L'IMMAGINE CHE ABBIAMO EREDITATO
…C’era qualcosa che non andava, ma non riusciva a capire cosa. Non nella situazione — quella, in fondo, era gestibile; era quella voce che parlava dentro: una voce dura, tagliente, familiare: «Sei un fallimento. Gli altri fanno molto meglio di così!».
Quella voce aveva il tono di qualcosa di già sentito molte volte, di già saputo, come se dicesse una verità che non si discute.
Molte persone possono riconoscersi in questa esperienza: una voce interna che nei momenti difficili si fa più dura di qualsiasi critica esterna. Che conosce i punti deboli e non concede attenuanti. Una voce che, curiosamente, può non suonare come del tutto propria eppure è diventata, nel tempo, la voce con cui ci si critica da soli.
Sono io che mi parlo?
Nelle prime relazioni significative impariamo molte cose senza saperlo. Impariamo come funziona avvicinarsi e allontanarsi dall’altro, cosa accade nel chiedere aiuto e nell'esprimere i propri bisogni, quali emozioni vengono accolte e condivise e quali non sono considerate accettabili. E attraverso queste esperienze impariamo anche come considerarci e come trattarci, così come siamo stati solitamente trattati.
Il modo in cui le figure importanti della nostra infanzia si sono relazionate con noi non rimane relegato all’infanzia; entra gradualmente a far parte della nostra vita quotidiana, diventando l’impalcatura su cui costruiamo la percezione di noi stessi, le nostre abitudini, aspettative relazionali, paure e desideri e anche una voce interna che rappresenta standard di valutazione, metro con cui misuriamo noi stessi nei momenti di difficoltà.
Questa forma di introiezione non è un processo consapevole o una decisione che prendiamo volontariamente su parlarci - in un modo o nell’altro; si tratta piuttosto di qualcosa che sedimenta gradualmente nel tempo, attraverso migliaia di piccoli scambi: un tono di disapprovazione ripetuto, un’aspettativa di perfezione non dichiarata ma chiaramente percepibile, un affetto condizionato a come ci si comportava. A un certo punto, quella voce non ha più bisogno di venire dall’esterno, perché in qualche modo diventa la nostra voce interiore.
C’è una continuità tra il modo in cui siamo stati accuditi e il modo in cui ci accudiamo; le esperienze di attaccamento non ci consegnano soltanto un modo di stare in relazione con l’altro, ma anche un modo di stare in relazione con noi stessi.
Chi ha imparato che la vicinanza e l’affetto andavano in qualche modo “meritati”, tende a pretendere molto da sé prima di concedersi accoglienza e comprensione; chi ha imparato che i propri bisogni erano un peso per l’altro tende a trattarsi come se questi siano un’esagerazione da correggere, qualcosa di scomodo e fastidioso. La voce critica, in molti casi, è la prosecuzione interna di una relazione già vissuta — un dialogo che continua anche quando l’altro non c’è più.
Lo specchio e ciò che restituisce
Immaginiamo uno specchio: non uno specchio neutro ma uno specchio che abbia una sua curvatura, una sua luce particolare, una sua angolazione. L’immagine che restituisce è reale nella misura in cui la percepiamo come tale, ma non è realistica né è l’unica possibile, perché è legata alla particolare struttura dello specchio che la riflette e non alla realtà dell’immagine che riceve.
Le prime relazioni funzionano un po' come questo specchio: ci restituiscono un’immagine specifica e ripetuta di noi, e quella immagine, ricevuta sufficientemente spesso e precocemente, diventa il punto di partenza e il punto di arrivo da cui vediamo e percepiamo noi stessi, trasformandosi da opinione e punto di vista a certezza tacita. Verità non più messa in discussione.
