Nella società che ottimizza tutto, Eros si spegne

 

 Dott.ssa Annalisa Barbier

 

Quante volte ci troviamo a scorrere con il dito sulla superficie liscia e compiacente del nostro smartphone, scegliendo contenuti… case… oggetti di ogni tipo, persone?

È un gesto quotidiano, al quale non facciamo più caso ma che racconta più di molte teorie: scorrere un profilo e, in pochi secondi, decidere: valutare, soppesare, scegliere o archiviare. Lo facciamo con gli oggetti, con le case in affitto, con i ristoranti. E con le persone.

Abbiamo imparato a trattare le relazioni interpersonali - comprese quelle amorose - come trattiamo tutto il resto: una sorta di progetto da gestire, un risultato da raggiungere possibilmente senza sprechi, senza errori e soprattutto senza rischi. In particolare, viviamo come se davvero fosse possibile tenere lontano dalle nostre vite emotive il rischio di attraversare il dispiacere, la delusione, la sofferenza. Da qui parte il paradosso che vorrei attraversare in questo articolo: più cerchiamo di rendere l'amore efficiente, sicuro, su misura, più lo perdiamo, ci scivola via tra le dita, ci sfugge, rimane distante e sconosciuto. E al suo posto rimangono solo le nostre sterili teorie sull'amore: come è, cosa è, quali sostanze chimiche lo definiscono, quanto dura, come deve essere e come non deve essere… usiamo termini medicalizzanti laddove forse dovremmo "fare ed essere anima". Così, al posto del territorio ci limitiamo a disegnare ed esplorare una mappa sempre più dettagliata quanto distante dalla vita reale del SENTIRE. Come se stessimo limando via gradualmente e con cura tutto ciò che da sempre tiene in vita eros, amore, passione: mistero e rischio.

Il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han ha dato a questa parabola un nome quasi tragico, definendolo "l'agonia di Eros". La sua intuizione è semplice e molto scomoda: l'amore ha bisogno dell'altro in quanto "altro-da-me". Ha bisogno di qualcuno che sia opaco, non prevedibile, qualcuno che non possiamo possedere o ridurre a una comoda e piacevole versione di me-con-l'altro. Eros vive della distanza, dell'enigma, di quel margine di opacità per cui l'altro resta, in fondo e sempre, inafferrabile. Perché è lì che possiamo finalmente sorprenderci, ma è anche lì che possiamo essere feriti: così, forziamo una trasparenza, una prevedibilità e delle garanzie che non possiamo semplicemente avere.

E qui sorge la domanda che farò scorrere sotto tutto l'articolo: "che cosa cerchiamo davvero, quando diciamo di cercare l'amore?"

 

LA CULTURA DELLA PRESTAZIONE E L'ALTRO CHE SCOMPARE

Viviamo in quella che Han chiama la società della prestazione. Tutto diventa progetto da ottimizzare: il corpo, i pensieri, il lavoro, la creatività, il tempo libero, perfino il sonno. Prima o poi era inevitabile che la stessa logica della performance e dell'ottimizzazione scivolasse anche dentro la vita amorosa e emotiva. Cerchiamo il partner "giusto" come cerchiamo l'investimento giusto — confrontando opzioni, calcolando rese e possibili rischi, scartando in anticipo ciò che potrebbe costarci troppo, massimizzando i benefici e ricercando garanzie.Zygmunt Bauman, con la profetica lungimiranza che appartiene al genio, qualche anno prima aveva descritto il terreno sul quale prolifera tutto questo: usò la definizione di "amore liquido", indicando con essa il processo graduale in cui, in un mondo organizzato come un grande mercato, anche i legami diventano beni di consumo e devono rispondere alla richiesta di poter essere gradevoli e utili, leggeri, sostituibili, validi "fino a nuovo avviso". Si privilegia la connessione, che si interrompe con un lieve tocco e restituisce leggerezza, emozioni superficiali e continua ricerca alla relazione, che invece è densa, materica, lenta e impegnativa. Essa vuole tempo e parola, ma in cambio restituisce senso e mutamento, crescita, processo di individuazione.

Han aggiunge un aspetto più sottile e complesso a questo quadro: ci fa riflettere sul fatto che, in una cultura segnata dal narcisismo, una cultura in cui il sé è vetrina, è marchio da abbellire, gestire e mostrare, l'altro smette pian piano di esistere come altro-da-sé. Lo assorbiamo affinché diventi parte integrata del nostro stesso orizzonte: affinché diventi qualcuno che ci confermi, che ci somigli, che non disturbi l'immagine che abbiamo costruito di noi. E quando intorno vogliamo avere solo specchi, il rischio è che non vi sia più nessuno da incontrare davvero. Non c'è più la capacità di comprendere, apprezzare e tollerare - emotivamente e identitariamente - qualcuno che sia diverso, opaco, non modificabile, non controllabile, a volte percepito come "pericoloso" non strumento di coerenza interna e tranquillizzazione identitaria.

COSA C'E' PIU' IN PROFONDITÀ?

Fin qui ho esposto il mio punto di vista alla luce della lente sociologica e "filosofica" che ho usato come riferimento; però sotto la superficie c'è qualcosa di più intimo, profondo e sottile e qui il discorso si fa squisitamente psicologico.

