persone tipicamente danno per giustificarsi sono del tipo “nessuno mi fa sentire come lui/lei” (alle quali solitamente rispondo “e meno male, considerato quanto male ti stai sentendo”). Oppure parlano di un’attrazione irresistibile. 

Poiché non esiste una ragione razionale che giustifichi il fatto di restare in una relazione maltrattante, i partner che vengono risucchiati da queste relazioni tossiche tendono a giustificare il loro ritorno con spiegazioni fumose e metafisiche, come quella della “chimica tra di noi”.

Ma questa cosiddetta “chimica tra noi” non è altro che la “familiarità”; non tanto la familiarità della relazione, quanto quella relativa all’essere trattati male nella relazione – un antico senso di familiarità che deriva dal ripetersi di pattern vissuti nelle prime fasi della vita.

Dall’altra parte ho notato che, per molte persone, un partner gentile, attento ed empatico, che non ha costantemente bisogno di ammirazione, rispettoso e disponibile viene considerato noioso e la lamentela comune che viene mossa riguarda l’assenza di chimica. In realtà, per molte donne, si tratta dell’assenza di uno schema relazionale conosciuto e familiare. Assenza di familiarità con il fatto che gentilezza, empatia e rispetto siano fonti di benessere. Assenza di familiarità con il fatto che non si debbano fare i salti mortali per essere approvati e riconosciuti. Assenza di familiarità con il fatto che l’altro non ha bisogno di essere curato, cambiato o salvato in alcun modo. Non assenza di “chimica”.

Nella mia esperienza con persone coinvolte in relazioni narcisistiche, specialmente quelle caratterizzate da ciclici e frequenti alti e bassi, il concetto di “chimica fra noi” è spesso tirato in ballo come giustificazione al fatto di restare in rapporti abusanti e disfunzionali.

La chimica diventa così la misteriosa e generica motivazione: “è una magia che capita una sola volta nella vita ecco perché è così complicato chiudere”; “nessuno mi ha mai fatto sentire così prima”; “è il miglior sesso che abbia mai fatto”; “mi fa sentire viva”. Quando sento queste affermazioni assolute e grandiose mi preoccupo, perché quello che sento dopo solitamente sono i racconti di estremi alti e bassi, eccessiva intensità emotiva e sofferenza.

Un elemento particolarmente comune nelle relazioni narcisistiche è il cronico senso di rifiuto da parte del partner. Quella sensazione che da un momento all’altro possa dirti che non ti vuole più. Questo rifiuto potrebbe ricordare il rifiuto vissuto nella relazione con i genitori. La dinamica di dover accontentare l’altro e fare di tutto per sentirsi accettati e visti, o la sensazione di non essere mai abbastanza è familiare, e probabilmente affonda le sue radici nella prima infanzia. Quando questa inconsapevole dinamica viene attivata da un partner rifiutante, appare stranamente confortante – come un momento di dejà-vu – e può farci sentire di vivere un momento magico… Come una vecchia canzone, la storia del rifiuto è così familiare e conosciuta che non riusciamo a toglierla dalla testa. È completamente irrazionale e poiché dona una forte sensazione di attrazione la chiamiamo “magia” o “chimica”, e ci costruiamo sopra il mito romantico del colpo di fulmine.

La gente compie grossi errori in nome della chimica; il più comune e tipico è quello di portare avanti relazioni maltrattanti e abusanti. Proviamo a riflettere sulle nostre relazioni più “magiche” e troveremo probabilmente che esse vanno in due direzioni: o ci trasmettevano un senso di profonda familiarità(probabilmente il rifiuto narcisistico era simile a quello sperimentato nell’infanzia con i genitori), oppure erano fortemente proibite(una sorta di versione moderna dell’antica ribellione contro i genitori). In entrambi i casi, stavamo agendo in risposta a vecchi pattern relazionali inconsapevoli di rifiuto o ribellione.

Possono volerci diversi “giri di giostra” con un narcisista prima di abbandonare il mito della “chimica” in favore di una realtà fatta di rispetto, reciprocità, empatia e gentilezza. Magari non saranno tuffi al cuore e farfalle nello stomaco ma sappi che questi sintomi sono gli indicatori dell’attivazione di vecchi schemi inconsapevoli (e solitamente disfuzionali), piuttosto che qualcosa di davvero magico ed eterno (a dispetto di quello che sentiamo nelle poesie romantiche e in certe sciocche canzoni d’amore).

La cultura attuale e le canzoni d’amore in particolare, contribuiscono a sviluppare il mito secondo cui l’amore è tutta una questione di follia, chimica e passione. Quel sentimento folle, nuovo, speciale, unico, onnicomprensivo e ossessivo è eccitante e ci fa sentire vivi. La passione folle è divertente, indimenticabile e poetica. Ma quando si trasforma in mancanza di rispetto e in sofferenza, non usiamo la chimica o la follia dell’amore come scuse per portare avanti la relazione.

Se sei fortunata (e intendo dire veramente fortunata) riesci ad avere la chimica (la magia, il colpo di fulmine) INSIEME A collaborazione e reciprocità. Percepire la “chimica” e la forte attrazione per un partner NON SIGNIFICA ASSOLUTAMENTE CHE SI TRATTI DI UN PARTNER NARCISISTA. Alcune persone riescono davvero a sperimentare quel profondo senso di connessione ed eccitazione verso un partner che le rispetta e le ama, insieme ad un sentimento di complicità e reciprocità. Sono fortunate, hanno messo insieme saggezza e fortuna o forse semplicemente hanno cercato nella direzione di un partner davvero rispettoso e gentile. 

E’ quando continui ad accettare parole e comportamenti irrispettosi, di trascuratezza, sgradevoli, maleducati, di scarsa attenzione e considerazione da parte del partner e ricorri al concetto di “chimica” per giustificarti, che hai bisogno di considerare una volta per tutte il fatto che la presunta e mitizzata “chimica” ti sta imprigionando in una relazione tossica e a senso unico.

 

  

leggi di più 0 Commenti

LA VERITA', VI PREGO, SULL'AMORE

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«I temi di queste poesie sono l’amore e la disonestà – i due poli tra i quali ci siamo trovati a soggiornare nel nostro secolo, pronti a gloriarci della loro occasionale divergenza ma bravissimi, anche quando siamo sfortunati, a conciliarli tra loro, a fonderli insieme. Ci sono buone ragioni se i versi del poeta oscillano tra la più intensa tenerezza e parossismi di indifferenza, e se da queste oscillazioni nasce uno stridente lirismo che non ha precedenti». 

(Iosif A. Brodskij nell’introduzione alla raccolta di poesie di W.H. Auden intitolata “La verità, vi prego, sull’amore”)

 

Mai come in questi tempi ambigui, accelerati e alienanti è difficile costruire l’amore; ma il paradosso è che proprio per questo, mai come oggi l’individuo sente il bisogno della relazione d’amore. Essa gli è naturale e necessaria.

Una relazione in cui sia possibile costruire e vivere la dimensione della fiducia, dell’affidamento, una sana interdipendenza (non codipendenza), tolleranza, desiderio di guardare il volto dell’altro e di lasciarsene guardare. Rimane il segreto bisogno di una relazione d'amore in cui il coraggio di amare e di lasciarsi amare renda possibile che emerga e prenda piede nella relazione quello che Nicola Ghezzani chiama il potere sovversivo dell’amore .

 

Come scrivono Cantelmi e Barchiesi nel libro «Amori difficili» (2007):

«L’amore non è mai stato più complicato di oggi. Stiamo costruendo una civiltà che ci costringe a logiche disumane e ci affoga nella solitudine. Le richieste ambientali, le incredibili accelerazioni dei nostri tempi, le pressioni, i bisogni impropri suscitati dai modelli mediatici, insomma questa società vorace e impietosa che impone ritmi, competitività e ambizioni impatta con la nostra fragilità. Ed ecco che ci troviamo a fare i conti con un malessere, che forse nono diventa mai una vera e propria patologia, ma che serpeggia ed è diffuso molto di più delle già numerose malattie mentali: siamo l’esercito dei malati «normali», un po’ depressi, un po’ ansiosi, un po’ compulsivi, che ogni mattina si alzano per andare al lavoro o da qualunque altra parte, sperando in sollievi vaghi e indefiniti e che alla sera tornano a casa malinconici e soli. La crisi della relazione interpersonale diventa allora emblema di questa società, sottofondo dell’esistere

 

Per comprendere meglio la crisi della relazione, della fiducia e della capacità di vivere i sentimenti che caratterizza questi tempi, non possiamo fare a meno di affrontare i temi dell’anestesia affettiva, del narcisismo, dell’ambiguitàe della continua ricerca di sensazioni forti. Questi temi sono centrali nella fenomenologia delle relazioni disfunzionali, ma non solo; sono centrali in quanto innegabili elementi causali nelle manifestazioni patologiche che caratterizzano questo momento storico e sociale: depressione, ansia, dipendenze.

 

L'ANESTESIA AFFETTIVA 

Nel suo libro “La paura di amare”, Nicola Ghezzani parla di una tendenza psicologica sempre più comune oggigiorno, in quanto corollario al tema centrale dell’individualismo, al punto di diventare una caratteristica accettabile e anzi auspicabile dell’individuo: l’anestesia affettiva,l’incapacità di vivere - o meglio la volontà di espellere dalla propria vita - l’esperienza dei sentimenti profondi. Questo termine fa riferimento ad una sorta di ideologia dei rapporti che “promuove stili di vita e di rapporto incentrati sull’anestesia affettiva e che quindi difende da ogni forma di coinvolgimento amoroso” (“La paura di amare”, pag. 37). 

L’anestesia affettiva viene vissuta come una difesa nei confronti del potere dell’amore e del contatto profondo con l’altro; un contatto dal quale si può uscire trasformati ma anche, a volte, feriti. 

Perché l’amore ha il potere di entrare nelle nostre vite come un ciclone in grado di sconvolgere gli equilibri e rendere necessario un nuovo ordine, un nuovo assestamento ed una nuova armonia in cui l’altro rappresenta l’ignoto, il diverso e il necessario. 

Nella relazione d’amore, l’altro è il portatore, a mio avviso, di tre istanze complementari:

1)  La passione

2)  Il bisogno: di vicinanza e condivisione, di appartenenza ed accoglimento, di scambio profondo, riconoscimento e interdipendenza

3)  La minaccia: della sovversione e della perdita di sé, del tradimento, della delusione, della dipendenza e della rinuncia, o della sopraffazione e della sottomissione.

 

Dunque in questa ottica non è difficile comprendere come l’anestesia affettiva possa rappresentare l’ultimo baluardo contro la paura e il primo indispensabile strumento che permette di poter realizzare quell’individualismo - con tutto ciò che esso rappresenta e richiede - che è ormai il vero mito moderno, in nome del quale tutto diventa sacrificabile. 

 

L’AMBIGUITA’

Secondo Cantelmi, la grande diffusione di una sorta di «rifiuto» delle differenze di genere ha dato origine ad una fluidità dei generi in cui uomini e donne, per apparenza, atteggiamenti e convinzioni sembrano spesso sovrapporsi, mescolarsi, rendersi sempre meno diversi e definiti. 

Questa ambiguità di fondo, creata ed esasperata da fraintesi miti libertari, è un male sottile che agisce in silenzio, lasciando senza solidi punti di riferimento identitari e inducendo una confusione ed una fragilità interiore che spesso portano a vivere relazioni altrettanto confuse i cui confini, interni ed esterni, sono estremamente labili e barcollanti.

 

LE SPINTE NARCISISTICHE

L'autrice americana Ramani Durvasula, Psicologo clinico e professore di psicologia presso la California State University, nel suo libro "Should I stay or should I go" parla di una vera e propria epidemia di narcisismo. Del resto anche Alexander Lowen, nel suo libro profetico testo intitolato «  Il narcisismo» (1983), scriveva di come questo tipo di personalità stesse drammaticamente prendendo piede nella civiltà occidentale. 

SI tratta di aspetti che esaltano l’individualità e l’autoaffermazione fino all’estremo, allo sfruttamento dell’altro e al successo a tutti i costi. I media esaltano queste caratteristiche, mostrando e celebrando atteggiamenti egocentrici, arroganti, superficiali e competitivi, basati sull'esaltazione dell'apparenza e sulla svalutazione aggressiva dell'altro. Propongono insistentemente l’esaltazione del mito del successo e della realizzazione individuale a discapito, se necessario, di chiunque altro.

Un successo esteriore che sia misurabile attraverso la qualità e quantità di beni materiali posseduti e la quantità di conquiste amorose collezionate, o di like raccolti sui social non importa per cosa, fosse anche solo per la foto di un addome scolpito.

Non importa a che prezzo, né importa quanto le persone conquistate siano davvero desiderate. Di certo non amate. 

Un narcisismo inteso come atteggiamento di fondo che mitizza ed esalta l’individualismo, il successo a tutti i costi, l’estrema indipendenza da qualsivoglia legame e responsabilità in quanto considerati potenziali ostacoli e segni di debolezza, da nascondere e decostruire: “Secondo la logica narcisista, l'individuo che si scopra a vivere un sentimento di affetto, di amore, di dedizione nei confronti di un altro, quindi di dipendenza, deve averne paura e disgusto, perché si tratta di un indizio di cedimento al “troppo umano”, ossia all'asservimento da parte dell'altro” (N. Ghezzani).

 

IL SENSATION SEEKING

Questo aspetto, insieme al novelty seeking e al low harm-avoidance rappresenta un tratto temperamentale frequentemente associato alla tendenza a sviluppare dipendenze da sostanza o comportamentali. 

La ricerca costante e forsennata di sensazioni nuove, eccitanti e a volte estreme sta diventando l’unico modo per «sentirci», per avere una sorta di contatto interiore che sia piacevole e che esorcizzi la paura profonda di non essere, di non valere, in fondo di «non esistere davvero». 

Questa «mitologia dell’estremo e dell’avventura», come la definisce Cantelmi, sta ulteriormente orientando il senso della nostra esistenza nella direzione della ricerca di continue stimolazioni e novità ma, cosa ancor più preoccupante, in direzione delle proprie e soggettive sensazioni di benessere, piacevolezza, eccitamento. In questa ottica rimane ben poco spazio per accogliere e rispettare l’altro nella sua diversità e singolarità. Per per accettare l’insostituibile e potente silenzio dell’ascolto, dell’attesa e della riflessione intesa anche come autoriflessività, strumento indispensabile per una sana relazione con se stessi ed una vita in cui vi sia autodeterminazione, scelta di senso e vero nutrimento. 

Così diventa difficile, se non addirittura impossibile, la costruzione di quegli aspetti fondamentali all’amore, necessari per la solidità e la sopravvivenza della coppia: L’INTIMITÀ e l’IMPEGNO,aspetti fondamentali nel rapporto amoroso sano, come spiega Sternberg nella sua teoria triangolare dell’amore.

Come può esservi impegno o intimità quando tutto, dall’esterno della coppia, funziona come una irresistibile forza centrifuga che attira e «spara» l’individuo fuori di essa, verso lo sperimentare sensazioni sempre nuove e intense. 

Verso una dimensione di leggerezza che è solamente superficialità e l’incessante, illimitato soddisfacimento di ogni fuggevole pseudo-bisogno che compare all’orizzonte dei sensi e della mente.

Basti pensare ai numerosissimi siti di incontri e di sesso on line: da quelli che promettono avventure sessuali senza rischio di essere scoperti a quelli che permettono avventure «virtuali», alienanti ma eccitanti, senza che vi sia alcun contatto fisico reale tra i partner.

Ma l’uomo, nonostante tutto, rimane uomo e non può prescindere dall’altro: ha bisogno di relazionarsi con l’altro, di avere il suo sostegno e accoglimento, di condividere con l’altro, di essere in relazione con l’altro.

Ecco dunque che si fa strada il dolore di una solitudine profonda e sconosciuta, che non si calma né si consola con il like sui social o le fugaci avventure sessuali ma che, ben mascherato dietro i selfie sorridenti, non emerge in quanto elemento espulso da sé, incompatibile con il bisogno di indipendenza assoluta. Non ha voce. Viene negato e relegato nelle profondità dell’anima, da dove erode incessantemente e inesorabilmente la capacità di gioire della vita, di godere del momento, di costruire lentamente e solidamente una vita che sia piena di senso e nutriente.

Ecco che ci troviamo dilaniati e scissi tra due spinte potenti: da una parte quella verso un individualismo sfrenato come fonte di piacere e godimento, come strumento e misura del proprio successo. 

Dall’altra quella mossa dal bisogno umano di sentirsi parte di qualcosa di più grande: una coppia, una famiglia, un gruppo. Di condividere e partecipare, in un ciclo continuo in cui ci si apre verso l’altro per ricevere e donare e in cui il dolore del tradimento - delle proprie e altrui aspettative - rappresenta l’altra faccia della medaglia, l’altro lato del foglio che non può essere separato dal resto.

Quella del dolore e della paura di esso è, in ogni relazione umana, una sfida che dobbiamo imparare ad accogliere in quanto naturale ed inevitabile, se vogliamo restare aperti al potere trasformativo e vivificante dell’amore.

leggi di più 0 Commenti

STILI DI ATTACCAMENTO E RELAZIONI SENTIMENTALI

 

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Gli studi sull’attaccamento sono molto importanti per comprendere come l’individuo conquisti gradualmente l’autonomia. L’attaccamento è la base per la creazione di un legame con l’altro, caratterizzato dalla ricerca di stabilità, protezione, accoglienza, sicurezza e benessere. Il nostro modo di creare legami adulti sarà influenzato dalla qualità dei legami che abbiamo avuto da piccoli con le nostre principali figure di riferimento. 

Sia l’attaccamento che la dipendenza sono basati sulla capacità di stabilire e creare un legame con un altro individuo, ma si distinguono per una fondamentale differenza: 

 

1) L’ATTACCAMENTO PERMETTE IL DISTACCO 

2) LA DIPENDENZA IMPEDISCE IL DISTACCO 

 

Nel corso del Novecento molti sono stati gli studi volti a conoscere a fondo la relazione tra bambino e la sua figura di riferimento o di attaccamento (tipicamente la madre). A partire dalla prima metà del 1900 si vedevano già affiorare le prime teorie, più o meno verificate, sull’importanza dell’attaccamentonel buon sviluppo psico-fisico del bambino. 

Freud, agli inizi del ventesimo secolo, sosteneva che il bambino costruisse un legame di amore con la madre sulla base del fatto che questa soddisfaceva il suo bisogno fondamentale di essere allattato. 

 

Negli anni Ottanta, lo psicoanalista inglese John Bowlby afferma invece che il bambino (così come i piccoli di altri mammiferi secondo gli studi di Harlow), ha la tendenza naturale a costruire un legame con la madre, che è indipendente dal semplice soddisfacimento della fame, poiché la madre rappresenta per lui la fonte di contatto e vicinanza primaria, dunque una garanzia di protezione per la sopravvivenza. 

 

Secondo Bowlby dunque, l’attaccamento non si sviluppa esclusivamente per necessità di nutrimento e per l’allattamento, ma si stabilisce sulla base e attraverso la presenza di alcuni altri elementi fondamentali: come il contatto ed il calore fisico, le coccole, le attenzioni e le rassicurazioni di cui il piccolo ha bisogno, e che ricerca per istinto.

Gli studi sperimentali dello psicologo americano Harry Harlow degli anni Cinquanta, confermarono che il contatto fisico, il calore e altre caratteristiche come la morbidezza e la capacità di dare accoglimento fisico, erano più importanti dell’allattamento al fine di stabilire un legame di attaccamento. 

 

LA TEORIA DELL’ATTACCAMENTO DI JOHN BOWLBY 

John Bowlby integrò nel suo lavoro la teoria psicoanalitica di Freud sullo studio degli istinti e delle pulsioni, con le osservazioni comportamentali di stampo etologico di Conrad Lorenz, ed è considerato ad oggi il padre della teoria dell’attaccamento.

Egli definì l’attaccamento come: 

“La propensione innata a cercare la vicinanza protettiva di un membro della propria specie quando si è vulnerabili ai pericoli ambientali per fatica, dolore, impotenza o malattia”. (J. Bowlby, 1969)

Questo autore ha indagato a fondo le radici del legame madre bambino con studi sperimentali, notando che il piccolo non ricercava nel rapporto solo il nutrimento ma che il legame che stabiliva, l’attaccamento, era finalizzato alla ricerca di protezione, serenità, di calore e accoglimento da parte della madre. 

È utile fare una distinzione tra tre concetti simili tra loro nella teoria sviluppata da Bowlby: il comportamento di attaccamento, il legame di attaccamento e il sistema dei comportamenti di attaccamento. 

 

IL COMPORTAMENTO DI ATTACCAMENTO 

Indica quel comportamento che ha la duplice funzione di: 

  • assicurare la vicinanza a una figura di attaccamento 
  • proteggere il bambino dal pericolo 

Si tratta di un comportamento di natura interazionale, il cui fine è spingere il piccolo a ricercare l’interazione e il contatto con la figura di riferimento non soltanto per ottenere nutrimento ma anche per ottenere gratificazioni o per canalizzare le pulsioni (Bowlby 1969). È un comportamento che possiede una motivazione intrinseca a sé stante svincolata dall’istinto alla nutrizione o all’accoppiamento. Questo comportamento viene attivato dalla separazione o dalla minaccia di separazione dalla figura di attaccamento e viene “disinnescato” o attutito (dipende dalla gravità della minaccia percepita) quando il piccolo ottiene la vicinanza con la figura di riferimento.

Ciò significa diverse cose: 

  • poterla vedere senza avere contatto fisico; ascoltandone le parole di conforto senza contatto fisico
  • vicinanza e contatto fisico caratterizzato da coccole ed essere tenuti stretti 

Il comportamento di attaccamento ha la caratteristica di poter essere attivato in contesti e circostanze diverse e con persone diverse (non solo la figura di riferimento genitoriale); infatti il bambino possiede delle gerarchie di riferimento interno di persone adulte alle quali ricorre, in assenza della figura principale, per poter essere consolato e rassicurato. 

Nel suo libro “Una base sicura” (1988), Bowlby descrive la differenza tra il comportamento di attaccamentoed il legame di attaccamento, specificando che l’attaccamento in sé è un modello stabile nel corso del tempo, che non cambia in modo repentino come accade invece per il comportamento di attaccamento, ma che muta in modo molto lento nel tempo. Il comportamento di attaccamento può manifestarsi in diverse occasioni con persone diverse, mentre il legame di attaccamento è limitato prevalentemente alla figura di riferimento primaria dell’individuo. 

 

IL LEGAME DI ATTACCAMENTO

 

Il legame di attaccamento è qualcosa di diverso dal comportamento di attaccamento; se il secondo è manifesto, misurabile e rilevabile attraverso la sola osservazione, il legame di attaccamento è ciò che unisce profondamente ad un altro individuo, ed è dunque riservato solo a pochissime persone importantie di riferimento per il piccolo. Con il termine attaccamento si fa riferimento al tipo di attaccamento dell’individuo, che può essere secondo questa teoria, sicuro o insicuro, come vedremo più in là. 

 

LA BASE SICURA 

Mary Ainsworth (1949) aveva già ̀ usato, nella sua tesi di laurea, l’espressione “base sicura” per descrivere l’atmosfera di sicurezza e affidabilità creata dalla figura di attaccamento nei confronti del piccolo. 

La base sicura permette al piccolo di sentirsi tranquillo e sicuro nell’esplorare l’ambiente e nel dare sfogo alla sua curiosità, sapendo di poter fare affidamento su una figura di riferimento stabile e disponibile, come un “porto sicuro” al quale tornare dopo aver esplorato luoghi ignoti e pericolosi. Quando non sente di avere una base sicura, l’individuo fa ricorso ad una serie di comportamenti difensivi (spesso disfunzionali) atti a ridurre al minimo o ad evitare del tutto sofferenza derivante da tale assenza. 

 

IL SISTEMA DEI COMPORTAMENTI DI ATTACCAMENTO

Per quanto riguarda il sistema dei comportamenti di attaccamento, questi indicano il modo in cui la persona mantiene una relazione con la sua figura di attaccamento, postulando l’esistenza di un’organizzazione psicologica interna con caratteristiche specifiche, che comprendono schemi di sé e della figura di attaccamento (stili di attaccamento). Sulla base di quanto scritto, vediamo come legame di attaccamento e comportamento di attaccamento condividano un sistema di comportamenti di attaccamento, che forgiano profondamente il modo in cui ci sentiamo nella relazione e il modo in cui viviamo l’altro e la relazione stessa, influenzando la nostra capacità di nutrire una fiducia sana e matura verso l’altro e la relazione: 

  • IO SONO... 
  • L’ALTRO E’... 
  • LA RELAZIONE E’... 

L’attaccamento è dunque composto da un sistema dinamico di comportamenti che contribuiscono alla formazione e gestione della relazione tra due individui, le cui radici affondano nelle prime esperienze di relazione con le figure di attaccamento primarie, e si sviluppa seguendo tappe specifiche legate allo sviluppo e alla crescita del piccolo: 

·      0-3 mesi pre-attaccamento: il bambino non discrimina le persone ma riconosce figura umana; 

·      3-6 mesi in formazione: inizia formazione di un legame. Il bimbo riconosce una figura in particolare (quella che lo cura e coccola). Compare la paura dell’estraneo; 

·      7-8 mesi l’angoscia: non esiste il concetto di “permanenza dell’oggetto” quindi il bambino prova angoscia quando la figura di riferimento si allontana; 

·      8-24 mesi: attaccamento vero e proprio

·      3 anni in poi: formazione dei legami: la figura di riferimento è riconosciuta dal bambino, che diviene consapevole dei propri sentimenti, emozioni e sensazioni. 

 

MARY AINSWORTH E LA STRANGE SITUATION

Anche Mary Ainsworth studiò il legame di attaccamento madre bambino sin dalle prime fasi di vita del piccolo, definendolo come una relazione stabile che si instaura tra il bambino e la sua figura primaria di accudimento (C. Guerreschi, 2011). Osservando l’interazione tra i piccoli e le loro madri, la studiosa scoprì che le madri in grado di fornire al bambino un accudimento attento, sintonizzate sui loro segnali di disagio, capaci di fornire momenti di gioco, separazione e riavvicinamento e contatto fisico, allevavano piccoli che piangevano meno rispetto agli altri, nel primo anno di vita, mostrando anche capacità più sviluppate di comunicazione. Nel 1969 ideò un esperimento osservativo che definì “strange situation”, finalizzato a studiare, attraverso l’osservazione, i comportamenti di attaccamento ed esplorazione dei piccoli di un anno in situazioni di stress. La strange situation (Ainsworth et al., 1978) consiste in una procedura di osservazione videoregistrata composta di otto fasi, che espongono il bambino a situazioni combinate e consequenziali di lieve pericolo e stress, in cui si alternano la separazione dalla madre, l’introduzione di un’estranea, la solitudine e il ricongiungimento con la madre e uno sperimentatore. La Ainsworth ha osservato come i bambini gestissero lo stress prodotto da queste situazioni in maniera diversa tra loro, e come ciò permettesse di dedurre la presenza di “rappresentazioni interne” al piccolo che ne guidavano i comportamenti: vere e proprie “differenze individuali nei modelli procedurali del sé e della figura di attaccamento” (Crittenden, 1994). 

 

La costruzione della strange situation è la seguente: 

1.    Prima fase: durata 30 secondi. La madre o figura di riferimento e il piccolo 

vengono introdotti nella stanza di osservazione con specchio unidirezionale dove sono sedie e alcuni giocattoli. Alla madre viene chiesto di sedersi e fingere di leggere una rivista mentre il piccolo viene lasciato libero di esplorare, giocare e se desidera coinvolgere il genitore in questa attività 

2.    Seconda fase: durata 3minuti. La madre legge la rivista e il bimbo è impegnato nel gioco. 

3.    Terza fase: durata 3 minuti circa. Nella stanza entra un’estranea che si siede accanto alla madre e poi parla con lei dopo un minuto. Dopodiché l’estranea cerca di interagire con il bambino coinvolgendolo nel gioco. Lo scopo è osservare le reazioni del bambino e valutare se e come questi interagisce con l’estraneo, ricorrendo o meno alla madre per valutare la situazione. 

4.    Quarta fase: 3minuticirca.Inquestafaseilgenitorelascialastanzaeilpiccolo rimane in compagnia dell’estranea. Si osserva come il piccolo reagisce all’evento, quali strategie e risorse è in grado di utilizzare per affrontare questa situazione e se ricerca la figura di attaccamento. 

5.    Quinta fase: durata 3 minuti o più. La madre rientra nella stanza e rimane con il bambino. Può consolarlo se necessario, o lasciarlo giocare da solo. Si osservano le modalità del bambino di riavvicinarsi alla madre: se ricerca il contatto, oppure appare disinteressato e la ignora mostrandosi autonomo. 

6.    Sesta fase: durata circa 3 minuti. In questa fase il genitore esce nuovamente dalla stanza lasciando il bambino completamente solo. Si osservano le modalità del bambino di fronteggiare la solitudine e l’assenza della madre. In questa fase molti bambini si disperano poiché si tratta della seconda separazione dalla figura di riferimento e restano del tutto soli. In tal caso l’osservazione viene interrotta. 

7.    Settima fase: durata circa 3 minuti. L’estranea rientra nella stanza per fornire supporto; lo scopo è osservare se il bambino ricorre alla sua presenza per consolarsi. Ci si aspetta che il bambino mostri delusione al comparire di un’estranea e non della madre.

8.    Ottava fase: durata circa 3 minuti. Il genitore entra nella stanza aspettando qualche istante, al fine di valutare se il piccolo si avvicina, quindi lo prende in braccio. In questa fase si osservano i comportamenti del bambino nei confronti del genitore: se è arrabbiato o contento, se ricerca vicinanza e contatto fisico, se si lascia consolare, oppure finge indifferenza e distacco o mostra comportamenti disorganizzati e incoerenti. 

 

STILI DI ATTACCAMENTO 

Il comportamento dei bambini in questo studio, ha permesso di catalogare inizialmente 3 e quindi aggiungere un quarto stile di attaccamento, quello disorganizzato: 

1.    attaccamento sicuro 

2.    attaccamento insicuro-ambivalente 

3.    attaccamento insicuro-evitante 

4.    attaccamento disorganizzato-disorientato 

In base alle risposte della Figura di Attaccamento (FdA) il bambino struttura uno specifico “stile di attaccamento”, che potrà essere funzionale o meno nel creare e mantenere relazioni intime con le persone importanti in età adulta. Crescendo, questa modalità diventerà un Modello Operativo Relazionale che guiderà la creazione e la gestione delle future relazioni sulla base di come si considera se stessi (amabili o meno), e su ciò che ci si aspetta dall’altro e dalla relazione. 

 

MODELLI OPERATIVI INTERNI - MOI 

Bowlby coniò il termine Modelli Operativi Interni (MOI) o Internal Working Models (1969/1988) per indicare dei modelli che gli individui costruiscono nell’interazione con l’ambiente e le figure di riferimento. Tali modelli comprendono le percezioni di sé e delle figure di accudimento o, ancor più precisamente, rappresentano modelli di sé-con-l'altro(Liotti, 2001) cioè modelli della relazione con l’altro. I MOI sono “Rappresentazioni mentali, costruite dall'individuo come strutture mentali che contengono le diverse configurazioni (spaziale, temporale, causale) dei fenomeni del mondo e che hanno la funzione di veicolare la percezione e l'interpretazione degli eventi, consentendogli di fare previsioni e crearsi aspettative sugli accadimenti della propria vita relazionale” (Albanese, 2009). 

 

1) ATTACCAMENTO SICURO 

Comportamento osservato: Nello stile di attaccamento sicuro, il bambino protesta quando la madre si allontana ma si lascia consolare non appena essa torna da lui, è confortato dalla sua presenza e, quando è con lei, gioca ed esplora liberamente l’ambiente circostante, mostrandosi curioso ed aperto. Mostra una buona capacità di esplorazione dell’ambiente circostante, di lasciarsi consolare e di riavvicinarsi alla madre. 

Affinché avvenga questo, è importante che la madre possegga alcune qualità:

·      Capacità di porsi in risonanza emotiva con i bisogni impliciti del bambino

·      Essere sensibile alle sue necessità e ai suoi messaggi, leggendone i bisogni

·      Saperlo consolare senza essere giudicante né sprezzante e senza opprimere il piccolo di attenzioni eccessive

·      Saper essere presente in modo discreto quando necessario, ma lasciarlo anche libero di esplorare e giocare. 

Queste capacità si esplicitano in una percezione attenta dei segnali e delle comunicazioni implicite del bambino, nell’interpretazione accurata di questi segnali, nella sintonizzazione affettiva (condivisione empatica) e nella prontezza, appropriatezza e completezza della risposta data al piccolo, che è costante nelle diverse situazioni (prevedibilità) e permette al bambino di costruirsi un’immagine stabile e rassicurante della figura di riferimento. 

Come vedremo, ciò non accade in altri tipi di legami di attaccamento, in cui la figura materna appare instabile e mostra reazioni imprevedibili ed incoerenti verso i comportamenti e le richieste del piccolo.

Grazie a queste esperienze, il bambino può imparare le basi della fiducia e della reciprocità, sentirsi sicuro nell’esplorare l’ambiente e verso le novità, sviluppare le capacità di autoregolazione emotiva e di gestione dell’arousal in caso di stress. Nell’attaccamento scuro, il bambino può inoltre sviluppare in modo sano l’abilità di autoregolazione delle proprie emozioni ed impulsi, sviluppare le basi della propria identità: senso di competenza, autostima ed equilibrio tra autonomia e dipendenza, imparare comportamenti empatici ma soprattutto sviluppare una cognizione interna positiva di sé, dell’altro e della relazione (e del mondo). 

Questi aspetti lo proteggeranno in futuro nelle situazioni di stress, permettendogli un miglior adattamento sociale e la costruzione di relazioni adulte equilibrate e gratificanti. 

L’ attaccamento sicuro, come è facile comprendere, è il principale fattore protettivo contro la formazione dei comportamenti violenti e antisociali: infatti, grazie ad una madre capace di sintonizzarsi con i bisogni del bambino e di fornire presenza e regole equilibrate, il piccolo sviluppa le competenze necessarie a regolare e modulare impulsi ed emozioni, e a gestire meglio stress e traumi psicologici (Werner & Smith, 1992), sviluppa comportamenti prosociali ed empatici ed è rispettoso delle regole. Può inoltre imparare a costruire un senso del sé stabile e solido, rendendosi gradualmente indipendente, esplorando l’ambiente senza ansia e sviluppando autostima, mastery, fiducia nelle proprie capacità, sviluppando dei modelli operativi interni (MOI) positivi su di sé, sull’altro e sul mondo. 

Come abbiamo visto, i primi anni di vita rappresentano un periodo di fondamentale importanza per un sano sviluppo del bambino e del suo sistema di attaccamento. 

 

2) ATTACCAMENTO ANSIOSO-AMBIVALENTE 

Lo stile di attaccamento ansioso-ambivalente è caratterizzato dal costante e impellente bisogno di rassicurazioni e accudimento da parte dell’altro. Il bambino – e poi l’adulto - che ha questo stile di attaccamento nelle relazioni, è COSTANTEMENTE PREOCCUPATO ed ANGOSCIATO dai comportamenti imprevedibili dell’altro, al quale si aggrappa TEMENDO L’ABBANDONO. Sono frequenti esplosioni di rabbia quando prevale u sentimento di paura e insicurezza, eccessiva richiesta e/o pretesa di attenzioni crescenti, alternata ad una eccessiva arrendevolezza o sottomissione all’altro nelle relazioni. 

Comportamento osservato: in questo caso, il bambino protesta in modo molto forte alla separazione dalla figura di riferimento, si mostra molto angosciato ed è inconsolabile quando si ricongiunge alla madre. Appare inibito nei comportamenti di gioco ed esplorazione dell’ambiente ed alterna rabbia ed eccessiva accondiscendenza nei confronti della figura di riferimento. Tende a sviluppare nel tempo un comportamento oppositivo-provocatorio, non è in grado di dominare gli impulsi e le emozioni, è bugiardo, mostra aggressività ed iperattività e a volte comportamenti autolesivi. 

Le FIGURE DI ATTACCAMENTO di bambini che hanno sviluppato questo stile di attaccamento mostrano comportamenti IMPREVEDIBILI ed INCOSTANTI verso i bisogni di accudimento, protezione, rassicurazione e contatto del piccolo. A volte sono accoglienti e altre volte rifiutanti e svalutanti; frequentemente inclini a condotte aggressive e poco coinvolte emotivamente col piccolo, lo mettono nella condizione di non sapere cosa aspettarsi in risposta alle proprie richieste e bisogni verso la figura di riferimento, che a volte viene vissuta come pericolosa, e sempre come imprevedibile. 

in questo caso il bambino sviluppa nel tempo DUE MODELLI OPERATIVI INTERNI:

1) uno caratterizzato dalla percezione di sé amabile e degno di amore e dell’altro 

come affidabile e degno di fiducia; 

2) l’altro caratterizzato dalla percezione di sé come non amabile e non degno di amore, e dell’altro come e altro indisponibile e/o pericoloso. 

Questi diversi modelli interni si alternano nel vissuto e nella percezione dell’individuo, dando luogo a comportamenti ambivalenti ed apparentemente incoerenti verso l’altro. 

 

3) ATTACCAMENTO INSICURO-EVITANTE 

Lo stile di attaccamento insicuro-evitante è caratterizzato, nell’osservazione del bambino nella strange situation, da manifestazioni emotive molto trattenute e apparentemente fredde: il piccolo non piange al momento della separazione dalla madre e tende ad evitarla nel momento del ricongiungimento. Si tratta di bambini che imparano molto presto a non esprimere i loro bisogni e a non fare richieste all’altro, per evitare di ricevere risposte di rifiuto o disinteresse dalla figura di riferimento (Bowlby, 1988), e per non sentire la dolorosa frustrazione che deriverebbe da tali risposte negative. Sono bambini – e saranno adulti – che non sanno esprimere correttamente la rabbia che provano, né il loro bisogni, mostrandosi poco coinvolti e falsamente autosufficienti. 

FIGURE DI ATTACCAMENTO: in questo caso sono indisponibili, scarsamente o per nulla affettuose e capaci di contatto fisico con il piccolo, tendenzialmente propense ad ignorare o allontanare – rifiutandole - le richieste di contatto, rassicurazione e vicinanza del piccolo. 

Si sviluppa un modello operativo interno caratterizzato dalla: 

  • Percezione di sé come poco amabile, non meritevole di amore e attenzioni, incapace di suscitare risposte positive di affetto e accudimento.
  • Percezione dell’altro come indisponibile o invasivo.  

Il comportamento in questo caso è caratterizzato da una spiccata autonomia ed indipendenza e dalla tendenza a mantenere distanza nei confronti dell’altro e cicliche condotte di allontanamento e riavvicinamento nella relazione. Nell’individuo adulto prevale la cognitività, mentre l’emotività è ridotta e la persona risulta fredda, poco affettuosa, distaccata e poco propensa al coinvolgimento emotivo. L’adulto tendenzialmente non ama coinvolgersi intimamente nelle relazioni sentimentali, mantenendo sempre una sorta di distanza emotiva dall’altro, distraendosi dalla coppia con attività esterne o flirt, è freddo e non si attacca all’altro, evitando l’intimità (non sesso) e l’impegno nella relazione. A volte boicotta l’intimità scegliendo partner indisponibili, non propensi all’impegno o impegnati in un altro rapporto. 

Si tratta di adulti che hanno grande difficoltà a percepire e rendersi consapevoli dei propri stati interni, mentalizzandoli, essendo abituati a negarli per non vedersi rifiutati. Nessuno ha insegnato loro che i loro bisogni possono essere accolti e le loro richieste di aiuto o sostegno possono essere soddisfatte. Si tratta spesso di persone che “non sanno chiedere”. 

 

4) ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO 

Nel 1986, Main e Salomon aggiungono un quarto stile di attaccamento ai precedenti: lo stile di attaccamento disorganizzato-disorientato, che includeva i bambini che non rientravano nelle categorie precedentemente citate. L’osservazione di bambini con questo stile di attaccamento mostrava comportamenti incoerenti e contraddittori, paradossali, non finalizzati e disorganizzati rispetto ad un fine; erano riscontrate stereotipie, condizione di ipervigilanza e stato di costante allerta, come se ci fosse un pericolo imminente. Alcuni bambini mostravano comportamenti di avvicinamento al genitore con la testa voltata dall’altra parte oppure si dondolavano dopo aver interrotto il contatto con il genitore, o lo chiamavano dalla porta per poi allontanarsi quando arrivava. Si tratta dunque di comportamenti che indicano l’incapacità di questi piccoli, di avere una strategia coerente verso la figura di riferimento quando sperimentano bisogno di contatto e di conforto (Main, Solomon, 1990) da parte dell’altro. 

Secondo le autrici, si può “diagnosticare” questo pattern di attaccamento quando compaiono i seguenti comportamenti in presenza della figura di accudimento: 

  • Comportamenti in sequenza contraddittori: un comportamento d’attaccamento molto evidente seguito improvvisamente da evitamento o congelamento;
  • Manifestazione contemporanea di un comportamento di evitamento intenso e un’intensa ricerca di contatto;
  • Movimenti o espressioni non direzionati, mal direzionati, incompleti o interrotti: ad esempio espressioni di angoscia associate ad allontanamento dalla madre invece che ricerca di consolazione e avvicinamento a lei;
  • Presenza di stereotipie (ad esempio dondolamenti), posture anomale come l’inciampare senza un motivo reale e solo quando è presente il genitore;
  • Freezing, restare immobili e rallentare espressioni e movimenti;
  • Comportamenti che indicano paura del genitore: ad esempio curvare le spalle o mostrare espressioni facciali di spavento;
  • Aggirarsi in modo disorientato, mostrando espressioni confuse o stupefatte, cambiamenti rapidi e molteplici nel tono emotivo. 

Questi indicatori possono essere raggruppati in tre tipologie di comportamento che caratterizzano l’attaccamento disorganizzato/disorientato: comportamenti conflittuali, comportamenti che implicano disorientamento e comportamenti di paura nei confronti della figura d’accudimento. 

 

CONCLUSIONI

Le cause di disordini nell’attaccamento(attaccamento insicuro) possono essere svariate: 

  • relative ai genitori: abuso, neglect, depressione o altre patologie psichiatriche dei genitori, dipendenze ecc.
  • relative al bambino: difficoltà temperamentali, nascita prematura o problemi prenatali o perinatali;
  • relative all’ambiente: emarginazione, povertà, scadenti condizioni di vita, casa o comunità in cui si esperiscono violenza, abusi e aggressività. 

Lo stile di attaccamento non rappresenta una patologia di per sé ma certamente rappresenta un ostacolo ad una gratificante ed efficace relazione con le persone importanti e, nell’adulto, con il partner sentimentale.

Modelli di attaccamento disfunzionali non elaborati o corretti, possono portare a scelte sentimentali sbagliate o a relazioni disfunzionali e instabili o caratterizzate da violenza, sopraffazione o sottomissione.  Nel caso della dipendenza affettiva, lo stile di attaccamento frequentemente riscontrato è quello insicuro ambivalente, in cui prevale un senso di sé come immeritevole di amore, una visione dell’altro come inaffidabile e la relazione si  connota per la costante presenza della paura dell’abbandono, associata a comportamenti di controllo, ricerca continua di rassicurazione, ipervigilanza emotiva. La persona diventa diffidente, impaurita, debole e reagisce alternando comportamenti di sottomissione e accondiscendenza a comportamenti aggressivi, manipolativi e controllanti dell’altro fino a giungere a volte al ricatto emotivo e alla violenza

 

 

BIBLIOGRAFIA 

  • Ainsworth, M.D.S., Blehar, M., Waters, E., e Wall, S. (1978). Patterns of attachment: assessed in the Strange Situation and at home. Hillsdale: Erlbaum.
  • Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss. Vol. 1: Attachment. New York: Basic Books. Tr. It. Attaccamento e perdita. Vol. 1: L'attaccamento alla madre. Torino: Boringhieri, 1972.
  • Bowlby, J. (1973). Attachment and Loss. Vol. 2: Separation. New York: Basic Books. Tr. It. Attaccamento e perdita. Vol. 2: La separazione dalla madre. Torino: Boringhieri, 1975.
  • Bowlby, J. (1979). The Making and Breaking of Affectional Bonds. London: Tavistock Publications. Tr. It. Costruzione e rottura dei legami affettivi. Milano: Raffaello Cortina Editore, 1982.
  • Bowlby, J. (1980). Attachment and Loss. Vol. 3: Loss, Sadness and Depression. New York: Basic Books. Tr. It. Attaccamento e perdita. Vol. 3: La perdita della madre. Torino: Boringhieri, 1983.
  • Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-child Attachment and Health Human Development. New York: Basic Books. Tr. It. Una base sicura. Milano: Raffaello Cortina Ed Harlow, H.F. (1961). The development of affectional patterns in infant monkeys. In B.M. Foss (a cura di), Determinants of Infant Behaviour (Vol. 1). London: Methuen; New York: Wiley.
  • Hazan, C., e Shaver, P.R. (1994). Deeper into attachment theory. Psychological Inquiry, 5(1), 68-79.
  • Liotti G. (2001). Le opere della coscienza. Psicopatologia e psicoterapia nella prospettiva cognitivo-evoluzionista. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Main M., e Hesse E. (1992). Attaccamento disorgnizzato/disorientato nell'infanzia e stati mentali dissociati dei genitori. In M. Ammaniti, e D.N. Stern (a cura di), Attaccamento e psicoanalisi. Editori Laterza, Roma.
  • Main, M., e Solomon, J. (1986) Discovery of a new, insecure- disorganized/disoriented attachment pattern. In T. B. Brazelton, e M.W. Yogman (a cura di), Affective development in infancy (pp. 95-124). Norwood, NJ: Ablex. 

 

 

leggi di più

L'INVIDIA: CONOSCERLA PER TRASFORMARLA

I 7 peccali capitali: allegoria dell'invidia. Jacques Callot
I 7 peccali capitali: allegoria dell'invidia. Jacques Callot

Scritto da: Annalisa Barbier

 

CHE COSA È L’INVIDIA?

L’invidia fa parte, insieme all’ira, l’accidia, la superbia, la gola, la lussuria e l’avarizia, dei 7 vizi capitali. L’etimologia del termine contiene la radice visiva “videre” (vedere, guardare, osservare) preceduta dalla particella negativa “in”, a formare la parola “invidere” o invidiare dunque “guardare male”, anche nel senso di gettare mal-occhio sulla persona oggetto di invidia. È un sentimento che induce, in chi lo prova, una spinta distruttiva verso “i beni altrui”, associata al rammarico di non poterne godere e San Tommaso la definisce proprio come una forma di “tristezza per i beni altrui”.

L’invidia ha dunque a che fare con il rammarico per la felicità e la prosperità altrui ed in essa è insito il desiderio di sottrarre ed appropriarsi dei beni dell’altro per goderne al suo posto, o che l’altro invidiato perda tali beni (intesi in senso non solamente materiale ma anche in riferimento agli obiettivi raggiunti, alle soddisfazioni o ai riconoscimenti ottenuti) al fine di “pareggiare il punteggio”, poiché il successo altrui viene vissuto come un’offesa, un affronto al proprio senso di autostima e di identità.

In tale situazione dunque, privare l’altro dei suoi beni e della sua soddisfazione si profila come una soluzione possibile per donare sollievo alla propria sofferenza. Sofferenza che affonda le radici in un profondo senso di ingiustizia e disvalore personale. Tra le diverse definizioni che ho letto dell’invidia, trovo particolarmente complete ed interessanti quella di Kierkegaard, che la descrive come una forma di segreta e dolorosa ammirazione: «L'invidia è ammirazione segreta. Una persona piena di ammirazione che senta di non poter diventare felice abbandonandosi (rinunciando al proprio orgoglio), sceglie di diventare invidiosa di ciò che ammira...L'ammirazione è una felice perdita di sé, l'invidia un'infelice affermazione di sé.” e quella di Nietzsche, che la definisce come il frutto di una distorta versione di una morale eccessivamente intrisa di umiltà e senso della rinuncia, in nome di un ugualitarismo che vuole a tutti i costi rendere uguali, pareggiando (dunque abbassando) anche talenti e meriti:

«Dove realmente l'uguaglianza è penetrata ed è durevolmente fondata, nasce quell'inclinazione, considerata in complesso immorale, che nello stato di natura sarebbe difficilmente comprensibile: l'invidia. L'invidioso, quando avverte ogni innalzamento sociale di un altro al di sopra della misura comune, lo vuole riabbassare fino ad essa. Esso pretende che quell'uguaglianza che

l'uomo riconosce, venga poi anche riconosciuta dalla natura e dal caso. E per ciò si adira che agli uguali le cose non vadano in modo uguale.”

Quando si prova invidia verso qualcuno, dentro di noi scattano sentimenti complessi come il senso di ingiustizia, di tristezza e disvalore per non aver ottenuto altrettanto, oppure una rabbia distruttiva finalizzata a distruggere o sminuire l’altro. Può nascere anche un sano senso di ammirazione, emulazione e competizione.