Se lo specchio era critico, impariamo a guardarci con i suoi occhi severi, e cresciamo con la sensazione di essere sempre un po' in difetto, mai del tutto adeguati o sufficienti, mai del tutto a posto. Se lo specchio dell’altro era imprevedibile e incostante, restiamo con un'immagine di noi stessi dai contorni sfumati, una sorta di senso di identità difficile da mettere a fuoco da dentro, che cerca la propria forma negli occhi dell’altro. Se lo specchio era assente, una figura non disponibile, impariamo qualcosa di più sottile e cioè impariamo a trascurarci, a non vederci affatto, perché in noi resta la sensazione di non essere registrati da nessuno sguardo, una specie di vuoto che è come il calco della presenza mancata.
Questo riflesso che abbiamo fatto nostro però non è un destino scolpito nella pietra - sebbene a volte ci sembri esattamente così: indiscutibile, assoluto e definitivo - e ogni relazione che ci rispecchi con fedeltà e apertura come quella con un terapeuta, un legame sicuro, a volte un cerchio di persone che ascoltano senza interrompere, è un'occasione per riscrivere il modo in cui ci vediamo, il modo in cui percepiamo chi siamo.
Un’eredità “scomoda"
La nostra voce critica, quella che ci conosce bene, che sa dove fare più male, spesso non è nata da noi ma è stata introiettata, cioè portata all’interno come qualcosa di proprio, a partire da ciò che ci siamo sentiti ripetere spesso - sia con le parole che con i gesti - dalle nostre figure di riferimento.
Non dobbiamo però pensare che questo processo di introiezione ci renda vittime passive della nostra storia, anzi rendercene consapevoli è il primo passo affinché sia per noi possibile una postura nuova di forte a noi stessi e a questa voce critica.
Il fatto che alcune delle certezze più radicate che abbiamo su noi stessi, ad esempio: «non sono abbastanza», «non merito», «sono troppo» o «sono troppo poco», abbiano un’origine relazionale e che sono state apprese in un contesto relazionale, è il motivo per cui possiamo agire per “rivedere” e correggere sia il rapporto che abbiamo con questa voce critica, sia la credibilità e l’assolutezza che attribuiamo a ciò che ci dice.
Possiamo farlo non sforzandoci o imponendoci parole e visioni diverse di noi perché inevitabilmente ci suonerebbero strane, non credibili e attiverebbero risposte ancor più aspre. La voce critica che si è costruita dentro ha radici più profonde di qualsiasi pensiero consapevole: non vive nelle parole ma nel tono generale, nella postura interna - fatta anche di emozioni, percezioni e sensazioni corporee e viscerali - con cui ci rivolgiamo a noi stessi, prima ancora di pensare. La si può modificare solo offrendole, nel tempo, un’esperienza diversa: non un argomento migliore, ma un modo nuovo di stare con noi stessi.
Un modo diverso di stare con se stessi
C’è un equivoco diffuso su cosa significhi smettere di trattarsi con durezza: molti lo confondono infatti con l’indulgenza - come se l’unica alternativa alla voce critica fosse darsi sempre ragione, abbassare ogni pretesa, smettere di guardarsi con onestà. M è importante specificare che essere gentili con se stessi non è questo.
La ricerca sulla self compassion, sviluppata in modo sistematico da Kristin Neff, distingue con precisione tra l’essere indulgenti con sé e l’essere compassionevoli e gentili: l’indulgenza vuole evitare e allontanare il disagio mentre un atteggiamento compassionevole ci aiuta piuttosto ad attraversarlo e gestirlo al meglio. Trattarsi con compassione non vuol dire negare un errore o rinunciare alla propria responsabilità: vuol dire riconoscere ciò che è andato storto senza trasformarlo in una sentenza sulla propria persona. Una cosa è dire «ho sbagliato»; un’altra è dire «sono sbagliato». La voce critica spesso sovrappone sistematicamente queste due cose.