Innamorarsi è, prima di tutto, una sorta di perdita di controllo: richiede l'accettare di non sapere come andrà a finire, di non avere garanzia di riuscita e felicità, prevede il "rischio" se così vogliamo definirlo, di essere visti per davvero, anche nelle parti che teniamo nascoste perché le riteniamo non amabili o le biasimiamo perché non ci piacciono. Il Sé prestazionale, imprenditore di se stesso, di cui parla Han è invece organizzato esattamente al di là e in un certo senso "contro" questa esposizione di sé: vuole controllare, misurare, valutare e analizzare al fine di non lasciarsi cogliere impreparato da ciò che può avvenire nella relazione. Per questo l'intimità, che invece presuppone e chiede esattamente il movimento opposto, sta diventando qualcosa che ci spaventa moltissimo, qualcosa da cui inconsapevolmente vogliamo scappare.

Controllare l'intimità - intesa come apertura e reciproco disvelamento - sta diventando un impegno costante e per lo più automatico, e lo facciamo allontanandoci, o allontanando l'altro, al primo segnale di qualcosa che non è come dovrebbe essere, medicalizzando e trasformando in nominabile tecnicismo ogni movimento emotivo e relazionale, con l'illusione che ciò sia indispensabile al fine di ridurre al minimo il rischio - naturalmente insito in ogni interazione umana - di restare esposti alla delusione, al dolore e al disagio. Ma se ci chiudiamo a questo, dobbiamo chiuderci anche all'amore con tutte le sue bellezze e le inevitabili imprevedibilità e delusioni.

La pretesa della garanzia di successo e piacere, qui uccide la spontaneità, l'apertura, la capacità di stare nel sentire restando flessibili e aperti, attitudini fondamentali se desideriamo una relazione interpersonale (amicizia o amore) che sia vera, intima vicinanza, strumento e luogo di crescita e processo evolutivo.

Qui entrano in gioco dinamiche che la psicologia conosce bene: l'attitudine ad auto-osservarsi come se si fosse costantemente sotto esame, con l'aspettativa di performare sempre al meglio, il timore di non essere all'altezza, di non bastare, o la preoccupazione di dover subito conoscere e interpretare in modo trasparente la complessità dell'altro. Tutto ciò trasforma ogni incontro in una prova da superare.

C'è la fatica di guardare e lasciarsi guardare, abitata dal timore della delusione.

Oggi, la società della prestazione amplifica e premia, in un certo senso, l'atteggiamento distanziante ed evitante verso la complessità e l'opacità dell'altro.

Chi tiene le distanze appare più libero, più forte, meno bisognoso. Sembra quasi che la vera conquista sia diventare impermeabili — capaci di attraversare l'altro senza esserne attraversati. L'evitamento si traveste da autonomia, il ripiegamento su di sé da autosufficienza, e la freddezza relazionale diventa, paradossalmente, una virtù da esibire.

Ma è una libertà fittizia e decisamente costosa. Perché lo sguardo che non si espone non incontra davvero nulla e nessuno: scivola sulla superficie dell'altro senza mai rischiare di essere toccato, modificato, sorpreso. Un po' come le nostre dita scivolano leggere sullo schermo dello smartphone, che rimane docile servitore di ogni fugace e superficiale curiosità.

E ciò che chiamiamo forza, spesso è solo la cicatrice indurita lasciata da una delusione che non ci si è voluti concedere di elaborare. C'è un prezzo nascosto in questa corazza: la perdita della possibilità stessa di essere sorpresi dall'altro — e da se stessi, nel momento in cui l'altro ci restituisce un'immagine che non controlliamo.

È il rischio di diventare deserti inariditi. La vera forza a mio avviso non è saper reggere lo sguardo dell'altro osservando dalla finestra il senso della sua misteriosità con una postura interna critica e distanziante, ma restare nella stanza anche quando lo sguardo dell'altro ci disarma, ci disorienta, o si distoglie.

RIAPRIRE LO SPAZIO DELL'INCONTRO

Non si tratta di rimpiangere il passato, che dal canto suo non è stato né più semplice né più comodo del presente, né di demonizzare gli attuali strumenti d'interazione sociale come le app di incontri o i social: il punto importante qui sono lo sguardo e la postura che stiamo portando dentro l'incontro-con-l'altro.

La direzione correttiva alternativa, semmai, è decisamente inattuale; significa tollerare che l'altro resti in parte non leggibile, opaco e non conosciuto, lasciando che questo non sia un difetto da correggere quanto la condizione fondante stessa dell'amore e dell'incontro. Significa fare pace con la nostra condizione naturale di interdipendenza ed esposizione, accettando di poter essere visti per ciò che siamo e a volte feriti, senza trattare ogni vulnerabilità come un errore di progettazione. È un gesto che ha molto a che fare con la gentilezza verso se stessi: senza un minimo di tregua interiore dal giudizio e dalla paura, lasciarsi vedere resta semplicemente ancora troppo pericoloso.

Amare, oggi, è un atto di ribellione: la decisione di rinunciare all'ottimizzazione, alla performance e al controllo per incontrare l'altro in una terra di mezzo, a volte nebbiosa o minacciosa. Questo comporta il rischio, l'enigma e la meraviglia che la parola "amore" ha sempre racchiuso nel suo significato più profondo.

E quella domanda — che cosa cerchiamo, davvero, quando cerchiamo l'amore — forse non chiede una risposta definitiva. Chiede soltanto di restare aperta all'esperienza.

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