Di fatto possiamo dire che esistono due modi di essere invidiosi: una modalità costruttiva positiva, ed una distruttiva o negativa. Nel primo caso (che a mio avviso non è propriamente definibile come invidia), possiamo usare la molla dell’invidia per comprendere cosa davvero conta per noi e cosa possiamo fare per realizzarci ed ottenere ciò che invidiamo nell’altro. Come dire: “se lo ha fatto l’altro, allora posso farlo anche io!”. Nel secondo caso invece, prevale l’aspetto negativo relativo al senso di inferiorità, frustrazione, impotenza, odio e rabbia verso l’altro, e conseguente desiderio di pareggiare i conti attraverso la sottrazione del bene altrui, che spinge a voler “rovinare la festa” all’altro, o a rimuginare sulle presunte ragioni che hanno favorito il suo successo e sfavorito il proprio: “se io non lo posso fare/avere allora neanche l’altro deve farlo/averlo”.

 

 

L’INVIDIA E’ CORRELATA ALLA SICUREZZA IN SE STESSI 

Il sentimento dell’invidia ha a che fare con la percezione del proprio valore e dei propri meriti. Le persone invidiose spesso sono insicure, dubitano delle proprie capacità dunque non osano “desiderare” veramente il successo e la felicità, come se in fondo pensassero di non meritarli, o di non saperli raggiungere. Altre volte si tratta di persone eccessivamente votate a rigidi codici morali e di perfezione, che impediscono loro di agire più liberamente ed in armonia con le loro reali attitudini e desideri, per ottenere ciò che vogliono. In tal caso accade che, osservando nell’altro una “libertà di azione” che loro stesse non si concedono, arrivino a provare un profondo senso di ingiustizia associato alla spinta a “punire” l’altro che ha osato sfidare certi codici e certe regole. 

 

DAVVERO L’INVIDIA È DONNA?

A quanto pare, si tratta di uno stereotipo ormai superato; l’invidia è un sentimento che appartiene a uomini e donne ma si può manifestare con modalità differenti. Le ricerche ci dicono che l’invidia è un sentimento che si manifesta maggiormente tra pari; ciò significa che si sviluppa tra persone che hanno qualcosa in comune: ad esempio status sociale, professione, caratteristiche fisiche o appartenenza di genere. Dunque gli uomini non sono affatto immuni dal provare questo ambivalente sentimento, che li porta spesso a sviluppare un atteggiamento competitivo finalizzato a raggiungere altrettanti successi dell’altro invidiato, anche attraverso comportamenti scorretti e la svalutazione dei meriti altrui. Gli atteggiamenti invidiosi tipicamente femminili sono, più che la competizione, la malevolenza, il boicottaggio e la maldicenza atti a “distruggere” l’altro e i suoi beni (materiali e non). Ma le generalizzazioni sono sempre limitanti.

Uno studio condotto dalla Società Internazionale di Psicanalisi su 1.300 casi tra uomini e donne di età compresa tra i 25 ed i 50 anni, ha mostrato che nel 78% dei casi osservati sono gli uomini a vivere questo spiacevole sentimento, contro il 43% delle donne; gli uomini sarebbero però in grado di “dissimulare” meglio la loro invidia rispetto alle donne, che si mostrano invece più dirette nel manifestarla e nel parlarne.

Molto interessante è anche uno studio condotto dall’Università di Padova (D’Urso, V., et.al., Invidia e genere. Una ricerca empirica sull’intensità dell’invidia e sulle modalità di copingPsychofenia , XII, 20/2009), che documenta come l’intensità dell’invidia s sia maggiore verso persone percepite e considerate come similidunque anche e soprattutto verso persone dello stesso genere. E’ intuitivo immaginare che in tal caso, il paragone con persone che sentiamo affini per alcune caratteristiche, sia più frequente e in grado di stimolare di più sentimenti di competizione ed invidia.

 

 

L’INVIDIA NEI LUOGHI DI LAVORO

La competizione è un meccanismo assolutamente normale in natura. In sé è utile e può essere costruttiva perchè permette di migliorarsi e migliorare le proprie condizioni di vita. Tuttavia, una competizione è sana se presuppone il rispetto dell’altro, delle regole sociali, dei talenti e delle capacità di ognuno e non si basa sulla volontà di svalutazione, privazione e distruzione dell’altro. altrimenti diventa nociva e controproducente. Inoltre ricordiamo che primeggiare non sempre è indice di quelle capacità e qualità umane che vanno a costituire il profondo valore personale di ognuno di noi. Guai a confondere il proprio valore umano con lo status sociale, professionale o economico o ancora, con la bellezza fisica.

 

 

RICOPRIRE TANTI RUOLI O FARE TROPPE COSE PUO' PREDISPORRE ALL'INVIDIA

Credo che esista una correlazione indiretta tra l’essere multitasking, fare mille cose (o cercare di farle...) ed il provare invidia: infatti, "più cose faccio dunque su tanti più fronti mi impegno, tanto più sensibile posso essere al successo che altri raggiungono in tali cose, o semplicemente nel riuscire a farle tutte sufficientemente bene, o meglio di me". Essere multitasking ci porta a voler fornire prestazioni e a competere su più livelli contemporaneamente e, a mio avviso, può far precipitare un latente senso di inadeguatezza ed esasperare il senso di competizione, cui fanno da contraltare il timore del fallimento e l’invidia per il successo altrui.

 

 

L’INVIDIA TRA LE MAMME E LA CAPACITA’ DI ACCETTARE LE PROPRIE IMPERFEZIONI

In una società che spinge alla perfezione e alla competizione sfrenata, il senso del limite diventa sempre più vago e indefinito. Piuttosto, il limite esiste unicamente in quanto elemento da superare e tutto – oggetti, status e comportamenti - assume il ruolo di dimostrazione del proprio potere, successo e forza (anche economica e sociale). In un contesto del genere è estremamente difficile accettare ed accogliere le proprie ed altrui imperfezioni, che diventano motivo di vergogna e scherno il più delle volte. Dunque, la competizione si estende  spesso anche ai figli: alla loro vita, alle loro attività, alle prestazioni che forniscono, a quanto sono più o mweno bravi a scuola o nello sport, in quanto questi vengono percepiti dai genitori come una sorta di "estensione dell'ego" dei genitori stessi: questo fenomeno è particolarmente evidente o nel microcosmo del contesto scolastico e delle "amicizie di famiglia".

 

PERCHÉ CI VERGOGNIAMO DI ESSERE INVIDIOSI

La vergogna è un’emozione che compare quando si contravviene alle regole sociali o si fa qualcosa considerato “deplorevole”. Poichè dunque l’invidia, seppure è un sentimento comune e naturale, quando considerata nella sua accezione distruttiva e negativa non viene certo considerata un sentimento nobile, va da sé che provarla  sia considerato un fatto deplorevole. Sebbene invece possa rappresentare, quando resa consapevole, accolta e ben gestita, una spinta motivazionale utile

 

QUANDO L'INVIDIA DIVENTA PATOLOGICA

L’invidia diventa patologica quando rappresenta la modalità prevalente o la sola modalità attraverso la quale si guarda ai successi e ai beni dell’altro e ci si misura agli altri. E’ patologica quando affonda le radici nel senso di inadeguatezza ed incapacità, se si fonda sulla convinzione di essere innocenti vittime delle continue ingiustizie della vita, quando viene utilizzata insomma per distruggere l’altro, per giustificare i propri insuccessi, volendo rendere tutti forzatamente uguali e fornire un’illusoria sensazione di valore personale. Un valore personale che non deriva dalla contezza di ciò che si è e di ciò che si desidera veramente, ma dal sentirsi meglio attraverso la svalutazione dell’altro.

Manifestazioni di invidia possono essere l’odio e il rancore, il boicottaggio e la svalutazione dell’altro, l’appropriazione dei suoi beni o dei suoi meriti, il pettegolezzo volto a distruggerne l’immagine o i meriti ecc.

 

 

DIFENDERSI DALLE PERSONE INVIDIOSE

Se non vogliamo esporci ulteriormente a questo sentimento già sufficientemente diffuso,  dobbiamo prima di tutto di vantarci dei nostri successi e dei beni che abbiamo con chi magari non ne ha o ha avuto problemi e difficoltà.

Inoltre, occorre capire chi davvero è capace di gioire insieme a noi e per noi, perché sono queste le persone con le quali condividere serenamente ciò che abbiamo.

A costo di fare della demagogia, voglio sottolineare quanto sia importante rispettare ed incoraggiare anche gli altri a raggiungere i loro obiettivi anche per evitare le forme tossiche di invidia.

 

 

TRASFORMARE L'INVIDIA E VIVERE MEGLIO

L’essere umano ha la capacità di rendersi consapevole dei propri sentimenti e delle proprie emozioni ed è in grado di commisurare i propri stati d’animo al contesto in cui si trova e alle proprie aspettative.

Questa abilità ci permette di volgere anche l’invidia a nostro favore: essa infatti ci può indicare ciò che vorremmo essere o ciò che desideriamo ottenere attraverso il sentire una differenza che inizialmente può essere dolorosa, ma che possiamo trasformare in emulazione, ammirazione e motivazione a muoverci ed agire per realizzare i nostri desideri. Condividere le gioie altrui è molto più piacevole e costruttivo dell’odiarle perché dona benessere e ci permette di avvicinarci di più al loro raggiungimento, godendone anche indirettamente. Se invece ciò che invidiamo è davvero fuori dalla nostra portata, allora tanto vale lasciar andare serenamente questo sentimento, poiché coltivarlo nel cuore attraverso pensieri di ingiustizia e di rabbia, non farebbe che inquinare inutilmente il nostro animo. trasmutare l’invidia in forme di competizione costruttiva, di compensazione (valorizzando i nostri talenti, ciò che amiamo della nostra vita e le capacità che ci caratterizzano) e di distrazione, che ci permetta di non concentrarci esclusivamente su questo sentimento, attraverso attività piacevoli e gratificanti.

 

COME FARE?

Prima di tutto impariamo a distinguere l’invidia dalla gelosia, anche se spesso soi sovrappongono:

  • INVIDIA: compare quando vediamo che l’altro ha qualcosa che a noi manca;
  • GELOSIA: compare quando temiamo di perdere ciò che abbiamo (ad esempio l’amore del partner). 

Più che distruggere l'invidia - e questo vale per tutti i sentimenti spiacevoli - dobbiamo imparare a riconoscerla, comprenderne le motivazioni e le conseguenze dannose attraverso un lavoro di consapevolezza e di osservazione di sé

Se l’invidia origina da un senso di inadeguatezza e fallimento, possiamo chiederci cosa abbiamo bisogno di fare per sentirci più a nostro agio con noi stessi, e cosa potrebbe migliorare la nostra autostima ed il nostro senso di efficacia e merito personale. Il primo antidoto contro l’invidia è la costruzione di una vita piena di senso: quel senso profondo di radicamento e pace interiore che nasce dal conoscere i propri valori, e dalla capacità di agire in armonia con essi. L’altro antidoto è la gratitudine verso ciò che abbiamo e ciò che siamo, che ci permette di gioire anche delle piccole o grandi cose che però diamo per scontate. Ricordiamo inoltre che ciò che l’altro ha raggiunto (siano essi beni materiali o successi), il più delle volte non incide affatto su di noi e non ci toglie nulla di ciò che abbiamo o siamo.

 

La meditazione della gentilezza amorevole è un piacevole esercizio che ci avvicina a noi stessi e agli altri esseri viventi con amore e senza giudizio, permettendoci di combattere lo stress e le emozioni tossiche come l'invidia e donandoci un senso profondo di pace e interconnessione.

 

MEDITAZIONE DELLA GENTILEZZA AMOREVOLE O METTA

(tratto da: www.istitutomindfulness.com)

La Gentilezza Amorevole o metta è l’amore puro verso se stessi e verso gli altri esseri viventi e comprende due aspetti:

  1. 1)  AMORE INCONDIZIONATO: un amore che non dipende da meriti e qualità, che non prevede requisiti per essere provato e si estende a tutti gli esseri viventi e non solo alle persone care;

  2. 2)  ASSENZA DI ASPETTATIVE: la capacità di provare amore in assenza dell’aspettativa di essere ricambiati. Provare questo sentimento, pacificante e nutriente, è connaturata e può essere risvegliata attraverso la pratica della gentilezza amorevole.

Iniziamo la pratica mettendoci comodi, eliminando elementi di disturbo come tv e cellulari e portando l’attenzione su ciò che emerge dalla mente, dal cuore e dal corpo, senza giudicare né voler cambiare nulla. Semplicemente osservando. In questa condizione di consapevolezza non giudicante, sentiamoci vivi in ogni istante, sentiamo il nostro respiro, seguiamolo, e viviamo la vita un respiro alla volta. Iniziamo ad evocare in noi un sentimento di amore incondizionato verso noi stessi, che non

richiede meriti né qualità, semplicemente e pienamente per l’essere vivente che siamo.

Respirando, ripetiamo mentalmente affermazioni come: possa io essere felice, possa io essere libero da emozioni negative, possa io essere al sicuro, possa io vivere nel benessere... prendiamoci il tempo necessario a “sentire davvero” queste frasi nel cuore quando le ripetiamo.

Quando saremo pronti, estendiamo questo sentimento ad altre persone: iniziando con una persona che ci è cara e dedicando a lei/lui queste frasi: possa ... essere felice, possa ... essere al sicuro, possa ... vivere nel benessere ecc.

Poi possiamo estendere la pratica ad altre persone meno vicine, e anche alla persona che ha evocato in noi il sentimento di invidia o che ci mette a disagio poiché cdi evoca sentimenti negativi, applicando a lei/lui le affermazioni che abbiamo ripetuto a noi stessi in precedenza.

Non è necessario dedicare una sessione di meditazione a tutti i passaggi sopra indicati, ma è possibile farne una sola dedicandola ad esempio a noi stessi all’inizio, per imparare ad amarci in maniera incondizionata. Poi potremo dedicare l’esercizio a chi è oggetto della nostra invidia.

Imparare a generare sentimenti di amore incondizionato ha un sorprendente effetto sul benessere psicologico e ci permette di lasciar andare i sentimenti negativi che inquinano la nostra vita.

 

 

leggi di più 0 Commenti

MA COME HO FATTO?  Cosa spinge tra le braccia di un partner narcisista

 

 Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando la relazione con un partner narcisista diventa intollerabile e comincia a perdere di senso, emergono domande dolorose e di difficile risposta:

 

·      Come ho potuto arrivare fin qui?

·      Come ho potuto innamorarmi di una    persona del genere?

·      Cosa avevo nella testa?

·      Come ho fatto a non capire?

 

La verità è che i narcisisti sono persone estremamente affascinanti, magnetiche ed attraenti ed è facile innamorarsene. Dunque non bisogna essere duri con se stessi quando, una volta aperti gli occhi, ci si risveglia dall’incantesimo e ci si chiede come sia stato possibile tutto ciò.

Se ripensate alla vostra relazione vi renderete conto che non tutto è stato sempre negativo e spiacevole; la lunga lista di attributi sgradevoli, che ora siete in grado di stilare, è il frutto di un’esperienza e di una consapevolezza che sono state acquisite solo col tempo.

All’inizio probabilmente le cose erano diverse, altrimenti non sarebbe iniziata alcuna relazione!

Infatti, se da una parte i “segnali di allarme” dei tratti narcisistici sono chiari e inconfondibili (soprattutto quando osservati e considerati a posteriori), dall’altra gli aspetti seducenti ed attraenti di queste persone sono persino più potenti e forti dei segnali di allarme, che compaiono solamente nel tempo, poiché colpiscono immediatamente e restano subito impressi nella mente.

Sono proprio questi aspetti accattivanti, affascinanti e desiderabili che interferiscono e bloccano la capacità di individuare e riconoscere correttamente i segnali di allarme e i tratti più inquietanti e indicativi della personalità narcisista.

Queste caratteristiche, estremamente desiderabili, entrano in risonanza con le nostre vulnerabilità e con il nostro stesso bisogno di sentirci desiderati e ammirati e si incastrano con questi, coinvolgendoci nella relazione così profondamente, che sarà difficile poi uscirne.

 

FASCINO E SEDUZIONE: I TRATTI CHE INCANTANO

I narcisisti possiedono molti tratti decisamente affascinanti e desiderabili - che emergono soprattutto, a volte solamente, all’inizio della storia – e che inducono a trovare queste persone interessanti, appetibili e persino irresistibili. Si tratta di caratteristiche che consideriamo attraenti e desiderabili, socialmente valutate quali segno di intelligenza e successo, dunque non c’è da stupirsi se, sulla base di esse, si considerano queste persone piacevoli e interessanti e ci si innamora, nutrendo aspettative che purtroppo verranno deluse.

Come una volta ho letto in un libro: “I tratti che più attraggono (di queste persone, ndr), sono proprio quelli che porteranno alla rovina la relazione. Il narcisismo è come la fiamma che brucia la falena”.

 

Alcuni dei caratteristici e magnetici tratti narcisistici che attraggono sono i seguenti:

·     I narcisisti sono ambiziosi e amano vincere

·     Amano le sfide e la conquista 

·     Sono carismatici, apparentemente sicuri di sé e affascinanti

·     Sono divertenti, brillanti, spesso colti e interessanti

·     Sono fisicamente attraenti e ben vestiti

·     Sono passionali e creativi, ricchi di interessi e attività

·     Sono eloquenti

·     Si vendono bene

·     Sono spesso dotati di buon gusto e amore per le cose belle, di cui amano circondarsi

·     Sono capaci di cogliere e dare all’interlocutore ciò che desidera

·     Sono grandiosi e amano far sentire speciale (all’inizio) la persona che vogliono conquistare

 

Queste caratteristiche sono certamente di notevole attrattività e desiderabili; tuttavia rappresentano spesso solamente una “bella facciata”, che nel tempo è destinata a sgretolarsi lasciando emergere, attraverso le crepe, una realtà ben diversa: sfruttamento dell'altro, superficialità e assenza di empatia, incapacità di costruire legami profondi, grandiosità spesso fine a se stessa, depressione e scatti di rabbia, manipolazione e abusi psicologici e fisici, freddezza emotiva, menzogne e infedeltà, svalutazione e invidia…

Di questo si parla ovunque ormai e con notevole dovizia di particolari.

 

IL DESIDERIO DI MATRIMONIO SPINGE A SCEGLIERE PARTNER NARCISISTI?

Vorrei invece, in questo articolo, portare l’attenzione su un aspetto specifico che è stato messo in stretta correlazione con la tendenza a “cadere nella trappola” di uomini narcisisti, e parlerò di uomini poiché faccio riferimento ai risultati di una ricerca condotta sulla popolazione di sesso femminile.

Le ricercatrici Carrie Haslam e Tamara Montrose*, nel 2015 hanno pubblicato sulla rivista “Personality and individual differences” una ricerca dal titolo: “Should have known better: the impact of mating experience and the desire for marriage upon attraction to the narcissistic personality (Avrei dovuto saperlo: l’impatto delle precedenti esperienze sentimentali e del desiderio di matrimonio sull’attrazione verso personalità narcisistiche)”.

Nella ricerca, condotta su un campione di donne inglesi dai 18 ai 28 anni, le autrici mostrano che le donne con maggiori esperienze sentimentali e quelle che più desiderano il matrimonio, sono anche quelle maggiormente attratte da uomini con personalità narcisistica poiché questi uomini, nonostante possiedano caratteristiche negative e spiacevoli, possiedono i requisiti che vengono associati ad uno status elevato e alla capacità di provvedere economicamente al sostentamento della famiglia. Dunque, nonostante i bisogni e i desideri legati ad una relazione di lungo termine non possano essere soddisfatti da uomini narcisisti, le donne continuano a vederli (all’inizio…) come compagni desiderabili e adatti al ruolo: a dimostrazione che nelle strategie di accoppiamento di breve termine, le personalità narcisiste si dimostrano vincenti….

Le autrici rilevano inoltre che le donne che desiderano il matrimonio sono maggiormente attratte da uomini narcisisti rispetto a quelle che non sono interessate al matrimonio, orientandosi proprio verso quegli uomini che non sono assolutamente tagliati per relazioni stabili di lungo termine, e andando incontro a insoddisfazione e relazioni disfunzionali.

Ciò che attrae queste donne sono gli elementi che indicano una carriera di successo, autorevolezza e potere, determinazione e status sociale elevato, distraendole dal porre invece attenzione ai tratti negativi e distruttivi che pure caratterizzano queste personalità narcisiste.

Il fatto è che uomini e donne dovrebbero “resettarsi” in merito a certi criteri di scelta del partner: le donne, invece di scegliere il tipo vistoso e carismatico che si mette al centro della festa mostrandosi divertente e sicuro di sé, farebbero meglio a notare piuttosto il tipo discreto e sereno che resta nell’angolo. E invece della “femme fatale” appariscente ed eccitante che tutti guardano, gli uomini potrebbero interessarsi a conoscere la donna elegante e dolce che sorride con garbo dal divano.

Tutti i tratti affascinanti che abbiamo visto appartenere a queste personalità finiscono purtroppo sempre per tornare allo stesso punto: Io fragile, scarsa autostima e conseguente, costante ricerca di validazione e ammirazione esterne.

Questi tratti originano infatti dalla stessa radice: i narcisisti costruiscono la facciata esterna perché non esiste una reale interiorità, non c’è un “dentro” strutturato dunque devono darsi da fare duramente per ottenere l’ammirazione di cui necessitano e lo fanno costruendo un’immagine esteriore pressoché perfetta ed estremamente attraente. Questo rappresenta per loro una sorta di “scorciatoia psicologica”, finalizzata ad ottenere approvazione, attenzione e riconoscimento e a sentirsi forti e sicuri.

Questo inoltre li - e le - rende particolarmente esposti all’attenzione di numerosi potenziali partner e corteggiatori che nel tempo distraggono la loro attenzione verso nuove ed eccitanti fonti di riconoscimento e ammirazione, allontanandoli dalla relazione che hanno in corso e che diventa dunque per loro facilmente piatta e priva di mordente.

 

"PLAYING HARD-TO-GET": FARE LA PREZIOSA NON PAGA

Le strategie e le regole di seduzione tanto divulgate in tonnellate di libri, su come sedurre e catturare un partner, esistono da sempre; pensiamo a Cenerentola con il suo messaggio: lascia una traccia dietro di te e fa che lui lavori duramente per ritrovarti!

Le regole su cui si basano tutte queste strategie sono semplici, e ne parlerò al femminile perché sono soprattutto le donne che vi fanno ricorsoquando conoscono un uomo con cui desiderano avere una relazione:

1)    Fallo sudare, fallo spasimare per te

2)    Rendigli le cose difficili

3)    Fai la preziosa

4)    Non mostrarti troppo disponibile

5)    Mostrati alternativamente interessata a lui e sprezzante

 

La premessa su cui si basano le suddette convinzioni è questa: se faccio la preziosa e lo faccio faticare per ottenere ciò che vuole, sarà più interessato ad impegnarsi con me,e prevede i seguenti corollari: fatti pagare le cene e fatti fare regali, non fare sesso alla prima uscita, non contattarlo troppo presto dopo essere usciti insieme e aspetta sempre che sia lui a chiamarti.

Quindi, proprio come in un gioco di ruolo, si iniziano a studiare le mosse proprie e quelle dell’altro, in una sorta di danza carica di ansia e timori: quanto devo aspettare prima di mandargli un messaggio o chiamarlo? Vorrei ringraziarlo per la cena ma se lo facessi non farei più la preziosa! Dopo il terzo appuntamento, dovrei mostrarmi ancora distaccata e indifferente o posso fargli capire di essere interessata e desiderosa di vederlo?

È un gioco, e la posta in gioco è “vincere” il partner; e chi non si sentirebbe fiero di sé e soddisfatto di aver “vinto” il partner con strategica astuzia?

Tuttavia ora vedremo come proprio questo gioco di strategia sia motivo di attrazione e interesse da parte di personalità narcisistiche.

Le regole del gioco funzionano alla grande con i narcisisti perché queste persone amano la sfida e amano ancor di più vincere. La regola del “fare la difficile” non fa che spostare l’intero processo di conoscenza reciproca su un binario superficiale e falsato, in cui requisiti come intimità, empatia e reciprocità sono sostituiti da pose ed atteggiamenti recitati, forzati e superficiali, che rappresentano il punto di forza tipico dei narcisisti e rendono il processo di reciproca e graduale conoscenza una  pantomima falsata, che per di più trasmette all’altro un’immagine distorta e irrealistica di ciò che siamo.

Nel gioco della conquista, il narcisista è a suo pieno agio ed è ben felice di raccogliere la sfida ed impegnarsi per vincere ed ottenere una ricompensa ardua. E lo farà con tutte le sue forze finché non ci riuscirà. 

Dunque si impegnerà al massimo: farà sfoggio di disponibilità economiche, del suo buon gusto, di fascino e carisma (regali, cene, viaggi, sorprese, dichiarazioni d’amore ad effetto) finché non avrà ottenuto di vincere la posta in gioco. 

Ma ciò non significa affatto che sia davvero interessato ad impegnarsi nella relazione, né tantomeno che sia innamorato…

Inoltre, in questo gioco, la persona narcisista è perfettamente a proprio agio anche per un altro, meno evidente maimportantissimo motivo: i comportamenti messi in pratica al fine di non mostrarsi coinvolte, troppo disponibili o interessate (come ad esempio lasciar trascorrere giorni tra un contatto e l’altro, non chiedere di vedersi, aspettare che sia l’altro a farsi vivo, mantenere la frequentazione leggera e disimpegnata) non fanno altro che facilitare la vita al partner narcisista, che è naturalmente propenso al disimpegno e alla superficialità. Così finalmente otterrà sia il disimpegno che la ragazza in questione. Meglio di così…!!!

Dunque, giocare il gioco di quella che “se la tira”, con i narcisisti funziona davvero come un’arma a doppio taglio e non conviene, poiché li forza a fare i bravi e a corteggiare la partner molto più a lungo di quanto non farebbero spontaneamente, poiché restano focalizzati sulla sfida e sulla vincita del premio finché non lo ottengono. Si impegnano nel gioco, non nella relazione.

E così facendo, si posticipa l’inevitabile e dolorosa scoperta dei tratti meno gradevoli e decisamente spiacevoli dei partner in questione, quelli responsabili dell’impossibilità di stabilire con i narcisisti una relazione profonda, serena e gratificante.

 

ALLA FINE DEI GIOCHI

Dunque cosa accade alla fine del gioco? Cosa accade quando ci si trova coinvolti in una relazione di questo tipo? Cosa accade quando il cellulare sostituisce il vostro dialogo e le serate al lume di candela sono un ricordo lontano?

Ci si ritrova spesso tristi, deluse, arrabbiate e profondamente infelici. A volte addirittura traumatizzate da una relazione francamente e gravemente disfunzionale, finanche abusante.

Fargli sudare la ricompensa diventa un impegno così assorbente da distrarre l’attenzione dai pattern di comportamento disfunzionale che questi partner agiscono in maniera sottile sin dall’inizio. Il gioco di fare la preziosa rende molto difficile accorgersi di ciò che non va con queste persone, posticipando il momento in cui tali comportamenti e tali caratteristiche di personalità diventeranno evidenti e allora forse sarà troppo tardi per uscirne indenni e senza troppo dolore. 

Le regole di questo gioco ritardano l’inevitabile, non solo con i partner narcisisti ma spesso anche con altri partner, poiché portano a focalizzarsi sulle regole stesse invece che sui comportamenti dell’altro, facendo perdere energie e tempo nel tentativo di capire cosa è meglio fare per rendersi preziose e difficili da raggiungere, quando invece faremmo meglio ad osservare con attenzione e lucida capacità critica i comportamenti di chi abbiamo di fronte.

Se invece decidessimo di mettere onestamente le carte in tavola, senza nascondimenti né strategie, mostrandoci per ciò che siamo e comunicando apertamente ciò che desideriamo davvero, sarebbe tutto più facile: chiedere rispetto e considerazione invece di fare le indifferenti di fronte a ciò che non ci piace, scrivere e chiamare l’altro quando ne abbiamo voglia, proporre di uscire se ci va; tutto questo ci permetterebbe di capire da subito e con maggior chiarezza con chi abbiano a che fare, permettendoci di valutare se si tratta di un partner che è davvero interessato ad impegnarsi e a rispettarci. 

Certe strategie e certi giochini possono essere divertenti quando si flirta, all’inizio del corteggiamento; ma non sono assolutamente divertenti né funzionali quando entrano in gioco gli aspetti più impegnativi del rapporto: crescere dei figli, superare i momenti difficili, costruire una vita insieme. 

Il gioco della seduzione è stimolante e divertente fintanto che viene mantenuto, è questa la sua forza. E una volta che inizi, rischi di restarci incastrata dentro; vuoi davvero passare il resto della vita di coppia a fare la parte di quella che “se la tira”? a mettere in piedi strategie e astuzie stancanti e - nel lungo periodo – persino ridicole? Se la risposta è no, allora ricorda di non trasformare l’inizio della conoscenza in un gioco perché se la ricompensa è ottenere la tua resa, il rischio è che non ci sarà impegno nella relazione, ma solo nella sfida.

 

*Haslam, C., & Montrose, V. T. (2015). Should have known better: The impact of mating experience and the desire for marriage upon attraction to the narcissistic personality. Personality and Individual Differences, 82, 188-192.

 

 

leggi di più 8 Commenti

LA STRATEGIA DEL CONGELAMENTO NELLE RELAZIONI TOSSICHE: sopravvivere durante il percorso di recovery

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Le relazioni sentimentali di dipendenza e codipendenza, sono caratterizzate da un elevato livello di disfunzionalità ed intensità emotiva e, nel lungo periodo, possono diventare tossiche e pericolose per la salute psichica e fisica dei partner coinvolti: ne fanno parte infatti, fenomeni di stalking, violenza psicologica e fisica, abuso di sostanze e dipendenze comportamentali come quella da gioco d’azzardo, lesioni fisiche e tentativi (a volte riusciti) di suicidio-omicidio.

 

Ma come si può uscire da una relazione sentimentale che mostra caratteristiche di dipendenza e codipendenza ed imparare un modo più sano di relazionarsi all’altro?

L’autrice americana Pia Mellody – specializzata nel trattamento della codipendenza e della dipendenza affettiva identifica, nel percorso di recovery, le seguenti quattro fasi:

1)   Iniziare il lavoro terapeutico trattando prima di tutto le eventuali dipendenze esterne alla relazione: alcol, sostanze, cibo, gioco ecc.…

2)   Smettere di coinvolgersi nelle dinamiche di dipendenzainterne alla relazione

3)   Iniziare una terapia per il trattamento delle eventuali ferite causate dagli abusi subiti nell’infanzia, responsabili di profondi e soverchianti sentimenti di abbandono, rabbia, invischiamento e delle difficoltà di regolazione delle emozioni spiacevoli

4)   Lavorare sui sottostanti sintomi di codipendenza,che l’autrice considera sempre alla base della dipendenza affettiva e che comprendono scarsa autostima, incapacità di prendersi autonomamente cura di sé e grandi difficoltà nello stabilire confini sani tra sé e gli altri.

 

COSA FARE QUANDO I PARTNER NON SONO ANCORA IN GRADO DI AFFRONTARE UNA TERAPIA DI COPPIA

La terapia di coppia può rivelarsi davvero utile nell’aiutare i partner coinvolti in relazioni di codipendenza, per migliorare e curare la qualità delle loro relazioni sentimentali. 

Esistono tuttavia relazioni che hanno raggiunto una tale intensità di tossicità e disfunzionalità da rendere impossibile un lavoro di consapevolezza di coppia, richiedendo piuttosto un primo fondamentale intervento individuale finalizzato al trattamento dei problemi di autostima, confini interpersonali e dipendenza dei singoli partner coinvolti.

In questi casi, si tratta di relazioni talmente deteriorate e caotiche che i partner non sono in grado di dire “quando fai così io mi sento arrabbiato, o triste, o frustrato ecc.” senza che questo scateni esplosioni di rabbia e pesanti liti.

In tali casi è necessario insegnare ai partner a realizzare una sorta di “distacco all’interno della relazione”, prerequisito essenziale affinché entrambi possano iniziare prima di tutto a lavorare sulle loro personali difficoltà.

Solo successivamente, dopo aver lavorato sulle reciproche individuali problematiche di dipendenza e codipendenza, sarà possibile iniziare a lavorare insieme sulle dinamiche disfunzionali della coppia, perché entrambi i partner avranno imparato a PRATICARE UNA CONDIVISIONE DELL’INTIMITA’ EMOTIVA RECIPROCA senza sentirsene minacciati.

Durante il lavoro personale sulle proprie dipendenze dunque, è molto importante imparare a “distaccarsi” dalla relazione, rinunciando a qualsiasi tentativo di far andar bene le cose e sistemare la coppia.

 

COME “CONGELARE LA RELAZIONE”

Congelare la relazione significa che entrambi i partner, pur continuando a vivere insieme, si impegnano a:

1)  eliminare ogni contatto che possa provocare una lite, uno scontro o intense e incntrollate reazioni emotive (intensity);

2)   evitare di intromettersi nelle reciproche problematiche di dipendenza o codipendenza;

3)   ridurre al minimo possibile- se non interrompere - le interazioni emotive e tutti i tentativi di risolvere da soli i problemi della coppia.

 

GESTIRE L’INTIMITA’ 

L’INTIMITÀ non è solamente una questione sessuale: essa prevede che entrambi i partner siano in grado di stabilire sani confini sé/altro, di sapere chi sono e chi è l’altro per sentirsi a proprio agio nel condividere – ricevere e donare – la propria realtà con l’altro, e prevede la capacità di saper dire “NO” senza ferire né aggredire l’altra persona.

L‘intimità può essere fisica, emotiva, intellettuale o sessuale; alcune coppie son in grado di condividere solamente l’intimità sessuale ma non sono in grado ( a causa delle loro ferite profonde) di condividere in modo sano sentimenti ed emozioni, finendo per litigare, aggredirsi o ferirsi reciprocamente. È dunque una parte importante del processo di recovery che i partner riconoscano i tipi di intimità che non sono in grado di vivere insieme, e chiedano supporto per apprendere modalità più sane di relazionarsi in tali aree, per interrompere i cicli disfunzionali della dipendenza e codipendenza.

 

LE STRATEGIE DEL DISTACCO

Creare il distacco nella relazione vuol dire prendere le distanze ed evitare qualsiasi tipo di violenta o coinvolgente interazione con l’altro; dunque trattarsi in modo educato e gentile senza preoccuparsi di ciò che l’altro combina, fa o dice, andando avanti per la propria strada e pensando ad avere cura d sé. Il percorso previsto dalla Mellody prevede alcune regole da seguire che possiamo riassumere nel modo seguente:

1)  “THE THREE GETS” MUTUATI DAL PERCORSO DEGLI ALCOLISTI ANONIMI

·     "get off your partner’s back" ossia scendi dalle spalle del partner: vuol dire smettere di stare sempre a guardare e giudicare quello che fa il partner, e considerarlo come se non fosse in nessun modo affar proprio. Occorre semplicemente NOTARE cosa l’altro fa o non fa; questo atteggiamento non interferente aiuta a sfatare le fantasie e le idealizzazioni create sul partner per cominciare a vedere chi è veramente. Significa smettere di reagire a ciò che il partner fa e dice, smettere di esprimere opinioni, sentimenti suggerimenti, soluzioni e giudizi ecc. per cambiarlo. 

·     “get out ofyour partner’s way” ovverosia levati dalla strada del partner: significa smettere di interferire e giudicare ciò che accade nella vita dell’altro, interrompendo tutti i tentativi di correzione, le intromissioni e i suggerimenti per evitargli guai. Lasciarlo fare ciò che crede. Osservare e notare.

·     “get on with your life” cioè vai avanti con la tua vita. Scendere dalle spalle del partner significa imparare a prendersi cura di se stessi autonomamente senza pretendere che sia l’altro a farlo. Significa occuparsi amorevolmente di se stessi, prendendosi la responsabilità da adulti del proprio benessere e della propria vita.

 

2)   SMETTERE DI “BOMBARDARE” IL PARTNER con la rabbia o con tentativi manipolativi di seduzione. Imparare a prendere le distanze crea un clima relazionale più quieto e rilassato rispetto al passato, e questo viene facilmente interpretato, soprattutto dal dipendente affettivo, come una forma di abbandono, come se ella relazione non fosse rimasto più nulla. Ciò accade perché gli eccessi e gli alti e bassi emotivi hanno praticamente rappresentato l’unica modalità di stare insieme e di sentirsi considerati, dunque quando la relazione diviene più tranquilla, i partner si sentono a disagio senza il flusso e riflusso delle forti emozioni sempre sperimentate e scambiano tale calma per indifferenza. Ciò li porta (soprattutto il dipendente affettivo) a provocare forti esplosioni emotive – attraverso la rabbia, i tentativi di seduzione sessuale o la vitimizzazione – al fine di sentire nuovamente la connessione con l’altro. Infatti, fino ad allora, il solo modo per sentirsi connessi era quello delle liti, della seduzione sessuale, della vittimizzazione o dello scontro. Occorre imparare un nuovo modo di connettersi emotivamente l’un l’altro.

3)   Semplicemente OSSERVA E NOTA (SENZA INTERVENIRE) COME SI COMPORTA IL PARTNER, così da poter vedere con chi hai a che fare davvero

4)   OSSERVA E NOTA CIÒ CHE ACCADE IN TE (stati d’animo, comportamenti ecc.). Osservare e prendere nota dei propri stati d’animo, dei propri impulsi all’azione di fronte a certe situazioni nella relazione o nella vita in generale, senza ricorrere ai vecchi schemi di comportamento, è molto utile per conoscere meglio se stessi, imparando anche ad avare maggior padronanza di sé. Inoltre permette di disinnescare i soliti cicli relazionali tossici di azione-reazione che tendono a diventare spirali crescenti di aggressività e sofferenza emotiva.

5)   NON REAGIRE a nessun tentativo di “bombing” di rabbia o di seduzione da parte del partner. Ciò non significa non avere rapporti sessuali MA EVITARE il sesso manipolativo, seduttivo o controllante, ed evitare litigate e sfoghi di rabbia.

 

COSA FARE QUANDO CRESCE L’IMPULSO DI “LANCIARE LA BOMBA EMOTIVA” O RISPONDERE A QUELLA DEL PARTNER?

Non è facile imparare a resistere evitando di agire i vecchi comportamenti di fronte alle solite situazioni, ma è davvero molto importante impegnarsi a farlo, e gradualmente i risultati saranno sempre più visibili. Come per ogni nuovo comportamento o abilità che dobbiamo apprendere, occorre essere motivati ed impegnarsi con costanzaa sostituire i vecchi comportamenti con qualcosa di nuovo, più sano, che ci permetta una maggiore libertà e soprattutto ci permetta di interrompere certi cicli tossici di azione-reazione nella coppia. Quando si seguono i suggerimenti indicati, si ha la possibilità di restare distaccati dalla relazione, di non farsi coinvolgere nelle solite liti o alti e bassi emotivi e restare nella condizione di poter lavorare sulle proprie problematiche di dipendenza personali.

Esistono due regole auree in questo caso per non reagire:

1)   CHIUDERE LA BOCCA

2)   MORDERSI LA LINGUA E RIPETERSI ALCUNE AFFERMAZIONI UTILI come ad esempio le seguenti:

·     Non è affar mio quello che fa il mio partner

·     Il mio/mia partner ha il diritto distare al mondo come meglio crede

·     Il mio compito è di osservare quello che succede, così da poter capire chi davvero ho di fronte

·     Il mio compito è di prendermi cura di me, per essere presente con le persone care e non fare del male al partner

·     Il mio impegno è di impedirmi di fare del male al partner, punirlo, attaccarlo, cercare una rivincita o essere disonesto

·     Mantengo un caloroso rispetto nei confronti degli altri dunque anche del mio/mia partner

 

IMPORTANTE: Questi suggerimenti NON RAPPRESENTANO UNA MODALITA’ SANA DI RELAZIONARSI AL PARTNER NEL LUNGO PERIODO ma sono da intendersi come una sorta di modalità operativa di emergenza, essendo temporaneamente necessari durante il percorso di recovery individuale dei partner, finalizzata a permettere ai partner di avere cura di sé e delle proprie problematiche personali, per poter poi affrontare un lavoro di coppia.

leggi di più 0 Commenti

RELAZIONI TOSSICHE: IL PERCORSO VERSO LA GUARIGIONE

Scritto da: Annalisa Barbier

(Immagine tratta dal sito: eccellentedonna.it)

 

 

 

 

In questo articolo, partirò dalle riflessioni di una mia paziente per approfondire e condividere alcuni aspetti fondamentali del nostro percorso di recupero psicologico, a seguito della chiusura di una relazione con un partner sociopatico. 

Con il termine-ombrello “sociopatico” intendo indicare, in questa sede, non una diagnosi clinica, ma piuttosto una categoria di individui più o meno tossici e spesso pericolosi nelle relazioni interpersonali, soprattutto quelle sentimentali e amorose. 

Si tratta di individui che rientrano in diagnosi cliniche diverse che possono in parte sovrapporsi, e sono caratterizzati da comportamenti ed atteggiamenti tipici e ben identificati dalla letteratura in materia. Per saperne di più leggete l’articolo completo dedicato a comprendere chi sono i sociopatici.

Le riflessioni di Giulia (nome di fantasia che non corrisponde al nome reale della paziente) sono così rappresentative delle peculiari difficoltà psicologiche che emergono nelle relazioni con partner sociopatici, che ho deciso di utilizzarle come spunto di approfondimento per mostrare quali siano le dinamiche psicologiche tipiche nelle relazioni con partner sociopatici.

Nell’articolo alternerò dunque i brani tratti direttamente dal diario di Giulia, alla spiegazione di alcuni dei passaggi fondamentali che fanno parte del percorso di recupero psicologico.

 

1.  IL METTERE IN ORDINE

“Iniziare a scrivere su un foglio bianco è sempre difficile, ma questa volta il foglio non è bianco. Al contrario è un foglio di “brutta copia”, pieno di annotazioni sparse, disegni, scarabocchi, parti cancellate. Il mio intento è di riordinarlo e metterlo in bella copia. Questo foglio rappresenta esattamente come mi sento in questo momento: ho provato tanto dolore, ho vissuto un’esperienza traumatica, mi sono persa e lasciata andare, come questo foglio accartocciato tra le mie mani. A che punto sono adesso?Apro il foglio, cerco di stenderlo, di rileggere qualche frase, accarezzo le macchie delle mie lacrime. Non voglio buttarlo via, voglio metterlo in bella copia. Ricordare, riflettere e trascrivere le annotazioni importanti”.

In questa prima parte del suo diario, Giulia inizia a riflettere sull’importanza di scrivere il racconto della sua esperienza in “brutta copia” affinché sia possibile poi riordinare i fatti, e in cui gli eventi possano assumere un significato nuovo, coerente e pieno di senso. Un senso ordinato e comprensibile, che solamente a posteriori apparirà con chiarezza, permettendole di continuare a dipanare la matassa oscura dei dolorosi legami psicologici che uniscono una donna al suo partner sociopatico: paura, colpa, inadeguatezza, sottomissione, aspettativa, speranza, rabbia… Emerge dunque un primo, importantissimo aspetto del percorso di recupero psicologico: il bisogno di mettere ordine attraverso la narrazione della propria storia.

Mettere in ordine ciò che è accaduto, comprendere il proprio comportamento alla luce di una consapevolezza nuova è un processo molto importante nel recupero del senso di identità e di autodeterminazione. Quel senso di identità che viene lentamente eroso nelle relazioni con partner manipolativi ed abusanti, a causa dei loro comportamenti ambigui e destabilizzantiPer saperne di più leggete l’articolo sul “Trauma da narcisismo e relazioni disfunzionali”. Imparare a riconoscere le motivazioni e le dinamiche psicologiche - spesso inconsapevoli – che hanno portato a dibatterci nelle maglie strette di una relazione tossica, è un passaggio delicato ma fondamentale. E’ da qui che si parte nel percorso di riordino, comprensione, cambiamento e rinascita.

 

2.  LA MANCANZA DI CONTATTO 

“Un anno fa l’avevo raggiunto nella sua città. Stavamo cercando di uscire da uno dei momenti di crisi più intensi. Non facevo attenzione alle mie sensazioni, a quello che sentivo, eppure i segnali erano tanti. Mi sembrava un bipolare”.

Un altro degli aspetti che caratterizzano l’esperienza ed il vissuto psicologico di chi si trova in una relazione tossica è la mancanza di contatto con se stessiLa scarsa capacità – quando non sia del tutto assente – di ascoltare le proprie percezioni interne, è responsabile di tutte le volte in cui “si fa finta di niente” e si va avanti, a fronte di comportamenti spiacevoli o francamente offensivi. Ma occorre fare una specifica, poiché questo aspetto di non ascolto interiore può, a mio avviso, assumere due connotazioni differenti:

1)  Incapacità primaria, o perdita successiva, della capacità di percepire le proprie sensazioni interne e successivamente mentalizzarle, portandole alla consapevolezza, dando loro un nome, una connotazione cognitiva, un significato contestuale;

2)  Inclinazione a non ascoltare le proprie percezioni e sensazioni interne per timore di dover prendere atto di qualcosa di doloroso e spiacevole (a volte questo fenomeno ha a che fare con la dissonanza cognitivao meglio, con il tentativo di evitarla).

Nicola Ghezzani, nel suo bellissimo libro “La paura di amare”, definisce questa capacità di attenzione, ascolto e consapevolezza come “sensibilità al corpo”; ossia “la lettura dei sentimenti, che presuppone la sensibilità al corpo come fonte di piacere e di dolore” e aggiunge “E la sensibilità al corpo diviene poderosa liberazione quando siamo in grado di dare una qualche lettura dei sentimenti, l’analisi onesta e minuziosa dei propri stati d’animo”. In assenza di tale capacità di ascolto e lettura, il corpo rimane oggetto distante, forzosamente sganciato dal resto dell’esperienza di relazione, che ne resta monca e parzializzata. Il corpo non mente: imparare ad ascoltarne i messaggi ci permette di vivere a contatto con la realtà, senza perderci nelle nostre paure e aspettative.

 

3.  IL RUOLO DELLA PAURA

 “Avevo paura. Cominciavo a trovare le tracce di altre donne, ma non reagivo. Stavo male macercavo di andare avantiContribuivo a portare avanti i suoi inganni pur di non perderlo. Nessuna reazione di gelosia. Ero profondamente triste, ma facevo di tutto per accontentarlo.”

L’altro fattore che gioca un ruolo decisamente importante nelle relazioni disfunzionali è la PAURA. Probabilmente, a mio avviso, si tratta del fattore decisivo che spinge ad accondiscendere, tollerare, sopportare e restare nel rapporto anche a costo del proprio benessere. La paura può assumere diverse forme, tante quante sono le convinzioni disfunzionali e le distorsioni cognitive che la sottendono: abbiamo dunque la paura di restare da soli, la paura di subire ritorsioni e/o vendette, la paura di perdere qualcosa che riterniamo fondamentale, come lo status sociale o economico, la paura di perdere eventuali figli nati dalla relazione, la paura di essere considerati “cattivi” o inadeguati, la paura di apparire sciocchi o poco interessanti, e infine – ma non certo meno importante – la paura di perdere il partner. La paura porta ad accettare comportamenti dolorosi e irrispettosi, a superare le esperienze spiacevoli pur di restare insieme, ad accondiscendere a richieste e atteggiamenti che non si condividono, a sottomettersi a partner arroganti, manipolatori, infedeli, o aggressivi. La paura porta a credere che tutto sia meglio dell’affrontare la situazione temuta. Ma è un errore: occorre affrontare a viso aperto le proprie paure per potersi finalmente liberare di esse, e con esse di un presente troppo doloroso per essere compatibile con una vita felice e gratificante. A volte, addirittura per essere compatibile con la sopravvivenza psicologica o anche fisica.

 

3.   L’ANNULLAMENTO DI SÈ

 “Chi ero? Dov’ero? Stavo scomparendo, mi stavo annientando.

L’annullamento di sé, il dimenticarsi di se stessi, il mettersi sempre uno scalino più in basso dell’altro; ecco un altro degli aspetti condivisi da molte relazioni disfunzionali. Questo spostamento di focus- da se all’altro - avviene lentamente e gradualmente, attraverso quei comportamenti e scelte che pongono l’altro sempre al primo posto, preoccupandosi prima di tutto delle sue necessità, dei suoi bisogni e delle sue aspettative e tralasciando necessità, aspettative e preferenze proprie. Questo atteggiamento, ripetuto e generalizzato, porta l’individuo a vivere – come mi piace dire – “su una gamba sola”, cioè in una condizione di equilibrio fragile ed estremamente precario, dove il primo soffio di vento è in grado di farlo rovinare a terra. Ci si annulla per andare incontro all’altro. Ci si annulla per renderlo felice sperando così che a sua volta renda felici noi. Ci si annulla per sentirsi accettati e riconosciuti. Ci si annulla per non essere aggrediti o contestati. Ci si annulla perché ci è stato insegnato un “codice servile”, un insieme di regole morali in cui il senso del donarsi all’altro è stato completamente distorto, trasformato da “dono” in “sacrificio”, legato non più all’amore ma al soddisfacimento di rigidi e sterili precetti morali: “se sarai buono anche gli altri saranno buoni con te”, “porgi l’altra guancia”, “perdona sempre i difetti degli altri” …e così via.