Kristin Neff descrive la self compassion attraverso l'interazione e la coesistenza di tre componenti:
- la gentilezza verso di sé, cioè imparare a rivolgersi a se stessi, nei momenti difficili, con lo stesso tono che useremmo con una persona a cui teniamo, anziché con la durezza che solitamente ci riserviamo;
- La seconda è il senso di umanità condivisa: ossia riconoscere che la sofferenza, il fallimento, l’imperfezione non sono il segno di una mancanza personale, ma parte dell’esperienza di tutti.
- La terza è la mindfulness, cioè la capacità di disidentificarci, di osservarci, di stare con ciò che si prova e/o si pensa senza esserne travolti e senza negarlo.
Quello che la ricerca mostra è controintuitivo rispetto al timore più comune; noi temiamo infatti che trattarsi con gentilezza significhi abbassare la guardia, perdere lo slancio, accontentarsi, rischiando di diventare mediocri… ma i dati indicano il contrario: chi è più capace di autocompassione tende a essere meno ansioso, meno incline alla ruminazione e anche più disposto a riconoscere i propri errori e a riprovare con coraggio dopo un insuccesso. La voce critica che promette di tenerci “sul pezzo”, all’altezza, di migliorare, spesso invece, ci paralizza e ci rende ancora più sofferenti e a disagio perché chi teme la propria stessa severità impara presto a non rischiare. A non riprovare. Ad arrendersi con amarezza e delusione.
Dal punto di vista pratico, il passaggio da considerare non prevede di sostituire la voce dura con una voce forzatamente gentile o dolce, né di metterla forzatamente a tacere. Si tratta prima di tutto di imparare a creare uno spazio di consapevolezza riconoscendo quando la critica interna si attiva e quale effetto reale che ha su di noi. Questo spazio di consapevolezza e riconoscimento da abitare con un atteggiamento aperto, ci permette di iniziare a chiederci, con un po’ di curiosità, di chi è davvero quella voce critica e soprattutto quanto di ciò che dice è davvero credibile e reale.
Non per negare ciò che dice o per sostituirla con un pensiero opposto ma per chiederci se questa è una valutazione di ciò che sta succedendo adesso, o se è il riflesso di un modo di vederci che è stato fatto n ostro inconsapevolmente, o ancora se rappresenta una visione ristretta e distorta della realtà che ci riguarda.
Queste domande non garantiscono risposte immediate né soluzioni veloci; ma nel tempo ci permettono di aprire e coltivare uno spazio interiore - metacognitivo - in cui sapere che esiste una importante differenza tra tra ciò che la voce dice e ciò che siamo nella nostra complessità e interezza. Ed è qui che si apre la scelta: possiamo infatti decidere consapevolmente di non accogliere in modo acritico le solite narrazioni giudicanti e svalutanti e di non accettarne automaticamente i contenuti e le affermazioni.
Nel prossimo articolo esploreremo un altro livello della trama: ossia, come il modo in cui ci relazioniamo con noi stessi, si intreccia con la trama di come gestiamo la vicinanza e la distanza dall’altro.
Oggi possiamo portare con noi questo: la consapevolezza che l’immagine di noi che abbiamo ereditato dalle prime relazioni rilevanti con le figure di attaccamento, non ci definisce nella nostra interezza e realtà attuale; può essere aggiornata, modificata, resa più complessa e spaziosa.
Per fare ciò, occorre divenire consapevoli di quando questa immagine ereditata possa diventare quella che ci attribuiamo automaticamente.
Quando la voce critica si attiva, una domanda utile da porci è questa: «Direi questo, con queste parole e questo tono, a una persona a cui voglio bene e che si trova nella mia stessa situazione?».
La distanza tra ciò che diremmo ad un amico e ciò che diciamo a noi stessi è spesso la misura di quanto dell’eredità che stiamo ancora usando.
LETTURE SUGGERITE
- Kristin Neff "LA SELF COMPASSION", Edizioni FrancoAngeli
- Elaine Beaumont, Chris Irons, "IL QUADERNO DELLA COMPASSIONE", Edizioni MindHelp

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