La dipendenza affettiva può essere concettualizzata come una forma di dipendenza comportamentale centrata sulla relazione. In una prospettiva neurobioloigca, l’individuo non diventa dipendente da una sostanza, bensì da uno stato emotivo e neurochimico legato alle fasi iniziali dell’innamoramento, caratterizzate da intensa eccitazione, passione e gratificazione.
Studi neuroscientifici hanno evidenziato come tali meccanismi siano sovrapponibili ai processi alla base delle dipendenze da sostanza (Volkow & Morales, 2015).
Meccanismi neurochimici
Nelle prime fasi dell’innamoramento si osserva una forte attivazione del sistema dopaminergico mesolimbico, che sostiene il desiderio, la motivazione e il rinforzo comportamentale (Aron et al., 2005; Acevedo et al., 2012). Successivamente, entrano in gioco altri sistemi neurochimici quali:
La transizione dai circuiti dell’euforia a quelli della stabilità rappresenta un passaggio fondamentale nella costruzione di relazioni durature.
PEA: più un mito che una realtà?
La feniletilamina (PEA) è spesso definita la “molecola dell’amore”, ma le evidenze scientifiche a supporto di un suo ruolo diretto nell’innamoramento umano sono deboli o assenti. Una recente revisione sistematica (McGregor & Murphy, 2023) sottolinea che l’associazione fra PEA e amore romantico appartiene più al mito divulgativo che alla letteratura empirica. I veri mediatori neurochimici dell’amore restano dopamina, ossitocina, vasopressina e oppioidi endogeni.
Amore e dipendenza comportamentale
Il coinvolgimento intenso e ossessivo tipico della dipendenza affettiva presenta molte analogie con i criteri diagnostici indicati per le dipendenze comportamentali:
Queste dinamiche sono state documentate in studi di neuroimaging che mostrano l’attivazione di aree cerebrali simili a quelle osservate nelle dipendenze da sostanza, come lo striatum ventrale e la corteccia prefrontale (Fisher, Aron & Brown, 2006; Xu et al., 2011).
Profili temperamentali e predisposizione
L’antropologa Helen Fisher (2009; Fisher et al., 2010) ha proposto un modello secondo cui i sistemi neurochimici dominanti predispongono a specifiche modalità relazionali e vulnerabilità affettive:
Sebbene semplificativo, questo modello ha ricevuto alcuni riscontri empirici in studi cross-culturali (Brown et al., 2013; Marazziti & Canale, 2004).
Attaccamento ed esperienze infantili
Accanto alla componente neurobiologica, ricordiamo quanto le esperienze precoci di attaccamento giochino un ruolo cruciale; secondo la teoria di Bowlby (1988), la qualità delle relazioni infantili, infatti, è in grado di plasmare la costruzione degli stili di attaccamento che rappresentano l’impalcatura generale del nostro modo di vivere le relazioni interpersonali, influenzando in età adulta la capacità di regolare le emozioni e di costruire legami sani.
Gli schemi maladattivi precoci descritti da Young e Klosko (1994) contribuiscono ulteriormente a spiegare la vulnerabilità alla dipendenza affettiva. Si tratta di modelli profondamente radicati costituiti da pensieri, emozioni e comportamenti che si sviluppano nella prima infanzia a partire da esperienze relazionali dolorose con le figure di accudimento. Questi schemi diventano vere e proprie “lenti” attraverso cui la persona interpreta se stessa, gli altri e le relazioni, e tendono a ripetersi in età adulta, anche quando non sono più funzionali.
Nel contesto della dipendenza affettiva, alcuni schemi risultano particolarmente rilevanti:
Questi schemi, attivati all’interno delle dinamiche di coppia, possono rendere la persona vulnerabile alla dipendenza, poiché rinforzano dei circoli viziosi che si autorinforzano: più la relazione è instabile o dolorosa, più lo schema viene confermato, aumentando il bisogno di attaccarsi all’altro e riducendo la capacità di svincolarsene.
Lavorare sugli schemi maladattivi, attraverso approcci come la Schema Therapy (Young et al., 2003) o interventi integrati che includano Mindfulness e self-compassion, permette di riconoscere queste dinamiche, differenziarle dall’esperienza del qui ed ora, e sperimentare modalità di essere nelle relazioni che siano più sane, sicure e gratificanti.
Prospettive attuali
Le ricerche più recenti invitano a una visione multifattoriale della dipendenza affettiva:
Un approccio integrato consente quindi di comprendere la complessità del fenomeno e di orientare al meglio gli interventi clinici.
Bibliografia
Dott.ssa Annalisa Barbier, PhD
Psicologa – Dottore di Ricerca in Neuropsicologia
Terapeuta Cognitivo-Comportamentale e Cognitivo-Interpersonale in formazione
Compassion Focused Therapist
Istruttrice di protocolli MBSR certificato Federmindfulness (iscrizione albo nazionale n. 1505)
Conduttrice di protocolli MBCT
Iscritta all’Ordine degli Psicologi del Lazio n. 9423
P. IVA 13713381005