 

4.  UNA VISIONE CHIARA

“Ora ho la sensazione che mi sia tutto chiaro. Nei momenti di nostalgia, so quali immagini richiamare per riportarmi alla realtà. Ultimamente riesco a leggere nel giusto senso perfino comportamenti e segnali a cui non avevo dato alcun peso. Le sue parole assumono uno specifico significato. Ho preso pienamente coscienza del fatto che lui non può più far parte della mia vita. Non mi ha mai amata e per me può rappresentare solo dolore. L’importante è che io abbia preso coscienza di quello che è successo.Mi guardo adesso, a distanza di un anno, dopo un lungo percorso.

A questo punto, dopo aver affrontato un cammino doloroso di consapevolezza e analisi, a volte spietata, delle ragioni che hanno portato ad assumere comportamenti e scelte disfunzionali, si sviluppa la “visione chiara” di ciò che è stato, di ciò che è accaduto. Una visione non più appesantita da sovrastrutture moralistiche, da illusioni adolescenziali o aspettative salvifiche: ora si può finalmente guardare ai fatti per ciò che essi sono stati, dando loro un nome e contestualizzandoli nell’ambiente - psichico, culturale e sociale - in cui si sono sviluppati e hanno preso vigore fino a realizzarsi e perpetrarsi. Questo permetterà di lasciar andare il senso di colpa verso se stessi e verso l’altro, lasciando nascere, al suo posto, un senso di sé più ampio, libero e ricco di sfumature e significato.

 

5.  IL PERDONO DI SÉ

“Non sono più la stessa, ma esisto. Mi guardo con occhi diversi. So di aver sbagliato, so che le colpe non sono solo sue o solo mie. A questo punto non sento più rabbia, più pena né per lui né per me stessa. È successo. È stata un’esperienza, una dura esperienza di vita. Potevo stare più attenta, potevo dire basta prima. Non importa. Ora ho la sensazione che mi sia tutto chiaro. Nei momenti di nostalgia, so quali immagini richiamare per riportarmi alla realtà. Ultimamente riesco a leggere nella giusta direzione perfino comportamenti e segnali a cui non avevo dato alcun peso. Le sue parole assumono uno specifico significato. Ho preso pienamente coscienza del fatto che lui non può più far parte della mia vita. Non mi ha mai amata e per me può rappresentare solo dolore. L’importante è che io abbia preso coscienza di quello che è successo.”

Il passaggio finale è il perdono di sé, e a volte anche dell’altro. Finalmente si comprende che, date le premesse che abbiamo conosciuto e reso chiare, la relazione non poteva andare diversamente. Si capisce che è stato un passaggio doloroso di crescita e di comprensione profonda, un passo lungo e faticoso verso un modo più consapevole e pieno di essere se stessi. Probabilmente sperimenteremo una maggiore libertà interiore, che si rifletterà in scelte più corrispondenti ai propri valori e desideri, nella capacità di manifestarsi con amore e rispetto per ciò che si è e nella costruzione di una vita piena di senso. Si potrà lasciar andare il bisogno compulsivo di ottenere dall’esterno ciò che dobbiamo imparare a donare a noi stessi: amore, rispetto, considerazione, accudimento e validazione, dando valore a ciò che si prova e desidera senza richiedere approvazione dall’esterno, ma semplicemente accogliendoci.

 

leggi di più 1 Commenti

BISOGNO DI AMORE E DIPENDENZA

(immagine dal sito: Skanland Kommune)

 

 

 

 

 

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Il bisogno di amore è un bisogno del tutto naturale ed è molto importante, poiché racchiude in sé molti altri bisogni che sono fondamentali per l’individuo: 

1.  Il bisogno di sesso: la coppia garantisce un’attività̀ sessuale regolare e sicura con un partner conosciuto;

2.  Il bisogno di sicurezza: sicurezza fisica, morale, familiare, stabilità e riconoscimento sociale; 

3.  Il bisogno di appartenenza: amicizia, affetto, intimità̀ sessuale e psicologica;

4.  Il bisogno di stima: riconoscimento, rispetto e stima reciproca, essere “speciale” ed importante per qualcuno ecc.

 

Il bisogno di amore è dunque un bisogno sano e importante che permette di costruire relazioni intime e profonde e di soddisfare dei bisogni fondamentali.

Tuttavia, rappresentando e raccogliendo in sé molteplici fattori emotivi e psicologici di grande importanza, il bisogno di amore è anche il più esposto a prestarsi a manifestazioni disfuzionali, indotte da alcune comuni paure:

 

1) paura dell’abbandono

2) paura del rifiuto 

3) paura di essere «costretti» nella relazione, perdendo la propria libertà 

4) paura del potere sovversivo dell'amore sul precedente stato di "omeostasi psicologica"

 

A volte, proprio perché si tratta di un aspetto molto importante nella vita di ognuno, può indurre un eccessivo investimento emotivo nel rapporto, che rischia di diventare l’unica ragione di vita ed il fulcro attorno al quale ruotano l’esistenza emotiva, psicologica e sociale della persona coinvolta.

Si vengono in questo modo a creare rapporti disfunzionali che spesso con l’amore sano hanno poco a che fare:

  • Rapporti di dipendenza affettiva da figure idealizzate e/o frustranti 
  • Rapporti di codipendenza con partner bisognosi di sostegno o infantili e immaturi, che necessitano di accudimento, controllo e presenza costante.

Queste relazioni compromettono l’autostima e l’autonomia della persona e possono indurre sensi di colpa costanti, ai quali ci si trova a dover porre rimedio attraverso atti oblativi e riparatori, finanche accettando comportamenti indesiderati da parte dell’altro, o facendo rinunce importanti nella propria vita. 

 

DAL BISOGNO COME SI ARRIVA ALLA DIPENDENZA?

Una prima riflessione riguarda l’importanza che il bisogno riveste nella vita di ogni individuo: non per tutti il bisogno di avere un partner e una relazione di amore ha la stessa importanza o viene vissuto con la stessa urgenza.

Per alcune persone, particolarmente bisognose di accudimento, rassicurazione e protezione o provenienti da esperienze di abbandono, abuso psicologico e fisico o traumi, la presenza di un partner rappresenta un punto di riferimento fondamentale, attorno al quale spesso viene riconfigurata la propria vita.

Sentirsi speciali, riconosciuti e importanti per qualcuno oppure rendersi unici e indispensabili per il partner, diventa in certi casi la soluzione al senso di paura e di vuoto che caratterizzano il vissuto psicologico.

La presenza del partner diviene dunque centrale per il mantenimento del benessere e della stabilità emotiva, che dipendono dunque soprattutto dall’altro e dal suo comportamento, invece che dalla propria stabilità interiore, dal proprio senso di autonomia, dalla sensazione di essere in grado di fare fronte alle difficoltà e alla vita autonomamente e dalla fiducia nelle proprie capacità.

Nel rapporto di dipendenza dall’altro, vengono a mancare le componenti di reale intimità e di sentito impegno verso il partner e la relazione, mentre è fortemente rappresentata la componente passionale, con i suoi aspetti di ossessività, controllo, gelosia patologica, desiderio compulsivo e dipendenza dall’altro. 

Richiamiamo qui lo stile “mania” secondo la tassonomia di Lee (1977).

 

LE FERITE EMOTIVE

Le prime esperienze relazionali di attaccamento vissute con le figure di riferimento durante l’infanzia, sono responsabili dello stile di attaccamento che il bambino – e in seguito l’adulto – svilupperà. Lo stile di attaccamento a sua volta è in grado di influenzare la scelta del partner, che avverrà sulla base di similitudini o opposizioni con le figure di riferimento, nel tentativo spesso di sanare vecchie ferite e di “risolvere” dolorose esperienze relazionali infantili. 

Si tratta di modelli operativi in grado di auto-confermarsi attraverso aspettative e comportamenti che hanno conseguenze sull’altro e sulla relazione, oppure di modificarsi attraverso quelle che vengono definite “esperienze correttive”, che sono in grado di modificare le aspettative e le convinzioni apprese attraverso le esperienze precedenti.

 

Nelle esperienze di attaccamento e di relazione spesso si tramandano, da una generazione all’altra attraverso lo stile genitoriale, le stesse manchevolezze, le stesse modalità di comportamento e dunque anche le stesse ferite.  Si tratta di ferite inevitabili, che fanno parte del vissuto di ognuno di noi in maniera più o meno grave e colorano la base del vissuto emotivo che si attiva nelle relazioni con le figure importanti. 

Queste ferite non dipendono esclusivamente dall’aver vissuto traumi OGGETTIVI ma anche dall’aver vissuto traumi SOGGETTIVI, ossia dall’aver sperimentato come traumatiche esperienze che per altri p lo sono.otrebbero non esserlo state.

 

Quando si parla di trauma psicologico, ci si riferisce infatti alle manifestazioni psichiche di un’esperienza particolarmente negativa (in una circostanza, ambito o relazione) da cui derivano una disorganizzazione e una disregolazione del sistema psicobiologico della persona. Il trauma psicologico è una reazione psichica– una ferita causata da un fattore traumatico – che porta a sentirsi sopraffatti da emozioni molto forti, dolorose e intollerabili. 

SI tratta di esperienze che possono essere oggettivamente traumatiche (ad es. un lutto, un abuso fisico, un avvenimento che ha minacciato la sopravvivenza ecc.) o di esperienze dolorose vissute come traumatiche dalla persona in base alle proprie risorse emotive e comportamentali e alle proprie modalità di attribuzione di significato all’accaduto. Infatti, alcune persone vivono come traumatiche esperienze che, per altre persone, risultano essere meno sconvolgenti e destrutturanti. 

Queste ferite tuttavia sono inevitabili, rappresentando una parte del cammino di ognuno di noi verso l’individuazione e la maturazione.

Spesso però sono anche il motivo per il quale si cerca, attraverso la relazione e l’altro, di colmare dei vuoti, lenire un dolore antico, riparare un torto o risolvere una situazione irrisolta. 

Frequentemente, nelle relazioni caratterizzate da dipendenza, sono proprio queste vecchie ferite a indurre quei bisogni affettivi esasperati che si cerca compulsivamente di soddisfare, anche con modalità disfunzionali.

 

Marie Lise Labontè, nel suo libro intitolato “Verso il vero amore” (2008) stabilisce una corrispondenza tra le diverse ferite vissute nelle relazioni infantili e i relativi bisogni che caratterizzano il vissuto nelle relazioni sentimentali adulte, e che si cerca di soddisfare compulsivamente e inconsapevolmente mettendo in atto cicli e schemi relazionali ricorsivi in ogni rapporto.

 

LE FERITE E I BISOGNI CHE NE DERIVANO (Marie Lise Labontè, 2008)

FERITA D’AMORE

BISOGNO AFFFETTIVO

Abbandono

Sicurezza

Rifiuto

Accoglienza

Non riconoscimento

Riconoscimento

Maltrattamento

Benevolenza

Umiliazione

Rispetto

Tradimento

Fiducia

Ingiustizia 

Equità

 

Queste ferite, e il modo di essere amati che si è appreso nell’infanzia e che caratterizza gli stili di attaccamento, portano l’individuo a comportarsi in modo non libero e non spontaneo nella relazione, a volte senza aver potuto imparare a “sapere” ed a riconoscere, nel proprio cuore, cosa davvero significhi amare ed essere amati.

  • C’è chi cerca di sfuggire all’intimità vivendo storie d’amore superficiali senza mai impegnarsi veramente (come accade nello stile di attaccamento “evitante”),
  • Oppure chi è affamato di qualsiasi piccola briciola di amore e attenzione, diventando carico di pretese, dipendente dal partner ed accettando persino comportamenti spiacevoli ed offensivi, come accade nelle relazioni di dipendenza e nelle relazioni abusanti.

Nelle relazioni in cui il bisogno diventa dipendenza, il partner dipendente sente di non avere gli stessi diritti dell’altro e mancano nel rapporto equità, rispetto e fiducia reciproci; spesso il partner dipendente si sente inferiore all’altro, meno capace o meno attraente, ed il timore di essere lasciato o traditoper qualcuno migliore di lui lo porta a vivere nella tensione continua di dover soddisfare determinate aspettative, controllareil comportamento e la vita del partner, paragonarsi continuamenteagli altri, nel continuo sforzo di sentirsi “abbastanza”. 

Ma quando si sentirà “abbastanza”? Probabilmente mai se non entrerà in contatto con queste ferite, con il loro potere e con la verità ultima che ognuno di noi è già “abbastanza” meritevole di amore.

Gli aspetti ossessivi di dubbio e rimuginazione possono prendere il sopravvento, provocando malessere e portando alla rottura della coppia.

In queste relazioni, ciò che viene realmente ricercato non sono l’intimità, l’impegno reale, la conoscenza reciproca, l’apertura e la partecipazione profonda, ma piuttosto una presenza in grado di riempire il vuoto e lenire le ferite che caratterizzano il vissuto interiore del dipendente affettivo, che si vive come incapace di provvedere emotivamente a se stesso e di darsi gratificazione e sostegno emotivo autonomamente. 

Nelle relazioni di dipendenza, vengono ricercati ossessivamente contatto, rassicurazioni, benevolenza dell’altro, reciprocità e riconoscimento attraverso comportamenti quali l’eccessiva disponibilità sessuale, il controllo dell’altro, il tentativo di rendersi indispensabili.

 

Ci si dedica completamente all’altro per non farlo allontanare e trattenerlo a sé, e l’assenza di confini emotivi e a volte anche materiali, si riflette in una eccessiva disponibilità e condiscendenza, fino alla sottomissione, che si alternano a vissuti di rabbia e rancore quando si sente di non ricevere le rassicurazioni, le cure e le attenzioni aspettate e desiderate. 

Una classica affermazione che spesso sento fare è questa: “faccio tutto per lui/lei e non ricevo nulla in cambio”, che riflette la sproporzione di coinvolgimento e dedizione caratteristica delle relazioni in cui le vecchie e irrisolte ferite, guidano automaticamente la scelta del partner e i comportamenti nella coppia.

Queste relazioni, in cui il bisogno diventa dipendenza, non possono essere mai veramente nutrienti o gratificanti né evolversi e crescere perché non permettono la crescita ed il progresso dei partner che vi sono coinvolti. Diventano rapportistagnanti, forzatamente immobili, cupi e legano sempre di più i partner come accade con certi nodi, strutturati in modo tale che quando si cerca di scioglierli, si stringono ancora di più. 

Nella dipendenza vi è infatti l’aspettativa indiscussa che l’altro debba soddisfare e riempire i vuoti interiorie che “tutto resti sempre uguale” perché il cambiamento rappresenta una minaccia.

Vi sono infatti grande rigidità e chiusura al mondo esterno, come in una sorta di “rassicurante” immobilità in cui nulla deve minare tale fittizia sicurezza. 

Si tratta di relazioni stagnanti e destinante ad affondare nelle paludi del rancore e della paura, in cui l’aspettativa/pretesa – spesso inconsapevole in quanto non mentalizzata - che l’altro esista solo per noi e solo con noi, non solo non lenisce le ferite emotive, ma le fa sanguinare ancora di più acuendo il dolore che non si vuole sentire, e dunque spingendo a comportamenti sempre più estremi di sottomissione, disponibilità controllo ecc.

 

LA COPPIA SANA

Una coppia sana è una coppia elastica e flessibile, è aperta all’esterno e permette ad entrambi i partner di esistere al di fuori di essa. 

Sa fronteggiare e risolvere in modo adattivo le differenze e il cambiamento, sa essere malleabile anche affrontando la paura dell’allontanamento e della diversità, promuovendo il confronto e la possibilità di rimettere in discussione i confini, le aspettative e le vecchie abitudini se necessario, per il benessere dei partner.

Solo l’apertura al mondo esterno, la capacità di impegnarsi con sacrificio, di essere comprensivi, forti, fiduciosi e profondamente vicini emotivamente l’un l’altro permette ad una coppia di sopravvivere negli anni, rinnovandosi e rafforzandosi continuamente, anche attraverso crisi e momenti difficili.  

Tuttavia, tutto ciò è molto difficile da attuare per chi porta dentro di sé ferite profonde e non elaborate, poiché esse spingono a ripetere sempre gli stessi comportamenti, in modo automatico e scarsamente consapevole e dunque impediscono il cambiamento. 

 

CONCLUDENDO 

Il bisogno di amore spinge alla ricerca e alla costruzione di legami di amore. Tuttavia, quando questo bisogno è guidato dal dolore di ferite ancora aperte e mai elaborate, o contrassegnato da aspetti di immaturità emotiva e relazionale, può portare alla scelta di partner dannosi e alla costruzione di relazioni sentimentali di dipendenza

Nella dipendenza affettiva, i sentimenti predominanti sono il senso di non amabilità, il senso di vuoto interiore la paura dell’abbandono, che danno vita ad un amore insaziabile, mai soddisfatto ed eccessivo, che presenta comportamenti ossessivi e compulsivi.

Questa forma di amore porta l’individuo ad allontanarsi da se stesso perdendo ulteriormente i propri confini, la propria identità e la propria autonomia emotiva, alla ricerca costante e mai soddisfatta di quella pienezza di senso e di stabilità interiore che derivano invece da un percorso individuale di crescita, sviluppo della propria autostima, elaborazione delle vecchie ferite e dei propri schemi relazionali.

La perdita di confini e di autonomia emotiva, la costante focalizzazione sull’altro, danno esito ad una sofferenza crescente, in cui il dipendente vede eroso il proprio senso di identità e si sente sempre più fragile, provando una forte gelosia e una ossessione di controllo verso l’altro, diventando intollerante alla separazione e vivendo ogni allontanamento come una perdita, fonte di angoscia e dolore fino, in casi estremi, a condurre a comportamenti aggressivi e violenti nei confronti del partner.

Quando dall’altro ci si aspetta che possa soddisfare tutti i propri bisogni emotivi e psicologici, che possa portare completo sollievo dall’angoscia interiore e lenire le ferite ancora aperte, si rischia inevitabilmente di costruire relazioni squilibrate, basate su un ideale di amore infantile in cui i confini sono estremamente labili e in cui il tentativo stesso di evitare la sofferenza, la acuisce e la esaspera, come un circolo vizioso.

 

ARTICOLI CORRELATI: LA DIPENDENZA AFFETTIVA; AMORE SANO E DIPENDENZA: QUALI DIFFERENZE? 

leggi di più 2 Commenti

Trauma da Narcisismo e relazioni disfunzionali

(Iimmagine tratta dal sito: The Meadows)

 

 

 

 

 

 

Scritto da: Annalisa Barbier

Nel 2010 il professor Pier Pietro Brunelli ha coniato il termine Trauma da Narcisismo (TdN), ponendo l’ipotesi diagnostica di trauma derivante da relazioni amorose disfunzionali. Con questo termine, il dottor Brunelli voleva indicare precisamente “un certo stato di condizione traumatica e post-traumatica che deriva dal Narcisismo” (Brunelli, 2018) e non ciò che è stato successivamente male interpretato da molte persone, come un Trauma da Narcisista, cioè un trauma subito da “una persona a causa di un Narcisista” (Brunelli, 2018).

Infatti, l’autore specifica nel suo sito (albedoimmagination) che tale trauma viene vissuto e subito “anche perché (il partner di una persona narcisista, ndr) ha a sua voltaun problema di Narcisismo, ed in particolare di ‘ferita narcisistica’. Ciò gli comporta di colludere con il partner disturbante, di ‘offrirgli il collo’, e quindi di essere componente non solo passiva, ma anche attiva di una dinamica narcisistica. Ecco allora che il TdN è appunto un Trauma da Narcisimo e non da narcisista, come invece hanno inteso coloro che non si sono soffermati a fondo sulle mie avvertenze e precisazioni”.

Dobbiamo dunque intendere questa condizione psicologica disturbante come la risultante di un sistema relazionale disfunzionalepiuttosto che l’esito passivo dell’essersi relazionati con un partner narcisista; condizione questa che rende certamente le relazioni difficoltose e spesso disfunzionali, ma non necessariamente implica un trauma nel partner sano.

Come spiega lo stesso autore, il TdN deriva dunque dall’interazione disfunzionale tra due partner le cui ferite narcisistiche reciproche creano una “collusione” nella coppia, tra schemi relazionali disfunzionali che si manifestano con modalità opposte e complementari (vedere articolo sugli schemi) tra i partner, legandoli in una sorta di “danza” di schemi comportamentali, che si rinforzano reciprocamente fino a rendere la relazione altamente disfuzionale, soprattutto per il partner più fragile ed insicuro.

Mentre il “narcisista patologico” dunque cerca di sanare la propria ferita attraverso la costruzione di un ego e di un’immagine di sé ipertrofica e dominante sull’altro, il partner che subisce questa personalità invece, è convinto di poter soddisfare il proprio bisogno di amore, sicurezza e valore solamente attraverso una relazione sentimentale appagante con un uomo “forte e vincente”. Ciò lo porta a tollerare e sottomettersi più facilmente ai comportamenti scorretti, arroganti, manipolativi e strumentalizzanti che sono tipici delle personalità narcisistiche patologiche

Come afferma lo stesso autore: “quindi il TdN indica una condizione traumatica che si instaura in un partner non soltanto a causa del narcisismo dell’altro, ma di un quadro che comprende anche le sue proprie problematiche narcisistiche che lo inducono a lasciarsi vampirizzare” (Brunelli, 2018).

 E’ dunque di grande importanza, soprattutto a scopi terapeutici, indirizzare le persone che hanno subito abusi legati alla personalità narcisistica, a guardare e considerare che il problema principalmente responsabile della loro sofferenza non è tanto l’aver avuto una relazione con un partner disturbato e disturbante (la qual cosa -  va da sé -  ha il suo peso nell’economia della sofferenza) ma soprattutto quella una ferita narcisistica che le porta ad accettare e colludere con siffatti partner. E’ questa predisposizione interiore, che porta alcune persone ad attaccarsi a partner narcisisti nonostante ne riconoscano i tratti disfunzionali, e la scarsa capacità di offrire una relazione appagante. Questa tendenza è frequentemente legata al bisogno di amore e riconoscimento, all’incapacità di stabilire confini interpersonali sani e funzionali, alla tendenza a mettere l’altro prima di sé e a percepire come molto scarso il proprio valore personale. 

Spesso dunque il partner che appare perfetto, forte e dominante, di successo e affascinante – caratteristiche queste frequenti nelle personalità narcisistiche -  viene visto come il “principe azzurro” che salverà dalle difficoltà della vita, solleverà dalla solitudine e soddisferà il bisogno di sentirsi “di valere e di valore”, attraverso il rispecchiamento nelle abilità dell’altro.

Brunelli ci mette in guardia, molto saggiamente, dall’assumere e portare avanti un atteggiamento vittimistico e vittimizzante, senza prima aver valutato con giudizio e capacità critica clinica anche la psicologia del partner che ha subito o ancora subisce le angherie nella relazione: “un altro equivoco nella concezione errata ed essenzialmente vittimistica  che alcuni hanno del TdN è che anche nei casi in cui sussistono problematicità relazionali – non afferenti a modalità disturbanti e vampirizzanti, e comunque dove il narcisismo non è la determinante patologica di tali problematicità – l’altro viene considerato affetto da narcisismo patologico, fino ad essere demonizzato come un vampiro, come il cattivo, unico vero colpevole dei problemi. “

Questo genere di malinteso generalizzante ha almeno due effetti negativi di rilievo:

1)   Da una parte, non aiuta a recuperare una vita ed uno stile relazionale più sani, laddove questo fosse possibile, ma tende a far crescere nell’immaginario collettivo, un atteggiamento rabbioso  e distruttivo da “caccia alle streghe”, che allontana ancora di più dalla possibilità di costruire relazioni intime, poiché va a distruggere anche le relazioni che invece, non essendo basate su patologie disturbanti della personalità, potrebbero trarre giovamento da una terapia che ne correggesse gli schemi disfunzionali;

2)   Dall’altra, pone la persona che ha subito la relazione nella condizione di viversi come “vittima passiva”, dunque impossibilitata a fare alcunché per migliorare la propria condizione, in quanto questa deriva esclusivamente dall’influenza e dalle azioni altrui. Questa mentalità vittimistica non aiuta a recuperare e a riaprirsi alla vita amorosa mentre, come scrive Brunelli: “Se invece si capisce che dipende anche da una propria problematica, si può provare a risolverla e allora ci si sentirà più capaci di fidarsi di se stessi e con ciò si hanno molte più possibilità di riaprirsi alla vita amorosa, altrimenti si resterà in uno stato di impotenza e di diffidenza evitante”.

Fatte le suddette doverose precisazioni, vi invito a leggere interamente l’articolo di Brunelli sul suo sito www.albedoimagination.it.

Ma ora andiamo a vedere quali sono le caratteristiche del TdN.

IL TdN: SINTOMI

Con i termini Trauma da Narcisismo (Pier Pietro Brunelli) o Sindrome da Manipolazione Relazionale (SDMR, Cinzia Mammoliti e Francesca Sorcinelli) viene indicata una condizione traumatica indotta da relazioni affettive gravemente disfunzionali, caratterizzate da manipolazione emotiva, violenze ed abusi psicologici e fisici. Si tratta frequentemente di relazioni sentimentali che coinvolgono un partner con tratti narcisistici più o meno gravemente patologici, fino ad arrivare a ciò che viene considerato essere l’aspetto estremo del disturbo narcisistico di personalità: la psicopatia.  

Le autrici hanno identificato i sintomi ricorrenti della sindrome, che vado ad elencare rifacendomi all’elenco esposto dalla dottoressa Cinzia Mammoliti nel suo sito www.cinziamammoliti.it:

  • bisogno ossessivo di parlare con chiunque di quel che si sta vivendo per cercare risposte;
  • logorrea verbale e scritta;
  • sviluppo di modalità manipolative non presenti prima della relazione che si sta vivendo;
  • sentimenti di paura e orrore per amare quello che si riconosce essere un mostro;
  • attacchi di rabbia incontrollabile e aggressività autodiretta;
  • attacchi di rabbia e aggressività eterodiretta;
  • calo dell’autostima;
  • compresenza di emozioni e stati d’animo contraddittori;
  • lunaticità e indecisione frequenti (la vittima cambia spesso idea e da un momento all’altro);
  • ansia;
  • attacchi di panico;
  • senso di irrimediabile sfiducia nel prossimo;
  • paura della solitudine;
  • paura della gente;
  • gelosia morbosa nei confronti dell’abusante;
  • necessità di controllo più o meno ossessivo di ciò che fa, di dove va e con chi sta l’abusante;
  • sensazione di vuoto insopportabile all’idea di essere abbandonata dall’abusante;
  • voglia di lasciare l’abusante ma impossibilità di farlo per una sensazione di vuoto insopportabile;
  • dipendenza psicologica dall’abusante;
  • dipendenza affettiva dall’abusante;
  • dipendenza economica dall’abusante;
  • isolamento sociale (perdita o allontanamento dalle amicizie e dagli affetti familiari);
  • sensi di colpa nei confronti dell’abusante;
  • sensazione di pena nei confronti dell’abusante;
  • sindrome della crocerossina/o nei confronti dell’abusante (percepirlo/a debole o in difficoltà e desiderare più o meno ossessivamente di aiutarlo/a);
  • sentirsi sbagliata/o;
  • stati di dissonanza cognitiva;
  • imitazione dell’abusante: atteggiarsi, comportarsi, parlare, pensare come lui/lei;
  • sensazione costante e paura di non poter mai più tornare ad essere come prima;
  • difficoltà di concentrazione;
  • disturbi del sonno;
  • sogni frequenti di quanto vissuto;
  • disturbi alimentari;
  • stanchezza cronica;
  • mancanza di energia;
  • comportamenti compulsivi (es. guidare pericolosamente o abusare di sostanze quali droghe, alcool, farmaci, sigarette);
  • sessualità disturbata e compulsiva (incontri al buio, condotte sessuali deviate e perverse che prima non erano presenti);
  • atteggiamenti sminuenti e svilenti e/o tendenze sadiche nei confronti di altri uomini/donne;
  • depressione;
  • pensieri suicidari;
  • pensieri omicidi.

Come scrive la dottoressa Mammoliti: “si tratta di 42 sintomi che si possono presentare in parte o tutti insieme, nello stesso periodo o a momenti alterni, e che vanno a configurare, in chi ne è vittima, un quadro patologico che determina un’estrema e incontrollabile sofferenza psicologica. Detta sofferenza è strettamente correlata al profondo senso di frustrazione e impotenza che deriva dalla dicotomia delle emozioni che si provano (ossessione, bisogno, dipendenza, attaccamento al proprio carnefice e/o odio, repulsione, paura, vergogna e imbarazzo per i sentimenti positivi che si nutrono nei suoi confronti) e conseguente impossibilità di autodeterminarsi gestendo la propria emotività”.

Per saperne di più in merito alle dinamiche relazionali disfunzionali di manipolazione o dipendenza affettiva suggerisco di leggere i seguenti articoli:

IL NARCISISTA E IL PARTNER: LA DANZA DEGLI SCHEMI; IL CICLO RELAZIONALE NELLA DIPENDENZA AFFETTIVA

leggi di più

IL CICLO RELAZIONALE NELLA DIPENDENZA AFFETTIVA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

La Dipendenza Affettiva è una modalità patologica di vivere le relazioni sentimentali, ed è caratterizzata da comportamenti che portano la persona dipendente a sentirsi sempre meno capace, autonoma e meritevole (per approfondire clicca QUI).

Le emozioni e gli stati d’animo che tipicamente caratterizzano il vissuto interiore di chi ne è affetto, sono la paura di essere abbandonato o tradito, sfiducia e diffidenza, gelosia patologica, ossessività nel pensare al partner, desiderio di controllo, vergogna, senso di inadeguatezza e/o scarso valore personale, un senso di identità debole e sfocato e confini estremamente labili.

I comportamenti agiti nel rapporto, finalizzati a consolare dalla paura, a lenire il dolore e l’insicurezza purtroppo, non fanno che esasperare il clima nella relazione, portando i partner coinvolti a reazioni reciproche e cicliche che peggiorano il rapporto, sfociando a volte nella violenza.

 

Secondo il modello di Pia Mellody – che si occupa da anni di dipendenze e relazioni disfunzionali - ecco cosa accade nella relazione in cui uno dei partner è affetto da DA:

 

1.    ATTRAZIONE: IL POTERE DELLA SEDUZIONE: il DA è attratto dalla seduzione e dall’apparente potere che vede nel partner “evitante”: solitamente una persona impegnata in molte cose, che appare forte, sicura di sé e capace di gestire la propria vita, poiché il DA si sente incapace di farlo da solo.  La seduzione esercitata da un partner percepito come forte e “perfetto”, trasmette al DA la sensazione di sentirsi protetto, forte ed importante.

2.    LA “FANTASIA DEL SALVATORE»: si riattiva la fantasia infantile dell’eroe che salva e solleva dalle difficoltà e dalla paura e si prende cura del DA. Il DA si sente rinvigorito dalle attenzioni e dalla vicinanza dell’altro, come se fosse sotto l’effetto di una droga e, in un certo senso, in questa fase la presenza dell’altro agisce effettivamente come una sostanza che dà dipendenza. Il partner viene idealizzato e spinto a coincidere con l’eroe delle fantasie infantili mentre le sue reali caratteristiche sono negate e non viste.

3.    IL SOLLIEVO DAL DOLORE: la fantasia si riattiva e il DA si sente riempito, importante, rassicurato e sostenuto dalla presenza del partner idealizzato. Cessano momentaneamente le dolorose sensazioni di vuoto, solitudine e assenza di valore personale. Questa fase del ciclo viene chiamata romancee corrisponde al picco di innamoramento verso il partner. Ricordiamo sempre che il partner evitante è incapace di donare davvero tutto ciò, non è in grado di costruire una vera intimità e soprattutto non è in grado di accogliere e gestire la dipendenza dell’altro. Perciò tende a concentrarsi all’esterno della relazione, tipicamente in una dipendenza esterna o in un’attività che lo “distrae” e che occupa molto tempo ed impegno (sport, dipendenze, lavoro, amici o altri impegni ecc.).

4.    INCREMENTO DEL BISOGNO E NEGAZIONE DELLA REALTA’: il DA inizia a percepire e manifestare un bisogno di attenzioni, contatto e presenza sempre crescente, e diventa maggiormente richiedente poiché sente che non è mai abbastanza ciò che riceve, per colmare il suo vuoto. Il partner inizia dunque a sfuggire, infastidito, rendendosi sempre meno disponibile nella relazione: Il DA non accetta di vedere questi segnali e ne nega l’evidenza, giustificando il partner con impegni professionali, stanchezza o altre ragioni che ne possano superficialmente spiegare il comportamento di allontanamento. Nonostante la negazione, il disagio interiore ed il malessere crescono. 

5.    DEL CROLLO DELLA NEGAZIONE: gradualmente, il DA realizza la concretezza dei comportamenti di allontanamento e la distanza posta dal partner. Inizia a guardare la realtà in faccia e la negazione cessa: si accorge di non essere centrale e fondamentale, come desidererebbe, nella vita del partner. Con il crescere del dolore il DA cerca di controllare sempre più il partner in un’escalation di richieste, rinfacci, liti e minacce.  A questo punto il DA sovrappone l’ancestrale esperienza di abbandono a quella presente e continua a NON vedere realmente il partner poiché vede in lui l’antica figura di riferimento che lo ha abbandonato in passato. Iniziano allora i tipici comportamenti ossessivi di controllo dell’altro e di continua rinegoziazione della relazione; il DA diventa incontrollato e rabbioso e racconta all’esterno di essere stato abbandonato, cercando aiuto dagli altri per affinché impediscano al partner di continuare con i suoi comportamenti. Fa di tutto per riportare sotto controllo l’altro ricorrendo anche a modalità manipolatorie, minacciose, ricattatorie, abusanti, e autodistruttive.

6.    IL RITIRO: il DA finalmente comprende di essere stato lasciato per qualcuno o qualcosa che è più importante per il partner. Entra nella fase del ritiro in seguito alla rimozione della “sostanza” (il partner). Tuttavia, se nelle dipendenze da sostanza la cessazione dell’assunzione porta al recupero e alla guarigione dalla dipendenza, nella DA questo non accade perché l’allontanamento definitivo del partner riattiva brutalmente le antiche emozioni di vuoto, abbandono, paura, gelosia, rabbia e, con esse, quelle più attuali di perdita di una persona amata, della sicurezza economica, di una casa o altri beni materiali, di un ruolo sociale ecc. A questo punto del ciclo, il DA sperimenta un SOVRACCARICO EMOTIVO che non sa gestire (spesso nella DA ritroviamo aspetti di disregolazione emotiva) e possono fare la loro comparsa comportamenti estremamente distruttivi: ideazione omicida o suicidaria spesso accompagnate da ricatti emotivi e stalking, estrema rabbia o depressione, ansia, panico, idee ossessive di vendetta e rivalsa.  E’ difficile restare in questa situazione il tempo necessario per guarire, sarebbe necessario un aiuto esterno. Il DA spesso dunque, per superare il dolore che tutto ciò comporta, automaticamente passa alla fase successiva.

7.    OSSESSIONE: a questo punto del ciclo il DA sposta il fuoco dell’ossessione su come fare per riportare indietro il partner o su come vendicarsi del torto subito.  Se prevalgono la mancanza e il DOLORE DELL’ABBANDONO il DA cercherà in tutti i modi di recuperare il partner. Se prevale la RABBIA sarà ossessivamente assorbito da fantasie di vendetta, a volte al limite della legalità o oltre. Quando il dolore emotivo è molto forte e sovrapposto all’abbandono vissuto in passato, compaiono forme di addiction e compulsioni finalizzate a dare sollievo dal dolore (sex addiction, ricerca di un nuovo partner, abuso di alcol, shopping compulsivo, binge eating, attaccarsi ad uno dei figli se ce ne sono, fumare in modo compulsivo ecc.).

8.    ACTING-OUT COMPULSIVO: il DA a questo punto agisce compulsivamente comportamenti atti a avere sollievo dal dolore, la cui gravità o disfunzionalità dipendono dalla gravità del disturbo:

·         Nuovo ciclo emotivo con un altro partner

·         Recuperare la relazione con il partner evitante e ricominciare il ciclo precedente

·         Comportamenti provocatori per avere l’attenzione dell’ex

·         Tentativi di seduzione dell’ex

·         Minacce per ottenere attenzioni

·         Piani di vendetta

·         Autolesionismo

·         Omicidio/suicidio

 

9.    FASE DI RE-INNESCO: il DA ripete il ciclo con lo stesso partner se questi ritorna nella relazione (per senso di colpa o del dovere) oppure ricerca compulsivamente un altro partner (con caratteristiche verosimilmente simili), con il quale ricomincerà molto probabilmente lo stesso ciclo disfunzionale.

 

LEGGI ANCHE: L'amore è una dipendenza?; Dipendenza affettiva e trauma relazionale; Dipendenza affettiva e abbandono

leggi di più

ASMR: LA NUOVA FRONTIERA DEL RILASSAMENTO

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Vi è mai capitato di rilassarvi profondamente dal parrucchiere, mentre vi tagliava I capelli? O ascoltando qualcuno che, accanto a voi, sfogliava le pagine di una rivista? O ancora quando qualcuno vi parla con voce calma e bassa o semplicemente ascoltando un suono quotidiano particolarmente piacevole? 

 

 

 

A me capita da sempre; da quando ero bambina infatti, adoro ascoltare nel silenzio il suono della plastica stropicciata o il suono dei passi sulla ghiaia…

Se vi è capitato, allora come me, avete avuto un’esperienza ASMR, ossia Autonomous Sensory Meridian Response, come fu definita per la prima volta dalla dottoressa Jennifer Allen nel 2010 (curatrice della pagina di Wikipedia dedicata), per sottolineare la natura scientifica del fenomeno ed evitare associazioni con qualsiasi tipo di stimolo o pratica erotica.

Il fenomeno ASMR sta diventando sempre più diffuso in tutto il mondo per una ragione molto semplice e valida: riduce lo stress ed induce il rilassamento ed il sonno.

Il modo più semplice per comprendere di cosa si tratta, è guardare uno dei numerosissimi video dedicati all’induzione di ASMR su youtube , in cui gli  “ASMRtists” (artisti dell’ASMR) danno vita ad una serie di stimoli per indurre la sensazione desiderata: leggono a bassa voce il giornale, sfiorano il microfono con i pennelli del trucco, disegnano con la matita su un foglio nel silenzio più totale oppure sussurrano dolcemente in microfoni supertecnologici, in grado di catturare ogni più piccola sfumatura di suono. Il loro invito è però quasi sempre lo stesso: indossa le cuffie (sono spesso suoni binaurali), sdraiati, chiudi gli occhi se vuoi addormentarti dopo una giornata stressante e goditi l’esperienza sensoriale. Molti di questi autori propongono video creati apposta per soddisfare richieste specifiche.

Si tratta sia di video con registrazioni dirette di situazioni reali in grado di elicitare una risposta ASMR o video che simulano suoni, comportamenti che richiedono grande concentrazione o momenti di vita reale, tutti stimoli in grado di elicitare una risposta ASMR.

L’esperienza ASMR può essere descritta “semplicemente come una serie di SENSAZIONI calmanti (es. formicolii, rilassamento, calma, sonnolenza) indotta da una varietà di DELICATI STIMOLI (es. sussurri, parlare a bassa voce, tocchi delicati, suoni ripetitivi ecc.)” (Craig Richard, PhD, fondatore di asmruniversity.com).

Le sensazioni provate nell’esperienza ASMR sono categorizzate in due tipi:

·      sensazioni fisiche: formicolii, brividi, e/o ondate di sensazioni sulla testa, il collo, la schiena o il resto del corpo;

·      sensazioni psichiche: sentimenti piacevoli di euforia, felicità, agio, calma, pace, rilassamento, riposo e/o sonnolenza.

 

Alcuni degli stimoli più frequentemente utilizzati sono i seguenti:

·      Essere toccati o spazzolati delicatamente

·      Guardare l’artista Bob Ross in TV (si sente il suono del pennello sulla tela, accompagnato dalla sua voce calma e gentile)

·      Lavare e tagliare i capelli

·       Ascoltare specifiche persone parlare

·      Ascoltare qualcuno sussurrare

·      Ascoltare fruscii e/o lenti picchiettiii

·      Il medico che delicatamente palpa I linfonodi

·      …ed altre esperienze a volte “bizzarre” ma tutte ugualmente rilassanti!

 

Ciò che accomuna gli stimoli utilizzati è la qualità di essere non-minacciosi, e questa potrebbe essere la ragione per cui sono in grado di indurre sensazioni piacevoli e rilassamento; tendono inoltre ad essere ripetitivi, delicati, con un ritmo stabile e lento e proposti a basso volume.

La scienza si sta occupando da qualche anno di studiare attentamente le caratteristiche di questo fenomeno e degli individui che lo sperimentano, e le ricerche hanno mostrato come gli individui che – intenzionalmente o non intenzionalmente – elicitano risposte ASMR mostrano le seguenti caratteristiche: sono gentili, empatici, amorevoli e affettuosi, attenti, affidabili, dediti, competenti e possiedono un tono di voce caldo e calmo.

 

I BENEFICI DELL’ASMR

I fruitori di questa pratica trovano i video estremamente rilassanti e piacevoli. Gli stimoli di vita reale, simulati nei video, sono altrettanto rilassanti di quelli reali e in grado di apportare conforto e consolazione nei momenti tristi o difficili.

Individui affetti da disturbi medici come ansia e disturbo di panico, insonnia e/o depressione riferiscono di aver tratto giovamento da questi video. 

È chiaro che la portata di questo fenomeno è molto grande e di grande interesse scientifico; infatti la ricerca sta diventando sempre più interessata a studiare gli effetti terapeutici dei video su individui con problemi clinici documentati.

 

Per saperne di più potete intanto iniziare a guardare o meglio ASCOLTARE qualche video di CHIARA ASMR, cliccare QUI e  informarvi QUI e sul sito ufficiale ASMR del dottor Richard in cui troverete moltissime informazioni sui video, sulla storia, sugli effetti e sulla ricerca scientifica relativa al fenomeno ASMR.

 

Buon rilassamento! 

leggi di più

LA DEFUSIONE: OVVERO PRENDERE LE DISTANZE DAI PENSIERI NEGATIVI

Scritto da: Annalisa Barbier

(foto tratta dal sito: children.dhamma.org)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La nostra mente è costantemente attraversata da centinaia di pensieri, in ogni istante. La qualità di questi pensieri tuttavia non è sempre piacevole o positiva; a volte è neutra mentre molte volte è negativa o spiacevole: pensieri di paura, preoccupazione, previsioni catastrofiche di ciò che potrebbe accadere, pensieri di inadeguatezza ecc.

Innanzitutto occorre ricordare che è normale che la nostra mente agisca in questo modo.

Essa non è disfunzionale, ma sta facendo ciò che tutte le menti fanno e ciò per cui si sono evolute: giudicare, conoscere, comparare con le esperienze pregresse e le conoscenze presenti e prevedere, per prevenire il peggio ed evitarlo. Insomma si dà da fare per evitarci brutte esperienze. 

Tuttavia a volte questi pensieri spiacevoli prendono il sopravvento ed influenzano il nostro stato d’animo e la qualità del nostro agire, allontanandoci dai nostri desideri ed obiettivi e ingabbiandoci in paure e blocchi psicologici che impediscono di agire in modo costruttivo e di affrontare stimolanti novità o prove importanti per noi (esami, promozioni al lavoro, appuntamenti importanti ecc.).

 

In poche parole, i pensieri negativi diventano un problema quando influiscono sulla qualità della nostra vita e ci impediscono di fare ciò che per noi potrebbe essere utile, costruttivo e importante per raggiungere i nostri obiettivi e vivere in armonia con i nostri valori.

La ACT, Acceptance and Commitment Therapy(terapia dell’accettazione e dell’impegno) afferma che occorre imparare a DEFONDERSI dai propri pensieri, ricordandoci che i pensieri non sono fatti concreti ma modi di interpretare la realtà, e possono essere modificati, destituiti di potere e relativizzati, soprattutto quando ci bloccano e rappresentano un impedimento al vivere una vita piena e di valore.

 

Cos’è la DEFUSIONE in poche parole?

Usando le parole di Russ Harris, fusione significa: “Rimanere intrappolati nei nostri pensieri e permettere ad essi di dominare il nostro comportamento. Defusione significa separarsi e prendere distanza dai nostri pensieri, lasciarli andare e venire senza rimanere intrappolati in essi.

Dunque DEFONDERSI dai propri pensieri significa prendere le distanze da essi e non permettere loro di bloccarci o spaventarci. Le tecniche di defusione hanno dunque on comune tre aspetti:

1)  GUARDARE I NOSTRI PENSIERI DAL DI FUORI come osservatori anziché guardare la mondo DAL punto di vista dei nostri pensieri, come se ci stessimo dentro;

2)  NOTARE vi pensieri che vengono e che vanno come nuvole su un cielo terso, anziché restarci intrappolati dentro;

3)  LASCIAR SCORRERE, ANDARE E VENIRE i nostri pensieri senza aggrapparci ad essi, senza prenderli ed elaborarli e senza lasciarci trascinare da essi.

 

Lo scopo delle tecniche di defusione è quello di permetterci di vedere la reale natura dei pensieri: nulla più di parole e immagini, e di imparare a considerarli in termini di UTILITA’(quanto mi è utile questo pensiero ora?) invece che in termini di REALTA’(quanto è reale questo pensiero?).

L’ACT fornisce davvero molte e divertenti tecniche per facilitare il processo di defusione. Alcune potrebbero sembrare un po’ assurde o artificiose, ed è questo l’effetto che devono avere per sdrammatizzare un approccio ansioso ai pensieri!

Si tratta di tecniche che permetteranno gradualmente di imparare a defondersi dai propri pensieri e cioè a prenderne le distanze; tra queste potrai scegliere la tecnica più giusta per te quella che funziona meglio o usarne più di una in momenti e situazioni differenti. L’importante è impegnarti regolarmente al fine di arrivare un giorno a praticare la defusione automaticamente e velocemente, e senza più bisogno di ricorrere alle strategie iniziali. Puoi pensarle come una zattera che ti serve per raggiungere l’altra sponda del fiume: una volta raggiunta, non ti caricherai la zattera sulle spalle ma la lascerai a riva, perché non ne avrai più bisogno.

E’ importante ricordare che il fine delle tecniche di defusione NON E’ LIBERARSI DEI PENSIERI MA VEDERLI PER CIO’ CHE SONO: PAROLE E IMMAGINI E NON LA REALTA’, imparando a NON LOTTARE CON I PENSIERIma semplicemente a lasciarli scorrere via, senza dar loro peso. Lo scopo principale della defusione e districarsi dai processi di pensiero inutili per potersi dedicare a cose per noi più importanti, che ci realizzino e siano in armonia con i nostri valori.

Di seguito alcune delle tecniche più conosciute di defusione e ricorda: non utilizzare la defusione strumentalizzandola per modulare il tuo stato d’animo, aspettandoti che ti dia sempre benessere e piacere. Potrà accadere ma tieni a mente che il fine è quello di prendere le distanze dai pensieri e non di modificare il tuo umore!

ALCUNE TECNICHE DI DEFUSIONE

1)  Nota ciò che la mente ti sta dicendo in questo istante: “la mente mi sta proponendo il pensiero di… o il pensiero che…”

2)  Nota la forma dei tuoi pensieri: a cosa somiglia questo pensiero? Quanto è grande? Che suono ha? E che colore o sapore ha? Chiudi gli occhi e dì dove è posizionato nello spazio, se si muove e in quale direzione e con quale velocità si muove?

3)   “Sto avendo il pensiero di…”: quando noti un pensiero spiacevole semplicemente ripeti a te stesso: “sto avendo il pensiero…”

4)  Schermo del computer: immagina i pensieri sullo schermo di un computer. Puoi cambiare il carattere, la grandezza o il colore con cui sono scritti, animare le parole e aggiungere icone saltellanti e buffe.

5)  Dillo con una voce stupida. Ripeti a voce alta e con modi stupidi i pensieri che noti arrivare: puoi usare la voce di paperino, una voce al rallentatore o accelerata. L’importante è che sia ridicola!

6)  Scrivi i pensieri su un foglio: impara a notare i pensieri spiacevoli quando arrivano e scrivili su un taccuino così come vengono. Quindi successivamente valuta quanto li reputi utili.

7)  Chi parla ora? Tu o la mente? Quando noti i pensieri disturbanti chiediti se sei TUad averli o semplicemente la mente che te li propone automaticamente.

8)  Le nuvole nel cielo o le foglie sul ruscello. Osserva i pensieri che attraversano la tua mente come se fossero nuvole su un cielo cristallino, su ognuna delle quali è scritto il pensiero, che passano e si allontanano sospinte dal vento… lasciale andare e osserva questo “traffico” della mente. Puoi usare anche la versione dei pensieri scritti su foglie che scivolano via su un ruscello, trasportate dalla corrente.

9)   Quanto è vecchia questa storia? Quando noti i soliti pensieri spiacevoli che conosci da sempre, salutali simpaticamente e dì loro: “Ancora voi? …ma quanto è vecchia questa storia?”.

