La grammatica del ritorno

Fili che si intrecciano formando un nodo ricorrente — immagine della ripetizione degli schemi relazionali nelle relazioni affettive

LA GRAMMATICA DEL RITORNO

Perché ripetiamo le stesse dinamiche relazionali

C'è un momento che molte persone riconoscono, a un certo punto della loro storia, un momento in cui ci si trova — di nuovo — in un luogo "già conosciuto": stessa sensazione nel petto, stessi pensieri, stesse dinamiche relazionali. La persona con si sta è diversa eppure ritorna qualcosa di stranamente familiare nel modo in cui ci si sente, nel modo in cui si reagisce, in quello che ci si aspetta e nelle paure del cuore.

Non è un deja-vu, né è un caso. È qualcosa di strutturato e profondo, e per questo degno di attenzione. Quella che a volte viene vissuta come una specie di condanna — "finisco sempre nelle stesse storie" — è in realtà il segnale di qualcosa che funziona. Funziona non nel senso che porta felicità, ma nel senso che ha una sua logica interna, coerente, quasi necessaria. Per capirla non serve colpevolizzarsi e accusarsi, ma osservare con apertura.

La domanda che vale la pena fare: Perché ripetiamo?

La risposta più comune — quella che ci diamo spontaneamente o che riceviamo dall’esterno, ha spesso la forma di un giudizio: non impariamo, siamo attirati dalle persone sbagliate, abbiamo paura di qualcosa di meglio, abbiamo paura di essere felici ecc.… C'è una vena di colpa sottile in queste spiegazioni, che trasforma un fenomeno altrimenti chiaro e comprensibile, direttamente e senza processo in un colpevole difetto da correggere.

C'è però un altro modo di guardare a questi cicli che ritornano sempre uguali nelle relazioni: possiamo cominciare a considerarli non come un errore, ma come una forma di ricerca di prevedibilità. Una sorta di “fedeltà al copione” - un atto di coerenza del sé. L’esito relazionale di un sistema che cerca, instancabilmente, di restare riconoscibile a se stesso.

Questo spostamento di prospettiva non è solo consolatorio, ma è clinicamente più accurato e apre possibilità che il giudizio invece esclude dal paesaggio interiore.

Il familiare come bussola

Siamo animali abituati all’apprendimento e al riconoscimento di ciò che è familiare. Il cervello non cerca il meglio in assoluto — cerca il prevedibile. Ciò che è già stato elaborato, catalogato, integrato in una mappa interna del mondo e del sé. Perché il familiare, anche quando fa male, offre qualcosa di prezioso: la rassicurante sensazione di sapere dove siamo. Sappiamo — nella pancia, prima ancora di pensarci — cosa aspettarci.

Le prime relazioni significative costruiscono questa mappa in modo particolarmente profondo. Non perché i ricordi dell'infanzia siano permanenti in senso letterale, ma perché quelle esperienze hanno modellato il sistema profondo e implicito attraverso cui percepiamo le cose e le relazioni: cosa sentiamo come sicuro, cosa come minaccioso, come ci aspettiamo si comporti l’altro quando siamo in difficoltà, quanto spazio ci è permesso occupare, cosa possiamo chiedere.

Questa mappa non è fatta di pensieri consapevoli ben collegati tra di loro. È incarnata. Opera prima del linguaggio, prima della riflessione, prima della scelta. Si attiva in frazioni di secondo — bastano un tono di voce, un silenzio, uno sguardo — e orienta la nostra risposta emotiva prima che riusciamo a identificarla e nominarla.

Quando incontriamo qualcuno che trova corrispondenza, per qualche ragione, nello spazio di questa mappa — anche nelle sue parti dolorose — sentiamo qualcosa che assomiglia al riconoscimento. E il riconoscere qualcosa, per il sistema nervoso, ha spesso il sapore incarnato della sicurezza.

È questa la radice dell'attrazione per il familiare: non il desiderio di soffrire, ma il bisogno ancestrale di orientarsi, di sapere dove si è.