10)                Il sé osservante: fai un passo indietro e impara ad osservare l’attività della tua mente come se la guardassi dal di fuori “io non sono la mia mente, sono colui che la può osservare”.

 

 POTREBBERO INTERESSARTI ANCHE: Come identificare i nostri valori guida?; Identifica i tuoi valori e crea una vita più piena.

 

leggi di più

AMORE SANO E DIPENDENZA: QUALI DIFFERENZE?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scritto da Annalisa Barbier

Ultimatamente si sente sempre più frequentemente parlare di dipendenza affettiva nelle relazioni sentimentali e, in generale, sembra si considerino l’innamoramento e l’amore come una sorta di “dipendenza” fisiologica dall’altro e dalla relazione anche nelle loro manifestazioni normali.

Tuttavia sappiamo che non tutte le relazioni sentimentali sono dipendenze e che invece a volte, in particolari occasioni o per alcuni individui, l’amore e l’altro divengono una vera e propria dipendenza.

Nel mio precedente articolo (puoi leggerlo QUI) ho spiegato la concezione più recente della letteratura scientifica che considera le relazioni di attaccamento sentimentale e l’innamoramento secondo due modalità: 

·     la visione ristretta che considera come dipendenza affettiva solamente i casi in cui i sintomi e le manifestazioni cognitive, emotive e comportamentali sono tali da divenire francamente invalidanti nella vita della persona affetta, e provocare anche danni importanti a livello lavorativo, sociale e personale;

·     la visione allargata, che invece considera comunque l’innamoramento e l’attaccamento al partner come una forma di dipendenza.

 

È certamente difficile definire l’amore, poiché si tratta di un concetto ampio, profondo e declinabile in molte differenti forme e manifestazioni. Tuttavia la Treccani propone una definizione molto completa e adatta dell’amore, come un “sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia”, oppurecome un “sentimento che attrae e unisce due persone (ordinariamente ma non necessariamente di sesso diverso), e che può assumere forme di pura spiritualità, forme in cui il trasporto affettivo coesiste, in misura diversa, con l’attrazione sessuale, e forme in cui il desiderio del rapporto sessuale è dominante, con carattere di passione, talora morbosa e ossessiva; comune a tutte queste forme è, di norma, la tendenza più o meno accentuata al rapporto reciproco ed esclusivo”. Nella seconda definizione si specifica meglio l’aspetto passionale e di esclusività che caratterizza le relazioni sentimentali e di coppia. 

 

Quindi possiamo identificare, secondo queste definizioni, alcuni elementi che fanno parte dell’amore:

·     affezione

·     intimità e conoscenza

·     desiderio di bene per l’altro (desiderare e fare il bene dell’altro)

·     attrazione fisica e passione

·     ricerca della compagnia dell’altro

·     desiderio di esclusività nella relazione

·     desiderio di condivisione

·     desiderio di progettualità comune 

·     impegno 

 

Secondo la “teoria triangolare dell’amore” elaborata dallo psicologo Robert Sternberg, esistono 3 elementi di base che costituiscono l’amore e che, mescolandosi tra loro in modalità e qualità diverse, danno luogo a differenti possibili configurazioni di questo sentimento. 

Gli aspetti in questione sono:

1)   INTIMITÀ. Con questo termine l’autore indica i sentimenti di confidenza, affinità, condivisione e comune sentire responsabili dell’esperienza di unicità e calore all’interno della relazione. Questa componente è responsabile nella coppia della tendenza a prendersi cura l’uno dell’altro, ad aprirsi all’altro mostrando la propria autenticità ed i propri sentimenti, a considerare il rapporto con l’altro speciale ed unico e di grande valore nella propria vita. Le azioni che manifestano nella coppia la presenza della componente di intimità sono la comunicazione dei propri sentimenti e stati interiori, l’offerta all’altro di sostegno emotivo e ascolto e la condivisione del proprio tempo, del proprio spazio e delle proprie cose.

2)   PASSIONE. Questa componente “calda” del triangolo dell’amore, riguarda gli aspetti più istintivi e impulsivi che caratterizzano il rapporto con l’altro nella relazione sentimentale, quali l’attrazione fisica ed desiderio sessuale, il desiderio di appartenenza, la possessività verso l’altro, la gelosia, la spinta al dominio o alla sottomissione. La passione richiede disponibilità al contatto fisico e sessuale, creatività e novità nel vivere la sessualità.

1)   DECISIONE-IMPEGNO. Questa è una componente “fredda” dell’amore, cioè quella maggiormente legata a istanze di natura razionale, e si distingue a sua volta in due aspetti: 1) la decisione (aspetto a breve termine) cioè il primo passo che consiste nel decidere di amare qualcuno considerandolo importante ed unico; 2) l’impegno (aspetto a lungo termine), che consiste nell’impegnarsi volontariamente e consapevolmente in un rapporto, per mantenerlo e curarlo nel tempo, rinunciando ad altre relazioni. Questi due aspetti possono essere disgiunti in quanto non sempre alla decisione segue l’impegno e non sempre l’Impegno è conseguenza della Decisione, tuttavia solitamente il secondo è conseguenza del primo. Questo aspetto si estrinseca in azioni come fidanzamento e il matrimonio, nella fedeltà, nella capacità di superare i insieme i momenti difficili e soprattutto nella capacità della coppia di trovare sempre un valido compromesso che permetta di sostenere le reciproche aspettative e desideri nel rispetto dell’altro, e nel tollerare una quota di frustrazione e divergenze.

 

Il modo in cui queste componenti si associano nella relazione, dà luogo secondo l’autore a diverse forme di rapporto, ognuna caratterizzata dalla prevalenza di alcuni aspetti e dalla carenza di altri:

1)   ASSENZA DI AMORE: in questo caso, come si evince facilmente dalla definizione, mancano le componenti dell’amore ed è una condizione che purtroppo caratterizza molte relazioni superficiali odierne.

2)   SIMPATIA: solo intimità. In questo tipo di relazione è presente la sola componente dell’intimità, con le sue caratteristiche di affezione, confidenza, calore, senso di unione fra i partner ma sono assenti le gli elementi di passione ed impegno. Relazioni di questo genere sono paragonabili a vere e proprie amicizie.

3)   INFATUAZIONE: solo passione. In questo caso è presente la sola componente della passione. Si configura questa condizione quando si parla di amore a prima vista o colpo di fulmine, che nasce all’istante ma si spegne e si dissolve con la stessa velocità, dando luogo a delusione e disincanto (dinamiche di idealizzazione/svalutazione). Questo tipo di relazione si caratterizza per la presenza di intense attrazione ed eccitazione fisica, desiderio, possessività e passionalità erotica e sessuale ma dall’assenza di intimità ed impegno.La passione in questi casi è come una droga: fa sentire ebbri e può portare a ricercare ossessivamente l’altro, scambiando questo desiderio per amore e reale intimità con l’altro. Questo rapporto si basa, come accennato sopra, sull'idealizzazione del partner e non sulla reale conoscenza di chi egli sia e dura fintanto che non viene “calato” nella realtà di tutti i giorni e nella quotidianità, o fin quando i partner non arrivano a conoscersi davvero; a quel punto questa relazione non regge il confronto con la realtà, l’altro diviene improvvisamente poco interessante e sopravviene la fase di svalutazione e assuefazione che spegne totalmente la passione iniziale. È un tipo di relazione che ha attinenza con la dipendenza affettiva.

4)   AMORE VUOTO: solo impegno. In questa situazione, è presente la sola componente dell’impegno e sono assenti passione e intimità. Uno o entrambi i componenti della coppia si impegnano nella relazione, in assenza tuttavia di intimità e passione. Spesso rappresenta la fase finale di relazioni stanche, in cui i partner stanno insieme solo per tener fede a un impegno preso in precedenza o per crescere la prole, o per considerazioni di natura economica.  Quando l’impegno non si accompagna alla passione e all’intimità in una relazione sentimentale, ciò che rimane è un rapporto grigio e spento, stagnante e privo di qualsiasi linfa vitale, caratterizzato da freddezza, disinteresse o franco rancoreverso l’altro.

5)   AMORE ROMANTICO: intimità + passione. La combinazione delle componenti di intimità e passione rende questo rapporto simile a quelli della letteratura romantica (amore contrastato): vi sono infatti una grande affezione, un reale interesse profondo, il volere il bene dell’altro insieme alla passione ed alla attrazione fisica, ma manca la componente dell’impegno a stabilizzare il rapporto, declinandolo nella realtà e permettendogli di costruirsi nella quotidianità. Spesso la componente impegno non è presente a causa di ostacoli esterni che impediscono ai partner di progettare un futuro insieme o di impegnarsi l’uno con l’altro (dissidi familiari, questioni lavorative, altre relazioni in essere, problemi di salute, sociali o economici ecc…);

6)   AMORE-AMICIZIA: intimità + decisione/impegno. E’ un tipo di amore profondo, intimo e sincero tipico delle relazioni in essere da molto tempo e nelle quali, pur esistendo profonda intimità ed impegno reciproci, è lentamente venuta a mancare la passione. Si tratta di unioni sincere e anche profonde ma mancanti della passione.

7)   AMORE FATUO: passione + impegno. I partner si incontrano, si innamorano e decidono subito di fidanzarsi e di sposarsi. L’impegno in questo caso avviene sulla sola base dell’attrazione fisica e sono assenti quella conoscenza e quell’intimità che nel tempo sostengono il rapporto, poiché non c’è stato il tempo di svilupparle. Per tale ragione di solito questi rapporti non durano nel tempo e rischiano di rompersi di fronte alle prove che necessitano di un impegno solido, basato su un sentimento reale e profondo e non solamente sull’attrazione e la passione.

8)   AMORE COMPLETO: intimità + passione + impegno. È la relazione completa in cui sono presenti tutte e tre le componenti, che vengono curate, sostenute e rinverdite nel tempo attraverso la volontà e la dedizione ed il continuo rimettere in discussione gli equilibri e le priorità dei partner e della coppia. SI tratta di una relazione in grado di forgiarsi e reagire continuamente in modo elastico e adattivo alle le prove della vita, di rinnovarsi e risorgere quando necessario. 

 

Alla luce di tutto questo dunque è facile identificare le componenti “sane” dell’amore e distinguerle da quelle “insane”, che caratterizzano invece molte relazioni di dipendenza affettiva. In questo caso infatti, spesso vengono a mancare la reale intimità e l’impegno mentre è molto rappresentata la componente passionale, con aspetti di ossessività, gelosia patologica, desiderio compulsivo e dipendenza dall’altro. 

Nelle relazioni di dipendenza affettiva il partner dipendente non sente di avere gli stessi diritti dell’altro e mancano nel rapporto equità, rispetto reciproco e fiducia.

Spesso se ne sente inferiore, meno capace o meno attraente, ed il timore di essere lasciato o tradito porta il dipendente affettivo a vivere nella tensione continua di dover soddisfare determinate aspettative, di dover controllare il comportamento e la vita del partner, di dover controllare continuamente se il partner è realmente innamorato o meno… gli aspetti ossessivi di dubbio e rimuginazione prendono il sopravvento, provocando malessere e portando alla rottura della coppia. In queste relazioni ciò che viene ricercato non è la reale intimità, l’impegno consapevole, la conoscenza e partecipazione profonda ma piuttosto una presenza in grado di riempire il vuoto interiore, l’angoscia e a volte la noia che spesso caratterizzano il vissuto interiore del dipendente affettivo quando si trova da solo, vivendosi come non capace di provvedere emotivamente a se stesso e di donarsi gratificazione e nutrimento emotivo autonomamente.

Il dipendente affettivo tipicamente ricerca contatto e rassicurazioni costanti attraverso il sesso, il controllo del partner, il rendersi indispensabile all’altro. Si dona completamente ed eccessivamente all’altro per non farlo allontanare e l’assenza di confini emotivi e concreti si riflette nella eccessiva disponibilità e sottomissione (a volte solo apparente), alternate a rabbia e rancore per non ricevere le cure e le attenzioni volute.

Una relazione di dipendenza non può essere veramente gratificante né evolversi, perché non permette la crescita e il progresso dei partner coinvolti. Questo è possibile attraverso un sano confronto ed un coraggioso rimettere in discussione confini, aspettative e abitudini in relazione ai cambiamenti di vita e alle necessità che ogni coppia sana deve saper fronteggiare e risolvere in modo adattivo. 

Nella dipendenza vi è la pretesa di soddisfacimento e riempimento da parte dell’altro, la pretesa di rigidità e chiusura al mondo esterno come in una sorta di “rassicurante” immobilità, in cui nulla deve minare tale fittizia sicurezza. Ma si tratta di relazioni stagnanti e destinante ad affondare nelle paludi del rancore e della paura.

Solo l’apertura al mondo esterno, la capacità di impegnarsi con sacrificio, di essere comprensivi, forti, fiduciosi e profondamente vicini emotivamente l’un l’altro permette ad una coppia di sopravvivere negli anni, rinnovandosi e rafforzandosi continuamente, anche attraverso crisi e momenti difficili. 

Occorre rinunciare alla richiesta che l’altro esista solo per noi e solo con noi e che sia il solo in grado di riempire i nostri vuoti e soddisfare i nostri bisogni. 

Il cavaliere dall’armatura scintillante è solo il personaggio di tante storielle piuttosto fuorvianti, che non ci spiegano mai cosa accade dopo il fatidico “e vissero felici e contenti”; probabilmente i protagonisti si rimboccano le maniche e si danno da fare, non senza fatica e sacrificio, per creare giorno dopo giorno la loro storia d’amore!

 

LEGGI ANCHE: le diverse tipologie di dipendenti affettivi; dipendenza affettiva: perché ripeto sempre lo stesso schema nella relazione? il disturbo ossessivo relazionale

 

leggi di più 0 Commenti

L'AMORE E' UNA DIPENDENZA?

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

 

(foto tratta dal sito "Psicologi Italia")

 

Da sempre l’uomo soffre per amore, si sente “dipendente” dall’amato e vive i sintomi dell’innamoramento come una sorta di “piacevole follia”. La letteratura degli ultimi decenni ha inoltre sempre più evidenziato come esista una chiara analogia tra le caratteristiche cognitive, comportamentali e biochimiche dell’innamoramento e quelle che caratterizzano la dipendenza da sostanze (Insel, 2003; Fisher et al., 2010; Burkett e Young, 2012). 

Tuttavia esiste una chiara e fondamentale differenza tra queste due condizioni: quasi tutti desideriamo innamorarci e sperimentare il vissuto dell’innamoramento, ma nessuno di noi desidera sviluppare una dipendenza da sostanze!

Dunque occorre stabilire dei parametri finalizzati a distinguere quando una relazione romantica debba essere considerata una dipendenza patologica e quando invece non lo è.

In letteratura esiste una sorta di “doppia” visione della dipendenza affettiva:

·     Una visione “ristretta” che considera come dipendenza affettiva solamente le forme tossiche e pericolose di relazione;

·     Una visione più “larga”, che considera anche le forme basiche di attaccamento sociale come poste lungo uno spettro continuo di potenziali forme di dipendenza, essendo accomunate da processi chimici sottostanti del tutto simili.

 

Tre parametri di fondamentale importanza nella decisione di considerare una relazione di attaccamento alla stregua di una dipendenza patologica o no, sono certamente la presenza di PERICOLO l’IMPATTO NEGATIVO SUL BENESSERE E SULLA QUALITÀ DI VITA della persona coinvolta. 

Ma procediamo con ordine, e iniziamo a conoscere cosa ci mostra la ricerca sull’innamoramento, dal punto di vista delle sue caratteristiche cognitive, comportamentali e biochimiche.

 

L’INNAMORAMENTO COME UNA DIPENDENZA “NATURALE”

Gli studi mostrano che, durante l’innamoramento, si attivano dei pattern comportamentali e cognitivi caratteristici delle dipendenze da sostanza (Fisher et al., 2010):

1)    Creazione e rafforzamento del legame attraverso il piacere intenso che caratterizza le prime fasi dell’innamoramento: maggiore il piacere, più intenso il legame

2)    Euforia

3)    Compulsiva ricerca del contatto con l’altro

4)    Costante ed ossessivo pensare all’altro

5)    Attenzione focalizzata sul partner e tutto ciò che lo riguarda

6)    Distorsione della realtà

7)    Dipendenza fisica ed emotiva dall’altro 

8)    Perdita di controllo

9)    Comportamenti insoliti e rischiosi

10)                 Cambiamenti nella personalità

 

Inoltre, i cambiamenti biochimici che hanno luogo durante l’innamoramento, e che coinvolgono neurotrasmettitori come ossitocina (una sorta di “collante naturale” nelle relazioni di attaccamento) e dopamina (principale neurotrasmettitore coinvolto nel circuito cerebrale del piacere e della ricompensa), stabiliscono e rafforzano il legame di dipendenza, proprio come accade nelle dipendenze da sostanza.

Le similitudini sono tali che alcuni autori (Young et al, 2012) hanno ipotizzato l’attaccamento sociale come una vera e propria forma di dipendenza (addiction) “…dove il soggetto diventa dipendente da un altro individuo e dai segnali che predicono una ricompensa sociale”.

La questione dunque si pone in questi termini: è l’amore sempre e comunque una forma di dipendenza, oppure lo è solamente nel caso di relazioni particolarmente tossiche e disfunzionali?

 

LA VISIONE “RISTRETTA”: LA DIPENDENZA AFFETTIVA COME RISULTATO DI PROCESSI CEREBRALI ALTERATI

La dipendenza dovrebbe essere considerata come “Uno spettro di motivazioni che origina dall’applicazione ripetuta di ogni tipo di ricompensa: da droghe, da gioco d’azzardo, da cibo e da sesso” (Foddy e Savulescu, 2006, 2010, 2011). La motivazione appetitiva che ne deriva ha dunque una base evoluzionistica legata alla sopravvivenza: infatti spinge l’individuo a ripetere un comportamento che provoca piacere e ricompensa, finalizzato alla sopravvivenza (vedi la riproduzione o il nutrirsi). Il problema tuttavia si pone quando questi comportamenti nella realtà portano a conseguenze disfunzionali e pericolose (droghe, sesso, cibo e relazioni tossiche). La visione attualmente predominante in letteratura, considera le droghe come in grado di elicitare una dipendenza attraverso la graduale creazione di pattern di funzionamento biochimico innaturali ed abnormi, naturalmente non presenti in natura e non presenti nel cervello di persone che non soffrono di dipendenza. Questi pattern alterati sono caratterizzati da una sorta di “abituazione” al piacere che deriva dal consumo di una sostanza, per cui se ne rendono necessarie una quantità sempre maggiore ed un uso più frequente al fine di raggiungere lo stesso piacere e la stessa soddisfazione. Si tratta di aberrazioni neurochimiche che rendono il mangiare, il fare sesso e le relazioni sentimentali tanto potenti alla stregua di una droga.

Questa visione considera come “dipendenza” solamente quella indotta dalla presenza di pattern di ricompensa aberranti ed alterati. Sulla base di queste considerazioni si può comprendere la dipendenza affettiva come una vera e propria dipendenza solamente se intervengono pattern di funzionamento cerebrale anormali e conseguenti comportamenti estremi e maladattivi, che compromettono il sano e normale funzionamento sociale, lavorativo ed interpersonale della persona; in tali casi si parla appunto di amore tossico, malato o distruttivo. Sono i casi in cui prevalgono aspetti ossessivi, comportamenti compulsivi di continua ricerca di contatto che interferiscono con il normale svolgimento delle attività quotidiane e sono finalizzati a raggiungere una rassicurazione momentanea o una sensazione di appagamento o intenso piacere, che permettano di mettere a tacere nell’immediato angoscia e sensazioni dolorose di vuoto e paura.

Un’altra distinzione a opera di Sussman considera la differenza tra amore maturo amore immaturo, laddove solamente il secondo è associato alla dipendenza affettiva, essendo caratterizzato da giochi di potere nella relazione, ossessiva preoccupazione sulla fedeltà del partner, sentimenti intensi di insicurezza, paura ed ansia, relazione invischiata e assorbente. In questi casi, la fine di una relazione si associa a disperazione, senso profondo di solitudine ed incapacità di essere consolati, depressione.

 

RIASSUMENDO

In breve dunque, secondo questo approccio più rigido, si parla di dipendenza affettiva solamente nei casi in cui sono presenti comportamenti di attaccamento anormali o anormalmente intensi e disabilitanti, come una continua richiesta di amore e rassicurazioni, che: 1) interferiscono con il normale svolgimento delle attività quotidiane; 2) rende impossibile vivere relazioni sane; 3) provoca altre conseguenze negative per l’individuo o altri. In contrasto, un amore sano e “normale” è caratterizzato, secondo gli autori, certamente dalla passione soprattutto inziale, ma da comportamenti utili ed adattivi di attaccamento e ricerca dell’altro, costruzione di una intimità sana e funzionale e dalla promozione di comportamenti finalizzati alla costruzione di impegno reciproco, intimità, progettualità e condivisione nel rispetto delle individualità reciproche dei partner coinvolti.

 

LA VISIONE “ALLARGATA”: L’AMORE ROMANTICO COME DIPENDENZA

Questa visione dell’amore romantico come forma di dipendenza, ha guadagnato consensi negli ultimi anni. Come scritto in precedenza, la dipendenza è una forma di motivazione verso il raggiungimento di una specifica ricompensa (incluse droghe, cibo, sesso, gioco ecc.). Questi comportamenti di condizionamento guidato dalla ricompensa, rappresentano l’evoluzione di un meccanismo attraverso il quale l’essere umano e gli animali imparano alcuni comportamenti finalizzati alla sopravvivenza e alla riproduzione. Tuttavia, a volte accade che si sviluppino appetiti per comportamenti di ricompensa che eccedono i reali bisogni e finiscono con il rappresentare una minaccia alla sopravvivenza. La visione “allargata” della dipendenza affettiva considera la dipendenza (addiction) come una spinta (appetito) particolarmente intensa verso il raggiungimento di una gratificazione; in questo senso siamo tutti un po’ “addicted” al cibo, al sesso, al partner o ad altri comportamenti ma non siamo completamente agganciati e sopraffatti da questa spinta alla gratificazione, potendo gestirla e mantenendola a livelli compatibili con una buona e sana qualità della vita.

Dunque, secondo questa visione, l’innamoramento viene considerato come una forma di dipendenza di intensità lieve, anche perché condivide con le dipendenze da sostanza il substrato biochimico dell’attività cerebrale e gli aspetti comportamentali, soprattutto per quanto riguarda le regioni cerebrali deputate alla produzione di dopamina, ossitocina, serotonina ed altri neurotrasmettitori (Insel, 2003; McGregor et al, 2008, Margolis, 2005, Fisher et al. 2006).

 

CONCLUSIONI

Secondo queste due correnti di pensiero dunque, possiamo considerare l’amore romantico come una forma di dipendenza lieve, in considerazione delle similitudini condivise con altre forme di dipendenza e apprendimento attraverso ricompensa. Tale forma lieve di dipendenza assumerebbe caratteristiche francamente patologiche (nella visione ristretta dunque di vera e propria dipendenza affettiva) quando gli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali sono tali da compromettere il normale e sano funzionamento sociale, personale e lavorativo dell’individuo affetto, compreso il suo equilibrio psicofisico. In tal caso si sarebbero presenti franche alterazioni nella neurochimica cerebrale di alcune specifiche aree e neurotrasmettitori.

In questo articolo abbiamo evidenziato le similitudini esistenti tra amore e dipendenza; nel prossimo esploreremo le differenze tra una dipendenza ed un normale innamoramento.

leggi di più 0 Commenti

I DISTURBI DI PERSONALITA'

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

 

Ognuno di noi ha sviluppato negli anni, sulla base del proprio temperamento e delle proprie esperienze di vita, una modalità piuttosto tipica di reagire agli eventi e di gestire le relazioni: c’è ad esempio chi tende ad essere diffidente, chi tende ad essere dipendente, chi invece preferisce sempre cavarsela in autonomia, chi minimizza i problemi e chi se ne sente facilmente sopraffatto eccetera. 

Nell’individuo sano, queste caratteristiche di personalità pur mostrandosi prevalenti nella loro manifestazione, restano comunque flessibili e non vengono applicate ineluttabilmente a tutte le situazioni ed i contesti, lasciando spazio a nuovi apprendimenti e a modalità alternative di interpretazione e di azione.

Nelle persone affette da un disturbo di personalità, questa flessibilità interpretativa e comportamentale non è presente oppure è estremamente limitata, al punto di interferire in modo grave con il buon andamento delle relazioni interpersonali, professionali, sentimentali ed amicali.

L’individuo con disturbo della personalità si trova a rispondere in modo inappropriato ai problemi, a vivere ed interpretare con rigidità gli eventi della vita e le relazioni con i propri familiari, gli amici ed i colleghi di lavoro, che diventano sempre più conflittuali, difficili e insoddisfacenti, fino al punto che questi individui vengono sistematicamente evitati dagli altri per la difficoltà o impossibilità di costruire con loro una relazione funzionale, sana e gratificante.

Possiamo definire i disturbi di personalità come una modalità relativamente rigida di organizzare la conoscenza sul mondo e di percepire, reagire e relazionarsi agli altri e agli eventi della vita. Questi schemi rigidi, queste inflessibili modalità di interpretazione/reazione influiscono negativamente sulle capacità dell’individuo di adattarsi e di agire in maniera fluida, compromettendo la qualità delle sue relazioni sociali, sentimentali, familiari e lavorative. 

Queste modalità appaiono nella prima adolescenza e tendono a stabilizzarsi nell’età adulta, rendendo l’individuo insoddisfatto e sofferente rispetto alla qualità della propria vita e portandolo spesso a sviluppare disturbi in comorbilità, quali ad esempio disturbi del tono dell’umore, dipendenze comportamentali o da sostanza finalizzate ad alleviare il disagio. Sono molto frequenti sintomi d’ansia, sintomi depressivi, abuso di sostanze o disturbi del comportamento alimentare.

Se consideriamo tuttavia la personalità come una funzione adattiva dell’essere umano, dovremo ampliare la definizione di disturbo della personalità facendo riferimento sia alla funzione adattiva della personalità che alle concettualizzazioni cliniche del disturbo di personalità. In tal modo avremo una definizione operativa di disturbo di personalità che coinvolge i seguenti punti (W.J Livesley,J.F. Clarkin, “Trattamento integrato per i disturbi di personalità”):

1)   Compromissione della componente del Sé: la persona affetta prova un senso di vuoto interiore, mancanza di chiarezza delle proprie caratteristiche personali e del proprio senso di identità, confini interpersonali labili, frammentazione delle rappresentazioni del sé e mancanza di continuità storica nell’esperienza di Sé;

2)   Compromissione della componente interpersonale: una ridotta o alterata capacità di intimità e di attaccamento; compromissione della capacità di comportarsi in modo prosociale, cooperativo ed altruistico.

Nonostante il crescente disagio che si trovano ad affrontare, soprattutto a livello relazionale, le persone affette da disturbi della personalità tuttavia non sempre sono inclini a richiedere l’aiuto di uno specialista. Spesso sono inconsapevoli del fatto che i loro pensieri ed i loro comportamenti tipici sono disfunzionali e inadeguati e attribuiscono all’esterno la responsabilità dei loro problemi: le circostanze, gli eventi o l’altro che li ha trattati male, presi in giro, che è inaffidabile, non li aiuta o non li ama abbastanza ecc. Altre volte sono consapevoli delle difficoltà che incontrano nella vita di relazione e dei loro sintomi, ma non riescono a comprendere cosa fare e in che direzione muoversi per cambiare.

Spesso infatti, arrivano in terapia o presso i servizi psichiatrici in seguito alla segnalazione di familiari, colleghi o amici a causa dei problemi che creano loro o in seguito alla comparsa di gravi disturbi: ansia, depressione, disturbi del comportamento, abuso di sostanze o alcol o disturbi alimentari.

Essendo poco o nulla consapevoli della presenza di schemi cognitivi e di comportamento rigidi e disfunzionali, le persone affette da disturbo di personalità tendono a subirne le conseguenze in maniera dolorosamente ripetitiva nelle relazioni, vivendo un malessere crescente e continuando ad attribuire all’esterno la responsabilità di tutto questo.

I 10 DISTURBI DI PERSONALITA’

La diagnosi di disturbo di personalità si pone sulla base dell’identificazione di disturbi interpersonali e di schemi cognitivi e di comportamento inappropriati rigidi e ripetitivi, che emergono sin dalla prima adolescenza e che causano all’individuo difficoltà nel rapportarsi con gli altri e nell’avere una qualità di vita soddisfacente, soprattutto dal punto di vista interpersonale. Inoltre, occorre valutare la gravità di tali disturbi e l’eventuale presenza di disturbi in comorbilità come disturbi d’ansia, depressione, disturbi del comportamento alimentare, abuso/dipendenza da comportamenti o sostanze.

A livello diagnostico (DSM-5) i disturbi della personalità vengono raggruppati in tre CLUSTER:

·       Cluster A: paranoide, schizoide e schizotipico, caratterizzati da condotte strane o eccentriche;

·       Cluster Bantisociale, borderline, narcisistico ed istrionico, caratterizzati da instabilità, alta emotività e comportamenti drammatici ed eccentrici

·       Cluster C: dipendente, evitante e ossessivo-compulsivo, caratterizzati da angoscia, ansia ed inibizione.

 

CLUSTER A

1) DISTURBO PARANOIDE DI PERSONALITA’

Le persone con questo disturbo della personalità hanno la tendenza, pervasiva ed immotivata, ad interpretare i comportamenti degli altri come volutamente minacciosi, offensivi e umilianti. Pensano che essi li vogliano ricattare, far loro del male, che parlino male di loro di nascosto, temono che vogliano deliberatemene danneggiarli e tendenzialmente non si fidano di nessuno, mostrandosi sempre diffidenti, guardinghi e prevenuti. Inoltre, l’immotivato timore di essere danneggiati li porta a non confidarsi con nessuno, a sentirsi facilmente offesi e giudicati e a contrattaccare, reagendo con rabbia. Spesso dubitano in maniera ingiustificata della fedeltà del partner, degli amici o dei soci e colleghi. Di seguito, alcuni indicatori di possibile disturbo di personalità paranoide (A.T. Beck e A. Freeman, “Terapia cognitiva dei disturbi di personalità” ed. Mediserve):

·      Costante vigilanza sull’ambiente esterno

·      Preoccupazione superiore al normale per la riservatezza e la segretezza di ciò che dicono/fanno

·      Tendenza ad attribuire ad altri la responsabilità dei loro problemi e a considerarsi vittime di maltrattamenti ed abusi

·      Ricorrenti conflitti con l’autorità

·      Convinzioni rigide e immotivatamente forti sulle motivazioni attribuite agli altri

·      Tendenza ad interpretare in modo eccessivo piccoli eventi reagendo con forza, e a “fare di un granello una montagna”

·      Tendenza ad essere molto polemici, litigiosi e ad attaccare l’altro per motivi futili

·      Tendenza a provocare ostilità e negli altri e quindi a subire maltrattamenti

·      Cercano costantemente prove che confermino le loro aspettative negative sugli altri ignorando il contesto e modificando l’interpretazione dei fatti a favore delle loro convinzioni

·      Difficoltà a rilassarsi in presenza di altre persone (anche chiudere gli occhi)

·      Scarso/assente senso dell’umorismo

·      Bisogno molto forte di essere indipendenti e autonomi

·      Disprezzo per coloro che sono considerati deboli, fragili,, cagionevoli o handicappati

·      Difficoltà ad esprimere affetto, calore e tenerezza

·      Difficoltà ad esprimere dubbi ed insicurezze

·      Gelosia patologica

2) DISTURBO SCHIZOIDE DI PERSONALITA’

I temi di fondo che caratterizzano questo disturbo della personalità sono l’inibizione emotiva, il distacco emotivo e la mancanza di piacere nelle relazioni interpersonali; si osserva altresì una modalità pervasiva di indifferenza verso le relazioni sociali ed una gamma ristretta di espressioni emotive. Queste persone considerano gli altri come intrusivi e considerano le relazioni poco o nulla interessanti, instabili e indesiderabili. Mostrano un’affettività (emozioni e stati d’animo) estremamente ristretta sia riguardo le emozioni positive che quelle negative ed una carenza di entusiasmo e coinvolgimento sociale e nelle attività. Il senso di vuoto interiore e di assenza di senso della vita sono frequentemente presenti. Millon (1981) afferma che verosimilmente gli individui affetti da questo disturbo di personalità non sono in grado di riconoscere le emozioni in se stessi né negli altri e perciò appaiono freddi, indifferenti e disinteressati e strutturano la loro vita limitando al minimo le interazioni sociali. 

3) DISTURBO SCHIZOTIPICO DI PERSONALITA’

E’ presente una modalità pervasiva di relazioni interpersonali deficitarie, ideazione aspetto e comportamento peculiari. Le caratteristiche di questo disturbo della personalità sono soprattutto le stranezze nella cognizione essendo le distorsioni cognitive che lo caratterizzano, tra le più gravi tra tutti i disturbi della personalità. Beck e Freeman contano la presenza di 4 temi tipicamente presenti in questo disturbo: 1) sospettosità o ideazione paranoide; 2) idee di riferimento cioè pensano che eventi non correlati siano tra loro collegati in modo significativo (coincidenze, segni ecc …); 3) credenze bizzarre e pensiero magico; 4) presenza di esperienze percettive alterate o insolite. Spesso hanno un modo strano di parlare, caratterizzato dall’allentamento dei nessi associativi e da una forma di comunicazione circostanziale, fuorviante, vaga o troppo articolata ed astratta. L’affettività può essere coartata o inadeguata al contesto e anche il comportamento di queste persone può apparire bizzarro, incomprensibile ed inappropriato alla situazione. Possono evitare le relazioni interpersonali a causa dell’ansia che provano in relazione ai loro comportamenti e alle loro credenze bizzarre.

 CLUSTER B

DISTURBO ANTISOCIALE DI PERSONALITA’

Queste persone mostrano un comportamento antisociale e spesso criminale e arrivano presso ospedali o studi privati dietro la spinta delle istituzioni o di pressioni esterne affinché si curino (insegnanti, datori di lavoro, familiari ecc.) e si caratterizzano anche loro per la presenza di relazioni interpersonali difficoltose e soprattutto travagliate. Sono caratterizzati dalla presenza di un disturbo della condotta prima dei 15 anni e, successivamente, dalla comparsa di condotte irresponsabili ed antisociali non rispettose delle regole, che li portano a non mantenere il lavoro no mettersi nei guai con la legge e le autorità. Sono altresì presenti assenza di rispetto della legge e delle norme sociali, comportamenti illegali, irritabilità, aggressività (attaccano briga facilmente e sono inclini alle risse) e violenza domestica, mancanza di rispetto per gli obblighi finanziari (non pagare i debiti, non provvedere al sostentamento dei figli o di altre persone che dipendono da loro), impulsività e incapacità di pianificare, incapacità a mantenere una dimora fissa, relazioni stabili, assenza di rispetto per la verità (mentono con estrema facilità), truffe e furti, negligenza per la propria ed altrui sicurezza ed assenza di senso di rimorso o paura delle conseguenze, abuso di sostanze o di alcol. Questo disturbo della personalità si sovrappone per alcuni aspetti alla psicopatia (vedi articolo).

DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’

Questo particolare disturbo della personalità, è caratterizzato da una modalità pervasiva di instabilità del tono dell’umore, delle relazioni interpersonali e dell’immagine di sé che compare entro la prima età adulta e si manifesta in vari contesti di vita. Le relazioni interpersonali sono instabili, ad alta emotività espressa e spesso turbolente, caratterizzate da rotture e riappacificazioni (cicli ripetitivi di svalutazione e idealizzazione dell’altro), si riscontrano notevole impulsività ed elevata reattività emotiva (spese azzardate, uso di sostanze, sessualità promiscua ecc. …). La RABBIA è un altro elemento caratterizzante: appare immotivata e molto intensa rispetto al contesto in cui si attiva e spesso porta a liti e risse. Ad essa si associa la DISREGOLAZIONE EMOTIVA cioè una scarsa capacità di controllo e di regolazione delle emozioni, che sono talmente forti da soverchiare la persona che non è in grado di gestirle né di tollerarle e le agisce all’esterno. Sono presenti marcati e persistenti disturbi del senso di identità (incertezza sull’immagine di sé, sull’identità sessuale, sulle mete a lungo termine, sui valori da adottare, le amicizie da prediligere, gli studi da fare ecc), ai quali fanno da contraltare sentimenti cronici di noia e di vuoto interiore, Le persone con questo disturbo sono eccessivamente e immotivatamente preoccupate di evitare l’abbandono e l’allontanamento dell’altro e spesso mettono in atto comportamenti autolesionistici e tentativi di suicidio, finalizzati a volte a trattenere l’altro.

Indicatoridi disturbo di personalità borderline (A.T. Beck e A. Freeman): sintomi e problemi insoliti e variabili di settimana in settimana, marcate e sproporzionate reazioni emotive, comportamenti autopunitivi, impulsivi e scarsa pianificazione delle azioni, comportamenti impulsivi e avventati, brevi periodi di sintomi psicotici, confusione riguardo mete, priorità o sentimenti, sensazioni di vuoto, angoscia e inutilità, mancanza di relazioni intime stabili e profonde, sessualità promiscua, alternanza di idealizzazione e svalutazione degli altri, confondo la sessualità con l’intimità, frequenti crisi con chiamate al terapeuta o ad amici, malintesi frequenti riguardo le affermazioni del terapeuta o di altri, forte ambivalenza su numerose questioni, forte resistenza al cambiamento.

Young (1987 riportato e adattato in A.T. Beck e A. Freeman) ipotizzò la presenza di diversi schemi maladattiviattivi in queste persone: abbandono e perdita, non amabilità, dipendenza e sottomissione, abuso/sfiducia, insufficiente autodisciplina, colpa/punizione e deprivazione emotiva.

DISTURBO ISTRIONICO DI PERSONALITA’

Questo disturbo di personalità è caratterizzato dalla presenza pervasiva di una emotività esuberante e fuori luogo e dalla ricerca eccessiva di attenzioni che compare nella prima età adulta e si manifesta in una varietà di contesti di vita. La persona affetta è sempre alla ricerca di approvazioni, rassicurazioni e complimenti, si comporta adottando una modalità relazionale seduttiva e seducente con comportamenti e abbigliamento spesso inappropriati, si preoccupa eccessivamente di rendersi attraente. Le sue emozioni sono superficiali e estremamente mutevoli, espresse con modalità esasperate e teatrali inadeguate alle situazioni e si mostra spesso disforica. E’ egocentrica: ama essere al centro dell’attenzione e si trova a disagio in caso contrario. Tende a soddisfare immediatamente pulsioni e desideri e non tollera la frustrazione. Il modo di parlare appare estremamente impressionistico e superficiale, carente di dettagli ed altamente emotivo.

DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’ (vedi pagina dedicata)

DISTURBO EVITANTE DI PERSONALITA’

IL disturbo evitante di personalità è caratterizzato dalla pervasiva presenza di disagio sociale e nelle relazioni interpersonali, timore del giudizio negativo e forte timidezza che compaiono nella prima età adulta. La persona affetta si sente facilmente ferita dalla critica e dalla disapprovazione, ha pochi amici stretti, ha difficoltà ad entrare in relazione con gli altri se non è certa di piacere ed evita le situazioni sociali e le attività che la possono esporre al giudizio altrui (teme di risultare inappropriata, sciocca o poco interessante). Tende ad esagerare la percezione delle proprie difficoltà, dei pericoli o dei rischi anche nel fare qualcosa di banale se è fuori dalla sua routine. Annulla gli impegni sociali e rifiuta promozioni o impegni professionali per paura di non essere all’altezza e di non farcela. Spesso queste persone soffrono di solitudine e tristezza, che sono provocate dalla paura del rifiuto che le spinge a restare isolate e a non impegnarsi in attività nuove.  I pazienti evitanti, come gli schizoidi si ritrovano soli ma, a differenza di questi, desiderano molto l’amicizia e sono molto sensibili alle critiche. La paura del giudizio negativo e del rifiuto, la forte autocritica ed una errata valutazione delle reazioni altrui sono centrali in questo disturbo di personalità. 

DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITA’

Nel disturbo dipendente di personalità la caratteristica pervasiva e la presenza di una modalità pervasiva di comportamento sottomesso e dipendente che compare entro la prima età adulta e si manifesta in diversi contesti della vita del soggetto. Queste persone: non sono in grado o non vogliono prendere le decisioni quotidiane senza richiedere una eccessiva quantità di consigli e rassicurazioni dagli altri, non agiscono se gli altri non sono in accordo con loro, non iniziano progetti autonomamente e tendono a non fare le cose da soli perché si sentono a disagio. Inoltre, pur di stare con gli altri sono disposti a fare carte false (sottomissione, estrema tolleranza e disponibilità alle richieste degli altri). Quando finisce una relazione intima, si sentono persi e sconvolti e sono dominati dunque dalla paura di essere abbandonati, poiché si sentono incapaci di andare avanti da soli e di fare fronte autonomamente alla vita, con le loro forze. Perciò tendono a ricercare sempre la presenza di qualcuno accanto che li conforti, guidi e prenda le decisioni al loro posto, occupandosi delle incombenze della vita quotidiana. Fanno dunque qualsiasi cosa pur di piacere ed essere accettati dagli altri – di cui hanno estremo bisogno. Spesso soffrono di depressione con mancanza di iniziativa, sentimenti di incapacità e di essere indifesi nel mondo, ricerca continua di protezione. Anche i disturbi d’ansia si presentano spesso in questi individui, essendo legati alla paura della separazione e dell’abbandono e di essere lasciati da soli a provvedere a se stessi. Tipicamente queste persone, quando termina una relazione ne cercano immediatamente un’altra che li faccia sentire “protetti”. Non riescono infatti a stare da soli ed ad accudire se stessi. Né a sentire i loro veri e profondi bisogni e desideri poiché troppo abituati ad intercettare e soddisfare quelli degli altri. Sono frequenti anche disturbi di somatizzazione, fobie specifiche, alcolismo o abuso di sostanze (per non affrontare i problemi). Spesso queste patologie come guadagno secondario hanno quello da una parte di elicitare le cure, le attenzioni e la protezione degli altri, dall’altra di far sì che gli altri si occupino delle incombenze quotidiane poiché il “dipendente” non è in grado di farlo a causa dei suoi “disturbi”. Le caratteristiche tipiche di questo disturbo di personalità sono le seguenti:

1)   Incapacità di prendere le decisioni quotidiane senza chiedere una grande quantità di conferme e rassicurazioni

2)    Permette che siano altri a decidere per le sue cose importanti (dove vivere, che lavoro fare ecc.)

3)   Ha difficoltà a iniziare o portare avanti attività/progetti in autonomia

4)   Si mostra sempre d’accordo con gli altri per timore di essere rifiutato

5)   Fa cose spiacevoli o degradanti pur di non rimanere da solo

6)   È sconvolto e disperato quando termina una relazione intima

7)   Facilmente ferito dalla disapprovazione e dalle critiche, vive continuamente con la paura di essere abbandonato.

DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO DI PERSONALITA’ 

Questo disturbo di personalità è caratterizzato da sintomi ossessivi, schemi di pensiero estremamente rigidi e persistenti e schemi di comportamento compulsivi e ripetitivi, rigidi e ritualizzati. Si rilevano tipicamente ostinazione, un eccessivo amore per l’ordine e la parsimonia e la combinazione di ossessioni e compulsioni.  Le persone affette dal disturbo ossessivo compulsivo di personalità, sono estremamente legati alle norme e alle regole esterne, sulle quali contano per guidare il loro comportamento e le loro scelte. Nutrono un desiderio di onniscienza che li porta a coltivare molto l’intelletto e li rende perfezionisti, lenti e tendenti a procrastinare senza fine il termine di un’attività (per svolgerla in modo perfetto).  La vita emotiva è per loro fonte di disagio a causa della sensazione di poterla controllare. Shapiro (1981) espose 3 caratteristiche principali di questo disturbo di personalità: 1) stile di pensiero estremamente rigido e focalizzato; 2) la presenza della distorsione cognitiva prevalente “io dovrei” come espressione di un alterato senso di autonomia, legato alla morale, alle regole esterne ecc.; 3) dogmatismo e dubbio continuo legati al conflitto tra il dover seguire regole rigide e moralità e il considerare i propri desideri, bisogni interni ed emozioni. I pensieri automatici tipici di queste persone sono i seguenti: 1) ci sono comportamenti e decisioni giuste e sbagliate; 2) per essere degno di valore, non devo sbagliare; 3) commettere un errore significa aver fallito e dunque meritare delle critiche; 4) devo avere il controllo perfetto del mio ambiente e di me stesso; 5) la perdita di controllo è intollerabile; 6) se qualcosa può essere pericolosa devo esserne sconvolto; 7) posso prevenire gli avvenimenti indesiderati attraverso rituali magici (compulsioni); 8) se il corso dell’azione non è perfettamente chiaro allora è meglio non fare niente; 9) non posso assolutamente stare senza le mie regole e i miei rituali. Si tratta di uno stile di pensiero rigido, assolutistico e moralistico estremamente limitante per la persona affetta nelle relazioni interpersonali e nelle capacità di adattamento al cambiamento e agli eventi della vita quotidiana.

TERAPIA DEI DISTURBI DEI PERSONALITA’

La terapia dei disturbi di personalità è fondamentalmente la psicoterapia, finalizzata a rendere consapevole l’individuo dei suoi schemi cognitivi disfunzionali e degli effetti che questo hanno sulla sua vita di relazione, sociale e professionale. La psicoterapia aiuta il paziente a riconoscere e modificare gli stili di pensiero ed i comportamenti disfunzionali. In presenza di patologie in comorbilità, la farmacoterapia a volte risulta molto importante, se non indispensabile. 

leggi di più

MANIPOLAZIONE EMOTIVA: COSA FARE?

leggi di più

QUANDO CI SI PREOCCUPA TROPPO: IL DISTURBO D'ANSIA GENERALIZZATA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Secondo il DSM-V, i criteri utilizzati per la diagnosi di disturbo da ansia generalizzata (DAG) sono i seguenti:

·      Eccessiva ansia e preoccupazione, che si verificano nella maggioranza dei giorni, per almeno 6 mesi,riguardo numerosi eventi o attività(lavoro, scuola, vita sociale).

·      L'individuo trova difficile controllare la preoccupazione

·      L'ansia e la preoccupazione sono associati a 3 o piùdei seguenti sintomi:

·      Irrequietezza

·      Facile faticabilità

·      Difficoltàdi concentrazione

·      Irritabilità

·      Tensione muscolare

·      Turbe del sonno

·      L'ansia, la preoccupazione o i sintomi fisici causano disagio clinicamente significativo o ostacolano le aree di funzionamento sociale o lavorativo

·      Il disturbo non èattribuibile ad effetti fisiologici di sostanze o altra condizione medica

·      Il disturbo non èmeglio spiegato da sintomi di altri disturbi psichici

 

CARATTERISTICHE PSICOLOGICHE 

 

Questo disturbo è caratterizzato dalla costante e fastidiosa presenza di sintomi ansiosi come irrequietezza, nervosismo ed agitazione, paura che possano verificarsi determinati eventi avversi (terremoti, rovesci finanziari, incidenti, perdita del lavoro, malattie ecc…), preoccupazioni costanti per pericoli anche lontani dalla quotidianità, un costante senso di apprensione per eventi o attività che la persona affetta teme di non saper gestire e che vengono percepiti dunque come particolarmente minacciosi e negativi. 

Le preoccupazioni tipiche nel DAG riguardano il denaro, la salute propria o delle persone care, il lavoro, le routine quotidiane (ad es. pagare le bollette o altre incombenze ammnistrative), le responsabilità professionali o familiari (percepite come troppo grandi per le proprie capacità) o incidenti che possono accadere a se stessi o ad altre persone care. 

Ad esempio un individuo affetto da DAG può aver paura di prendere la metropolitana perché teme possa avvenire un incidente sotterraneo, o può evitare di fare un viaggio in una determinata zona del paese per paura che si verifichi un terremoto. 

La caratteristica di queste preoccupazioni è la loro FREQUENZA E INTENSITA’, il fatto che la persona le consideri MOLTO REALI (anche se si tratta di paure per eventi improbabili), che siano fluide e tendano a cambiare, spostandosi da un oggetto e da un evento all’altro non appena una particolare preoccupazione viene smentita dalla realtà e che sia dunque particolarmente DIFFICILE TRANQUILLIZZARSI per l’individuo che ne soffre.

Insomma, chi soffre di DAG è costantemente in allarme e timoroso che possa accadere qualcosa di brutto, indipendentemente dalla qualità della realtà che vive perché questo disturbo fa percepire e vivere ogni cosa come una possibile minaccia e come un pericolo.

Questa condizione di costante allerta, produce nell’organismo una serie di modificazioni che – se inizialmente sono funzionali poiché finalizzate ad affrontare una minaccia – nel tempo si cronicizzano portando l’individuo a soffrire di diversi SINTOMI DA STRESS quali disturbi gastrici o intestinali, dolorose contratture muscolari croniche, tremori, ipertensione arteriosa o tachicardia, eruzioni cutanee ecc.

 

Questo disturbo esordisce tipicamente attorno ai 30 anni, età in cui ci si inserisce nel mondo del lavoro, si affrontano le prime responsabilità familiari con matrimoni o figli ma può comparire anche in età adolescenziale. Le preoccupazioni, come scritto sopra, sono mutevolie cambiano a seconda dell’età e delle condizioni di vita: un giovane professionista avrà probabilmente preoccupazioni legate alle responsabilità economiche o professionali mentre un anziano ne avrà in merito al timore di sentirsi male di notte ecc.

 

LE CONSEGUENZE

Le conseguenze di questo disturbo possono essere davvero spiacevoli e riguardare soprattutto alcuni aspetti:

  1. VITA SOCIALE, PROFESSIONALE E FAMILIARE: la persona affetta pur di non affrontare gli eventi e le situazioni temute, inizia a limitare le proprie attività fino al punto di non uscire di casa, o di non frequentare certi luoghi o persone o di ridurre la propria attività sociale e professionale;
  2. SALUTE E BENESSERE:il continuo stato di tensione e preoccupazione che prova la persona affetta da DAG si tramuta in sintomi di stress e malesseri cronicizzati;
  3. RELAZIONI INTERPERSONALI: le relazioni interpersonali possono risentirne poiché la persona affetta limita la propria vita sociale e le proprie attività, o manifesta continue apprensioni all’altro cercando di limitarne le attività per timore di incidenti o malattie. Ciò può influire sulla qualità delle relazioni amicali e sentimentali in maniera incisiva;
  4. REALIZZAZIONE PERSONALE: le preoccupazioni eccessive e la paura di fare certe cose e di affrontare certi luoghi o situazioni, nel lungo periodo riduce la qualità della vita della persona affetta da DAG e ne impedisce la realizzazione personale. Avere paura di prendere il treno o l’aereo, di recarsi in banca per chiedere in prestito, di fare un esame o un colloquio di lavoro, di spostarsi in città o frequentare certi luoghi, limita drasticamente la libertà dell’individuo di agire nel mondo al fine di realizzare i suoi desideri e trovare gratificazione alla propria crescita personale e professionale.

 

IL TRATTAMENTO DEL DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATA (DAG)

Numerose ricerche dimostrano che il trattamento di elezione per il DAG è rappresentato dalla Terapia Cognitivo Comportamentale in aggiunta a tecniche di rilassamento e Mindfulness (P. Cuijpers et al., 2014). Queste ultime tuttavia, pur mostrando una pari efficacia alle precedenti nel breve termine, non risultano altrettanto efficaci se gli effetti vengono valutati nel medio e lungo periodo; in tal caso, infatti, la terapia che dà i migliori risultati rimane quella Cognitivo Comportamentale. 

Un altro dato interessante mostrato dalle recenti ricerche riguarda le terapie on-lineconfrontate con quelle face-to-face: i risultati di una meta analisi su diversi studi effettuati sull’argomento, dimostrano come l’efficacia delle terapie on-line risulti paragonabile a quella delle terapie face-to-face (Andrews, Cuijpers, Craske, McEvoy, & Titov, 2010).

Ricordiamo qui che le linee guida del NICE (National Institute for Health and Clinical Excellence, 2011), individuano nel trattamento cognitivo comportamentale associato ad un training di rilassamento, il trattamento più indicato ed efficace per il DAG.

 

COSA FARE DUNQUE?

Se si riconosce di soffrire dei sintomi sopra indicati, è importante ricorrere all’aiuto di un professionista, che sia in grado di agire non solamente sui comportamenti di evitamentoche, come ho scritto in un precedente articolo sono responsabili del peggioramento dei sintomi della qualità della vita, ma anche e soprattutto sulle convinzioni di fondo e sulle distorsioni cognitiveche sono alla base dei pensieri negativi e delle preoccupazioni costanti che caratterizzano il nucleo patologico del DAG.

 

ARTICOLI CORRELATI

Come Vincere L'ansia; Mi Succederà Qualcosa di Terribile!; I Disturbi D’ansia;  Come Neutralizzare I Pensieri Negativi; Le Distorsioni Cognitive; Come Affrontare lo Stress

leggi di più

USCIRE DA UNA RELAZIONE TOSSICA IN 7 PASSI

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

Ho scritto in precedenza diversi articoli sul tema delle relazioni sentimentali disfunzionali, tossiche e persino violente.

Si tratta purtroppo di una situazione piuttosto frequente poiché, spesso, la tendenza a tollerare, perdonare ed accondiscendere a comportamenti spiacevoli del partner, porta ad un aumento della frequenza e dell’intensità di tali comportamenti all’interno della relazione.

 

 

 

 

 

 

 

Se è sano nella coppia venirsi incontro e comprendere le reciproche necessità anche quando queste non incontrano il pieno accordo di entrambi, altra cosa è tollerare e sopportare comportamenti irrispettosi, offensivi, abusanti e persino violenti in nome dell’amore.

In nome dell’amore purtroppo si compiono errori pericolosi, soprattutto quando alla luce dei fatti, ci si rende conto che non si trattava di amore ma di una sua versione corrotta e deteriore in cui i sentimenti di lealtà, rispetto, cura e fiducia reciproca sono stato sostituiti da sfiducia, gelosia, possessività e sopraffazione.

Di seguito, basandomi sula mia esperienza professionale e sugli insegnamenti di una autrice americana (Amber Ault), ho indicato alcuni passaggi  importanti per arrivare a chiudere definitivamente una relazione tossica e violenta.

  1. Prima di iniziare qualsiasi percorso di guarigione da una relazione disfunzionale occorre AMMETTERE DI AVERE UN PROBLEMA: cioè ammettere che la relazione che si sta vivendo – sebbene sia con la persona che tanto si era desiderata – è una relazione disfunzionale che fa soffrire e mortifica. Se non ci si rende chiaramente conto di questa realtà, qualsiasi altro passaggio rischia di essere vano se non controproducente.  Occorre inoltre affrontare e conoscere le possibili motivazioni psicologiche che hanno portato a vivere una relazione divenuta tossica o pericolosa: ad esempio la tendenza a dipendere dall'altro, una scarsa autostima, la ricerca continua di approvazione, senso di inadeguatezza, bisogno di riempire un vuoto emotivo profondo, tendenza ad annullarsi nella relazione ecc.
  2. Il passo successivo consiste nella CONTEMPLAZIONE. In questa fase è importante osservare attentamente la situazione e non solamente pensare a come risolverla. Nelle relazioni tossiche, pensare ad una soluzione diventa estremamente difficile per la presenza di fattori psicologici diversi da quelli presenti nelle relazioni sane, presenza di dipendenza dal partner o altre dipendenze e mille altre difficoltà che, se affrontate solo con il pensare razionale e logico, portano sempre alla stessa conclusione: la sensazione di trovarsi n un labirinto da cui sembra impossibile uscire.  La CONTEMPLAZIONE è invece un’attitudine diversa, più calma e profonda, che prevede di portare l’attenzione verso l’interno alle proprie sensazioni corporee, al proprio stato emotivo, all’osservazione delle situazioni che provocano sempre le stesse reazioni automatiche nella coppia. La contemplazione va al di là del semplice pensare e ricorre alla conoscenza e alla saggezza del corpo, dell’esperienza, al senso di connessione con l’universo, per poterci muovere nella direzione migliore. Aiuta a comprendere con chiarezza crescente i propri valori, a distinguere ciò di cui si ha davvero bisogno da ciò che è tossico e dannoso e che ci allontana dai nostri valori e dalla nostra integrità. La contemplazione aiuta a ridurre l’ambiguità e la confusione tipiche delle relazioni disfunzionali, aiutandoci a trovare la strada giusta con coraggio, impegno e grazia.
  3. Il terzo passo prevede la PREPARAZIONE E ORGANIZZAZIONE. In questa fase occorre sviluppare una sorta di “piano d’azione” per chiudere la relazione. Quando ci si trova in una relazione tossica le energie sono talmente basse e compromesse da trovare difficile persino organizzare il fine settimana… ma è molto importante pensare ai passaggi necessari che si dovranno affrontare per chiudere la relazione. Un’attenzione particolare va posta a quelle relazioni in cui è presente violenza fisica: in questo caso, prevedere le mosse del partner e le sue reazioni è fondamentale per agire in sicurezza. Prepararsi dunque significa considerare tutte le possibili difficoltà da affrontare e i modi per farvi fronte: iniziare a contattare i professionisti che potranno essere di aiuto come avvocati, consulenti finanziari, assistenti sociali e psicologi ed eventualmente avvisare le forze dell’ordine se si teme una reazione violenta dal partner. Occorre trovare una collocazione per sé ed eventuali figli o animali da compagnia che fanno parte della famiglia (spesso gli uomini violenti attaccano gli animali di casa ed è bene dunque pensare a mettere in salvo anche loro). Bisogna riflettere sulle proprie priorità per avere chiare le cose che si devono mantenere da quelle alle quali si può rinunciare: il lavoro, la macchina o la casa, finire gli studi, proteggere i figli e gli animali, avere cura della salute se si stanno assumendo terapie farmacologiche importanti (diabete, chemioterapia, malattie degenerative…) ecc. Successivamente, bisogna immaginare tutti gli scenari possibili - compreso il peggiore - che potrebbero verificarsi alla vostra decisione di chiudere la relazione definitivamente: violenza fisica, controllo e sottrazione del denaro, distruzione di beni comuni, minacce e stalking, coinvolgimento di terze persone, scenate in pubblico, tentativi di suicidio o minaccia di farsi del male o farne ad altri, ecc. Immaginare questi scenari vi deve servire per trovare -subito dopo – una modalità per farvi fronte, in modo tale che se dovessero verificarsi o se doveste temerne la comparsa, abbiate già pronta una soluzione per affrontarli.
  4. AZIONE. A questo punto si tratta di mettere in pratica ciò che si è preparato e chiudere la relazione. È molto importante a quanto punto che si desideri davvero chiudere il rapporto, avendo considerato i pro e i contro e tutte le resistenze psicologiche presenti. L’autrice americana Amber Ault suggerisce le seguenti domande:

·        “Sono davvero pronta?”, “Se il mio ex torna piangendo e disperandosi, facendo promesse di cambiare e affermando il suo amore per me, riuscirò a restare ferma nella mia decisione?”

·        In caso di relazione basata su cicli di rottura/riappacificazione, chiedersi se si è fatto il possibile per prevenire ricadute e far sì che stavolta la decisione di chiudere sia definitiva: “ho previsto come fare per evitare la tentazione di tornare sui miei passi?”. “ho previsto tutto il necessario per la sicurezza mia, di eventuali figli, altri familiari e animali di casa?”

·        “Sono in grado di restare in contatto con le persone importanti anche se mi rompe il cellulare? O distrugge il mio computer?”, “Ho previsto i comportamenti più pericolosi che il partner può agire?”

 

A volte è possibile comunicare la decisione al partner, a volte è invece necessario semplicemente andarsene quando è assente, per evitare violenza o scenate pericolose. Nelle relazioni sentimentali sane è preferibile e rispettoso comunicare faccia a faccia la decisione di chiudere la relazione. Ma nelle relazioni tossiche, per evitare aggressioni o comportamenti pericolosi, è meglio scegliere altre vie: telefono, email, lettera o faccia a faccia in un luogo sicuro in mezzo ad altra gente.

 

Ecco alcune raccomandazioni sul contenuto e la modalità della comunicazione:

·     Messaggio semplice e chiaro. Spiegate in poche parole la motivazione della vostra decisione. Ad esempio: “Sono infelice da molto tempo in questa relazione e ho capito che non voglio continuare così. Ho deciso di separarmi/andarmene/chiudere il rapporto/non vederci più”.

·     Non giustificarsi né dare troppe spiegazioni: non state facendo terapia di coppia ma solo comunicando la vostra decisione. Ogni cosa che direte in questa fase verrà probabilmente manipolata per farvi cambiare idea, travisata o usata contro di voi; perciò meglio parlare il meno possibile e limitarsi a ripetere il concetto fondamentale del messaggio.

·     Evitare di colpevolizzare il partner. Nel comunicare, anche se l’altro si è comportato male, vi ha prese in giro, tradite o maltrattate occorre partire dal vostro centro. Preferibilmente dite: “sono infelice” invece di: “mi rendi infelice”, preferite: “mi sento poco rispettata o non considerata”, invece di dire: “tu non mi rispetti”. IN questo modo vi sentirete maggiormente forti e centrate e non aprirete la porta a manipolazioni o negazioni della realtà ("non è vero io ti amo, ti rispetto, non ti ho tradito" ecc…).

·     Resistete alla tentazione di iniziare una discussione sul perché della vostra decisione e sulle sue colpe. Vi porterebbe solamente a perdere energie e mettere in discussione la vostra decisione, magari per l’ennesima volta!

5.     IMPROVVISAZIONE. Tenete in considerazione la possibilità che ci sia qualcosa che non avete potuto prevedere nelle possibili reazioni del partner o delle complicazioni impreviste. Siate pronte a “prevedere l’imprevedibilità”.

6.     NO CONTACT/LOW CONTACT. Il NC è il miglior modo per chiudere definitivamente una relazione tossica. È un suggerimento difficile da cogliere e mettere in pratica per una serie di ragioni sentimentali, a volte morali… ma rappresenta in molti casi la scelta di elezione. Troverete in rete molte informazioni sulla tecnica del NC. Il LOW CONTACT indica il contatto minimo. Preferibile nei casi in cui sia necessario mantenere un rapporto: presenza di figli, lavoro in comune, beni in comune o altro che richieda una gestione condivisa.

7.     GUARIGIONE. In questa fase dovete dedicarvi a voi, a comprendere, perdonare e guarire le ragioni profonde che vi hanno portato ad avere una relazione distruttiva. Se avete problemi di depressione, attacchi di panico, altri problemi psicologici importanti o dipendenze comportamentali o da sostanze, dovete prima di tutto trattare e guarire questi aspetti. In questa fase è necessario ricorrere all’aiuto di un professionista o di gruppi di auto-aiuto e consapevolezza. Dedicatevi alla famiglia e alle amicizie, alle vostre attività preferite, alla cura della vostra salute fisica, psichica e spirituale con attività come meditazione, yoga, escursioni, attività creative come pittura o ceramica… qualunque cosa vi aiuti ad entrare gradualmente in contatto con voi stesse e a realizzarvi.

 

TI POTREBBERO INTERESSARE ANCHE

Uscire da una relazione codipendente

Dipendenza affettiva: perchè ripeto sempre lo stesso schema nella relazione?

La dipendenza affettiva

 Narcisisti, psicopatici e machiavelliciChi sono i sociopatici e come riconoscerliLa triade oscuraRelazioni tossiche: istruzioni contro l'abuso; Relazioni tossiche e violente: le 10 avvisaglie da non sottovalutare!

 

leggi di più 11 Commenti

USCIRE DA UNA RELAZIONE CODIPENDENTE

Annalisa Barbier

 

Le relazioni sentimentali disfuzionali spesso sono caratterizzate dalla presenza di almeno un partner codipendente, dipendente affettivo e/o affetto da altre dipendenze (alcol, droghe, shopping, gioco d’azzardo, sport, cibo o qualsiasi altra attività che si caratterizzi in termini di dipendenza).

Le relazioni di codipendenza sono caratterizzate da un alternarsi ciclico di intense emozioni positive e intense emozioni negative tra i partner che sono codipendenti; si tratta di una condizione in cui vale la frase “non posso stare con te né senza di te” perché i partner non riescono né a lasciarsi né a stare bene insieme.

Come ho scritto nel mio precedente articolo (lo puoi trovare qui), le relazioni tossiche e disfunzionali possono nascere tra due individui dipendenti affettivi, due individui evitanti o tra un partner dipendente affettivo e un partner evitante, dando luogo a diverse tipologie di relazione, tra le quali quella tra un partner dipendente ed uno evitante appare essere la più turbolenta, dolorosa e pericolosa.

Si tratta di relazioni ad alta emotività: turbolente, passionali, instabili, caratterizzate dalla mancanza di rispetto, fiducia e reciprocità, a volte fisicamente violente e sempre fonte di disagio e sofferenza psicologica – quando non anche fisica – per le parti coinvolte.

Guarire una relazione di questo tipo può essere davvero difficile, poiché entrambi i partner dovrebbero lavorare sulle loro dipendenze, sui sentimenti dolorosi di abbandono, rabbia e vergogna legati alle esperienze infantili vissute, sulla capacità di strutturare confini relazionali sani, di avere cura di sé, di riconoscere i propri sentimenti e bisogni e distaccarsi dagli aspetti di dipendenza della loro relazione.

Sarebbe opportuno dunque che entrambi iniziassero separatamente un processo di guarigione, ma se anche uno solo dei partner decidesse di iniziare il percorso di guarigione, anche l’altro potrà indirettamente beneficiarne.

 

IL PROCESSO DI GUARIGIONE

Il processo di guarigione prevede di USCIRE DAI MECCANISMI DI DIPENDENZA NELLA RELAZIONE e lavorare sui sintomi della dipendenza. Ecco i passaggi da affrontare, secondo l’autrice americana Pia Mellody, dei quali il più importante è l’ammissione di avere una (o più) dipendenze.

  • AFFRONTARE LA DIPENDENZA, RICONOSCENDONE I SINTOMI. La dipendenza affettiva crea una connessione con l’altro che, sebbene dolorosa, dona anche momenti di emozione, gratificazione e intenso piacere ed è perciò difficile rinunciarvi. Oltre alla dipendenza dal partner possono essere presenti anche altre forme di dipendenza, alle quali l’individuo ricorre per mascherare il dolore derivante dalla relazione dipendente (alcol, droghe, lavoro, cibo, sesso, televisione ecc.). In questo ultimo caso, è fondamentale lavorare prima di tutto sulle dipendenze collaterali, poiché un individuo affetto da dipendenze creerà solamente relazioni disfunzionali.E ‘importante interrompere queste altre dipendenze – nate perché il dipendente è incapace di affrontare la realtà nei suoi aspetti difficili e dolorosi -  al fine di insegnargli ad affrontare l’astinenza e sviluppare capacità di fronteggiamento autonome.
  • ESSERE CONSAPEVOLI DELLE CONSEGUENZE DOLOROSE E PERICOLOSE DELLA DIPENDENZA AFFETTIVA.  Una volta imparato ad affrontare l’astinenza, si può lasciar emergere e/o apprendere risposte più sane e costruttive.
  •  INTERROMPERE IL CICLO DELLA DIPENDENZA NELLA RELAZIONE. Occorre interrompere volontariamente le dinamiche che innescano i comportamenti di dipendenza nella relazione per poter guarire.
  • AFFRONTARE L’ASTINENZA. L’astinenza da sostanze e da comportamenti comprende una serie di sintomi caratteristici e molto spiacevoli, a volte anche pericolosi, che compaiono quando la sostanza viene eliminata o il comportamento impedito. Si tratta di sintomi cognitivi, emotivi, fisici e spirituali. Affrontare l’astinenza ed i suoi sintomi è molto difficile e – quando necessario – occorre ricorrere anche al supporto farmacologico. In questa fase sono di grande aiuto e utilità i gruppi di sostegno, come quelli degli Alcolisti Anonimi, dei Codipendenti Anonimi o dei Narcotici Anonimi, ai quali ci si può rivolgere gratuitamente. Interrompe il ciclo della dipendenza affrontando l’astinenza, rende l’individuo più capace, fiducioso e in grado di apprendere nuove modalità di fronteggiamento delle situazioni.

 

USCIRE DAI MECCANISMI DELLA DIPENDENZA ALL’INTERNO DELLA RELAZIONE

Questa importante fase del lavoro di guarigione e ripresa non significa necessariamente no-contact o separazione e divorzio, poiché non tutte le coppie sono pronte, né desiderano affrontare questo. Essa tuttavia prevede di eliminare o evitare accuratamente ogni contatto emotivo che possa portare a liti, intense reazioni emotive e sentimenti dolorosi, o tentativi di risolvere la dipendenza tra partner; in questa fase occorre MANTENERE AL MINIMO (affrontandoli eventualmente solo in presenza del terapeuta) le interazioni emotive, critiche e accuse, discussioni per risolvere tra partner importanti problemi pratici che richiedano una soluzione immediata. Mantenendo un atteggiamento educato e gentile verso l’altro, senza rispondere ai tentativi di ingaggiare una discussione, se accadessero.

Se una questione non può essere evitata, deve essere affrontata in presenza di una terza parte che possa moderare il processo (ad esempio il terapeuta).

Nel momento in cui si affronta la guarigione dalla dipendenza, occorre SMETTERE DI VOLER AGGIUSTARE LA RELAZIONE E FOCALIZZARSI SUL PARTNER e riportare l’attenzione su di sé e sui propri processi interni.

Di seguito gli aspetti del percorso di distacco da seguire all’interno della relazione durante la fase di cura delle dipendenze:

  • Smettere di focalizzarsi sul partner per controllare/giudicare cosa fa, cosa non fa o dovrebbe fare.
  • Semplicemente OSSERVARE il partner senza intervenire con suggerimenti, commenti, critiche, giudizi o tentativi di cambiarlo.
  • Imparare a prendersi cura di sé e della propria vita, portare avanti il proprio percorso di guarigione e imparare ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri, senza aspettare che sia qualcun altro a prendersi cura dei propri bisogni.
  •  Non stuzzicare il partner con atteggiamenti litigiosi o seduttivi al fine di riottenere attenzione e intensità emotiva nella relazione. Infatti, l’alternanza emotiva tipica delle relazioni disfunzionali potrebbe venire a mancare nella fase di distacco, in seguito al disimpegno nei confronti del continuo criticare/giudicare e voler cambiare l’altro, e venire attivamente ricercata attraverso atteggiamenti critici, arrabbiati o seduttivi verso il partner.
  • Osservare il partner per vederlo come realmente è.
  • Notare ed osservare ciò che accade nella fase del distacco per conoscersi meglio, e lasciar emergere nuove risposte e nuova consapevolezza invece di agire i vecchi schemi automatici.
  • Non raccogliere alcuna provocazione rabbiosa o seduttiva da parte del partner. Ciò non vuol dire di non avere rapporti sessuali, ma di non averne a fini manipolativi, controllanti o di vendetta/dispetto.
  • Evitare liti, discussioni, manifestazione di rabbia, critiche e giudizi e qualsiasi atteggiamento/manifestazione verbale emotiva ad alta intensità emotiva, che potrebbe re innescare la spirale della dipendenza nella relazione. 

 

 

LEGGI ANCHE: 

DIPENDENZA AFFETTIVA: PERCHÉ' RIPETO SEMPRE LO STESSO SCHEMA NELLA RELAZIONE?

 

 

 

LE DIVERSE TIPOLOGIE DI DIPENDENTI AFFETTIVI

leggi di più

DIPENDENZA AFFETTIVA: PERCHÉ' RIPETO SEMPRE LO STESSO SCHEMA NELLA RELAZIONE?

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

La Dipendenza Affettiva (DA) è una forma di dipendenza, ma anche una modalità disfunzionale di stare nella relazione. Come tutte le dipendenze, ha la funzione di medicare ed allontanare la sofferenza e gli stati emotivi intollerabili attraverso una serie ricorsiva di esperienze ossessivo-compulsive che, nel caso specifico della dipendenza affettiva, sono costituite da pensieri e comportamenti legati al controllo della relazione e del partner.

 

“Una dipendenza ha la funzione, nella vita dell’individuo, di rimuovere la realtà intollerabile attraverso una serie di esperienze ossessivo-compulsive. Queste esperienze ossessivo-compulsive fanno un lavoro così buono nel rimuovere la realtà intollerabile (e dolorosa ndr), che la persona continua a praticarle, cercando di sentirsi meglio, anche se gli effetti collaterali della dipendenza stessa diventano via via più spiacevoli.”

(Pia Mellody, “Facing love addiction”)

 

La DA viene considerata come una forma di dipendenza che, insieme ad altre e come altre dipendenze, serve al codipendente a camuffare la realtà e a medicare la sofferenza derivante dalla codipendenza.

 

Le radici psicologiche della codipendenza possono essere riassunte nei seguenti aspetti disfunzionali:

  • Scarsa autostima 
  • Difficoltà a stabilire confini sani e funzionali (boundaries) nelle relazioni
  • Difficoltà nel sentire e comprendere se stessi e nel condividere questi aspetti con l’altro
  • Difficoltà nella cura di sé e dei propri bisogni
  • Difficoltà nel gestire ed esprimere se stessi in maniera adeguata al contesto e all'età

I principali aspetti della DA possono essere riassunti nei punti seguenti:

  • Il Dipendente Affettivo nutre aspettative esagerate ed irrealistiche di amore incondizionato, nutrimento e cura da parte dell’altro: “l’altro mi salverà, risolverà i miei problemi e riempirà il grande vuoto affettivo ed emotivo che mi fa soffrire”
  • Il Dipendente Affettivo dedica una eccessiva quantità di tempo, attenzione e valore all’altro – molto più di quanto ne dedica a se stesso. La qualità di queste attenzioni è di natura ossessivo-compulsiva;
  • Il Dipendente Affettivo non ha cura di sé né sa attribuirsi valore quando si trova in una relazione, essendo la sua attenzione completamente sbilanciata e spostata sul partner.

IL VISSUTO PSICOLOGICO E LE RADICI DELLA DIPENDENZA AFFETTIVA

Il DA proviene da un’esperienza familiare in cui sono venuti a mancare accudimento, validazione e risonanza emotiva da parte delle figure di riferimento e ha quindi sperimentato un profondo senso di abbandono ed inadeguatezza, al quale fanno seguito emozioni di rabbia, vergogna e sensazione di vuoto interiore.

Non ha imparato a riconoscere, dare valore e prendersi cura dei propri bisogni e stati emotivi e a porre e far rispettare confini relazionali sani.

 

Il vissuto di chi soffre di DA è caratterizzato da un grande senso di disperazione o abbandono sin dall’infanzia; ecco dunque che inizia a fantasticare sull’immagine di un partner perfetto che porterà amore incondizionato e riempimento e nutrimento emotivo nella sua vita. Questo aspetto potrebbe essere riassunto nella “fantasia del cavaliere dall’armatura scintillante” nella quale, per sfuggire al dolore dell’abbandono, la persona inizia a fantasticare sulla figura di un principe azzurro, un salvatore, un eroe che riempirà il DA di amore infinito e protezione e lo aiuterà a fare fronte a tutti i suoi problemi sollevandolo in ultima istanza, dall’impegno di vivere. Fantasticare questo induce il DA a provare grande piacere e sollievo, basati su un’illusione. L’amore sano e maturo è infatti un’altra cosa e richiede un tipo di apertura ed impegno che il DA non ha imparato a sviluppare.

Nasce parallelamente il bisogno di costituire e mantenere con l’altro un rapporto fusionale in cui confini personali e le aspettative relazionali sono distorti. In questo contesto, il continuo controllo del partner e della relazione diventano funzionali al mantenimento di una relazione simbiotica che si rivela mai abbastanza soddisfacente e riempitiva per il DA, le cui richieste di amore, attenzione, accudimento e dedizione sono irrealisticamente elevate e assolute.

 

LE DUE PAURE

Nella DA sono presenti DUE PAURE, una consapevole e l’altra inconsapevole ma ugualmente forte, che rendono estremamente difficoltosa la creazione e soprattutto il mantenimento di una relazione equilibrata, vissuta come sufficientemente nutriente e al contempo capace di dare spazio ad una sana manifestazione e crescita personale:

  1. la paura dell’ABBANDONO
  2. la paura dell’INTIMITA’

La prima porta a fare il possibile per non perdere il partner e far sì che resti nel rapporto come fonte primaria di amore e accudimento, mentre la seconda – della quale la persona DA non è consapevole ma di cui subisce gli effetti - rende molto complicato mantenere il rapporto entro confini sani e funzionali, portando ad una oscillazione e ad una ciclicità relazionale che, nel lungo periodo, minano profondamente l’equilibrio emotivo già precario del DA.

 

leggi di più 2 Commenti

LO LASCIO O NON LO LASCIO? IL DISTURBO OSSESSIVO RELAZIONALE

Di: Annalisa Barbier

 Il termine Relationship Obsessive–Compulsive Disorder (ROCD) indica una forma di disturbo ossessivo compulsivo focalizzato sulle relazioni affettive – che siano sentimentali, amicali, familiari o professionali  che diventano il nucleo e oggetto dei sintomi ossessivo compulsivi. 

 

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (Obsessive Compulsive Disorder, OCD) è un disturbo disabilitante che si manifesta con una varietà di sintomi e temi ossessivi, come la paura della contaminazione, la paura di fare del male a se stessi o ad altri e la scrupolosità (Abramowitz, McKay, & Taylor, 2008). 

 

Il disturbo ossessivo compulsivo da relazione è una forma di OCD imperniata e organizzata attorno a specifici temi relazionali e romantici: i sentimenti provati per il partner, quelli che il partner prova per noi, dubbi sulla “giustezza” della relazione (relationship-centered, Doron et al., 2012), su quanto ci si senta attratti dal partner, su quanto sia o meno la persona giusta ecc.

 

Caratteristiche cliniche: questo sottotipo di disturbo ossessivo compulsivo si manifesta con dubbi e preoccupazioni riguardanti la relazione sentimentale, associati a comportamenti compulsivi finalizzati ad alleviare il disagio provocato dal contenuto delle ossessioni. Le ossessioni legate alla relazione si manifestano sotto forma di pensieri ricorrenti del tipo “è la persona giusta?”, o immagini del partner per valutarne specifici aspetti fisici o comportamentali (“si comporta in modo sciocco”) oppure possono avere forma di urgenza ed impulso a compiere una scelta/azione, come ad esempio lasciare il partner (Doron et al., 2014). I sintomi compulsivi di questo disturbo includono – tra gli altri – controlli ripetuti sui propri sentimenti e pensieri rispetto al partner (“amo davvero il mio partner?”) e/o sulla bontà della relazione, paragoni dei comportamenti e delle caratteristiche del proprio partner con quelle di altri potenziali partner, visualizzazione e ripetizione mentale di ricordi, sentimenti e precedenti esperienze piacevoli nel rapporto e ricerca continua di rassicurazione e auto-rassicurazione sulla relazione e sul fatto che sia o meno “giusto” restare insieme e rinunciare ad altri potenziali partner.

 

Nella figura seguente sono riassunti alcuni degli aspetti principali del funzionamento psichico di questo disturbo.

leggi di più 0 Commenti

LE DIVERSE TIPOLOGIE DI DIPENDENTI AFFETTIVI

leggi di più

PER CHI HA ATTRAVERSATO LA TEMPESTA

Di: Annalisa Barbier

 

 

 

Il periodo in cui un anno volge al termine ed uno nuovo si apre davanti a noi, è spesso un momento di riflessione sugli eventi che sono accaduti, su ciò che abbiamo realizzato e ciò che desideriamo realizzare nei mesi a venire.

 

 

 

Per molti è anche l’occasione per gettare alle spalle i momenti di dolore e sofferenza vissuti e potersi rialzare più forti e consapevoli, ritrovando la voglia e la forza di desiderare, di impegnarsi in qualcosa di importante per sé.  

Molte persone si sono trovate ad affrontare lutti dolorosi, una grave malattia, la chiusura di un matrimonio o di una relazione sentimentale importante, la perdita del lavoro o di un’amicizia cara.

Qualunque sia stata la natura del dolore attraversato, l’inizio di un nuovo anno può rappresentare una buona occasione per poter – simbolicamente e concretamente -  ricominciare: ripartendo da se stessi.

Ripartire da sé, per me significa prendere piena consapevolezza di ciò che è accaduto e che ci ha ferito o messo duramente alla prova, riconoscere ed accogliere il dolore che ne è scaturito e forse ancora si prova e decidere di avere cura di sé, a partire dalle piccole cose.

Anche se a muoverci sono obiettivi ambiziosi, importanti e di lungo termine non dobbiamo dimenticare che la vita è fatta prima di tutto di singoli attimi. Che diventano minuti. I minuti formano le ore e le ore i giorni ed i giorni costruiscono le settimane, poi i mesi e infine gli anni. La vita è fatta di piccole cose che, messe tutte insieme, vanno a costruire le nostre giornate, le settimane, i mesi, gli anni ed è da queste piccole cose che dobbiamo ripartire, è di noi stessi in queste “piccole cose” che dobbiamo avere amorevole cura per costruire il nostro equilibrio, la nostra pace e la nostra fortezza.

E’ nei momenti di sconforto e dolore, quando sentiamo che nulla sembra avere più senso e perdiamo la capacità di imprimere una direzione coerente alla nostra vita, che dobbiamo agire la regola del “buono ma non grande”: ossia curare i piccoli gesti quotidiani, le semplici ma rassicuranti abitudini di tutti i giorni, pensando che sono la base della nostra vita ed è da lì che possiamo attingere energia e stabilità per fare le cose più grandi.

C’è sempre qualcosa di buono e costruttivo che possiamo fare nelle difficoltà e nel dolore e l’inizio di un nuovo anno rappresenta un’ottima occasione per metterci simbolicamente in cammino verso le nostre mete, siano esse obiettivi professionali, personali o spirituali.

Dunque vorrei mettere insieme i tre suggerimenti che ritengo più importanti ed utili per poter iniziare questo nuovo anno all'insegna dell’intraprendenza e della capacità di riprendere in mano il potere sulla nostra vita.

  1. RICONOSCI LA TEMPESTA. Hai attraversato la tempesta e in qualche modo sei riuscito a venirne fuori e sei ancora qui. Riconosci tutte le piccole e grandi cose che hai saputo fare per superare le difficoltà e dì grazie a te stesso perché – nonostante tutto -  in qualche modo ne sei uscito. Riconosci il tuo potere e la tua forza: chi attraversa la tempesta, per quanto ne esca sconvolto, ferito e provato emotivamente, è più saggio, più capace e forte di prima e le sue radici sanno andare più in profondità.
  2. RIFLETTI SU CIO’ CHE HAI IMPARATO. Le sofferenze e le prove che hai dovuto attraversare ti hanno cambiato: quali nuove abilità hai potuto imparare? Cosa hai potuto vedere di te per la prima volta? Cosa è cambiato nel tuo modo di vedere il mondo, l’amore, la morte, la malattia? Sono cambiati i tuoi valori ed i tuoi obiettivi di vita? Cosa hai imparato a vedere al di là dei pregiudizi? Quali nuove sensazioni e sentimenti hai provato? Tieni un diario in cui annotare le tue riflessioni in merito a ciò che senti sia cambiato in te, a ciò che senti di aver imparato: consapevolezza, forza, determinazione, accoglimento e tenerezza verso te stesso e gli altri, un nuovo punto di vista…
  3. SII GRATO. Una volta una persona, durante una discussione, mi ha detto con tono sprezzante che la gratitudine è una forma di sottomissione. Io non sono assolutamente d’accordo e considero la gratitudine una disposizione del cuore e dell’anima ad accogliere con gioia e riconoscenza le cose belle che ci circondano e che ci riguardano: il sorriso di un bimbo che si contenta di giocare con una foglia, la gentilezza di uno sconosciuto che ci fa passare prima alla cassa del supermercato, il nostro animale domestico che si accuccia vicino a noi con infinito e silenzioso amore, la natura intorno che ci insegna l’arte della resilienza con i suoi ritmi e i suoi cicli, il partner o una persona cara che ci resta accanto nelle difficoltà e sopporta le nostre intemperanze… potrei andare avanti ancora ma sono certa che ognuno di voi, guardandosi intorno, sia in grado di trovare almeno 5 motivi per sentirsi grato. Dunque fatelo!  Allenarsi alla gratitudine ci insegna l’arte di attribuire importanza e potere al lato bello della vita. Mi piace con i miei pazienti usare la metafora del treno: immaginiamo di dover affrontare un lungo viaggio in treno. Saliamo sul treno e prendiamo posto accanto al finestrino alla nostra destra e, per tutto il viaggio, lasciamo andare il nostro sguardo sul panorama che scorre fuori dal nostro finestrino: un panorama spiacevole e triste.  Al termine del viaggio il nostro ospite ci aspetta alla stazione e quando scendiamo ci chiede: “hai visto che paesaggi meravigliosi ha attraversato il treno? Le montagne, i boschi… e hai visto il fiume?”. Noi, stupiti e infastiditi rispondiamo: “ma se ho visto solo periferie tristi, prati spelacchiati e catapecchie?” e l’altro ci risponde prontamente: “sì, questo era il paesaggio alla tua destra, ma hai mai guardato anche dall'altra parte?”. Stesso viaggio, paesaggi diversi. Sta a noi voltare la testa e guardare anche dall'altra parte.

 

Questo è il mio augurio per il nuovo anno, per tutti noi: che possiamo accogliere ciò che è stato, riconoscere ciò che abbiamo imparato, coltivare la nostra forza e la nostra saggezza ed imparare ad essere grati – anche a noi stessi – per le piccole e grandi cose che ci donano il sorriso e ci fanno sentire vivi e amati.

 

Sicuramente avrete sentito molte altre volte questi suggerimenti, ma l’inizio di questo nuovo anno è l’occasione giusta per ricordarli ancora: riconosciamo la nostra forza, riconosciamo di aver imparato qualcosa in più e pratichiamo la gratitudine perché se impariamo a fare questo con costanza e fiducia, potremo coltivare e realizzare quei desideri e quelle speranze di cui abbiamo bisogno per fare un passo avanti. Sempre.

 

Buon nuovo anno!

leggi di più 0 Commenti

6 SEGNALI CHE STAI DISCUTENDO CON UN SOCIOPATICO, NARCISISTA O PSICOPATICO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo originale: “6 SIGNS YOU'RE ARGUING WITH A SOCIOPATH, NARCISSIST, OR PSYCHOPATH”, dal sito PSYCHOPATHFREE di Jackson MacKenzie.

 

 

Traduzione dall'inglese a cura di Annalisa Barbier.

I narcisisti rappresentano fino al 6% della popolazione e, stando a quanto afferma la dottoressa Martha Stout, gli psicopatici fino al 4% della popolazione generale.

Contrariamente a quanto si crede, la maggior parte di queste persone non sono serial killer né consumati “sciupafemmine”. Si tratta di manipolatori che intenzionalmente feriscono gli altri senza alcun rimorso o senso di responsabilità.

Gli psicopatici sono camaleonti sociali in grado di adattarsi perfettamente ad ogni situazione. Sono esperti nell'adattare e trasformare la loro personalità al fine di ottenere ciò che vogliono, rispecchiando gli altri per ottenere denaro, sesso e – più frequentemente – attenzione.

Grazie alla loro abilità di idealizzare gli altri, vengono speso percepiti come persone affascinanti, ingenue e divertenti dagli ignari spettatori e dai conoscenti casuali. Quando si sentono minacciati o annoiati, ecco invece che inizia ad emergere la loro vera natura.

Ti trascinano in discussioni che sono completamente diverse da tutto ciò che hai conosciuto finora; la discussione solitamente origina da qualcosa di offensivo, sgarbato o inappropriato che hanno fatto, ma ti rendi presto conto che sei tu quello che deve difendersi!

A quel punto diventa una specie di gioco di personalità: “poliziotto buono-poliziotto cattivo-poliziotto pazzo-poliziotto persecutore-poliziotto spaventoso-poliziotto bimbo”

 

Di seguito ecco 6 segnali di allarme che indicano che la persona con cui stai litigando è uno/una  psicopatico/a  e che è tempo di disimpegnarti dalla discussione.


1. MENTONO E CREANO SCUSE

Tutti combiniamo qualche casino ogni tanto, ma gli psicopatici inventano scuse e spiegazioni molto più frequentemente di quanto non facciano promesse. Le loro azioni non vanno mai d’accordo con le loro parole e le loro bugie ti deludono così spesso, che di fatto ti senti sollevato quando si comportano in maniera anche solo un minimo decente. Ti hanno abituato ad essere grato del loro trattamento mediocre.

2. TI PARLANO CON TONO SDEGNOSO, PATERNALISTICO E DI SUFFICIENZA

Gli psicopatici spesso cercano di farti passare per pazzo nel tentativo di guadagnare una posizione di superiorità nel rapporto. Durante l’intera discussione, ti accorgi che mantengono un contegno calmo e distaccato. È quasi come se ti stessero prendendo in giro –  studiando le tue reazioni per capire fino a che punto possono spingersi. Quando finalmente avrai una reazione emotiva, alzeranno le sopracciglia, faranno un sorrisetto, ti diranno di calmarti o fingeranno di essere delusi da te.


3. RICORRONO AD UNA SORPRENDENTE FALSITA’

Nelle discussioni animate, gli psicopatici non mostrano vergogna e spesso inizieranno ad attribuirti le loro stesse terribili caratteristiche. È qualcosa che va al di là della proiezione, perché la maggior parte delle persone proietta inconsapevolmente i propri difetti sugli altri. Gli psicopatici invece sanno che ti stanno calunniando attribuendoti i loro difetti, perché cercano una reazione da te. L’obiettivo è di farti cadere con l’inganno in reazioni emotive forti, così che gli altri possano vedere quanto tu sia “fuori di testa”.

4. SEMBRANO AVERE DIVERSE PERSONALITA’

Quando litighi con uno psicopatico, ti rendi conto della presenza di una varietà di “personalità”: il buono, il cattivo, il pazzo, il persecutore, quello che ti fa paura, il bambino ecc. una volta che inizi ad allontanarti dalla loro manipolazione e dalle loro bugie, inizieranno a scusarsi e cercheranno di lusingarti. Se ciò non funziona, inizieranno ad insultarti e colpevolizzarti per le stesse caratteristiche per le quali, due minuti prima, ti avevano lusingato. Così, mentre loro cercano di riconquistare il controllo, tu resterai lì a chiederti con chi diavolo stai parlando!

5. FANNO ETERNAMENTE LA PARTE DELLA VITTIMA

In qualche modo, il loro brutto comportamento susciterà sempre una discussione sul loro passato di abusi, una ex pazza o un capo terribile. Finisci per sentirti triste per loro, anche quando ti hanno fatto qualcosa di terribilmente scorretto. E una volta che sono riusciti a deviare la tua attenzione, tutto diventerà nuovamente caotico e incasinato. Gli psicopatici si lamentano di essere “abusati” o maltrattati ma, alla fine dei giochi, l’unico ad essere abusato sei tu.


6. SENTI IL BISOGNO DI SPIEGARE LORO LE NORMALI EMOZIONI UMANE

Ti ritrovi a tentare di spiegare loro emozioni come l’empatia e la gentilezza guidato dalla convinzione che, se capiscono che ti hanno ferito, smetteranno di farlo. Non sei la prima persona che ha cercato di vedere del buono in loro, e non sarai certo l’ultima. Si comportano così perché sanno che ti feriscono.  C’è solo un modo di uscire da queste discussioni: hai bisogno di liberarti e disincastrarti!

 

 

Le discussioni con gli psicopatici ti lasciano esausto. Puoi spendere ore, persino giorni rimuginando sulla vostra discussione. Se pensi di aver trovato la risposta perfetta al loro ultimo commento offensivo, sappi che l’hanno buttato lì apposta: cercano di provocarti, cercano di tirarti dentro la lite.

 

Nei contesti professionali vogliono farti esplodere così che colleghi e superiori possano considerarti emotivo, instabile. Nelle relazioni romantiche, vogliono che tu reagisca attaccandoli, così possono usare le tue reazioni “isteriche” e fuori controllo per mostrare a potenziali nuovi partner, ex o altri conoscenti quanto tu sia diventato pazzo. Finché non comprendiamo bene questo, cadremo sempre nella loro trappola.
La prossima volta che qualcuno con cui stai avendo una discussione userà queste tattiche per tirarti dentro e farti perdere il controllo, prova una strategia differente: SEMPLICEMENTE SORRIDI, ANNUISCI E VAI A VIVERE LA TUA VITA!
Non meritano un altro secondo del tuo tempo.

 

LEGGI ANCHE: Narcisisti, psicopatici e machiavellici; Chi sono i sociopatici e come riconoscerli; La triade oscura; Relazioni tossiche: istruzioni contro l'abuso; Relazioni tossiche e violente: le 10 avvisaglie da non sottovalutare!

 

leggi di più 11 Commenti

10 SUGGERIMENTI PER SUPERARE IL SENSO DI COLPA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A cura di Annalisa Barbier

 

Ognuno di noi si è trovato almeno una volta nella vita, a provare sensi di colpa per qualcosa che ha fatto, pensato, o provato. Tuttavia i sensi di colpa, sebbene dolorosi, non sono utili in quanto non permettono di modificare il passato, né di cancellare le conseguenze di un nostro comportamento. Inoltre, può accadere di sentirsi in colpa per qualcosa che non è dipeso direttamente dalla nostra volontà ma dalle circostanze (come accade ad esempio ai superstiti di incidenti, eventi catastrofici o traumatici) o dalle scelte e dai comportamenti di qualcun altro.

Ciononostante, i sensi di colpa rappresentano un sentimento davvero difficile da gestire, in grado di provocare dolore psicologico e ripercussioni nella vita pratica (lavoro, famiglia, relazioni sentimentali ecc.), sopratutto a chi - per educazione o carattere - tende già ad avere poca considerazione di sé, a svalutare i propri bisogni, a credere di dover sempre anteporre i bisogni e i desideri altrui ai propri.

 

In molti casi dunque, può essere di aiuto imparare a gestire in modo costruttivo quei sensi di colpa che non si rivelano utili a nessuno, ma solamente distruttivi. Di seguito, dieci suggerimenti per imparare a gestire e a rendere costruttivo un sentimento tanto comune quanto spesso inutilmente distruttivo.

 

1) ACCETTA LE COSE DI TE CHE TI PIACCIONO MA CHE AGLI ALTRI POTREBBERO NON PIACERE: devi essere tu ad approvarti non ricercare a tutti i costi l’approvazione degli altri

2) RICONSIDERA IL TUO SISTEMA DI VALORI, REGOLE ED ASPETTATIVE: quali sono i valori in cui davvero credi profondamente? Mantieni questi ma lascia andare gli altri, quelli magari indotti dalla società o dalla famiglia in cui però non credi davvero.

3) IMPARA A TOLLERARE IL DISAPPUNTO e la disapprovazione degli altri perché è anche  il timore di essere disapprovato che ti tiene legato ai sensi di colpa

4) Quindi mostra a tutti coloro che tentano di manipolarti con il senso di colpa che tu SEI PERFETTAMENTE IN GRADO DI SOSTENERE IL LORO DISAPPUNTO. Non potranno avere più il loro dominio emozionale su di te

5) TIENI UN DIARIO DEI SENSI DI COLPA in cui annotare tutte le volte che ti senti in colpa, specificando perché hai tale stato d’animo, e scrivendo cosa puoi fare per evitare di rifare gli stessi errori del passato.

6) Domandati COSA STAI EVITANDO CON I SENSI DI COLPA SUL PASSATO. Forse di impegnarti per agire diversamente? Di comprendere che non sei come gli altri ti vorrebbero? Di capire che i tuoi valori morali sono diversi da come credevi? Certamente stai evitando qualcosa che reputi poco piacevole o molto impegnativo: cosa è?

7) Sii consapevole che il PASSATO E’ QUALCOSA DI IMMUTABILE. Per quanto ti possa struggere non lo potrai ambiare perciò dì a te stesso: “sentirmi in colpa non cambierà le cose e non mi renderà migliore”. Quindi rimboccati le maniche e vai avanti.

8) IL SENSO DI COLPA NON CAMBIA LE COSE. Fai una lista di tutte le cattive azioni che hai commesso in passato e assegna ad ognuna un punteggio (da 1 a 10) di quanto ti fa sentire in colpa. Renditi conto che il PRESENTE RESTA IDENTICO che tu abbia ottenuto un punteggio di 100, di 10 o di un milione. 

9) IMPARA A VALUTARE IN ANTICIPO LE CONSEGUENZE DELLE TUE AZIONI e modifica il tuo comportamento di conseguenza. In tal modo agirai in maniera attiva e costruttiva invece di farti bloccare dal senso di colpa 

10) FAI DELIBERATAMENTE QUALCOSA CHE STUZZICA IL TUO SENSO DI COLPA: fatti delle vacanze da solo, o non dare la mancia per un servizio che non hai richiesto. Imparerai così ad evitare il senso di colpa e a tollerare il disappunto degli altri. 

leggi di più 68 Commenti

NARCISISTI, PSICOPATICI E MACHIAVELLICI: LA TRIADE OSCURA DI PERSONALITÀ E LE RELAZIONI

Scritto da: Annalisa Barbier

 In un mio precedente articolo ho parlato della “triade oscura” di personalità, un costrutto riconosciuto nel 2002 da Paulhus e Williams, caratterizzato dalla presenza di tratti subclinici di machiavellismo, psicopatia e narcisismo.

Le ricerche hanno evidenziato come i tratti di personalità della “triade oscura” (machiavellismo, narcisismo e psicopatia) siano collegati ad uno stile relazionale di natura opportunistica, orientato ad avere relazioni a breve termine, caratterizzate dalla preponderanza dell’aspetto sessuale rispetto a quello relazionale e da una forte componente di gioco e disimpegno. La triade scura si associa dunque alla preferenza per relazioni occasionali e “leggere”.

In particolare, la componente “narcisismo” sembra essere prevalentemente associata con il desiderio di avere numerose relazioni, essendo il tratto che più degli altri è caratterizzato da una spiccata socialità e dal bisogno di riconoscimento esterno, mentre la dimensione subclinica “psicopatia” sembra essere maggiormente correlata con la preferenza per rapporti basati sullo sfruttamento opportunistico della disponibilità sessuale dell’altro.