La grammatica

Ogni lingua ha una grammatica: non la impariamo solo studiando le regole — ma la acquisiamo attraverso l'esposizione, la ripetizione, l'uso quotidiano. A un certo punto parliamo correttamente senza saper spiegare perché: la grammatica che abbiamo appreso è diventata tacita, automatica, trasparente, utilizzabile velocemente e automaticamente.

 Anche il nostro modo di stare nelle relazioni funziona così: ciascuno di noi ha sviluppato, nelle prime relazioni importanti, una grammatica relazionale implicita: regole su come ci si avvicina e come ci si allontana, su cosa è permesso volere e cosa no, su come si gestisce il conflitto, su come si esprime il bisogno, su cosa significano il silenzio e la distanza.

Questa grammatica per fortuna non è rigida e non è la stessa in ogni contesto, ma ha una struttura, una sintassi, riconoscibile: un modo di costruire le “frasi relazionali” che tende a ripetersi, particolarmente nei momenti di maggiore intensità emotiva.

La ripetizione di questi schemi relazionali non è solo un fenomeno interno, avviene nello spazio tra due persone, dove ognuno dei partecipanti porta la propria grammatica. Per questo - dunque non per caso — tendiamo ad interessarci ad interlocutori la cui grammatica si adatta alla nostra: quelli che completano le nostre “frasi relazionali” nel modo che ci aspettiamo, che rispondono in modo prevedibile e coerente con la nostra mappa - le nostre regole tacite. Questo accade non perché lo scegliamo o possiamo deciderlo consapevolmente, ma perché anche l’altro segue, come noi,  la sua grammatica inconscia.

L’aspetto profondo di questa danza relazionale si forma da sé e tende a ripetersi, prima ancora che qualcuno decida consapevolmente quali passi fare.

Il costo dell'automatismo

Comprendere la logica della ripetizione non significa giustificarla come inevitabile, o porsi in modo rassegnato di fronte ai suoi esiti.  Significa distinguere tra il bisogno da cui origina — che è reale, comprensibile e degno di rispetto — e la forma automatica che quel bisogno prende quando la grammatica - la danza -  resta inconscia.

Finché la grammatica opera nell'ombra, non siamo davvero in grado di scegliere; possiamo scegliere la persona, il contesto, la forma esteriore della relazione — ma le dinamiche profonde si organizzano da sole, seguendo percorsi già tracciati. La variazione è di superficie; la struttura tende a ripetersi e a  restare sempre uguale a se stessa.

Molte persone arrivano a un punto in cui questa struttura diventa loro visibile, e questo avviene spesso attraverso una crisi, o attraverso la stanchezza — quella particolare stanchezza indurita e rassegnata, che emerge come risposta all’aver riconosciuto - ancora una volta di aver ripetuto lo stesso errore.

Quella stanchezza però, per quanto dolorosa, è anche un segnale, perché rappresenta il momento in cui la grammatica comincia a diventare opaca a se stessa, non più implicita e nascosta e comincia a essere vista. Questo ci permette di diventarne consapevoli invece di agirla - o subirne gli esiti - inconsapevolmente. ·

Una domanda da tenere con sé

Il cambiamento relazionale non inizia con la decisione di "scegliere persone diverse”, ma quando iniziamo a sviluppare la capacità di osservare la nostra grammatica in azione — di riconoscere il momento in cui qualcosa di familiare si attiva e chiederci: cosa sto cercando, davvero?

Non il nome o le qualità della persona, non il tipo di relazione, ma il bisogno profondo che quel senso di familiarità, quella ripetizione che è automatica - e sembra definire chi siamo di fronte a noi stessi e all’altro - cerca di soddisfare o proteggere.

Questa domanda non ha una risposta immediata, e non deve averla. La possiamo considerare piuttosto come una finestra sempre aperta sull’interno, che ci permette di osservare, denominare, conoscere e riconoscere qualcosa che prima era opaco e nascosto. Di farlo mossi da curiosità e gentilezza invece che dalla vergogna, dalla rabbia o dalla rassegnazione. 

Nel prossimo articolo esploreremo un altro livello di questa trama. Quella voce critica interna, che nelle relazioni spesso si fa più dura: la voce con cui ci giudichiamo, ci paragoniamo agli altri, ci consideriamo inadeguati. 

 

Scrivi commento

Commenti: 0