Nel loro studio, Jonason e colleghi (2012) si propongono di definire che tipo di relazioni sono maggiormente associate ai singoli tratti della triade oscura, utilizzando quattro tipologie di relazione che potremmo così riassumere:

1.     ‘‘friends-with-benefits’’ (amici con benefici): relazioni in cui gli amici hanno anche rapporti sessuali, ma non definiscono la loro relazione come una relazione romantica;

2.     ‘‘booty-calls’’ (che potremmo definire come la chiamata dell’ultimo minuto): relazioni in cui vi è esclusivamente la richiesta più o meno esplicita – ad un partner con cui si ha da poco iniziato una frequentazione occasionale -  di incontrarsi per avere rapporti sessuali;

3.     “one-night stand”: partner sessuali con cui si ha un incontro sessuale occasionale e basta;

4.     “serious romantic relationships”: partner con cui si ha una vera e propria relazione sentimentale di lungo termine, in cui è presente la dimensione dell’impegno.

 

I risultati dello studio di Jonason e colleghi hanno mostrato aspetti davvero interessanti relativamente alla tipologia di rapporti significativamente correlata con i tratti di psicopatia e narcisismo, confermando in parte ciò che ci si potrebbe aspettare in considerazione delle caratteristiche peculiari di questi due tratti di personalità: infatti il narcisismo è principalmente legato al bisogno di approvazione e riconoscimento esterno, propenso al tradimento, mentre la dimensione di psicopatia è maggiormente legata all'attitudine allo sfruttamento dell’altro al fine di ottenere il soddisfacimento di un bisogno (sesso, denaro, ruolo sociale ecc.).

 

Le ricerche precedenti avevano già indicato come, individui caratterizzati dai tratti della triade oscura, fossero maggiormente interessati a relazioni di breve durata e superficiali piuttosto che a relazioni di lunga durata.

 

La dimensione “machiavellismo” non si è rivelata significativamente correlata ad una tipologia particolare di relazione di breve termine tra quelle sopra indicate.

 

La dimensione del “narcisismo” si è rivelata invece significativamente correlata a tutti e 4 i differenti tipi di relazione indicati sopra, anche se in maniera minore alle “booty-calls” rispetto alla dimensione “psicopatia”. Questo viene spiegato dagli autori con la propensione dei narcisisti a permettersi diversi tipi di relazione al fine di ottenere interazioni sociali e sessuali sufficientemente numerose per fornire piacere e riconoscimento.

 

I risultati di questa ricerca hanno anche mostrato come le dimensioni di psicopatia e machiavellismo giochino un ruolo secondario nel predire le scelte relazionali; la dimensione di machiavellismo infatti non è in grado di predire alcuna preferenza per alcuno dei tipi di relazione a breve durata sopra indicati, mentre la dimensione di psicopatia sembra avere una correlazione con la preferenza per le “booty-calls”, coerentemente con la prevalenza di tratti di sfruttamento e opportunismo presenti nella psicopatia e tipici di questo tipo di rapporto.

 

LEGGI ANCHECHI SONO I SOCIOPATICI E COME RICONOSCERLI ; PER RICONOSCERE UN SOCIOPATICO SFATIAMO I FALSI MITIRELAZIONI TOSSICHE: ISTRUZIONI CONTRO L'ABUSO; LA TRIADE OSCURA

 

 

 

leggi di più

PSICOPATIA, ATTACCAMENTO E RELAZIONI SENTIMENTALI

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

La psicopatia è considerata un disturbo della personalità, che comprende tratti comportamentali sia adattativi che disadattativi (Thompson, Ramos, & Willett, 2014), a seconda della gravità ed intensità di manifestazione dei sintomi.

Le manifestazioni tipiche della psicopatia riguardano la sfera delle relazioni interpersonali e sentimentali, quella dei sentimenti e delle emozioni e la sfera comportamentale. Questo disturbo della personalità comprende tratti quali grandiosità (tipica del disturbo narcisistico), la capacità di provare solamente emozioni superficiali, mancanza di empatia e mancanza di rispetto per le regole sociali (come accade nel disturbo di personalità antisociale) (Hare, 1996). Gli studi mostrano una diffusione della psicopatia nella popolazione generale che va dal 0,6% al 4% (Thompson et al., 2014), con una prevalenza a carico della popolazione maschile (Warren et al., 2003).

Paulus e Williams (Paulhus, D. L.; Williams, K.M. 2002), hanno identificato un costrutto psicologico, utilizzato nella ricerca in ambito psicologico forense, clinico e manageriale che hanno definito “triade oscura”, che descrive una struttura di personalità “maligna”, caratterizzata dalla presenza di tre tratti principali: narcisismo, machiavellismo e psicopatia, che si manifestano in modalità ed intensità variabili e non sempre francamente patologiche.

La psicopatia è caratterizzata dunque da una combinazione di tratti della personalità che possono essere presenti in un individuo a livelli di gravità ed intensità variabili, senza necessariamente raggiungere livelli tali da rendere possibile la diagnosi clinica di psicopatia (Miller, Lynam, Widiger, & Leukefeld, 2001). Così come la riotta capacità di provare paura ed i deficit emotivi ed affettivi rappresentano un aspetto nucleare della psicopatia, la presenza di un’alterazione del sistema di attaccamento è responsabile dell’incapacità di costruire legami tipica della psicopatia (Kobak & Madsen, 2008).

 

PSICOPATIA

Possiamo brevemente definire la psicopatia come un disturbo della personalità caratterizzato da disfunzioni relazionali, emotive e comportamentali con prevalenza di tratti di freddezza, assenza di empatia, senso di colpa e rimorso, scarsa rappresentazione emotiva della paura, tendenza allo sfruttamento degli altri, indifferenza verso le regole sociali e scarso sviluppo di una coscienza morale.

Nel 1941, Karpman suggeriva che non tutti gli individui con psicopatia fossero uguali e manifestassero lo stesso tipo di tratti. L’autore aveva infatti individuato due sottotipi clinici della psicopatia:

·        Psicopatia primaria: termine con il quale indicava una condizione ereditaria di deficit affettivo caratterizzata dalla presenza di emozioni superficiali, mancanza di rimorso ed empatia, distacco interpersonale;

·        Psicopatia secondaria: termine indicante tratti psicopatici acquisiti in seguito ad esperienze vissute in un ambiente negativo, come impulsività, instabilità e disregolazione emotiva, uno stile di vita autolesionista.

 

Attualmente si sa che nello sviluppo dei diversi tratti di psicopatia, è decisivo l’impatto sia dei fattori ambientali (caratteristiche comportamentali dei genitori e della coppia) che della vulnerabilità genetica (Kimonis, Fanti, Goulter, & Hall, 2016; Sadeh et al., 2010; Sadeh, Javdani, & Verona, 2013); ad esempio la variante/tratto definita spietatezza-mancanza di emozioni (callous-unemotional CU) sembra originare addirittura in alterazioni antecedenti la nascita (Hicks et al., 2012). Inoltre, la ricerca associa le  caratteristiche sopra indicate nella variante secondaria di psicopatia, ad una maggiore incidenza di disturbi psicologici quali ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico ed altre manifestazioni psicopatologiche (Falkenbach, Stern, & Creevy, 2014; Kimonis, Fanti, Isoma, & Donoghue, 2013; Kimonis, Frick, Cauffman, Goldweber, & Skeem, 2012). In generale dunque, alla variante primaria di psicopatia si associa una ridotta reattività fisiologica, emozionale e neurale che si traduce in una emotività fredda e superficiale (Anderson et al., 2017; Dindo & Fowles, 2011; Fanti et al., 2017; Fanti, Panayiotou, Lazarou, Michael, & Georgiou, 2016; Kimonis et al., 2016; Kyranides, Fanti, & Panayiotou, 2016; Kyranides, Fanti, Sikki, & Patrick, 2016; Vaidyanathan, Hall, Patrick, & Bernat, 2011), ma anche in una maggiore stabilità emotiva rispetto alla variante secondaria (Hicks, Markon, Patrick, Krueger, & Newman, 2004), che appare invece maggiormente disregolata ed incline a comportamenti autolesionistici. Nella variante secondaria pare invece predominante un aspetto di maggiore reattività fisiologica, emotiva e neurale (Anderson et al., 2017; Dindo & Fowles, 2011; Fanti et al., 2016, 2017; Hyde et al., 2014; Kimonis et al., 2016; Kyranides, Fanti, Sikki et al., 2016).

 

L’utilizzo della Psychopathy Checklist–Revised (PCL-R; Hare, 1991) e della Levenson Self-Report Psychopathy Scale (LSRP; Levenson, Kiehl, & Fitzpatrick, 1995) hanno confermato il costrutto psicologico della psicopatia a due fattori, a supporto delle differenze teorizzate nei sottotipi primario e secondario della psicopatia da Karpman (Douglas, Bore, & Munro, 2012; Salekin et al., 2014).

 

PSICOPATIA E ATTACCAMENTO

Con il termine “attaccamento” Bowlby (1969) indicava il sistema comportamentale attraverso il quale il bambino ricerca la vicinanza con la figura di accudimento. Recentemente, tra i fattori responsabili di influire sullo stile di attaccamento, è stato riconosciuto il ruolo dei fattori genetici, nel definire le differenze individuali nella suscettibilità e sensibilità alle influenze dell’ambiente in cui si viene allevati (Pluess & Belsky, 2010). Anche le differenze nella reattività emotiva e nella plasticità neuronale possono influire sul modo in cui ogni individuo reagisce all’ambiente esterno: ad esempio elevati o carenti livelli di reattività neuronale e paura influiscono nel definire quali siano le strategie genitoriali più efficaci per sviluppare le abilità di socializzazione e internalizzazione delle regole morali (coscienza) (Kochanska, 1995, 1997). Gli studi evidenziano che la capacità di stabilire, con le figure di riferimento, un attaccamento sicuro è in grado di insegnare al bambino a gestire in maniera efficace le emozioni (Cassidy, 1994), mentre uno stile di attaccamento insicuro è frequentemente associato con deficit di risposta e di regolazione emotiva (Marganska, Gallagher, & Miranda, 2013).

Un deficit congenito nella capacità di provare paura ed un sistema emotivo eccessivamente stabile, (Blair, 1999; Lykken, 1995; Yildirim & Derksen, 2015) sembrano essere i responsabili della variante primaria di psicopatia, che dipende meno dalle relazioni nella regolazione delle emozioni; infatti, sentendo meno la paura - che è un aspetto fondamentale nel sistema di attaccamento -  il bambino si interessa meno e si coinvolge meno nella costruzione di relazioni di attaccamento. Tuttavia, anche il contributo svolto dallo stile relazionale dei genitori è importante (Viding & Pingault, 2016), soprattutto se è uno stile freddo e privo di affettività. Hawes, Dadds, Frost, and Hasking (2011) nel loro studio, trovarono che i tratti di spietatezza-scarsa emotività (CU) dei bambini erano correlati significativamente con la presenza di genitori rigidi, duri e meno coinvolti nel processo educativo, mentre la presenza di uno stile educativo affettuoso e positivo è in grado di aiutare la socializzazione nei bambini adottivi caratterizzati dal tratto di scarsa paura e ridurre l’intensità dei tratti CU (Kochanska, Aksan, & Joy, 2007,Hyde et al., 2014).

La teoria dell’attaccamento afferma che quando i genitori o le figure genitoriali sono indisponibili e non rispondono ai bisogni del bambino, è facile che si sviluppi una forma di disregolazione emotiva e di incapacità da parte dell’individuo di regolare le proprie emozioni, ricorrendo a strategie di regolazione emotiva alternative (Weinfield, Sroufe, Egeland, & Carlson, 2008). Il tratto di disregolazione emotiva presente nella variante secondaria della psicopatia, risulta dall’interazione di fattori genetici e condizioni di maltrattamento (Yildirim & Derksen, 2015, Pluess & Belsky, 2010), ed è associato alla presenza di DPTS, altri fattori biologici indicativi di un elevato livello di stress (Falkenbach et al., 2014; Flexon, 2016; Kahn et al., 2013; Kimonis et al., 2016, 2017;Sharf, Kimonis, & Howard, 2014) e a tratti secondari quali elevato livello di diffidenza verso gli altri, sospettosità, narcisismo e basso livello di gradevolezza (pleasantness) (Feeney, 2008; Ross, Lutz, & Bailley, 2004; Shaver & Brennan, 1992).

Attualmente, gli studi condotti su psicopatia e relazioni sentimentali indicano come la psicopatia sia associata a disturbi dell’attaccamento e alla tendenza a tradire, a preferire relazioni brevi e disimpegnate, tendenzialmente basate sullo sfruttamento dell’altro (Adams, Luevano, & Jonason, 2014; Jonason, Luevano, & Adams, 2012). Considerato che nella psicopatia è presente un disturbo delle emozioni e dell’emotività, si potrebbe associare questo aspetto disfunzionale alla presenza di un attaccamento problematico (insicuro); tuttavia le ricerche condotte su attaccamento e psicopatia sono solamente in parte affidabili, a causa della mancanza di coerenza nei campioni clinici e non clinici osservati, e delle difficoltà di concettualizzazione relative ai costrutti di attaccamento e di psicopatia.

 

Una ricerca condotta utilizzando l’Adult Attachment Interview e l’Attachment Style Interview, (Schimmenti et al., 2014) ha evidenziato come 10 detenuti, classificati con il più alto punteggio ala scala di psicopatia, erano altresì classificati come insicuri in entrambi gli strumenti utilizzati per la valutazione dello stile di attaccamento. Un’altra ricerca condotta su campioni non clinici di individui ha mostrato come tratti secondari di psicopatia fossero associati con uno stile di attaccamento ansioso evitante  (Christian,Sellbom, & Wilkinson, 2016; Conradi et al., 2016; Craig, Gray, & Snowden, 2013;Mack, Hackney, & Pyle, 2011; Savard, Brassard, Lussier, & Sabourin, 2015). Perciò è possibile concludere che, al di là di alcune discrepanze nelle ricerche, esiste una significativa associazione tra i tratti di psicopatia primaria ed attaccamento evitante (Christianet al., 2016; Conradi et al., 2016; Craig et al., 2013; Mack et al., 2011; Savard et al.,2015). L’associazione tra ansia e tratti di psicopatia è più complessa: l’ansia infatti sembra correlare positivamente con i tratti grandiosità- manipolatività e negativamente con la presenza di tratti di spietatezza-anaffettività (CU) (Conradi et al., 2016), sfrontatezza ed egocentrismo (Christian et al., 2016).

Tuttavia, in questo ambito è necessaria una ulteriore ricerca che stabilisca conclusioni meno ambigue e più coerenti tra di loro, al fine di poter chiarire meglio la relazione esistente tra stile di attaccamento e tratti di psicopatia.

 

PSICOPATIA E RELAZIONI ROMANTICHE

Grossa parte di ciò che si conosce sul legame tra psicopatia e relazioni sentimentali deriva dagli studi svolti sulla Triade Oscura. Come scritto nel mio precedente articolo, la TRIADE OSCURA è un costrutto psicologico che comprende aspetti di psicopatia, narcisismo e machiavellismo, includendo tratti come egocentrismo, orgoglio, grandiosità, manipolatività, tendenza al tradimento e allo sfruttamento degli altri (Jakobwitz & Egan, 2006). La teoria della storia di vita ipotizza che questo tipo di personalità si sviluppi come risposta adattiva a specifiche condizioni di vita (Brumbach, Figueredo, & Ellis, 2009): rapporti instabili o negativi con le figure genitoriali possono infatti scatenare nel bambino la ricerca immediata di soddisfazione e gratificazione, che evolverà in una storia precoce di ricerca di esperienze amorose, sviluppando strategie di corteggiamento e accoppiamento più veloci (Jonason, Valentine, Li, & Harbeson, 2011; Jonason & Webster, 2012).

Le strategie di accoppiamento di breve periodo rappresentano una tattica vincente dal punto di vista evolutivo, in quanto permettono un’elevata riproduttività a fronte di un impegno di risorse ridotto, e le relazioni intense e di breve durata sono preferite dagli individui caratterizzati dai tratti della triade oscura (Jonason et al., 2012; Koladich & Atkinson, 2016). Anche i tratti psicopatici sono associati a loro volta con la preferenza per relazioni estemporanee, veloci e basate sullo sfruttamento (Jonason et al., 2011), per le relazioni disimpegnate (Jonason & Kavanagh,2010), con la predisposizione al tradimento (Brewer, Hunt, James, & Abell, 2015) ed il desiderio di essere colti in fallo mentre si tradisce il partner (Adams et al., 2014). Sebbene sia i tratti di psicopatia primari che quelli secondari siano associati con un minore impegno nelle relazioni, (Ali & Chamorro-Premuzic, 2010), i tratti secondari della psicopatia sembrano essere associati con un maggiore livello di stress relazionale ed una peggiore qualità della relazione (Savard, Sabourin, & Lussier, 2006), oltre che ad una maggiore capacità di vivere le emozioni (sebbene in modo disregolato).

I tratti psicopatici inoltre, sono predittivi della svalutazione della gentilezza nelle relazioni sentimentali (Jonason et al., 2011).

Una ricerca di A.M. Unrau e Marian M. Morry (2017), ha voluto studiare come lo stile di attaccamento possa mediare la relazione tra tratti di psicopatia e qualità delle relazioni e comportamenti, impedendo la costruzione di relazioni romantiche sane. Nello studio, i soggetti sono stati sottoposti a diversi questionari finalizzati a valutare le diverse dimensioni considerate: attaccamento, psicopatia, soddisfazione ed impegno nella relazione, attenzione alle alternative sentimentali, strategie secondarie di attaccamento (iperattivazione e disattivazione) ed altre misure (autostima, tratti della personalità).

 

RISULTATI E DISCUSSIONE

 

Psicopatia e attaccamento: I tratti psicopatici primari sono significativamente correlati con la dimensione di evitamento, mentre i tratti di psicopatia secondari sono associati significativamente sia all’ansia che all’evitamento;

Attaccamento e qualità delle relazioni: una elevata dimensione di evitamento si associa a più bassi livelli di soddisfazione, impegno ed intimità nella relazione. La dimensione evitamento è maggiormente associata dell’ansia ad una scarsa qualità della relazione;

Attaccamento e attenzione alle alternative: un elevato livello di attaccamento evitante è associato significativamente alla ricerca di alternative esterne alla relazione;

Attaccamento e strategie alternative di attaccamento: lo stile evitante di attaccamento si è mostrato significativamente correlato con strategie alternative di attaccamento di iperattivazione o disattivazione. L’ansia è maggiormente associata a strategie alternative di iperattivazione.

Psicopatia e qualità della relazione: lo studio evidenzia che solamente i tratti del sottotipo secondario di psicopatia sono dei predittori di scarso impegno, soddisfazione e intimità relazionale.

Psicopatia e ricerca di alternative esterne: le analisi mostrano che sia i tratti primari che secondari sono predittivi della ricerca di alternative relazionali esterne, con una prevalenza a carico dei tratti del sottotipo primario

Psicopatia e strategie di attaccamento alternative: le analisi mostrano che i rati del sottotipo secondario si associano positivamente sia con le strategie alternative di attaccamento di disattivazione che con quelle di iperattivazione.

 

Gli autori hanno voluto valutare la bontà di un modello in cui l’attaccamento evitante rappresenta l’intermediario comune tra tratti psicopatici, qualità delle relazioni sentimentali e comportamento. I risultati dello studio hanno confermato che lo stile di attaccamento evitante gioca un ruolo significativo sulle relazioni sentimentali soprattutto nell'ambito del sottotipo secondario di psicopatia.

La ricerca dunque mostra che lo stile di attaccamento insicuro evitante influisce sulla qualità delle relazioni sentimentali solamente relativamente ai tratti secondari di psicopatia (tratti psicopatici acquisiti in seguito ad esperienze vissute in un ambiente negativo, come impulsività, instabilità e disregolazione emotiva, uno stile di vita autolesionista); questi individui infatti, essendo stati ignorati o puniti nelle loro relazioni di attaccamento precoci, hanno imparato a modificare il loro stile di attaccamento in maniera da ridurre la sofferenza distaccandosi dagli altri, e portando a modalità disfuzionali di relazione sentimentale.

Di nuovo, è importante sottolineare come la possibilità di sperimentare da bambini, relazioni di attaccamento stabili, sane ed accoglienti sia in grado di ridurre gli effetti interpersonali dei tratti secondari di psicopatia. 

 

LEGGI ANCHE:

leggi di più

LA TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE ON LINE

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

Negli ultimi 30 anni, gli studi hanno evidenziato come la Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) si sia mostrata efficace nel trattamento dei disturbi psichiatrici, di ansia e depressione (APA, 1994; Ost L.G., 2008), ma anche di disturbi funzionali come il dolore cronico o la sindrome dell'intestino irritabile (Henschke N. et al., 2010; Blanchard EB et al., 2007).

Con l'avvento di internet, è emerso un nuovo modo di fare terapia e consulenza psicologica che utilizza internet, e quindi anche un nuovo modo di fare TCC, che utilizza gli strumenti tecnologici sempre più fruibili dall'utenza, andando a costituire una forma di TCC che gli anglosassoni definiscono Internet Based CBT (TCC basata su internet) (Hedman E. et al., 2012).

Uno studio di Hedman e colleghi del 2012 (Hedman E. et al., 2012) ha sistematicamente analizzato la letteratura relativa all'efficacia e al bilancio costi/benefici della TCC on line, considerando come indici di efficacia il miglioramento dei sintomi principali presentati dai pazienti in base alla diagnosi ricevuta.

 

RISULTATI

Sono stati analizzati dagli autori 108 articoli scientifici, dei quali  104 riportavano l'efficacia della TCC via internet, soprattutto per il trattamento dei disturbi d'ansia e della depressione. Gli studi presi in considerazione per la meta analisi, riguardavano 25 differenti tipologie di disturbi ed applicazione della TCC tra cui: depressione e sintomi depressivi, ansia generalizzata, disturbi fobici, disturbo da stress post traumatico, disturbo ossessivo compulsivo, ipocondria ecc.

I risultati di questa meta-analisi mostrano che la TCC on line si è mostrata efficace nel trattamento di:

  • Depressione
  • Disturbo da Attacchi di Panico
  • Fobia Sociale
  • Disturbo da Ansia Generalizzata
  • Disturbo da Stress Post Traumatico 
  • Disturbo Ossessivo-Compulsivo
  • Ipocondria severa
  • Disturbi della Condotta Alimentare
  • Aracnofobia
  • ed altri...

Per una letteratura scientifica aggiornata e completa consultare:

  • Hedman E. et al. "Cognitive Behavior Therapy via the Internet: a systematic review of applications, clinical efficacy and cost-effectiveness". Expert Rev. Pharmaecoecon. Outcomes Res. 12(6), 745-764 (2012).
leggi di più

5 PASSI PER USCIRE DALLA DIPENDENZA AFFETTIVA

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

La Dipendenza Affettiva è una modalità patologica e disfunzionale di vivere la relazione. Le condizioni che possono portare ad instaurare una relazione dipendente sono diverse, e sono legate da una parte alla presenza di predisposizioni o fragilità personali e dall’altra all’incontro con una persona che nella relazione tende ad attuare comportamenti manipolatori.

Quando si vive una relazione sentimentale in una condizione di dipendenza dall’altro, il rapporto diventa nel tempo una prigione dolorosa dalla quale è molto difficile uscire per il dipendente, in grado di minare gradualmente la sua autostima, la sua autonomia emotiva, relazionale e di vita, e di indurre sentimenti di paura, angoscia, ansia, tristezza e sconcerto che a lungo andare possono costituire una vera e propria “sindrome” psicologica con caratteristiche ben precise.

Uscire da una relazione tanto compromettente e simbiotica non è certamente un passo facile, ma resta assolutamente auspicabile ed è possibile  farlo se si seguono alcuni importanti passaggi intermedi, che permettono al partner dipendente di recuperare serenità, stabilità interiore, senso di autoefficacia ed autonomia e soprattutto di sbarazzarsi dalla paura dell’abbandono, che spesso rappresenta – insieme ad una scarsa autostima – la paura di fondo che impedisce di agire comportamenti più sani e rispettosi della propria dignità.

Cosa fare dunque, per costruire la zattera sulla quale salire per attraversare il fiume della dipendenza affettiva ed arrivare dall’altra parte della riva, dove ritrovare se stessi e costruire relazioni sane e basate sulla reciprocità e la libertà?

 

1.     MIGLIORARE LA CONOSCENZA SI SE’

Il dipendente affettivo vive una condizione in cui, a furia di porre l’altro al primo posto ed al centro della propria vita, ha dimenticato se stesso. Non si conosce più, ha difficoltà a conoscere e riconoscere le proprie priorità al di fuori del legame di dipendenza, i propri interessi e le proprie inclinazioni, i propri valori profondi di vita.

Poiché non si conosce dunque, il dipendente affettivo non conosce le proprie potenzialità né i propri limiti e vive costantemente in una condizione di distacco dal proprio centro, in assenza di un rapporto profondo con se stesso. Questo lo porta a vivere sensazioni di vuoto, angoscia e paura che fungono a loro volta da stimoli attivanti per la ricerca compulsiva della vicinanza dell’altro, che tuttavia non sarà mai “davvero nutriente” poiché non potrà sostituire il nutrimento vero: quello che nasce dal contatto con il nostro sé. Conoscere se stessi dunque è il primo importante passo da compiere per instaurare relazioni sane e gratificanti e per sentirsi bene, e occorre ricordare che coltivare questa conoscenza è un gesto di amore e rispetto che dobbiamo portare avanti durante tutto il corso della nostra esistenza. Conoscendoci meglio, siamo in grado di trare piacere da noi stessi e dalle attività che svolgiamo nella vita: impariamo cioè a fare CIO’ CHE CI PIACE E CI NUTRE PROFONDAMENTE: un bel film, una passeggiata, un passatempo, una lettura ecc… impareremo a darci ciò che ci piace e ci dona soddisfazione, anche - anzi soprattutto - nelle piccole cose. Conoscendoci meglio, potremo sviluppare quella forma di empatia, amore e tenerezza verso noi stessi che sono stati prima cercati dall’altro e che ci permetteranno di diventare capaci di amarci, rispettarci e renderci felici.

 

2.     SBARAZZARSI DELLA PAURA DELL’ABBANDONO

Molti autori concordano nell’affermare che le radici della dipendenza affettiva affondano nella prima infanzia e nelle prime esperienze di attaccamento che sono state sperimentate, stabilendo stili di attaccamento disfunzionali. Alcune ricerche mostrano infatti una correlazione significativa tra stile di attaccamento insicuro ansioso e dipendenza affettiva. La paura dell’abbandono rappresenta dunque l’elemento principale alla base delle relazioni di dipendenza affettiva, portando il dipendente affettivo a mettere in atto comportamenti – volti a garantire la presenza e la costanza dell’altro – disfunzionali, che lo rendono ancor più fragile e insicuro e lo allontanano da se stesso, in quel continuo e decentrante tentativo di accondiscendere, soddisfare le aspettative dell’altro e prendersene cura. In questo modo ci si rende “schiavi” dell’altra persona e si continua a rinforzare la convinzione che, senza l’altro, non potremo sopravvivere al senso di angoscia e solitudine, alla paura di non farcela, ai sensi di colpa e di inadeguatezza.

Occorre tenere sempre ben presente che NON SARA’ ATTRAVERSO LA GARANZIA DI COSTANTE VICINANZA DELL’ALTRO che impareremo a superare la paura di essere abbandonati, ma piuttosto attraverso la costruzione di un solido rapporto con noi stessi, che ci permetta di sentire che - come individui – non ci abbandoneremo ed sapremo avere cura di noi stessi. Le persone nella nostra vita si potranno avvicendare ma rimarrà nel cuore la profonda consapevolezza di essere individui separati, capaci di restare fedeli a ciò che siamo e a ciò che amiamo, capaci di prenderci cura di noi stessi e di amarci. È attraverso la “prova del fuoco” della rinuncia ad una relazione di dipendenza dall’altro, che impareremo a fare affidamento sulle nostre capacità individuali. È attraverso una serie di scelte di autonomia basate su ciò che vogliamo davvero (e non su ciò che l’altro si aspetta da noi) che costruiremo pian piano la nostra strada verso l’autonomia e verso una maggiore sicurezza interiore. Meglio raccogliere pian piano i cocci di una relazione finita – imparando ad avere fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità di fare fronte al dolore e alla tristezza, imparando a vedere nuovamente le piccole grandi cose belle che ci circondano -  che restarvi impigliati in modo sterile e compulsivo, senza creare valore per noi stessi, ma solamente tentando di mantenere l’altro accanto.

Occorre dunque cominciare ad agire piccoli e graduali comportamenti diversi dal solito: fare qualcosa da soli, imparare ad esprimere le proprie preferenze e il proprio disaccordo, imparare a dire “no” quando dentro di noi è “no”, imparare gradualmente a tollerare il senso di paura dell’abbandono, a favore di una maggiore capacità di autoaffermazione ed autodeterminazione. Ne verremo ripagati immensamente.

 

3.     SVILUPPARE LA FIDUCIA

Chi soffre di dipendenza affettiva non ha fiducia in se stesso e non ne ripone negli altri. Un grande problema di fondo è caratterizzato per queste prone dall’incapacità a fidarsi ed affidarsi. Vive in un conflitto interiore continuo poiché l’altro è considerato indispensabile al proprio equilibrio ma contemporaneamente viene vissuto come una minaccia, una possibile fonte di dolore e di tradimento. Il dipendente affettivo non ha imparato a costruire un sano concetto di fiducia e tende ad oscillare costantemente tra una sorta di “fiducia assoluta” ed una “sfiducia totale” nei confronti degli altri, che sono a tratti fonte di assoluto accudimento ed amorevolezza ma possono trasformarsi repentinamente – sulla base di rigidi criteri interiori sviluppati negli anni come difesa – in tremendi traditori da giudicare e biasimare, controllare, punire e riprendere, in un continuo ed estenuante alternarsi di emozioni altalenanti e contrapposte. Si vive dunque nello squilibrio, poiché squilibrati sono i criteri di valutazione utilizzati per valutare l’affidabilità dell’altro: a tratti ci si fida ciecamente e totalmente (in maniera idealizzante ed acritica) e a tratti ci si sente sfiduciati, diffidenti e allarmati diventando paranoici e controllanti. La verità da comprendere è che nessuno di noi può essere perfettamente affidabile poiché questo significherebbe tradire se stessi a favore delle aspettative di chiunque abbiamo di fronte. Ma possiamo essere “mediamente affidabili”, cioè rispettosi di noi stessi e dell’altro, imparando la sincerità e la lealtà ma anche imparando a non tradire prima di tutto noi stessi.

Apriamoci all’altro, ad una relazione vera in cu ci si mostra come si è e si curano il dialogo e la comunicazione che sono la base per costruire una sana fiducia; apriamoci a nuove esperienze di coppia che siano più equilibrate e sane perché La fiducia si sviluppa come una sorta di abilità e deriva dalle esperienze anche positive che siamo in grado di costruire. Occorrono coraggio ed apertura, ma è necessario ricostruire la propria capacità di avere fiducia attraverso l’azione concreta guidata dalla prudenza, dall’osservazione e dalla conoscenza graduale dell’altro. Soprattutto è importante mantenere la centratura su di sé chiedendosi sempre “come mi sento in questa situazione?” e riflettendo sulle proprie aspettative. Altrimenti qualsiasi relazione sarà destinata a diventare fonte di dolore e a terminare in malo modo.

A questo proposito, suggerisco di leggere l’illuminante libro di Krishnananda e Amana dal titolo “Fiducia e sfiducia”.

 

4.     IMPARARE AD AMARE SE STESSI E RI-SCOPRIRE LA PROPRIA BELLEZZA

Chi soffre di dipendenza affettiva ha la propensione a sbilanciarsi verso l’altro e nell’altro, lasciandosi trasportare da forze esterne: tutto ciò che viene dall’altro diventa di importanza vitale come i suoi stati d’animo, le sue aspettative, i suoi bisogni e desideri, le sue volontà e richieste. In questo modo, il dipendente affettivo vive la vita sempre “su una gamba sola”, in perenne bilico ed in continua attesa di ciò che l’altro farà o dirà. Vivere la vita su una gamba sola porta ad una costante precarietà di equilibrio e basta poco per cadere a terra; così è facile allarmarsi per poco, spaventarsi per poco, perché si percepisce la propria precaria condizione e ci si agita freneticamente per tenersi in equilibrio – appunto – su una gamba sola! Bisogna dunque riappoggiare a terra l’altra gamba, quella dell’amore, della considerazione e del rispetto di sé, e gradualmente renderla sempre più forte e salda per recuperare l’equilibrio, l’integrità e la fiducia in se stessi. Amare se stessi è un dovere prima che un diritto, e non è incompatibile con l’amore e la cura dell’altro: anzi – come sempre ripeto – l’amore per se stessi rappresenta le fondamenta di tutta la vita psichica e relazionale nella misura in cui permette di donare ed accogliere l’altro in maniera libera dai bisogni prepotenti della dipendenza, serena e reciproca. Se non sappiamo amare noi stessi, perdonarci le nostre fragilità e debolezze, perdonarci gli errori, rispettare i nostri bisogni e desideri ed accogliere le nostre paure, come possiamo pensare di poter amare davvero l’altro, rispettandolo ed accogliendolo? Nel bisogno stringente e compulsivo, nell’angoscia e nel vuoto interiore non vi può essere spazio per il rispetto dell’altro.

Dunque amare se stessi e ricominciare a vedere la propria bellezza sono passaggi importantissimi per costruire le basi di una relazionalità sana e basata sulla reciprocità. Ma cosa significa amare se stessi? Significa innanzitutto conoscersi al di là di qualsiasi giudizio di valore possiamo esprimere su di noi. Significa conoscere ed accettare i nostri pregi e difetti, le nostre potenzialità e i nostri limiti, perdonarci per gli errori che abbiamo commesso, sentirci degni di amore e rispetto in quanto persone umane e non perché siamo pronti a dare qualcosa in cambio. Ognuno di noi è degno di amore, perché l’amore è un dono e non una merce da comprare o da barattare in cambio della nostra libertà, dignità, sicurezza e serenità.

Impariamo a dare meno importanza al giudizio degli altri, a diventare un po’ egoisti e a dire “NO”, a diventare importanti per noi stessi, a provare verso noi stessi quella dolcezza e quella tenerezza che siamo capaci di provare per gli altri.

Impariamo a diventare il miglior amico di noi stessi: a consolarci nel dolore o nella tristezza, a calmarci quando siamo preoccupati o impauriti, a prenderci e a darci ciò che desideriamo senza pretendere che siano altri a portarcelo, parliamo con il nostro bambino interiore e impariamo ad ascoltare ciò di cui ha davvero bisogno. Prendiamoci il nostro tempo per fare ciò che amiamo: leggere, fare attività fisica, meditare, riposare, fare un massaggio rilassante, guardare un film che ci piace… non è necessario che ciò che amiamo fare piaccia anche all’altro! Possiamo farlo da soli! Io stessa – quando mi sento stanca o turbata – mi regalo una bella cena al ristorante da sola: mangio i cibi che amo e mi coccolo con un bicchiere di buon vino…ma soprattutto mi ascolto, parlo con me stessa e, attraverso lo spazio di questa “solitudine” che è recupero e silenzio, entro in contatto con la mia parte profonda e ne posso ascoltare insegnamenti, paure e desideri.

 

5.     DIVENTARE AUTONOMI

Diventare autonomi significa soprattutto metterci nella condizione di non dover dipendere dall’altro per la sopravvivenza. Significa prima di tutto trovare un lavoro, una casa in cui stare dopo la rottura di una convivenza – matrimoniale o meno – mettere in azione i passaggi fondamentali per svincolarsi dai legacci e tagliare il cordone ombelicale della dipendenza, non solo affettiva ma anche materiale, dall’altro. Autonomia significa anche imparare a gestire in maniera ottimale le proprie risorse: il proprio denaro, la propria energia ed il proprio tempo evitando inutili sprechi e finalizzando l’impegno a qualcosa di costruttivo e sano. Diventare autonomi significa anche abbandonare i panni della “vittima delle circostanze” (anche se le circostanze sono state dure… e lo sappiamo) e rimboccarci le maniche tirando fuori la nostra forza interiore e la nostra determinazione, spinti dal desiderio di costruirci una vita più serena e gratificante, anche se sarà faticoso. Ricordiamo che finché non decidiamo di assumerci le nostre responsabilità rinunciando alla condizione di “vittima delle circostanze”, non saremo in grado di fare quel passaggio interiore – che pur doloroso e faticoso è la base di qualsiasi crescita personale – che solo potrà restituirci la misura della nostra auto efficacia e della fiducia nelle nostre capacità.

 

PER APPROFONDIRE LEGGERE ANCHE:

 

 

leggi di più 9 Commenti

5 BREVI MASSIME PER LA FELICITA’

 

 

 

 

La felicità e la pace del cuore nascono dalla coscienza di fare ciò che riteniamo giusto e doveroso, non dal fare ciò che gli altri dicono e fanno.”
GHANDI

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

1)     SCEGLIERE INVECE DI ESSERE SCELTI. Impariamo ad essere protagonisti nella scelta di chi ci piace, amici o partner che siano. Impariamo a scegliere le persone che ci piacciono: quelle che evocano in noi sensazioni e sentimenti piacevoli, positivi e di apertura, quelle che ammiriamo e stimiamo e con le quali siamo a nostro agio. Quanto volte ci si lascia scegliere, provando una sorta di inconsapevole senso di “gratitudine” verso la persona che ci corteggia e che ci trova interessanti e amabili, dimenticando di chiederci se questa persona ci interessa e ci piace davvero? Quante volte rinunciamo a scegliere per timore di essere rifiutati, giudicati negativamente, umiliati, allontanati… perché non ci sentiamo abbastanza amabili o interessanti, e lasciamo questa responsabilità ad altri? Lasciarsi scegliere è un atto passivo, in cui nella migliore delle ipotesi saremo fortunati ad essere scelti da un partner che ci piace, ci rispetta e ci stima. Scegliere è un atto di libertà: ci si assume la responsabilità delle proprie azioni, ci si indirizza verso ciò che piace davvero e coraggiosamente si prova ad ottenere ciò che si desidera. Comunque vada sarà una vittoria ed un insegnamento di coerenza, forza e autoefficacia. Viceversa, lasciandoci scegliere, abdichiamo ai nostri desideri comportandoci come un cagnolino fedele che desidera solamente essere adottato, e non bada a chi se lo porterà a casa! In questo modo continueremo a rinforzare la convinzione di non valere abbastanza, di non potercela fare, di non poter avere mai la relazione che desideriamo.

 

2)     ASCOLTARE LE EMOZIONI. Ascoltare le nostre emozioni ed il nostro corpo è importantissimo, ci permette di sperimentare un appagante senso di integrità, coerenza e centratura. Invece siamo sempre più spesso “disconnessi” dal corpo e dalle emozioni, le temiamo… tanto che a volte cerchiamo persino di evitare di sentirle ed accoglierle in noi. Siamo sempre più focalizzati e sbilanciati verso l’esterno e sempre meno in grado di osservare ed accogliere ciò che abbiamo dentro: flussi di ricordi o immagini, emozioni, pensieri cambiamenti del battito cardiaco della postura, tensioni muscolari. La continua distrazione verso il ciò che sta fuori di noi, ci distoglie da noi stessi. Anche per questo sperimentiamo sempre più spesso una straniante forma di ansia e senso di vuoto. Quando soffriamo, ad esempio, dobbiamo imparare a dare ascolto al dolore perché il dolore ci porta un insegnamento e ci parla… se lo ignoriamo è peggio; esso crescerà e diverrà spaventoso. Dedichiamo ogni giorno all’ascolto ed all’osservazione silenziosa e non giudicante delle nostre emozioni e delle nostre sensazioni fisiche, accogliendole e lasciandole essere ciò che sono senza combatterle.

 

3)     VIVERE IL PRESENTE. Quante volte ci accorgiamo- magari mentre stiamo guidando lungo un tragitto familiare – di non essere presenti nel momento ma che la nostra mente sta inseguendo riflessioni riguardanti il futuro o il passato… o sta pensando cosa deve fare più tardi? È un’attitudine normale della nostra mente quella di prepararsi al futuro, fare progetti, preoccuparsi o di ripensare al passato… ma si tratta di un’attività non sempre utile o sana. A volte è molto più importante e utile al nostro benessere, restare nel momento presente, con ciò che abbiamo in quel momento, invece di temere o preoccuparci per un futuro di là da venire (che non sappiamo come sarà) o rivivere nella mente la rabbia, il dolore o la colpa di un passato che non esiste più. Impariamo a chiederci “cosa mi rende felice in questo momento”? Una ottima tecnica per imparare a tornare a presente è quella riassunta nell’acronimo STOP: S = stop, fermati; T = take a deep breath cioè fai un (o più) respiro profondo per rilassarti; O = observe cioè osserva ciò che è intorno a te, senza giudicare, semplicemente guardando... e P = proceed cioè procedi, riprendi l'attività che stavi svolgendo. Si tratta di un breve ed efficacissimo esercizio da fare ogni volta che si vuole per allentare la tensione ed imparare a tonare nel momento presente, nella realtà del momento presente.

 

4)     RIEMPIRE IL VUOTO A TUTTI COSTI: Una volta ho letto una frase, che ho volito anche trascrivere sulla lavagna del mio studio, che diceva così: “il vuoto spaventa solamente chi vuole riempirlo a tutti i costi”. Imparare a stare con le nostre emozioni spiacevoli di tristezza, paura o mancanza, con i nostri desideri, con la percezione dell’assenza, può essere molto più saggio di cercare un riempitivo a tutti i costi. Riempire il vuoto che si prova facendo shopping, intessendo compulsivamente relazioni virtuali o facendo uso di sostanze o alcol, perdendo minuti o persino ore facendo lo “scrolling” di aggiornamento dei social… sono tutte attività che non solo possono provocare danni, ma che ci allontanano da noi stessi. E dobbiamo ricordare che siamo gli unici in grado di poter davvero riempire il vuoto che a volte sentiamo, con il nostro stesso amore, la nostra pazienza, la nostra amorevole cura ed ascolto verso noi stessi, come se ci stessimo prendendo cura di un bimbo, o di un amico caro…. Siamo noi a dover avere cura di noi stessi per primi, senza aspettare né tantomeno pretendere che questo accudimento, questa attenzione ai nostri bisogni arrivino dall’esterno, attesa/pretesa che ci rende dipendenti da altri e destinati all’infelicità.

 

5)     RISPETTA I TUOI VALORI. Secondo Socrate “La felicità dipende dalle virtù, quindi dalla conoscenza, la saggezza, il miglioramento di sé, e dal fatto di avere un rapporto armonico con il mondo”. È dunque importante essere consapevoli dei valori che ci guidano nel mondo, restarvi fedeli per sentirci saldi e integri nell’affrontare le scelte, le decisioni e le difficoltà. I valori sono la nostra Stella Polare, essi ci guidano nella notte verso la direzione che vogliamo imprimere alla nostra vita, impedendoci di imboccare strade sbagliate, che ci allontanerebbero dalla realizzazione di ciò che per noi ha importanza e profondo senso. QUI parlo più estesamente dell’importanza che i valori hanno nella nostra vita e per la nostra felicità, indicando alcuni esercizi divertenti per riconoscere i nostri valori.

 

ARTICOLI CORRELATI:

 

 

leggi di più 0 Commenti

RELAZIONI TOSSICHE: ISTRUZIONI CONTRO L'ABUSO

 Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Come ho scritto nel mio precedente articolo “CHI SONO I SOCIOPATICI E COME RICONOSCERLI”, i sociopatici sono dei predatori sociali che vivono sfruttando le vite degli altri. Alcuni sono dei veri e propri criminali, che prendono con la forza ciò che vogliono, ma la maggior parte di loro ricorre a strategie più sottili: non rubano quello che desiderano, piuttosto seducono ed irretiscono le loro vittime per convincerle a dar loro ciò che desiderano.

Con il termine sociopatico non ci si riferisce ad una specifica diagnosi clinica, quanto piuttosto ad una categoria di individui - più o meno dannosi nelle relazioni con gli altri (soprattutto in quelle romantiche) -  che hanno le seguenti caratteristiche:

·        diagnosi cliniche diverse, che possono in parte sovrapporsi

·        comportamenti predatori di sfruttamento degli altri

Con il generico termine “sociopatico” quindi, vengono indicati individui che possono ricevere diverse diagnosi cliniche indicate nel manuale DMS-5:

·        Disturbo antisociale di personalità (DAP)

·        Disturbo narcisistico di personalità (DNP)

·        Disturbo borderline di personalità (DBP)

E soprattutto la Psicopatia, che non è contenuta né indicata nel DSM-5 ma che è ben rappresentata da alcuni tratti del DAP e del DNP, soprattutto quando questo ultimo assume particolari caratteristiche di gravità e dannosità verso gli altri (Narcisismo Maligno, Narcisismo Perverso).

I sociopatici sfruttano gli altri per raggiungere obiettivi personali come denaro, potere, notorietà, soddisfacimento sessuale o status sociale, e lo fanno in maniera subdola e pericolosa: MANIPOLANDO LE PERSONE ATTRAVERSO I LORO SENTIMENTI E LE LORO EMOZIONI.  Il risultato delle loro macchinazioni sono:

 

·        Disturbi psicologici (come disturbo post traumatico da stress, depressione, disturbo d’ansia, attacchi di panico, disturbi del sonno, o dell’alimentazione, grave calo dell’autostima ecc.)

·        Traumi psicologici e fisici anche gravi

·        Bancarotta e altri problemi finanziari

·        A volte la morte della vittima

 

Ma la verità più dolorosa sullo sfruttamento attuato dai sociopatici è che per ottenere quello che vogliono, questi predatori sociali hanno bisogno della nostra collaborazione. E sanno come ottenerla. 

Dobbiamo dunque imparare a porci due ordini di domande:

1.     Come possiamo permettere loro di realizzare i loro piani scorretti, ingiuriosi e immorali? Perché non riusciamo a vedere i loro secondi fini? Perché non ci rendiamo conto che ci stanno manipolando e mentendo?

2.     E quando ci rendiamo conto di cosa sta davvero accadendo, perché non riusciamo a chiudere la relazione?

Le risposte a queste domande possono essere anche molto scomode, e richiedere una presa di coscienza dolorosa ma fondamentale se vogliamo evitare di cadere o restare all’interno di una relazione insana, dolorosa e infine anche pericolosa.

 

RISPOSTA #1: NON SIAMO ABBASTANZA INFORMATI

Prima di tutto, non siamo sufficientemente informati sui disturbi della personalità e sulle loro manifestazioni, così la maggior parte delle persone nemmeno sa dell’esistenza di questi predatori sociali. Non riusciamo a capacitarci di come sia possibile che un essere umano sia privo di coscienza morale, rimorso, dispiacere ed empatia – almeno non finché ci capita di avere a che fare con uno di loro e cerchiamo di capire cosa stia succedendo.

 

RISPOSTA #2: NON CONOSCIAMO BENE NOI STESSI

Purtroppo molti di noi non hanno chiaro cosa vogliono, né quanto bisogno abbiano di certe cose. Non ci rendiamo conto di quanto le esperienze dolorose o traumatiche del passato possano influenzare le nostre relazioni nel presente, distorcendo le nostre percezioni, le nostre aspettative e spesso le nostre emozioni. Non ci rendiamo veramente conto di quanto la nostra visione del mondo possa alterare il modo in cui diamo significato alle cose che ci succedono, e dunque reagiamo ad esse.

 

RIASSUMENDO

I sociopatici vivono sulle spalle degli altri; si insinuano nelle loro vite sfruttando le loro fragilità, le loro vulnerabilità e debolezze. Il punto è che tutti noi ci possiamo sentire fragili, vulnerabili o bisognosi soprattutto in alcuni specifici momenti della nostra vita. Non possiamo completamente eliminare queste parti di noi, e non è questo che vogliamo fare, perché per avere relazioni gratificanti e sincere dobbiamo permettere a noi stessi di essere anche deboli, accettare e riconoscere le nostre fragilità. La chiave di volta è la CAPACITÀ DI DISCERNERE QUANDO POSSIAMO APRIRE ALL’ALTRO IL NOSTRO CUORE E QUANDO NON FARLO.

 

Per imparare a riconoscere se abbiamo a che fare con un sociopatico, è bene sfatare alcuni falsi miti (leggi il mio articolo “PER RICONOSCERE UN SOCIOPATICO SFATIAMO I FALSI MITI”). Per conoscere meglio noi stessi dobbiamo invece comprendere fondamentalmente due aspetti:

 

1)     Identificare le nostre vulnerabilità

2)     Identificare le nostre attrattive

3)     Riconoscere quali comportamenti nella relazione indicano che abbiamo a che fare con un sociopatico

 

IDENTIFICA LE TUE VULNERABILITÀ

I sociopatici sono particolarmente abili nell’identificare e mirare alle tue vulnerabilità, per fare leva su di esse. Le sanno riconoscere e sanno comprendere velocemente di cosa hai bisogno, per agganciarti e portarti dunque, nel tempo e dopo aver carpito la tua fiducia ed il tuo amore, a fare e dare loro ciò che desiderano.

Considera ora le seguenti condizioni psicologiche – che rappresentano un’attrattiva forte per i predatori sociali -  e chiediti se in questo momento della tua vita potresti essere un bersaglio vulnerabile a incontri di questo tipo (fonte: www.lovefraud.com).

o         FERITO: sei reduce da una brutta rottura sentimentale? Un divorzio? Esci da una relazione abusante? Hai subito abusi – psicologici o fisici – nella tua famiglia di origine?

o         BISOGNOSO DI AMORE: stai cercando l’amore? Sei bisognoso di attenzioni, cura e condivisione? Desideri sentirti protetto? Hai bisogno di sentirti indispensabile per qualcuno?

o         SOLITUDINE: senti che la tua vita, da solo, è vuota e priva di senso? I tuoi figli sono cresciuti e non hanno più bisogno di te? Hai recentemente cambiato casa, quartiere o città e ti manca la compagnia?

o         EMPATICO: ti senti “obbligato” ad aiutare gli altri? Rispondi immediatamente alle richieste di aiuto e sostegno degli altri? Hai desiderio di sentirti utile o indispensabile per qualcuno?

o         BASSA AUTOSTIMA: hai poca fiducia in te stesso? Ti senti timido o insicuro? Hai poca considerazione di te?

o         BISOGNOSO DI UNARELAZIONE: ti senti incompleto senza un partner? Desideri fortemente un amante, un matrimonio, una famiglia e dei figli? Senti che il tuo orologio biologico sta correndo?

o         INGENUO E FIDUCIOSO: hai poca esperienza di fatti della vita? Ti senti innocente e ingenuo? Sei onesto, possiedi un forte senso morale e religioso, ed credi che anche tutti gli altri siano altrettanto leali e onesti?

o         PROBLEMI: stai attraversando un momento difficile della vita? Hai problemi e necessiti di sostegno o assistenza? Hai bisogno di un posto in cui vivere e hai problemi di salute o disabilità?

o         GENITORE SINGLE: stai avendo problemi nel screscere da solo i tuoi figli? Non hai la possibilità di comprare loro ciò di cui hanno bisogno? Desideri una mano nel prenderti cura dei tuoi figli?

o         HAI VISSUTO UN LUTTO: hai recentemente affrontato un lutto? Vedovanza? La perdita di un familiare o di una persona cara?

Chiediti ora cosa faresti se qualcuno arrivasse nella tua vita, e si proponesse come la soluzione emotiva e pratica al tuo dolore e al tuo disagio. Ricorda che i predatori sociali fanno proprio leva sui tuoi bisogni emotivi per agganciarti, proponendosi come la soluzione perfetta. Quindi impegnati a fare qualcosa per prenderti cura tu stesso delle tue vulnerabilità, senza dipendere dal coinvolgimento o dall’assistenza di un’altra persona.

Le vulnerabilità non sono necessariamente difetti. Tutti noi in qualche modo sperimentiamo le difficoltà e le vulnerabilità elencate. La chiave di tutto è ESSERE CONSAPEVOLI di queste vulnerabilità e RICONOSCERLE, soprattutto se possono farci cadere nella trappola dello sfruttamento da parte dei predatori sociali.

 

LE TUE ATTRATTIVE

Magari sei particolarmente benestante, o hai una buona posizione lavorativa e professionale, o hai recentemente ricevuto un’eredità… i sociopatici, in quanto predatori sociali, di solito si dedicano a obiettivi facili – ad esempio persone ferite e fragili. Ma non sempre. Altre volte, per amore di sfida, prendono di mira le nostre migliori qualità mirando ad individui con alta autostima, di successo e realizzati per vedere se saranno in grado di farli capitolare. La ragione è ovvia: hanno bisogno di trovare qualcosa che possono utilizzare. Denaro, posizione sociale, o un posto in cui vivere. Di seguito, capacità e beni che i sociopatici trovano attraenti nelle loro vittime (Fonte: www.lovefraud.com): quale di questi ti appartiene?

 

o         ASPETTO: sei fisicamente attraente? Affascinante e curato?

o         STABILITA’ FINANZIARIA: hai un buono stipendio? Del denaro in banca? Risparmi o indennità di fine rapporto? Possiedi una casa? Una bella macchina?

o         CARRIERA: hai un lavoro stabile? Sei un professionista affermato? Hai successo nel tuo campo? Hai qualche tipo di riconoscimento pubblico per il tuo lavoro o nel tuo ambito professionale?

o         COMPASSIONE: ti interessi profondamente delle persone? Percepisci te stesso come una persona dal cuore gentile, non giudicante, altruistica o praticante dei valori religiosi?

o         TI PRENDI CURA DEGLI ALTRI: lavori nell’ambito delle professioni di aiuto? Forse uno psicologo, infermiera, counselor, insegnante o terapeuta? Ti dà soddisfazione aiutare gli altri e renderti utile?

o         RESPONSABILITA’: credi nell’onorare i tuoi impegni? La tua parola vale oro?

o         AUTOSTIMA: ti consideri una persona intelligente, fiduciosa in sé stessa, capace, creativa o talentuosa?

o         ESTROVERSO: sei una persona entusiasta, socievole ed assertiva? Trovi noiose le persone troppo calme e tranquille? Hi bisogno di stimoli?

o         SOCIEVOLE: trai piacere dalle relazioni con le altre persone? Hai un cuore tenero, sentimentale ed empatico? Investi molto nelle relazioni?

o         COOPERATIVO: sei tollerante, amichevole e supportivo? È importante per te andare d’accordo con gli altri? Tendi a mettere gli interessi degli altri prima dei tuoi?

Tutte le qualità elencate sopra sono qualità forti e positive – e questo è il punto. I sociopatici frequentemente fanno leva sulle nostre qualità per iniziare una relazione, per poi scivolare gradualmente dall’impegno allo sfruttamento dell’altro e dei suoi beni.

 

COMPORTAMENTI INIZIALI CHE CI DICONO CHE POTREMMO AVERE A CHE FARE CON UN PREDATORE

Come ho scritto nei miei precedenti articoli “IMPARARE A VEDERE: IL PRINCIPE AZZURRO DIVENTA GRIGIO” e "RELAZIONI TOSSICHE E VIOLENTE: LE DIECI AVVISAGLIE DA NON SOTTOVALUTARE”, è importante imparare a distinguere i primi segnali indicativi di un individuo potenzialmente tossico, e non scambiarli per indici di amore, cura, attenzione e vero rispetto.

Di seguito, le tipiche tecniche di aggancio dei sociopatici, che caratterizzano soprattutto l’inizio della relazione.

 

         CONTATTO COSTANTE: chiamate ad ogni ora, messaggi ed e-mail frequenti, desidera stare sempre con te, tutti i giorni;

         RISPECCHIAMENTO: si mostra d’accordo con tutto ciò che dici: opinioni, interessi cose che ti piacciono e cose che non sopporti.  Sembrate avere così tante cose in comune che hai la sensazione che questo incontro sia proprio quello con l’anima gemella;

         TI FA SENTIRE SPECIALE: ti riempie di attenzioni, smancerie e complimenti. Ti mette sul piedistallo, dicendoti che sei la persona perfetta e che siete anime gemelle;

         LOVE BOMBING: ti sommerge letteralmente di affetto e attenzioni. Ti dichiara subito un amore appassionato ed eterno;

         SPINGE AFFINCHE LA RELAZIONE DIVENTI SUBITO “SERIA”: ti trascina letteralmente in una sorta di vortice romantico. Vuole che andate subito a vivere insieme, fate figli e vi sposate;

         VUOLE IMPIETOSIRTI: fa appello alla tua sensibilità. Ti racconta storie tristi e lacrimevoli affinché ti senta triste per lui/lei e ti impietosisca;

         PERSISTENZA: continua a corteggiarti anche quando resisti e dici no. Fino a convincerti a dargli un’opportunità;

         PREFERENZE SESSUALI: spinge per avere subito rapporti sessuali, e prova a spostare sempre un po’ più in là i confini della tua disponibilità sessuale (richieste strane).

Cosa fare dunque? Non esiste una ricetta che sia adatta e valida in ogni situazione, poiché ogni relazione ha le sue precipue caratteristiche dinamiche, tuttavia è possibile tenere in considerazione alcune regole, che potete  leggere QUI.

 

leggi di più 2 Commenti

IMPARARE A VEDERE: IL PRINCIPE AZZURRO DIVENTA GRIGIO

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

 

 

 

 

 

 

Si parla molto, negli ultimi tempi, di relazioni tossiche, pericolose, manipolazione e violenza psicologica. Si tratta di un fatto probabilmente vecchio come il mondo ma solo recentemente salito alla ribalta grazie alla crescente attenzione che, finalmente, media e professionisti stanno dedicando al fenomeno della violenza e dell’abuso psicologico all’interno della famiglia e della coppia.

I numerosi casi di omicidio o tentato omicidio di donne da parte dei loro mariti, compagni o ex-tali che la cronaca ci mostra quasi quotidianamente, ci portano a porci una numerosa serie di domande relative al senso dell’amore e della coppia all’interno dell’attuale contesto socio culturale, gettando una dolorosa e disorientante ombra di dubbio, diffidenza e paura sulle relazioni sentimentali e sul soddisfacimento dei naturali bisogni di condivisione, amore e protezione, che fanno parte della natura umana.

E’ stato sdoganato e reso fruibile anche ai non addetti ai lavori il costrutto del narcisismo: dalle sue manifestazioni non cliniche o sub-cliniche a quelle decisamente patologiche del narcisismo perverso, fino ad arrivare alla psicopatia ed alla sociopatia.

Questo incessante, impegnativo e capillare lavoro di informazione e sensibilizzazione sociale ha iniziato a dare i suoi frutti: un crescente numero di persone sta imparando a riconoscere i segnali sentinella rivelatori di una relazione potenzialmente tossica e pericolosa, a individuare le caratteristiche tipicamente presenti in una relazione manipolativa e abusante, e soprattutto a comprendere che spesso sono le proprie fragilità, i propri schemi cognitivi disfunzionali e certe aspettative irrealistiche a rendere una persona oggetto di abuso da parte dei predatori sociali e sentimentali.

Personalmente, mi impegno da anni - nella mia pratica clinica e scrivendo numerosi articoli relativi al tema della manipolazione, del narcisismo e delle relazioni tossiche,  per aiutare chi è caduto nella “trappola” delle relazioni tossiche, ad uscirne e a ricostruire un positivo senso del sé insieme alla capacità di scegliere e costruire relazioni sane e gratificanti.

Oggi vorrei parlare di come spesso, a causa dell’assenza di una educazione sentimentale e relazionale adeguata al contesto socioculturale attuale, molte persone siano portate a fraintendere i comportamenti del partner, iniziando e portando avanti relazioni sentimentali tossiche e spesso pericolose.

Vediamo nel dettaglio quali sono i comportamenti “a rischio” più facilmente fraintesi all’interno della relazione:

1) TELEFONATE, SMS, CONTROLLO E GELOSIA: “controlla la mia posta perché è innamorato di me e ha paura di perdermi”, “capisco che non voglia farmi uscire con le mie amiche… forse ha paura che un altro possa interessarmi…”, “…mi ama così tanto che ha sempre paura di perdermi”, “sono davvero importante per lui ecco perché mi telefona in continuazione: vuole sincerarsi che io stia bene”. Queste sono solamente alcune delle fandonie che ci raccontiamo quando il partner si comporta in modo controllante e geloso, limitando la nostra libertà fisica e psicologica. E spesso ce le raccontiamo per non dover affrontare la realtà… Una volta per tutte dobbiamo imparare a distinguere un comportamento di CURA, AFFETTO E PROTEZIONE da un comportamento controllante e manipolatorio: il primo appare commisurato al contesto, rispettoso della nostra volontà e della nostra libertà e soprattutto è FONDATO SULLA FIDUCIA. Il secondo è inadeguato, eccessivo, vagamente o palesemente intimidatorio, assolutamente NON basato sulla fiducia e soprattutto ci suona come qualcosa di forzato, offensivo e limitante della libertà.

2) REGALI E ATTENZIONI: Vi riempie di regali ed attenzioni? Bello! Bellissimo! …peccato che troppo spesso queste attenzioni si limitino ai primissimi tempi della relazione, lasciando il passo più tardi a comportamenti molto meno romantici. Quando si ha a che fare con un partner (ma vale sempre anche al femminile) che mette in atto il “love bombing”, occorre essere cauti ed alzare le antenne: potrebbe essere un modo per renderci dipendenti e legarci alla relazione e al partner, anche attraverso l’illusione che tutto questo, prima o poi tornerà... Soprattutto quando tali comportamenti saranno scemati e gradualmente lasceranno il posto a comportamenti irrispettosi, sgradevoli quando non francamente abusanti e violenti. Una volta una conoscente mi raccontò di come il suo (ora ex) fidanzato, usasse presentarsi all’improvviso e non invitato sotto casa sua, presto al mattino, con dei fiori e la colazione, affermando di “aver pensato al suo benessere, che mangiasse prima di uscire”… peccato si trattasse di tentativi di controllare che fosse sola in casa e che stesse realmente recandosi a lavoro! Anche in questo caso occorre essere saggi ed avere buon senso: se il contesto in cui vengono messi in atto tali comportamenti vi appare inadeguato (state insieme da poco, avete già espresso il vostro disagio o disapprovazione), se vi sembrano eccessivi (magari vi conoscete da poco o non desiderate i regali che vi vengono fatti, oppure il partner si presenta all’improvviso quando non lo aspettate), se avete la sensazione che stia cercando di “comprare” la vostra dedizione ed il vostro amore o di controllarvi: prestate attenzione e valutate la reale natura della vostra relazione. Il VERO DONO è SPONTANEO, commisurato e sensibile ai VOSTRI DESIDERI, NON RICHIEDE DI ESSERE RICAMBIATO e non viene USATO COME STRUMENTO DI RICATTO EMOTIVO. Del controllo ho già parlato!

 

 

Chiaramente questo articolo non può essere esaustivo dei numerosi atteggiamenti messi in atto per indurre il partner a restare in una relazione, ma indicano le due grandi categorie di comportamenti che vengono più spesso fraintesi e scambiati per amore, interesse, dedizione e attenzione. Occorre imparare a distinguere dunque i comportamenti indicativi di reale interesse, rispetto ed amore da tutti gli altri, mossi principalmente dal desiderio di controllare e sottomettere il partner nella relazione.

 

Cosa fare dunque? Non esiste una ricetta che sia adatta e valida in ogni situazione, poiché ogni relazione ha le sue precipue caratteristiche dinamiche, tuttavia è possibile tenere in considerazione alcune regole:

  • ASCOLTARE E RISPETTARE LE VOSTRE SENSAZIONI: TUTTE le donne coinvolte in relazioni disfunzionali che ho seguito e seguo mi hanno riferito la stessa cosa: cioè sin dall’inizio della relazione, hanno avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di strano, inadeguato o eccessivo nel comportamento del partner… nelle sue attenzioni. Hanno sempre “sentito” che certe cose erano decisamente fuori luogo o poco comprensibili nel contesto di riferimento del rapporto.
  • SMETTERE DI CREDERE NEL PRINCIPE AZZURRO: non possiamo affidare ad un uomo l’impegno di “risolverci la vita”; dobbiamo darci da fare da sole per realizzare i nostri sogni, dare materia ai nostri interessi, concretizzare le nostre aspettative e anche sbarcare il lunario. Anni di evoluzione non hanno intaccato l’ideale dell’uomo salvifico e risolutivo, quello che riempirà i nostri vuoti emotivi e il nostro conto in banca, che ci accudirà come un padre e si prenderà cura di noi. Questo tipo di uomo non esiste… e se finge di esistere è perché da noi si aspetta di ricevere indietro la nostra stessa essenza, la nostra autonomia, i nostri sogni e la nostra forza. Perciò aprire gli occhi e darsi da fare è la prima cosa. Un aiuto è ben accetto, la totale dipendenza dall’altro no.
  • IMPARARE AD AMARCI: rincorrere ideali esterni di bellezza e successo è inutile se no si impara prima di tutto ad entrare in contatto e ad avere RISPETTO DELLE NOSTRE FRAGILITA’, proteggendoci e prendendoci cura di noi attraverso di esse. Esploriamo e conosciamo i nostri limiti e le nostre qualità, facciamolo prima di tutto da soli, senza aspettare che siano gli altri ad approvarci, indicarci se siamo ok oppure no, spiegarci i limiti e confini della nostra amabilità. Non importa se da bambini siamo stati amati in maniera condizionata e abbiamo imparato a fare quello che si aspettano gli altri per poter essere amati: ora siamo adulti, conosciamo bene l’inganno e abbiamo forza e strumenti per superarlo.
  • ASCOLTIAMO LE PERSONE CARE: non chiudiamo fuori amici fidati o parenti che ci mettono in guardia da un partner discutibile. Ascoltiamo cosa ci dicono, diamoci la possibilità di vedere le cose anche da un punto di vista esterno al nostro, che ci permetta di recuperare lucidità e razionalità laddove sono venute meno. Potremo imparare qualcosa di nuovo o forse, salvarci la pelle.
leggi di più 1 Commenti

COMUNICARE BENE PER UNA MIGLIORE AUTOSTIMA

Dott.ssa Annalisa Barbier

Possiamo definire l’autostima come la capacità di avere stima e fiducia nei confronti di se stessi. Si tratta d un’attitudine che viene principalmente influenzata dalle prime relazioni che intratteniamo con le figure di riferimento – soprattutto i nostri genitori -,  ma che necessita di continua cura e stimolo da parte  di ognuno di noi.

L’autostima si coltiva attraverso il rispetto di sé e delle proprie caratteristiche, l’accoglimento dei propri limiti, la capacità di darsi da fare per ottenere ciò che si desidera, ma soprattutto attraverso la capacità di riconoscere e far rispettare i propri valori, ciò che è importante per sé e la capacità dunque di imprimere alla propria vita una direzione coerente con il raggiungimento di ciò che si desidera  davvero.

 

Tra gli aspetti che sono in grado di influenzare l’autostima è anche lo stile comunicativo, la capacità di comunicare in modo efficace e coerente con gli altri: è molto importante dunque fare attenzione a ciò che avviene dentro di sé, mentre ci si relaziona con gli altri.

Infatti, il dialogo interno  - cioè ciò che diciamo costantemente a noi stessi, i giudizi, le frasi e le affermazioni che pronunciamo dentro di noi – e le parole che si tende ad utilizzare automaticamente nella comunicazione, possono influire sullo stato d’animo, e sull’impressione che si trasmette all'interlocutore.

 

Ad esempio, una persona che spesso ricorre mentre parla ad affermazioni come: “non credi?” oppure “sei d’accordo?” potrebbe dare l’impressione di ricercare approvazione, mentre una persona che continuamente ricorre all’uso di “se” e “ma” potrebbe far pensare di sé che è dubbiosa ed incerta.

La comunicazione  interpersonale comprende tre aspetti principali:

  • Comunicazione verbale: il linguaggio, sia scritto che orale;
  • Comunicazione non verbale: che comprende le mimiche facciali, gli sguardi, i gesti o la postura durante la comunicazione;
  • Comunicazione paraverbale: ossia il tono della voce, il volume ed il  ritmo della voce di chi parla. Comprende eventuali pause o altre espressioni sonore che come lo schiarirsi la voce.

È importante essere presenti a se stessi e consapevoli di come ci si sente e di cosa si pensa, mentre si comunica con gli altri. Ci sono parole che ci fanno sentire bene ed altre che creano in noi tensione e disagio. A volte percepiamo che il tono della nostra voce è “strano” e quasi non ci appartiene, altre volte invece percepiamo una coerenza ed un’armonia perfette tra ciò che vogliamo comunicare ed il modo in cui riusciamo a farlo.

Anche la postura che assumiamo durante la comunicazione ha un impatto importante sullo stato d’animo nostro e dell’interlocutore e sul modo in cui noi e l’altro ci percepiamo: comunicare da una posizione agevole, comoda e dignitosa favorisce sicuramente una comunicazione più fluida ed efficace rispetto a quella che potremmo avere se parlassimo da una posizione scomoda o spiacevole.

Pensiamo ad esempio a come ci sentiremmo se dovessimo comunicare una decisione importante ad una persona cara stando seduti in una posizione scomoda, magari con la schiena piegata in modo innaturale o la testa bassa … Ora invece pensiamo a come ci potremmo sentire se la nostra schiena fosse ben dritta e noi fossimo seduti in posizione comoda; sicuramente avremmo una maggiore capacità di esprimere con chiarezza e calma i concetti desiderati.

Anche la postura dunque ha importanza nella comunicazione.

 

Comunicare al meglio ci aiuta a coltivare migliori relazioni ed una migliore autostima, intesa come fiducia nella nostra capacità di ascoltare, conoscere, esprimere ciò che vogliamo e sentiamo. E anche di cavarcela nelle situazioni difficili…

 

Ecco di seguito alcuni suggerimenti per imparare una comunicazione che permetta crescita ed apertura:

1)     COMUNICA IN UNA POSIZIONE COMODA: schiena dritta, corpo rilassato favoriscono la calma e la riflessività, e contrastano risposte o reazioni impulsive.

2)      IMPARA A DIRE “SI”: aprirsi alla comunicazione può essere molto utile in una comunicazione sana. Ci aiuta a metterci in gioco, sperimentare e riflettere in modo nuovo sulle cose… e questo accresce la nostra autostima perché ci rende più elastici e capaci di avere diversi punti di vista. Significa anche imparare a rinunciare a tutte quelle espressioni che denotano chiusura, mancanza di disponibilità e rigidità: “No, non hai capito volevo dirti che…” oppure “No assolutamente non sono d’accordo” o anche “no, intendevo dire che…” sono espressioni di chiusura. In molti casi possono essere sostituite da espressioni che denotino apertura e disponibilità, se non altro, almeno ad ascoltare.

3)      PARLARE MENO, PARLARE MEGLIO: una buona autostima si nutre di concetti chiari e coerenti. Usare parole inutili, frasi ridondanti, premesse infinite prima di arrivare al punto importante del discorso non fa che rendere la comunicazione farraginosa, ambigua e a volte persino noiosa. Imparare ad utilizzare le parole necessarie e sufficienti ad esprimere con chiarezza un concetto è importante e rispettoso per il nostro tempo, il nostro benessere e quello dell’altro. Inoltre, parlarsi addosso, non solo non ci fa comunicare meglio ma rischia di chiuderci nel circolo vizioso della lamentela, ci allontana dalla realtà chiudendoci in una serie concentrica e potenzialmente infinita di concetti e pensieri autoreferenziali.

4)      PRENDI UNA PAUSA: ci fanno una domanda imbarazzante? Dobbiamo fare una telefonata importante? Dobbiamo comunicare una notizia spiacevole? Sono situazioni molto frequenti.  Imparando a restare per un attimo in silenzio prima di rispondere o prima di iniziare una conversazione importante, ci permettiamo di entrare in contatto con noi stessi, con la parte di noi che conosce meglio ciò che sentiamo e di “fare il punto” su ciò che vogliamo o dobbiamo dire.

5)      ATTENZIONE AL CONDIZIONALE: quante volte ci accorgiamo di parlare utilizzando il condizionale? “se avessi più tempo libero sarei più felice”, oppure “se fossi più magra avrei più successo” ecc… oppure ci rendiamo conto di parlare al futuro o al passato? Succede molto spesso ed è una specie di trappola della comunicazione – sia interna che con l’altro – poiché distoglie l’attenzione dal presente e dalle sue potenzialità e ci proietta in un tempo inesistente (futuro o passato) in cui non posiamo agire. Mentre nel presente possiamo agire. Ipotesi, dubbi e proiezioni indeboliscono la nostra autostima perché ci allontanano da noi stessi e dalla nostra capacità di agire nel presente. L’autostima si nutre di azione consapevole nel presente, non di dubbi, recriminazioni e paure.

6)      ATTENZIONE AI “SE” E AI “MA”: quando si dice “se” si parla di qualcosa in potenza, che non è ancora avvenuto, o che non posiamo più modificare: “se avessi fatto quella telefonata, oggi staremmo ancora”, oppure “se decidessi di vendere la casa, potrei fare finalmente quel viaggio che desidero…”. In questi casi occorre fare attenzione a non sostituire la realtà e l’azione nella realtà, con pensieri e riflessioni sterili, che certamente non aiutano la nostra autostima che, lo ripeto, ha per crescere ha bisogno di coraggio, contatto e azione nel momento presente.

 

Come acquisire maggiore autostima

 

PERCHÉ NON PORTO MAI A TERMINE LE COSE?

 

leggi di più

PER RICONOSCERE UN SOCIOPATICO SFATIAMO I FALSI MITI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di: Annalisa Barbier

 

Esistono purtroppo categorie di persone - a volte affette da veri e propri disturbi della personalità, altre volte caratterizzate solo da alcuni particolari tratti psicologici - che sono in grado di essere davvero pericolose e dannose per il prossimo.

Si tratta di quelli che l’autrice americana Donna Andersen definisce genericamente sociopatici”: con questo termine non si intende esprimere una diagnosi clinica, quanto  piuttosto rappresentare una definizione generica per indicare i “predatori sociali”, cioè coloro che vivono la loro vita approfittando e sfruttando gli altri, spesso facendo leva sulle loro fragilità ed i loro bisogni senza pietà, empatia o rispetto per loro, né per le regole sociali.

 

Altri termini che vengono frequentemente utilizzati per indicare gli individui che rientrano nella categoria dei predatori sociali sono: narcisisti, psicopatici, antisociali, borderline. Di fatto si tratta di persone che possono soffrire di un disturbo della personalità compreso nel Cluster B del DMS-5:
  • Disturbo narcisistico di personalità
  • Disturbo di personalità antisociale
  • Disturbo istrionico di personalità
  • Disturbo borderline di personalità
Gli individui affetti da questi disturbi della di personalità tuttavia, nonostante alcune differenze, hanno in comune una caratteristica: IGNORANO I DIRITTI ED I BISOGNI DELLE PERSONE INTORNO A LORO E NE ABUSANO, procurando loro danni economici, psicologici, spirituali e fisici, fino ad arrivare – in casi estremi – alla morte della vittima per omicidio o suicidio. Migliaia di individui con queste caratteristiche purtroppo vivono liberamente intorno a noi e non sono affatto i pazzi serial killer che ci mostrano i media: spesso infatti si tratta di individui estremamente affascinanti, intelligenti, colti e carismatici, che a volte ricoprono ruoli di prestigio e responsabilità.
L’unico modo per salvarsi dalla loro influenza è IMPARARE A RICONOSCERLI E A TENERSENE BENE ALLA LARGA!
La prima cosa da fare, prima di esaminare quali sono i segnali di allarme che indicano che ci troviamo di fronte ad un sociopatico, è SFATARE TRE GRANDI MITI DELLA NOSTRA CULTURA – come suggerisce Donna Andersen - che ci traggono in inganno:
  1. MITO NUMERO 1: SOCIOPATICO = SERIAL KILLER. Le persone pensano – sull’onda di ciò che film e romanzi ci mostrano a partire dal bellissimo “Psycho” di Hitchcock - che psicopatici o sociopatici siano solo i serial killer francamente fuori di testa, in grado di commettere efferati e ripetuti omicidi a sangue freddo, e tendono ad applicare questa etichetta solamente a coloro che commettono omicidi. La verità è che la maggior parte degli psicopatici non commette omicidi, e la percentuale di serial killer all'interno di questa categoria è molto bassa, spesso associandosi con un disturbo psicotico. La presenza di questo pregiudizio (psicopatico = serial killer), rende dunque difficoltoso riconoscere nelle persone vicine a noi (genitori, fratelli o sorelle, mariti o partner, figli, colleghi, capi ecc…) i comportamenti di sfruttamento e manipolazione tipici dei sociopatici.
  2. MITO NUMERO 2: IN OGNUNO DI NOI C’E’ DEL BUONO E DOBBIAMO TROVARLO. Sin dalla nostra tenera età la cultura in cui viviamo ci insegna a dare per scontato che in ognuno di noi ci sia del buono e che è nostro compito trovare questo “buono” cercando, tollerando, sopportando e perdonando i comportamenti dell’altro. Ci è stato insegnato a non reagire se gli altri ci fanno del male, a considerare le motivazioni profonde del comportamento di chi ci ferisce, a perdonare pensando che tutti possiamo avere un a brutta giornata: niente di più inutile e dannoso se abbiamo a che fare con un sociopatico. Cercare di giustificare e perdonare a tutti i costi il comportamento di un partner, un familiare o un capo che approfitta di noi, ci ferisce o ci danneggia, solo perché “poverino/a deve aver tanto sofferto nella sua infanzia”, non servirà altro che a peggiorare le cose. Ricordiamo prima di tutto che questi individui sfruttano e si approfittano degli altri non perché hanno sofferto nella loro infanzia, o perché sono tristi e si sentono infelici ma semplicemente PERCHE’ VOGLIONO FARLO, perché questo rientra nei loro obiettivi e nella loro modalità di vita.
  3. MITO NUMERO 3 = TUTTI DESIDERIAMO ESERE AMATI. Tutti desideriamo essere amati, accuditi, prenderci cura di qualcuno, costruire un futuro insieme… del resto gli studiosi hanno dimostrato da sempre quanto l’amore sia importante per la salute, per la realizzazione, per la stabilità emotiva di ognuno di noi. Maslow, nella sua Teoria Della Motivazione Umana (vedi immagine più sotto), inserisce l’amore al terzo livello della sua scala di bisogni dell’essere umano insieme al bisogno di appartenenza, accettazione, amicizia, intimità e famiglia: il bisogno di amore si viene dunque a trovare tra il bisogno di sicurezza e protezione ed il più elevato bisogno di stima e autorealizzazione. Ne deduciamo dunque che tutti abbiamo bisogno di amore: di amare ed essere amati. Nulla di più sbagliato: i SOCIOPATICI NON HANNO BISOGNO DI AMORE. Come lo stesso Maslow scrive: “La cosiddetta “personalità psicopatica” è un altro esempio di perdita permanente del bisogno di amore… infatti il nucleo di questo disturbo della personalità è l’capacità di amare”. I sociopatici non provano empatia, non costruiscono legami emotivi ed affettivi con le altre persone, sono freddi.
Gli psicopatici sembrano essere caratterizzati dalla presenza di 3 NUCLEI fondamentali:
1) Deficit emotivo: per cui NON provano e NON comprendono le emozioni, ma le osservano negli altri con grande curiosità ed attenzione, rendendosi conto che per gli altri - queste “cose” che sono le emozioni - sembrano essere davvero importanti e quindi bisogna imparare a fingerle in qualche maniera, se si vuole essere accettati e creduti;
2) Ipercognitività: grande intelligenza e grande curiosità verso il comprendere il mondo esterno ed i comportamenti degli altri esseri umani;
3) Uso della MASCHERA: al fine di ottenere ciò che desiderano. Essi dunque sono eccellenti attori: essendo caratterizzati da una grande intelligenza ed abilità cognitiva sono in grado di imitare le emozioni che vedono negli altri, e sono perfettamente capaci – anzi molto abili in questo - di comprendere di cosa l’altra persona ha bisogno e di fingerlo, poiché sanno che in questo modo verranno “accolti”, creduti e otterranno ciò che desiderano: solitamente POTERE, CONTROLLO, SESSO E DENARO.
Se impariamo a tenere a bada l’influenza di questi tre miti, e a ricordare che NON VALGONO per sociopatici e psicopatici, impareremo anche a non cascare a piè pari nelle trappole che questi individui tendono - soprattutto alle persone fragili, particolarmente ingenue e bisognose - al solo fine di ottenere ciò che desiderano.
leggi di più 27 Commenti

CHI SONO I SOCIOPATICI E COME RICONOSCERLI

Scritto da: Annalisa Barbier

 

 

Purtroppo, si sente sempre più spesso parlare di relazioni tossiche, disfunzionali e persino pericolose per la sopravvivenza di chi ne è coinvolto. La cronaca ne scrive quotidianamente: si tratta di relazioni con persone che possiamo definire – come scrive l’autrice del sito “Love Fraud”, Donna Andersen – SOCIOPATICI.

Con questo termine generico non voglio indicare una diagnosi clinica, ma una categoria di individui più o meno dannosi nelle relazioni con gli altri (soprattutto in quelle romantiche), caratterizzati da:

 

 

·             diagnosi cliniche diverse, che possono in parte sovrapporsi

·             comportamenti predatori e di sfruttamento degli altri

Con il generico termine “sociopatico” quindi, vengono indicati individui che possono ricevere diverse diagnosi cliniche indicate nel manuale DMD-5:

·             Disturbo antisociale di personalità (DAP)

·             Disturbo narcisistico di personalità (DNP)

·             Disturbo borderline di personalità (DBP)

E soprattutto la Psicopatia, che non è contenuta né indicata nel DSM-5 ma che è ben rappresentata da alcuni tratti del DAP e del DNP, quando questo ultimo soprattutto assume particolari caratteristiche di gravità e dannosità verso gli altri (Narcisismo Maligno, Narcisismo Perverso).

In ambito di ricerca gli autori tendono ad utilizzare prevalentemente il termine “psicopatia”, ma nella clinica spesso si usa genericamente il termine “sociopatico”. Tuttavia esiste una certa confusione e sovrapposizione di termini sia in ambito clinico che di ricerca, della quale parlerò in un prossimo articolo e che non è mio obiettivo affrontare qui.

In questo articolo, mi interessa condividere alcune fondamentali conoscenze di base per imparare a individuare questi predatori sociali.

 

CHI SONO I SOCIOPATICI

I sociopatici sono dei predatori sociali: sfruttano gli altri per raggiungere obiettivi personali come denaro, potere, notorietà, soddisfacimento sessuale o status sociale, e lo fanno in maniera subdola e pericolosa: MANIPOLANDO LE PERSONE I ATTRAVERSO I LORO SENTIMENTI E LE LORO  EMOZIONI.

Il risultato delle loro macchinazioni sono:

  • traumi psicologici e fisici
  • bancarotta
  • a volte la morte della vittima

quindi è molto importante:

  • accettare il fatto che ESISTONO DAVVERO persone con le caratteristiche che andremo a esaminare
  • imparare a RICONOSCERLI in tempo per potersi salvare

I sociopatici sono sia uomini che donne, e NON SONO AFFATTO PAZZI come potremmo ingenuamente credere. Sono anzi persone dotate di una spiccata intelligenza, spesso colte, carismatiche ed affascinanti, capaci di essere amabili e brillanti ,quando questo è necessario per agganciare e raggirare la vittima.

 

Ecco come il Dottor Robert Hare, uno dei  più grandi studiosi di psicopatia a livello mondiale, descrive gli psicopatici nel suo libro “Without Conscience: the disturbing world of psychopath among us”:

 

Gli psicopatici sono predatori sociali che seducono, manipolano  e si fanno spietatamente strada nella vita, lasciandosi alle spalle una scia di cuori spezzati,  aspettative distrutte e portafogli svuotati.  Completamente privi di coscienza e sentimenti verso gli altri, egoisticamente essi prendono ciò che vogliono e fanno ciò che desiderano, violando le norme sociali le aspettative degli altri senza il più pallido senso di colpa o rimorso.” *

 

Queste persone possono essere anche molto pericolose, ed esistono milioni di esse intorno a noi - anche se non vorremmo crederlo possibile: le statistiche stimano che dall’1%  al 4% della popolazione è affetta da psicopatia, fino al 6% è affetta da disturbo narcisistico e fino al 6% della popolazione è affetta da disturbo borderline di personalità.

Alcune di queste persone hanno manifestato comportamenti francamente criminali e sono in prigione per i reati commessi, ma molte altre agiscono più o meno indisturbate intorno a noi, muovendosi in modo ambiguo in quella zona grigia tra ciò che è legale e ciò che non lo è, eludendo le autorità e comportandosi come se le normali regole non si applicassero a loro. Questi individui possono SEMBRARE PERFETTAMENTE NORMALI quando vogliono agganciare una vittima, anzi sanno indossare la maschera del collega perfetto, dell’amico perfetto e dell’amante perfetto finché fa loro comodo. Per poi manipolare e sfruttare a loro piacimento la vittima designata, lasciandola traumatizzata, addolorata, senza soldi e in alcuni gravi casi, senza vita, come la cronaca ci mostra.

Vediamo ora quali sono le caratteristiche importanti per riconoscere un predatore sociopatico:

1)    INIZIALMENTE APPAIONO PERFETTI: sanno dare di loro esattamente l’immagine che ci aspettiamo e desideriamo dall’incontro perfetto! Partner romantici che si presentano come principi azzurri… nuove conoscenze che sembrano essere l’amicizia perfetta di sempre, il nuovo capo che non sembra vero possa esistere…

2)     BRILLANTI, CARISMATICI E SOCIALMENTE PIACEVOLI: sanno perfettamente indossare queste maschere per entrare in contatto e agganciare le loro vittime;

3) BUGIARDI PATOLOGICI: mentono continuamente e senza timore per poter manipolare persone e situazioni

4)    IRRESPONSABILI E SPIETATI: non provano ansia, paura o rimorso. Non sanno mettersi nei panni degli altri quindi agiscono spietatamente e senza alcuno scrupolo per raggiungere i loro obiettivi.

5)    SUPERFICIALI: sono superficiali nel rincorrere i loro obiettivi, si annoiano facilmente, cambiano facilmente idea. Non hanno amici né lavoro fisso. Spesso non sono neanche in contatto con la loro famiglia di origine.

6)     SEMPRE ALLA RICERCA DI STIMOLI E DI NUIVE SFIDE: ricercano stimolazioni continue e di provare spesso il brivido dell’insolito.

7)    SESSUALMENTE PERVERSI: frequentemente mostrano attitudini e predisposizioni a comportamenti sessuali fuori dalla norma, richiedendo prestazioni sessuali particolari: sono promiscui e infedeli.

8)    MANIPOLANO E CONTROLLANO

9)    SONO FREDDI E PRIVI DI EMPATIA

10) NON PROVANO PAURA O ANSIA

11) LE REGOLE NON FANNO PER LORO: si ritengono speciali e al di sopra delle regole comunemente condivise dalla società. Avere a che fare con loro è come giocare allo stesso gioco ma seguendo regole completamente differenti, ovviamente create da loro!

12) HANNO COMPORTAMENTI ANTISOCIALI: un passato problematico con la legge o la famiglia di origine.

 

Attenzione dunque quando incontrate individui che all’inizio sembrano “troppo belli per essere veri”, ricordate che probabilmente non lo sono, e aprite bene gli occhi! Non esiste un trattamento o una terapia per queste persone, perché fondamentalmente lor stesse non reputano assolutamente di averne bisogno. Perciò occorre essere attenti e cauti al fine di salvaguardare la propria incolumità psicologica, finanziaria e finanche fisica.

*© 1993, Robert D. Hare, PhD

ARTICOLI CORRELATI: USCIRE DA UNA RELAZIONE TOSSICA IN 7 PASSI;  DIPENDENZA AFFETTIVA

leggi di più 7 Commenti

COME IDENTIFICARE I NOSTRI VALORI GUIDA?

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

In un mio precedente articolo, spiego come i nostri VALORI rappresentino i nostri desideri più sinceri e profondi, in grado di aumentare la gratificazione e la pienezza di significato della nostra vita.

 

Identificare i propri valori dunque, è un lavoro di consapevolezza davvero molto importante, in grado di donare coerenza e stabilità, benessere psicofisico e realizzazione personale.

 

Infatti, conoscere e rispettare i valori che sono davvero sentiti e rilevanti, permette di scoprire ciò che motiva profondamente la nostra azione, e che vorremmo guidasse i nostri gesti e le nostre scelte, di là dai giudizi esterni o interni e di là dalle paure e delle difficoltà che inevitabilmente troveremo sul cammino. Identificare e perseguire con coerenza e tenacia i propri valori favorisce la capacità di accettare il presente e le difficoltà che esso può presentare, restando disponibili, elastici ed aperti all’esperienza per ciò che essa è, anche se dolorosa, conferendo dignità ai nostri sforzi e mantenendoci saldi nel nostro impegno.

 

Una prima importante distinzione riguarda VALORI e OBIETTIVI/SCOPI:

 

I VALORI sono i desideri più profondi, i principi guida che ci orientano e motivano nella vita; essi rappresentano la qualità irrinunciabile delle azioni e dei comportamenti che mettiamo in essere nelle diverse aree della nostra vita (es. essere una madre amorevole e presente; realizzare una relazione di coppia fondata su lealtà, rispetto e condivisione; essere un medico preparato e aggiornato, capace di dare sollievo ai pazienti ecc…). Sono la CORNICE all’interno della quale obiettivi e scopi rappresentano le tappe del cammino verso la realizzazione concreta e reale dei valori stessi. Sono di natura ASTRATTA e SEMPRE PRESENTI (non appartengano al tempo poiché sono sempre validi). Gli OBIETTIVI sono invece PROIETTATI NEL FUTURO e sono di natura CONCRETA: essi infatti corrispondono a qualcosa che vorremmo concretamente realizzare e rappresentano le pietre miliari nel cammino che rappresenta sintonia e coerenza con i valori che abbiamo individuato.

 

IDENTIFICARE ed ENTRARE IN CONTATTO con i nostri valori, ci permette di essere coerenti e di agire in armonia con essi, donando alla nostra vita e alle nostre azioni la grazie di essere coerenti e i armonia con i valori desiderati.

 

 

 

ESERCIZI PER IDENTIFICARE I VALORI

Di seguito alcuni esercizi, mutuati dalla ACT (Acceptance and Commitment Therapy, di R. Harris), molto utili per imparare a identificare i propri valori.

 

1.    DISCORSI IMPORTANTI: immagina di assistere al tuo 80esimo compleanno, o a un evento di passaggio importante della tua vita (ad esempio il pensionamento). Un paio di persone a te care parlano di te esprimendo ciò che rappresenti per loro, il ruolo che hai avuto nelle loro vite: in un mondo ideale in cui hai vissuto la tua vita esattamente come la persona che vorresti essere, cosa ti piacerebbe che dicessero di te?

2.    VITA E MORTE:

·      immagina di assistere al tuo funerale: cosa vorresti che i presenti dicessero di te?

·      metti in scena il tuo funerale come uno psicodramma;

·      ti restano 24 ore di vita ma non puoi dirlo a nessuno: chi vorresti visitare? Cosa faresti e diresti?

3.    SE…ALLORA: immagina di aver raggiunto un obiettivo davvero molto importante per te: come cambierai di conseguenza? Cosa faresti di diverso rispetto a oggi? Come ti comporteresti con amici, colleghi, parenti ecc. diversamente da ora?

4.    LA BACCHETTA MAGICA:

·      immagina di avere a disposizione una bacchetta magica che ti garantirà l’approvazione indiscriminata di tutti. Qualunque cosa tu decida di fare tutti ti rispettano ed ammirano, sia che diventi un importante scienziato che un serial-killer: cosa vorresti fare nella tua vita? Come ti comporteresti e come tratteresti gli altri?

·      Immagina di avere a disposizione una bacchetta magica in grado di cancellare tutti i pensieri, ricordi e sentimenti dolorosi che hai, e che essi non avranno più alcun effetto su di te: cosa faresti con la tua vita? Cosa vorresti iniziare a fare o smettere di fare? Cosa faresti di più o di meno? O cosa faresti in modo diverso? Da cosa ci accorgeremmo della magia avvenuta?

5.    COSA CONTA? Chiediti cosa desideri veramente? Cosa è davvero importante per te? In cosa vuoi impegnarti? C’è qualcosa nella tua vota che le dona scopo, valore, significato e vitalità?

6.    L’EREDITA’: immagina di ricevere una enorme eredità: cosa vorresti farne? Con chi la vorresti condividere? Come ti comporteresti con coloro che condividono la tua nuova vita?

7.    ATTRAVERSO IL DOLORE: il tuo dolore può essere il tuo più grande alleato e maestro:

·      Cosa ti dice in merito a ciò che è davvero importante per te?

·      Come può aiutarti a crescere e sviluppare nuovi punti di forza e competenze?

·      Dalla preoccupazione al prendersi cura: di cosa ti mostrano che ti stai preoccupando le tue paure e le tue ansie? Cosa ti dicono che per te è davvero importante?

8.    PUNTI DI FORZA: quali punti di forza e qualità ritieni di possedere? Quali nuovi desideri vorresti sviluppare e che qualità o caratteristiche vorresti iniziare a possedere? E come li vorresti impiegare?

9.    DISAPPROVAZIONE: che cosa disapprovi o ti irrita nel comportamento degli altri? Cosa faresti di diverso, se fossi nei loro panni?

10. AMMIRAZIONE: Chi ammiri? Chi ti ispira? Quali sono punti di forza e qualità che ti ispirano in queste persone?

 

Questi semplici esercizi potranno essere davvero utili per identificare e lavorare sui valori che guidano la propria vita, aiutandoci a fare ordine  e a stabilire obiettivi e modalità di vita coerenti con ciò che desideriamo profondamente.

Buon lavoro!

leggi di più 1 Commenti

IDENTIFICA I TUOI VALORI, CREA UNA VITA PIU' PIENA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

I VALORI indicano i desideri più sinceri e profondi che ci permettono di aumentare la pienezza e il significato della nostra vita.

L’identificazione dei propri valori è un passaggio fondamentale verso la guarigione e il benessere psicologico, proprio perché permette di scoprire ciò che motiva profondamente la nostra azione, ciò che è davvero rilevante per noi, e che vorremmo guidasse i nostri gesti e le nostre scelte, di là dai giudizi esterni o interni e di là dalle paure e delle difficoltà che inevitabilmente troveremo sul cammino.

Identificare e scegliere di perseguire i propri valori e gli obiettivi che ne fanno parte, favorisce i processi di accettazione, disponibilità ed apertura all’esperienza per ciò che è, anche se dolorosa, conferendo dignità ai nostri sforzi e mantenendoci saldi nel nostro impegno.

Occorre imparare a distinguere tra VALORI e OBIETTIVI/SCOPI nel nostro cammino verso una maggiore realizzazione di noi stessi.

I VALORI sono i desideri più profondi, sono i principi guida che ci orientano e motivano nella vita, portandoci ad andare nella direzione di ciò che è importante per avere un’esistenza piena, gratificante e di valore.  In termini di ACT (terapia dell'accettazione e dell'impegno - Acceptance and Commitment Therapy), i valori rappresentano le qualità delle azioni e dei comportamenti che mettiamo in essere nelle diverse aree della nostra vita (es. essere una madre amorevole e presente; realizzare una relazione di coppia fondata su lealtà, rispetto e condivisione; essere un medico preparato e aggiornato, capace di dare sollievo ai pazienti ecc…). I valori rappresentano metaforicamente la CORNICE all’interno della quale obiettivi e scopi rappresentano le tappe del cammino verso la realizzazione concreta e reale dei valori stessi; ad esempio “essere una mamma presente e amorevole” è un valore, mentre “trascorrere più tempo insieme ai miei figli il pomeriggio” rappresenta un obiettivo. Mente i valori sono ASTRATTI e SEMPRE PRESENTI (non appartengano al tempo ma al “qui ed ora”)

GLI OBIETTIVI sono invece PROIETTATI NEL FUTURO e soprattutto CONCRETI E RAGGIUNGIBILI, corrispondono a qualcosa che vorremmo fare concretamente o realizzare, e rappresentano le pietre miliari lungo il cammino che tende alla sintonia e alla coerenza con i valori che abbiamo individuato; ad esempio possiamo non aver portato a termine gli studi universitari, ma in armonia con il valore della conoscenza possiamo comunque dedicarci allo studio di ciò che ci interessa, ogni volta che desideriamo farlo.

Un’altra differenza consiste nel fatto che i valori NON SONO GIUDICABILI, in quanto giusti e perfetti così come vengono sentiti e identificati da ognuno di noi.

Entrare in contatto – in ogni momento – con i nostri valori, ci permette di essere coerenti e di agire in armonia con essi, imprimendo alla nostra vita e alle azioni che compiamo, la direzione corretta  e coerente con i valori desiderati.

La CONSAPEVOLEZZA dei nostri valori e L’IMPEGNO nel perseguirli, ci permette di andare avanti nella direzione desiderata - donando senso e ricchezza alla nostra vita - anche in presenza di dolore psicologico, difficoltà o ostacoli.

Una bella e utile metafora utilizzata nella ACT è quella della bussola durante una viaggio per mare: i valori rappresentano la direzione che vogliamo raggiungere e che viene indicata dall’ago della bussola, e le attività intermedie svolte durante la viaggio (ad esempio pescare o fare immersioni, fermarsi in alcune isole ecc.) rappresentano gli obiettivi intermedi che ci portano verso la meta desiderata.

L’IMPEGNO è un altro importantissimo elemento che ci permette di realizzare una vota di valore e ricca di senso; infatti scegliere e imparare a coltivare i propri valori implica impegnarsi ad agire nella direzione di essi ed in sintonia con essi,  coltivando la capacità di essere tenaci nonostante gli ostacoli, le difficoltà e gli impacci.

Identificare i propri valori non è sempre semplice; tuttavia basta contattare la propria sofferenza a volte per imparare a decifrare i valori sottostanti poiché spesso questa compare quando ci discostiamo dai nostri valori (anche se non ne siamo ancora consapevoli) o quando qualcosa ne minaccia la realizzazione; ad esempio, la gelosia compare quando i valori di lealtà e fedeltà nella coppia vengono messi a repentaglio.

 

COME IDENTIFICARE I NOSTRI VALORI

Sebbene non sia facile identificare e riconoscere i nostri valori, la ACT utilizza alcune domande specifiche attraverso le quali è possibile rendersi consapevoli di quali essi siano:

1)   Cosa vuoi veramente?

2)   Cosa vuoi che la vita significhi per te?

3)   Che tipo di persona vorresti essere (nelle diverse aree di vita: lavoro, famiglia, amici ecc)?

4)   Che tipo di relazioni vuoi costruire nella tua vita?

5)   Come vorresti agore nel mondo e con le persone?

6)   Cosa vuoi fare della tua vita?

Oppure, per imparare a distinguere gli obiettivi dai valori, ecco alcune domande utili:

1)     una volta raggiunto tale obiettivo (specificato dalla persona), come ti comporteresti quindi?

2)     Cosa è importante per te nel raggiungere tale obiettivo?

3)     Cosa ti permetterebbe di fare/essere il tuo obiettivo, una volta raggiunto?

Un altro modo interessante e divertente per aiutarci a identificare i valori consiste nel rispondere alle seguenti domande:

1)    E’ la tua festa dei 50 anni (o 80…), cosa vorresti che i tuoi amici più cari dicessero di te in tale occasione?

2)    Cosa vorresti che venisse detto di te al tuo funerale?

3)    Immagina di avere solo 24 ore di vita e di non poterlo dire a nessuno; cosa faresti? Chi vorresti incontrare o visitare?

4)    Cosa vorresti fosse scritto sull’epitaffio della tua lapide?

 

Spesso infatti, il confronto con la morte stimola delle riflessioni profonde sul valore e sul senso ultimo della vita, e del senso che si desidera dare ad essa.

L’AZIONE IMPEGNATA o “commited action”, nella ACT rappresenta un elemento molto importante per il benessere psicologico della persona, ed è la conseguenza della scelta di un valore e della determinazione a perseguirne la direzione, accettando ciò che accade dentro e fuori di noi, mantenendo la rotta nella giusta direzione del valore identificato.

E’ importante infatti comprendere che alcuni comportamenti e scelte ci portano nella direzione opposta al valore identificato, mentre altri ci mettono sulla “retta via”, donando senso di integrità, pienezza e coerenza alla nostra vita.  Distinguere i comportamenti che ci allontanano dai valori da quelli che sono in armonia con essi, ci aiuterà a vivere una vita più piena e ricca, ma per fare ciò occorre anche imparare a:

·      Essere tenaci nonostante difficoltà e ostacoli

·      Mantenere l’impegno preso, con la costanza che nasce dalla consapevolezza di fare la cosa “giusta” per noi

·      Imparare a disciplinare gli impulsi e tollerare la frustrazione

 

ALCUNI AMBITI IN CUI IDENTIICARE I NOSTRI VALORI

·      FAMIGLIA: che tipo di sorella/fratello, figlio/figlia, padre/madre vorresti essere? Che qualità vorresti che la tua famiglia possedesse?

·      RELAZIONI INTIME: che tipo di partner vorresti essere? Che qualità vorresti possedesse la tua relazione?

·      AMICIZIA: che tipo di amico/amica vorresti essere? Quali caratteristiche e qualità vorresti realizzare nelle tue relazioni di amicizia e conoscenza? Cosa significa per te  essere “un buon amico”, quali atteggiamenti e comportamenti ne farebbero parte?

·      CARRIERA E PROFESSIONE: che tipo di lavoro vorresti svolgere, se ti trovassi in un mondo ideale? Descrivi questo lavoro, e indica che tipo di rapporti vorresti avere con capo e colleghi.

·      CRESCITA PERSONALE E STUDIO: che percorso di crescita vorresti fare? Che qualità personali, conoscenze, abilità e competenze vorresti sviluppare?

·      HOBBY: quali attività ricreative di piacerebbe svolgere? Attività fisica, oppure hobby e passatempi.

·      SPIRITUALITA’: non si parla solamente di religione ma di spiritualità in senso ampio, intesa come evoluzione interiore e personale, emotiva e cognitiva. Indica quali attività ti piacerebbe svolgere e quanto conta per te questo aspetto (dallo yoga alla psicoterapia a percorsi di autoconsapevolezza, preghiera o meditazione ecc).

·      SALUTE E BENESSERE FISICO: che rapporto vuoi avere con la tua salute psicofisica? Che cura vuoi prenderti di te? In questo ambito rientrano l’attività fisica, uso di sostanze o tabacco, alcol, alimentazione, igiene di vita ecc.

 

Se ti è piaciuto questo articolo, e desideri approfondire la conoscenza della ACT, ti suggerisco di leggere:

  • “LA TRAPPOLA DELLA FELICITA’” di Russ Harris
  • “SMETTI DI SOFFRIRE, INIZIA A VIVERE” a cura di P. Moderato
  • O di collegarti a questo LINK.

 

 

leggi di più 0 Commenti

ANSIA: CHE FARE?

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

Quando parliamo di ANSIA ci riferiamo a quella sensazione di preoccupazione, tensione, irrequietezza o franca oppressione e paura che si associano a determinate situazioni di vita.

 

Non sempre la sensazione che si prova è nociva, poiché l’ansia rappresenta anche una reazione sana e funzionale dell’insieme mente-corpo alle circostanze in cui si percepisce la presenza di una minaccia; tuttavia, molte volte l’evento “minaccioso” non è realmente pericoloso, ma è percepito come tale dall’individuo.

La differenza tra una minaccia reale ed una minaccia percepita sta nel grado di realtà del rischio.

Faccio un esempio: se mi ritrovo in piena notte a dover percorrere a piedi un tratto di strada buio, perché magari mi si è fermata la macchina e ho anche il telefono scarico (o sono molto sfortunata o molto poco previdente) e provo ansia e paura, si tratta di un rischio reale e concreto per la mia integrità (potrei infatti essere assalita da malintenzionati). Se mi trovo invece ad una cena di lavoro, e comincio a sudare freddo perché ho paura di dire qualcosa di sciocco o di fare brutta figura mangiando davanti ai colleghi, mi trovo di fronte ad una minaccia percepita, cioè non realmente dannosa per la mia incolumità, ma molto pericolosa per me, poiché attribuisco al giudizio di colleghi un valore enorme, e temo di perdere la faccia.

 

L’ansia rappresenta dunque una attivazione mentale e fisica in risposta ad uno stimolo percepito come pericoloso, e comprende solitamente i sintomi sopra elencati, che possono raggiungere un’intensità e una frequenza tali da compromettere il nostro benessere  la capacità di svolgere molte delle attività della vita quotidiana, lavorativa e personale.

 

I sintomi più comuni di ansia riguardano sia  la sfera cognitiva che quella emotiva e fisica.

 

I PRINCIPALI SINTOMI COGNITIVI ED EMOTIVI DI ANSIA SONO:

  1. apprensione
  2. timore
  3. preoccupazione
  4. senso di paura o pericolo imminente
  5. anticipazione apprensiva di ciò che sarà
  6. ipervigilanza
  7. inquietudine
  8. distraibilità e difficoltà di concentrazione
  9. disturbi della memoria

 

I SINTOMI FISICI SONO:

  1. cefalea da tensione, sensazione di mancanza di aria
  2. nausea e disturbi gastrointestinali
  3. parestesie
  4. irrequietezza motoria
  5. palpitazioni e respiro affannoso
  6. sudorazione
  7. tremori
  8. tensioni muscolari
  9. bocca secca
  10. sensazione di “nodo alla gola”
  11. vertigini e sbandamento
  12. disturbi del sonno , in particolare difficoltà a prendere sonno
  13. senso di spossatezza e facilità a sentirsi stanchi

 

L’ansia rappresenta dunque una attivazione mentale e fisica in risposta ad uno stimolo percepito come pericoloso, e comprende solitamente i sintomi sopra elencati, che possono raggiungere un’intensità e una frequenza tali da compromettere il nostro benessere  la capacità di svolgere molte delle attività della vita quotidiana, lavorativa e personale.

Può essere provocata in risposta ad una minaccia reale oppure comparire in risposta a cause “interne” quali conflitti inconsci, pensieri, immagini, ricordi o previsioni.

 

La TEORIA COGNITIVA DELL’ANSIA la considera come la risposta ad una potenziale minaccia, considerata tale in funzione del significato che la mente attribuisce ad una particolare situazione o stimolo, sulla base delle esperienze precedenti (apprendimento) e della percezione delle proprie capacità di fare fronte alla minaccia (abilità di fronteggiamento delle difficoltà), e  ha la funzione di prepararci ad agire contro la minaccia o a fuggire da essa (evitamento).

Quando si soffre di ansia, la vita quotidiana rischia di diventare davvero difficile, poiché molte cose vengono vissute come pericolose, difficili, spiacevoli oppure come ostacoli insormontabili.

Alla base di questo disturbo, si trovano i pensieri disfunzionali o pensieri automatici negativi: una serie di messaggi che mandiamo a noi stessi sotto forma di dialogo interiore, caratterizzati dall’elemento comune della minacciosità e della percezione di scarsa capacità personale di fare fronte alle difficoltà.

 

COSA POSSIAMO FARE PER IMPARARE A GESTIRE L’ANSIA?

 

TECNICHE COGNITIVE

1) ricordare che spesso la percezione di minacciosità dell’evento che fa paura è legata non tanto alla sua reale pericolosità ma ad una valutazione soggettiva, influenzata da convinzioni ed esperienze pregresse: mettere in discussione i pensieri che automaticamente insorgono, cercando interpretazioni alternative e più realistiche, permette di agire in modo più funzionale rispetto alle “vecchie” abitudini

2) imparare a riconoscere quali sono le situazioni in cui tendiamo a sentirci più ansiosi e preoccupati

3) imparare a riconoscere quali sono le situazioni in cui la paura ci “blocca” dall’agire

4) imparare a distinguere i pensieri disfunzionali sottostanti che ci portano a considerare pericoloso certi eventi, o a considerare noi stessi come poco capaci di fronteggiare e risolvere situazioni impegnative o che ci preoccupano

5) fare caso a tutte le volte in cui l’ansia ci porta all’ EVITAMENTO, impedendoci di affrontare e risolvere alcune questioni che possono essere importanti, In tal modo infatti, l’evitamento aumenta il disturbo di ansia attraverso alcuni meccanismi:

            a) evitando di affrontare ciò che ci preoccupa e rimandandone la soluzione, mandiamo a noi stessi un messaggio che suona così: “non sei all’altezza di farlo da solo, devi farti aiutare”

            b) non affrontando l’evento che fa paura, non impariamo a sviluppare le reali capacità di fronteggiamento che ci aiuterebbero a cavarcela nelle future situazioni simili

            c) impariamo a sentirci “impotenti” o incapaci e questa percezione aumenterà la nostra ansia nelle situazioni simili che si presenteranno in futuro

 

TECNICHE COMPORTAMENTALI

1) agire INSIEME ALL’ANSIA e non senza ansia. Questo ci permetterà di apprendere che, nonostante la sgradevole sensazione legata all’attivazione ansiosa, possiamo comunque fare qualcosa di costruttivo e che, sebbene non faremo la cosa migliore in assoluto, saremo comunque capaci di fare qualcosa e non percepiremo il senso di impotenza e incapacità

2) per fare ciò possiamo stabilire una graduatoria di cose che incutono ansia ed iniziare dalla meno preoccupante, dandoci da fare per NON EVITARLA: meglio agire poco e in modo imperfetto che non agire affatto

3) affrontare gradualmente le situazioni ansiogene, per comprendere che le tanto temute conseguenze negative non sono poi così reali

 

TECNICHE DI RILASSAMENTO

Sono le tecniche che permettono di abbassare la reattività del sistema neurovegetativo coinvolto nei disturbi d’ansia, di rilassarci e soffrire meno i sintomi fisici dell’ansia.

Molto utile è il Training autogeno che permette, attraverso un allenamento costante al rilassamento, di mantenere un livello di attivazione neurovegetativa più basso e funzionale ad una qualità della vita migliore.

 

MINDFULNESS

Attraverso l’allenamento al contatto con se stessi, all’osservazione non giudicante del momento presente, ci insegna a stare nel presente con un atteggiamento mentale di calma e accettazione, a prendere le distanze dai pensieri disturbanti che influiscono sul nostro benessere, a non agire immediatamente i vecchi schemi, lasciano invece che si creino una dimensione ed uno spazio all’interno dei quali – allentando il meccanismo automatico stimolo-risposta – avremo spazio per inserire una modalità di azione nuova e più funzionale. La Mindfulness ci permette di osservare i nostri pensieri e le nostre emozioni come se fossimo un osservatore esterno, ci insegna a non identificarci con questi contenuti mentali creando una “distanza” molto utile per migliorare il nostro benessere psicofisico.

 

LEGGI ANCHE:

COME VINCERE L'ANSIADIFFERENZE TRA ANSIA E ATTACCHI DI PANICO 1DIFFERENZE TRA ANSIA E ATTACCHI DI PANICO 2I SINTOMI DELL'ANSIAI SINTOMI DELLO STRESSIL TRAINING AUTOGENO,  

leggi di più 1 Commenti

A TUTTO SI PUO' TROVARE LA SOLUZIONE

leggi di più

IL MITO DELL'INDIPENDENZA

 

"Due sono meglio di uno perché hanno una buona ricompensa per il loro lavoro. Perché se cadono, l'uno rialzerà il suo compagno, ma guai a colui che è solo quando cade e non ha altri che lo rialzi. E ancora, se due giacciono insieme, avranno caldo; ma come si può avere caldo da soli?"

(Ecclesiaste, 4: 9-12)

 

 

 

 

 

 

Scritto da: Annalisa Barbier

 

Negli ultimi decenni i rapporti di coppia hanno subito una grande trasformazione; la coppia “tradizionale” basata sul matrimonio, sulla esclusività e sulla fedeltà ha lasciato il posto a nuove forme di relazione in cui sempre più prevalgono modalità relazionali ambigue, indefinite, fluide ed eccessivamente permeabili.

Un aspetto in particolare della relazione, che si sta rendendo sempre più evidente, è quello che vede l’altro come una sorta di “strumento” per la realizzazione dei propri bisogni ed ambizioni sociali, emotive e relazionali. In questa ottica, l’altro non è più INDIVIDUO – inteso quale portatore di storia e significati esclusivi - cui avvicinarsi in punta di piedi e con interesse, apertura e profondo rispetto, ma diviene l’ennesimo oggetto attraverso il quale si pretende di realizzare qualcosa di sé e per sé: allontanarsi dall'angoscia del vuoto o della solitudine interiore, vedersi rispecchiati in occhi colmi di ammirazione, raggiungere uno status rassicurante oppure ottenere una gratificazione individuale solipsistica, in cui l’altro è appunto un mero epifenomeno.

Lo sdoganamento della pretesa del tutto-e-subito, di essere sempre soddisfatti, vincenti e felici, di eliminare difficoltà e sofferenza semplicemente volgendo ogni volta lo sguardo altrove, rende difficile la cura della relazione, che richiede invece tempo, pazienza, rispetto dell’altro, capacità di tollerare la frustrazione e la difficoltà che inevitabilmente costellano parte del percorso di ogni coppia. Così incomprensioni, litigi e crisi sono sempre più frequenti e le coppie, incapaci di costruire la relazione al di là del rapporto, si formano e si sciolgono con grande velocità e superficialità.

La società contemporanea dunque promuove il mito dell’indipendenza, dell’autosufficienza autarchica, della libertà intesa come assenza di interrelazione e sganciamento forzato da ogni interdipendenza, da raggiungersi attraverso la negazione del naturale bisogno di appartenenza reciproca. L’imperativo dominante è quello di non aver bisogno di niente e di nessuno, di non permettere agli altri di avvicinarsi a noi e quindi potenzialmente farci soffrire o ferirci: ecco dunque che la distanza dall’altro diventa inevitabile.

Si fa spazio sempre di più il mito della separatezza, il rifiuto della relazione profonda e del concetto di interconnessione: “Al fondo troviamo così il mito della purezza originaria, l’idea che possiamo diventare ciò che già siamo da sempre semplicemente togliendo di mezzo rapporti, contatti e influenze di un’alterità che viene esecrata come fonte di alterazione” (Claudio Tugnoli).

In questo modo l’Io si impoverisce e si isola, fino a negare la verità profonda dell’interdipendenza di tutti gli esseri viventi, nell’illusione di raggiungere una forma di  “libertà da” che assume l’accezione innaturale di RINUNCIA AD OGNI FORMA DI INTER-DIPENDENZA.

La spinta ad una forzata indipendenza sentimentale ed emozionale, porta gli individui a sviluppare modalità di relazione sentimentale sofferenti e disfunzionali in cui mancano reciprocità, intimità e gioia profonda: è questo a mio avviso il terreno di sviluppo di quelle forme di relazione disfunzionale di cui la dipendenza affettiva è la più chiara manifestazione, e che stanno prendendo piede negli ultimi decenni. In questo scenario infatti è molto facile sperimentare gli antichi sentimenti di abbandono, rifiuto, tradimento, il dolore di non essere visti né considerati unici e speciali dall’amato. E’ molto facile sperimentare - in questa superficialità forzosa - il dolore dell’assenza di stabilità, affidabilità, costrutto e profondità nel rapporto con l’altro.

E' molto facile sperimentare, in questo contesto, diverse forme di DIPENDENZA dall'altro, dalla relazione, da sostanze o comportamenti per poter gestire la inevitabile noia e profonda solitudine che i connaturati e insoddisfatti bisogni di accudimento, protezione, amore e appartenenza generano nell'animo umano.

 

LEGGI ANCHE:

LA DIPENDENZA AFFETTIVA; 10 MODI PER DIRE BASTA ALLA DIPENDENZA AFFETTIVA; IL NARCISISTA E IL PARTNER, LA DANZA DEGLI SCHEMI; DIPENDENZA AFFETTIVA: CONVINZIONI E COMPORTAMENTI; 

leggi di più 0 Commenti

LA TRIADE OSCURA: COS'È E PERCHÉ FA COLPO?

leggi di più 6 Commenti

DIPENDENZA AFFETTIVA: CONVINZIONI E COMPORTAMENTI

leggi di più 6 Commenti

13 CONSIGLI PER REALIZZARE I TUOI SOGNI

leggi di più 0 Commenti

Negazione del bisogno di appartenenza e dipendenza affettiva

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

In questi giorni mi è capitato spesso di affrontare pubblicamente il tema della dipendenza affettiva e delle relazioni sentimentali abusanti, passando attraverso la violenza psicologica fino a giungere alla violenza fisica estrema, che si conclude con l’annientamento materiale della partner.

Ho affrontato il tema della dipendenza affettiva dal punto di vista strettamente psicologico e psicopatologico, facendo riferimento alle spiegazioni e alle teorie più comunemente accreditate, in grado di spiegare il fenomeno all’interno del sistema psicologico individuale.

Si parla a ragione dell’influenza di famiglie d’origine abusanti, della costruzione di stili di attaccamento disfunzionali, della stratificazione di convinzioni, assunzioni interiori e schemi psicologici basati sinteticamente sulla pericolosa equazione “SE L’ALTRO MI AMA ALLORA ESISTO ovvero ESISTO SOLO ATTRAVERSO LO SGUARDO E L’ATTENZIONE DELL’ALTRO”, che spesso si traduce in criteri normativi che regolano l’esistenza e che portano a considerare cosa fare e cosa non al fine di “farsi amare” dall'altro o comunque di non farsi lasciare (abbandonare…) e che suonano più o meno così:

  • devo soddisfare sempre le aspettative dell’altro;
  • devo occuparmi prima delle richieste e bisogni dell’altro;
  • devo essere perfetto/a; non mi devo lamentare o resterò da solo/a;
  • devo far andare bene le cose a tutti i costi;
  • devo essere comprensivo/a e tollerante;
  • devo guarire l’altro dai suoi mali, siano essi spesso dipendenze di ogni sorta o depressione o altri disturbi psichiatrici ecc...

Posso affermare con una buona accuratezza che, dal punto di vista psicologico, la maggior parte delle volte nel cuore delle donne (e degli uomini) che vivono e tollerano una relazione abusante, vige incontrastata e inconsapevole la convinzione di NON ESSERE AMABILI e di doversi dunque rendere amabili a tutti i costi affinché l’altro ci renda degni di amore ed attenzione.

Cosa poi occorra fare e sopportare per “rendersi amabili” diviene velocemente una spirale interminabile e sempre più stringente di richieste, pretese, rinunce, sopraffazioni, svilimento e annientamento di sé.

 

Non si può tuttavia analizzare il fenomeno della dipendenza affettiva, che sta assumendo una così ampia portata, senza fare riferimento anche ai cambiamenti che caratterizzano il contesto sociale e culturale all’interno del quale nasce e si verifica.

Volgendo lo sguardo intorno a noi, osservando come vanno le relazioni tra le persone (amicali, familiari e sentimentali), ascoltando i discorsi della gente per la strada, in metro o al ristorante e ancor di più riflettendo sulle le trasmissioni televisive che vanno per la maggiore, alcuni aspetti trasversali che caratterizzano il vissuto della società odierna saltano all’occhio del  buon osservatore:

·        profondo, endemico vissuto di noia

·        difficoltà se non incapacità a portare a termine le cose

·        scarsa capacità di tollerare limiti, difficoltà e frustrazione

·        intolleranza verso le regole

·        senso profondo di solitudine e isolamento

·        senso di non appartenenza

·        paura

·        incapacità di stabilire relazioni veramente intime

·        superficialità e consumismo (anche relazionale)

·        ricerca compulsiva di stimoli (sensation seeking)

·        ripugnanza per la routine e l’abitudine

·        ricerca della novità come fonte di eccitazione e fuga dal senso di vuoto interiore

·        incapacità di entrare in contatto con le proprie emozioni di perdita, dolore, tristezza, paura, angoscia

·        tendenza a dipendere da elementi esterni (finanche relazioni o persone)  finalizzata ad attenuare un doloroso vissuto di noia, angoscia o non appartenenza

 

Una società che ha abdicato al ruolo paterno produce mostri: individui soli, confusi, fragili, mascherati e tutti concentrati sulla superficie dell’essere (immagine, maschera, apparenza). Individui completamente incapaci di “sentire”.

Laddove le istituzioni, nel ruolo di garanti sociali (famiglia, religione, scuola) scompaiono o rinunciano definitivamente alla missione educativa che prevede la trasmissione di regole, valori e limiti, l’individuo si trova completamente spaesato ed alienato da se stesso.

Il bisogno di dipendenza ed appartenenza, di contenimento e limite che in certa misura è fisiologico nell’essere umano, vene completamente rinnegato e bandito dal paesaggio psichico come un ospite sgradito e inutile, per riemergere in maniera esasperata ed eclatante nelle tante forme di dipendenza comportamentale e da sostanze delle quali è facile trovare testimonianza. Nelle tante forme di sopraffazione e abuso, che tradiscono la paura di “non esistere”.

Quando la tristezza viene anch’essa scacciata e rinnegata dall’illusione e dalla pretesa di un’eterna, lieta e superficiale condizione di felicità obbligata, la depressione è dietro l’angolo, pronta ad assalirci con tutta la potenza della sua legittimità.

Ecco allora che la spinta a rinnegare, non sentire e rifuggire in tutti i modi certa parte del vissuto interiore e della natura umana porta gli individui a vivere una profonda lacerazione che è non solamente psicologica ma anche di senso, emergendo in maniera patologica e disfunzionale in un bisogno sfrenato di conferme, accoglimento ed accettazione, contenimento e riconoscimento che non possono essere esclusivamente riversati sull’altro.

Il sentire, l’appartenere, l’accogliere, il legittimare devono tornare ad essere prima di tutto un atto di consapevolezza privato e individuale, per permettere anche la costruzione di relazioni sane in cui la reciprocità e la diversità, il conflitto e il gioco di appartenenza-autonomia non diventino spaventosi.

 

leggi di più 4 Commenti

5 ABITUDINI MENTALI CHE CI DANNEGGIANO

leggi di più 2 Commenti

I 30 INDIZI DELLA MANIPOLAZIONE

A cura della Dott.ssa Annalisa Barbier

(Tratto dal libro di Isabelle Nazare-Aga “L’arte di non lasciarsi manipolare”)

 

Ecco di seguito i 30 indizi più comuni che ci indicano quando abbiamo a che fare con una persona manipolatrice:

1) Colpevolizza gli altri, ricattandoli in nome del legame familiare, dell’amicizia, dell’amore ecc

2) Fa credere che bisogna essere perfetti, che non bisogna mai cambiare opinione, che bisogna sapere tutto

3) Sa fare leva sui principi morali degli altri per raggiungere i propri scopi

4) Critica, svaluta e giudica le qualità, la competenza, la personalità altrui

5) Può essere geloso anche se è un genitore o un parente

6) Utilizza lusinghe per adulare, fa regali o improvvisamente è premuroso

7) Fa la parte della vittima per essere compatito (esaspera il suo malessere e il carico di lavoro)

8) Rifugge le sue responsabilità riversandole sugli altri

9) Non comunica chiaramente i suoi bisogni, sentimenti e opinioni

10) Spesso risponde in modo vago

11) Cambia argomento con disinvoltura nel corso di una conversazione

12) Evita i colloqui e le riunioni

13) Telefona o lascia appunti scritti invece di parlare di persona

14) Invoca ragioni logiche per mascherare le sue richieste

15) Deforma e interpreta la verità

16) Non sopporta le critiche e nega l’evidenza

17) Fa minacce velate o ricatta apertamente

18) Semina zizzania, crea sospetti e conflitti per avere la situazione sotto controllo o per provocare la rottura della coppia

19) Cambia idea, comportamenti e opinioni a seconda delle situazioni

20) Mente

21)Punta sull’ignoranza degli altri e li convince della sua superiorità

22) E’ egocentrico

23) I suoi discorsi sembrano logici e coerenti, mentre i suoi modi, le sue azioni e il suo stile di vita non lo sono affatto

24) Si riduce sempre all’ultimo momento per chiedere o far fare qualcosa agli altri

25) Non tiene conto dei bisogni e dei desideri altrui

26) Ignora le richieste (ma dice di occuparsene)

27) Produce uno stato di malessere o un senso di intrappolamento

28) Ci fa fare cose che probabilmente non sceglieremmo spontaneamente

29) E’ efficiente nel perseguire i propri fini, ma a spese altrui

30) E’ costantemente oggetto di discussione tra le persone che lo conoscono

 

Articoli correlati: I segnali-sentinella nella Manipolazione Emotiva; Dire basta alla dipendenza affettiva; Donne che amano troppo; Liberarsi dal senso di colpa; come interrompere la manipolazione emotiva

leggi di più 0 Commenti

RELAZIONI TOSSICHE E VIOLENTE: LE DIECI AVVISAGLIE  DA NON SOTTOVALUTARE

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Questo articolo è dedicato alle donne, soprattutto a quelle giovani che si trovano a vivere le prime esperienze amorose e devono imparare a non confondere l’amore – che prevede stima, rispetto, fiducia, tolleranza, apertura e intimità -  con certe forme di possessività, gelosia e controllo che con l’amore nulla hanno a che fare. Ma è dedicato anche a tutti gli uomini – amici, fratelli e padri – affinché possano insegnare alle loro care a scappare da relazioni con partner pericolosi.

La violenza fisica non esordisce all’improvviso ma si prepara la strada nel tempo, preceduta ed accompagnata da una corte di segnali comportamentali che possiamo certamente definire “sospetti”. La violenza fisica viene sempre preceduta dalla violenza psicologica e da comportamenti che occorre imparare a riconoscere per non finire in una relazione con un partner violento.

Spesso questi segnali comportamentali, che sono dei veri e propri “indicatori di rischio”, vengono sottovalutati, rimossi, negati o peggio fraintesi dalle donne, che tendono a scambiarli per manifestazioni di amore: vale la pena ricordare qui che la gelosia immotivata, il controllo, la possessività limitante, le offese e la violenza verbale NON HANNO NULLA A CHE FARE CON L’AMORE.  Quando compaiono e diventano frequenti sono un chiaro indice di disfunzionalità e pericolosità del partner, e devono far aprire gli occhi sul rischio che si corre restando nella relazione.

I lividi, le botte, l’isolamento estremo e le minacce rappresentano l’ultimo stadio di una relazione violenta e pericolosa, che inizia SEMPRE con la violenza psicologica, con  la volontà di manipolazione e di controllo sull’altro.

Ma andiamo ora ad esaminare i comportamenti che è bene NON TRASCURARE poiché segnali di un partner potenzialmente violento e pericoloso. 

leggi di più 8 Commenti

PERCHÉ NON PORTO MAI A TERMINE LE COSE?

SCRITTO DA: Annalisa Barbier

 

Quante  volte vi siete chiesti come facciano gli altri a svegliarsi sempre presto al mattino per andare a correre, oppure a portare a termine la stesura di un libro o della tesi, a perdere peso o cominciare un programma di allenamento fisico con costanza e determinazione?

Gli esempi potrebbero esser davvero tanti e diversi a seconda delle proprie necessità, tuttavia la storia che si ripete è sempre la stessa: OGNI VOLTA CHE INIZIATE QUALCOSA FINITE PER LASCIARLA A META’ SENZA PORTARLA A TERMINE.

Che si tratti della dieta, di un libro da leggere, di un esame da preparare, di un programma di allenamento o di un maglione lavorato a maglia, il punto è sempre lo stesso: non riuscite a portarlo a termine.

All’inizio vi sentite motivati e magari anche eccitati all’idea di iniziare una nuova “avventura”, o comunque vi sentite in grado di portare a termine quel compito importante che avevate in sospeso… ma ad un certo punto vi smontate; la vostra motivazione e la vostra capacità di concentrazione su quella cosa decrescono lentamente fino a svanire, lasciandovi privi di interesse, di volontà e di motivazione a portare a termine ciò che avevate tanto convintamente iniziato. Così vi raccontate la vecchia favoletta del “Tanto non mi interessava davvero…” oppure l’altra consolante versione del “magari ci riprovo in un altro momento”…

Ma la verità è che non ci riproverete probabilmente mai più… o forse, svogliatamente, dopo qualche tempo, per poi lasciare nuovamente le cose a metà.

 

Si tratta di un atteggiamento piuttosto diffuso che, prima o poi, ha riguardato un po’ tutti noi. Tuttavia è un atteggiamento che spesso lascia esiti decisamente spiacevoli o negativi: ci si inizia a sentire incapaci di impegno, annoiati, privi di iniziativa o peggio si comincia a perdere la stima di sé e la fiducia nelle proprie capacità e nella propria forza e determinazione. Alla lunga, un atteggiamento del genere può provocare sofferenze psicologiche legate al calo di autostima e di motivazione, ad un senso strisciante di noia e disinteresse diffuso, ad una forma di apatia e pigrizia fastidiose fino a impedirci di sviluppare concretamente abilità e capacità che invece ci servirebbero per realizzarci!

leggi di più 4 Commenti

TEST SUL NARCISISMO

Traduzione a cura di: Annalisa Barbier

 

Il disturbo narcisistico di personalità – anche noto con il termine comune di Narcisismo –rappresenta ai  giorni nostri un problema dell’intera società che, come affermava Alexander Lowen, è una società malata di narcisismo. La personalità con tratti fortemente narcisistici o palesemente narcisista è  infatti molto rappresentata nella società attuale, a causa della spinta sociale all’individualismo,  all’ambizione sfrenata e alla eccessiva cura ed importanza attribuite all’apparenza e all’immagine, a discapito di un profondo e nutriente rapporto con il Sé.

Si tratta di un disturbo che compromette gravemente la qualità delle relazioni interpersonali i (professionali, sentimentali ed amicali), ma soprattutto di quelle sentimentali, spesso provocando nel partner del narcisista, una sofferenza psicologica di grado variabile, fino ad ipotizzare la presenza clinica di quello che è anche stato definito trauma da narcisismo.

 

IL QUESTIONARIO

Il seguente test è tratto dal sito americano dedicato ai programmi di recupero da abuso narcisistico (cioè dagli abusi psicologici e dalle violenze psicologiche inferte dalle personalità narcisistiche): http://www.melanietoniaevans.com

 

E’ stato sviluppato come risultato di precedenti ricerche e sulla base dell’esperienza personale dell’autrice e di quelle riportate dalle vittime di abusi narcisistici, tuttavia NON RAPPRESENTA UNO STRUMENTO DIAGNOSTICO NE’ TERAPEUTICO, AVENDO IL SOLO SCOPO  DI FORNIRE INDICAZIONI GENERALI sulla base delle quali ricorrere  - se necessario -  al supporto di un esperto Psicologo.

Può essere utilizzato come questionario  di auto somministrazione per valutare il proprio livello di narcisismo  oppure – rivolgendo le domande in terza persona -  può servire per comprendere se si ha a che fare con una personalità narcisistica nell’ambito di una relazione sentimentale, amicale, familiare o professionale.

 

Ricordo che ogni individuo sano è in parte “narcisistia”, poiché un narcisismo sano permette di realizzare se stessi e raggiungere i propri desideri senza mancare di rispetto agli altri e senza bisogno di danneggiarli in un’ottica di spietata e anaffettiva competizione.

Per ottenere risultati validi, occorre rispondere con precisione e sincerità ad ogni domanda.

 

leggi di più

COME ACQUISIRE AUTOSTIMA

leggi di più 0 Commenti

PSICOLOGIA DELLA VITTIMA DI MANIPOLAZIONE

leggi di più 0 Commenti

CHI E' IL MANIPOLATORE?

Caratteristiche psicologiche del manipolatore

leggi di più 0 Commenti

TEST: sono vittima dello schema di vulnerabilità?

Fonte:  "Reinventa la tua vita", di J. Young e J. Klosko

 

Di seguito alcune domande che possono aiutarvi a capire se è attivo in voi lo schema disfunzionale di vulnerabilità. Questo semplice questionario non ha alcun intento diagnostico, ma serve per aiutarvi a comprendere se alcuni dei vostri comportamenti sono indicativi della presenza di uno schema di vulnerabilità, che potrebbe portarvi a vivere una sofferenza psicologica legata a paure e preoccupazioni irrazionali o eccessive.

 

leggi di più

MI SUCCEDERÀ QUALCOSA DI TERRIBILE!

Lo schema della vulnerabilità

leggi di più 3 Commenti

IL SENTIERO VERSO LA FELICITA'

leggi di più 0 Commenti

LE EMOZIONI CI RENDONO CONSAPEVOLI

 

“…L’emozione è infatti la fonte principale della presa di coscienza”

Carl Gustav Jung

 

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

 

 

Jung aveva ragione quando indicava nell'emozione l’elemento principale per prendere coscienza di sé e del proprio stato interiore.  Gioia, paura, tristezza, rabbia, gratitudine: sono molte le emozioni che trovano posto nella nostra vita ogni giorno e, sebbene non tutte siano piacevoli, tutte sono importanti poiché rappresentano una GUIDA interiore di grande valore.

Le emozioni infatti sono qui per darci una mano a comprendere cosa fare, per difenderci o proteggerci dal pericolo e per aiutarci a prendere la decisione giusta.

A volte però esse possono diventare il nostro nemico poiché – se non ascoltate, negate o scacciate -  possono aggiungere sofferenza al disagio (ansia, paura, rabbia ecc.) o farci vivere situazioni conflittuali (emozioni ambivalenti o poco chiare, confusione interiore).

E’ dunque molto importante AFFRONTARE ANCHE LE EMOZIONI SPIACEVOLI, imparando a ri-conoscerle e a renderle nostre complici, per poter vivere una vita più gratificante e in armonia con il nostro Sé interiore.

 

Cosa fare per conoscere meglio le tue emozioni senza temerle, accogliendo il MESSAGGIO CHE TI PORTANO e il loro POTENZIALE COSTRUTTIVO?

 

1)    CHIEDIMI SE SONO FELICE

Per iniziare a lavorare con le emozioni e renderle tue alleate, devi imparare a riconoscerle e distinguerle tra loro per non sentirti confuso, o peggio, attribuire ad un tuo stato d’animo una valenza sbagliata. Nominare correttamente e in modo preciso il tuo stato d’animo ti aiuterà a distinguere la tristezza dalla depressione, la paura dall’inquietudine, la gioia dall’eccitazione e così via.

·         COME FARE: Prima di tutto poniti questa semplice domanda: “Come mi sento in questo momento?”; potresti chiederti se ti senti “bene” oppure “male”, e successivamente approfondire la domanda chiedendoti più precisamente, nell’ambito di queste due grandi categorie, cosa provi. La tabella allegata ti aiuterà a trovare le parole giuste per descrivere come ti senti. 

 

2)    CORTESIE  PER GLI OSPITI

Anche le emozioni più spiacevoli, come la tristezza o la paura vogliono essere accolte, ascoltate e riconosciute; nasconderle a te stesso o provare ad evitarle con distrazioni di ogni tipo (dall’abuso di alcol a quello di cibo, dall’evitamento delle situazioni “difficili” all’iperattività che è una fuga da se stessi) non ti aiuterà a stare meglio, e nel lungo termine si potrebbe rivelare addirittura dannoso per la tua salute e per il tuo equilibrio. Nel cammino verso l’integrazione e la conoscenza di te stesso, devi imparare ad essere più CONSAPEVOLE delle tue emozioni, e ad ACCOGLIERLE come ospiti improvvisi, senza giudicarle né scacciarle.

·         COME FARE: ti può venire in aiuto la Mindfulness, che offre numerosi strumenti per accrescere la consapevolezza di sé e delle proprie emozioni. La prossima volta che provi un’emozione/sensazione spiacevole, nota se hai l’impulso automatico di evitarla, scacciarla o controllarla. Invece di agire questo impulso, prenditi il tempo di ascoltare, riconoscere ed accogliere l’emozione per “disinnescarne” il potenziale dannoso e comprenderne il messaggio. Scarica l’esercizio allegato! 

 

3)    COSA MI STAI DICENDO?

Le emozioni sono una grande ricchezza e, sebbene quelle spiacevoli vengano considerate “negative”, tutte sono utili perché ti collegano direttamente ai tuoi bisogni. Le emozioni sono infatti precisi indicatori di ciò che conta per te e ti fanno capire se i tuoi bisogni sono soddisfatti: se lo sono, proverai emozioni piacevoli come gioia o gratitudine, mentre proverai emozioni spiacevoli come tristezza o rabbia quando i tuoi bisogni rimangono insoddisfatti. Afferrare il legame tra emozione e bisogni è un passaggio molto importante ed osservare le tue emozioni ti permetterà di comprendere di cosa hai davvero bisogno, e muoverti nella giusta direzione per ottenerlo!

·         COME FARE: per prenderti cura dei tuoi bisogni devi conoscerli e poi agire nella direzione giusta per il loro soddisfacimento. Di seguito un semplice esercizio che ti sarà utile per imparare a collegare le emozioni ai tuoi bisogni: emozione piacevole = bisogno soddisfatto, emozione spiacevole = bisogno non soddisfatto.

1.      Fai una lista dei tuoi bisogni più importanti nell’abito delle seguenti categorie: sicurezza (sentirsi sicuri materialmente e moralmente); Stimolo (ricevere stimolazioni sia fisiche come un buon pasto, che mentali come la creatività); Affetto e socialità (amore, amicizia, appartenenza); Stima e riconoscimento (sentire di valere e di essere “visto” dagli altri); Autonomia; Senso e coerenza (percepire che la tua vita ha un senso ed è in linea con i tuoi valori).

2.      Mettili in ordine di importanza

3.      Chiediti, ogni volta che provi un’emozione  piacevole o spiacevole, a quale bisogno soddisfatto o insoddisfatto si collega l’emozione provata.

4.      Metti in atto strategie e scelte adatte a soddisfare i tuoi veri bisogni

Esempio: in questo momento provo soddisfazione = mi accorgo che è così perché il mio bisogno di condivisione ed ascolto è soddisfatto; Oppure in questo momento provo rabbia = mi accorgo che la provo perché in questo momento il mio bisogno di stima e autonomia è insoddisfatto.

 

4)     CONSEGUENZE INDESIDERATE

Le nostre scelte e il modo in cui ci comportiamo sono in larga parte frutto inconsapevole delle emozioni: accade qualcosa (ad esempio, ti ricordano che devi scrivere un report di lavoro), provi un’emozione spiacevole legata ad una tua valutazione (ad esempio ansia perché pensi di non saperlo fare come si deve), ti comporti in un certo modo (ad esempio rimandando l’esecuzione del lavoro per evitare di affrontare l’ansia e l’eventuale delusione di un lavoro imperfetto). Le conseguenze di questo saranno probabilmente che ti troverai ad accumulare ritardo nel lavoro, sentendoti sempre più a disagio e preoccupato. E’ quindi importante collegare l’emozione al comportamento che essa produce, soprattutto quando questo comportamento provoca delle conseguenze spiacevoli o distruttive per te, per evitare di peggiorare la situazione.

·         COME FARE? Puoi usare il “diario delle emozioni” per imparare a capire il legame che esiste tra certi comportamenti dannosi e le tue emozioni, per poter correggere il tiro e agire consapevolmente e costruttivamente, e non in modo automatico e preda delle emozioni spiacevoli.

 

Diario delle emozioni

 

  •      EVENTO CHE HA SCATENATO L’EMOZIONE
  •       EMOZIONE CHE HO PROVATO (aiutati con la lista allegata)   
  •      QUAL’E’ L’IMPULSO AD AGIRE? (cosa mi viene istintivo fare)
  •      CONSEGUENZE DEL MIO COMPORTAMENTO
  •      COMPORTAMENTO ALTERNATIVO (se l’impulso ad agire ti provoca conseguenze negative o controproducenti, rifletti su cosa sarebbe invece più utile FARE per raggiungere il tuo obiettivo o limitare i danni!)

 

leggi di più 0 Commenti

Le ferite psicologiche e le maschere

Le maschere ci  proteggono dal dolore?

leggi di più 0 Commenti

I NUOVI SINGLE

leggi di più

LE CONVINZIONI CHE CI BLOCCANO

A cura di: Annalisa Barbier

 

Il termine “convinzioni irrazionali” fu coniato dallo psichiatra americano Albert Ellis (1957-1962) fondatore della RET (Rational-Emotive Therapy) o terapia razionale emotiva, poi divenuta REBT (Rational-Emotive Behaviourn Therapy).

Egli si basò sull'osservazione che molte persone soffrivano di malesseri psicologici a causa del loro peculiare modo di vedere le cose e attribuire significato agli eventi. 

Ellis attribuiva importanza alla presenza di "convinzioni irrazionali",  create da un modo sbagliato di usare la logica d il ragionamento, che danno vita ad una visione del mondo poco realistica e "distorta" dal filtro applicato attraverso tali convinzioni.

Tali convinzioni irrazionali - che si esprimono attraverso pensieri automatici - danno vita a stati d'animo spiacevoli che a loro volta inducono a mettere in atto comportamenti disfunzionali, assurdi o addirittura lesivi e controproducenti per l'individuo.

Ellis considera tre elementi importanti nella sua teoria:

  1. Cognizioni (pensieri e convinzioni)
  2. Emozioni e stati d'animo 
  3. Comportamenti

sottolineando come questi tre elementi siano tra loro correlati, poiché se ho determinate convinzioni tenderò ad interpretare gli eventi in un certo modo, proverò certe emozioni e metterò di conseguenza in atto comportamenti più o meno funzionali, che derivano dalle mie cognizioni.

Perciò se nutriamo convinzioni irrazionali o eccessive o fuori luogo, queste daranno vita ad un modo distorto di vedere la realtà ed influenzeranno le nostre emozioni, dando origine a comportamenti negativi o controproducenti e creando quindi un disagio psicologico o una vera e propria patologia.

 

I PRINCIPI DELLA RET

  1. i nostri stati d'animo dipendono da quello che pensiamo
  2. quando proviamo una sofferenza emotiva che ci blocca, probabilmente stanno prevalendo pensieri irrazionali disfunzionali
  3. questi pensieri disfunzionali possono essere identificati e modificati attraverso la terapia
  4. Il modo migliore per ridurre la sofferenza psicologica consiste nel modificare i pensieri disfunzionali

LE CONVINZIONI IRRAZIONALI

Ellis ha individuato 11 convinzioni disfunzionali che rappresentano ideologie, convinzioni e atteggiamenti correlati ai più importanti disturbi emotivi e comportamentali: ansia, depressione, rabbia, colpa, procrastinazione, odio. Queste idee convinzioni originano a loro volta secondo l'autore da delle "DOVERIZZAZIONI" che sono alla base dei disagi psicologici di ansia, rabbia, frustrazione, depressione, dipendenza, abbandono ecc... 

  • DOVERIZZAZIONI SU SE STESSI: devo agire bene ed essere approvato da tutte le persone per me significative, altrimenti sono completamente un incapace e ciò è terribile
  • DOVERIZZAZIONI SUGLI ALTRI: gli altri devono trattarmi bene ed agire come io penso che debbano assolutamente agire, altrimenti meritano di pagarla
  • DOVERIZZAZIONI SULLO STILE DI VITA: le cose devono andare proprio come io pretendo che vadano, altrimenti la vita è insopportabile

 

1) Io, essere umano adulto, ho assoluto bisogno (estrema necessità o esigenza) di venire (sempre) amato, stimato e approvato (o almeno non giudicato male – o al minimo ignorato) da tutte le persone (che io ritengo) significative (importanti) del mio ambiente = da tutti quelli che dico io – altrimenti è gravissimo, orribile, terribile, catastrofico.

2) Io devo assolutamente essere (e/o dimostrarmi) sempre perfettamente adeguato, competente e di successo in tutto quello che faccio e sotto ogni rispetto (o almeno in questa cosa specifica, oppure in almeno una cosa) – altrimenti sono indegno di valore = valgo poco o niente.

3) Tutte le persone che dico io (compreso me stesso) devono assolutamente comportarsi (sempre) come mi pare giusto (come dico io) – altrimenti sono intrinsecamente cattive, malvagie e scellerate, e quindi meritano di essere severamente condannate e punite (anche perché così imparano).

4) Tutte le cose devono assolutamente andare (sempre) come piacerebbe a me, come mi sembra giusto che vadano (insomma, come dico io) – altrimenti è inaccettabile, intollerabile, insopportabile (io non lo accetto, non lo tollero, non lo sopporto).

5) La mia infelicità (disagio, ansia, depressione, angoscia, rabbia, eccetera) dipende da cause esterne (o essenzialistiche) e quindi io posso fare poco o niente per cercare di controllare le mie pene e i miei disturbi (varianti: io reagisco così – sono fatto/a così – è la mia natura, il mio carattere, la mia personalità).

6) Siccome può succedere (succedermi) qualcosa di brutto, pericoloso o dannoso allora:

a) mi devo preoccupare in continuazione;

b) devo pensare che succederà (quasi) di sicuro;

c) che succederà nelle forme peggiori;

d) che non ci potrò (non ci si potrà, nessuno ci potrà) mai fare nulla;

e) e che tutto finirà nel modo più orribile, terribile e catastrofico.

7) Se qualcosa mi sembra difficile (perché richiede impegno, fatica, disagio, o una mia assunzione di responsabilità, ovvero mi provoca ansia) allora mi conviene evitarla piuttosto che affrontarla.

8) Io sono debole (insicuro/a, incapace, handicappato/a, emotivamente instabile e facilmente vulnerabile) e quindi ho bisogno di qualcuno più forte a cui appoggiarmi e da cui dipendere – altrimenti non ce la posso fare (a vivere, a esser felice, a lavorare, a muovermi, ecc.).

9) Il mio passato (la mia infanzia, le mie esperienze precoci) è la determinante assoluta delle mie condizioni attuali; e se una volta qualcosa ha avuto una forte influenza su di me, allora continuerà per sempre ad esercitare lo stesso effetto – quindi non c’è niente da fare (la mia personalità, il mio carattere è stato formato in questo modo e quindi non si può cambiare).

10) Se qualcuno (gli altri, tutti gli altri o tutti quelli che dico io) ha qualche problema o disturbo o sofferenza che gli fa fare (dire, pensare o sentire) qualcosa che non mi piace (che mi sembra sconveniente, irragionevole, dannoso, ingiusto, ecc.) allora io mi devo tremendamente sconvolgere per questo motivo.

11) E’ sempre possibile trovare una soluzione perfetta (o avere una sicurezza assoluta, ovvero un controllo completo) di fronte a qualsiasi problema umano, e quindi io la devo assolutamente raggiungere – altrimenti succederanno catastrofi ed orrori.

 

COSA FARE?

La  prima cosa è DIVENTARE CONSAPEVOLI DEI PENSIERI AUTOMATICI che sono alla base dei nostri comportamenti e delle nostre reazioni, attraverso l'uso del diario ABC (che potete scaricare in allegato)

Quindi imparare a modificare gradualmente e con tenacia i pensieri irrazionali che sono responsabili dei comportamenti dannosi e della sofferenza psicologica.

Se volete saperne di più leggete il mio articolo: COME CORREGGERE I PENSIERI NEGATIVI

 

Fonte: "L'autoterapia razionale-emotiva. Come pensare in modo psicologicamente efficace", di Albert Ellis