LE TRAME DEL SÉ 1/5
Come le prime relazioni diventano la trama di fondo su cui tessiamo tutte le altre
C'è un modo di stare nelle relazioni - soprattutto quelle importanti - che non abbiamo scelto consapevolmente. E’ qualcosa che a a che fare ciò che ci aspettiamo dall’altro, con il modo in cui attribuiamo significato e senso a certi silenzi, sguardi, gesti, con il fatto che a volte pensiamo di sapere — con una certezza quasi fisica — come la cosa andrà a finire. Non è intuizione, né fortuna o sfortuna, ma qualcosa che si è organizzato molto precocemente dentro di noi, prima che potessimo rendercene consapevoli, in un tempo in cui le relazioni erano l'unico mondo possibile e imparare a muoversi in esse era, letteralmente, una questione di sopravvivenza affettiva.
Questo articolo apre un nuovo ciclo di riflessioni che chiamerò “Le Trame del Sé” , che inizia dove il percorso tracciato dagli articoli precedenti si è concluso.
Se nel ciclo “Riconnettersi” abbiamo esplorato le emozioni che ci allontanano da noi stessi e dagli altri, ora vorrei fare un passo più in profondità scendendo ad un livello diverso: da dove vengono certe emozioni che si presentano sempre nel nostro modo di starei relazione? Cosa le genera, ancora e ancora, in contesti diversi, con persone diverse?
La risposta non è semplice, ma se impariamo ad osservarci, ci accorgiamo che ha una forma riconoscibile: è quello che in psicologia chiamiamo schema relazionale — o copione — ed è la struttura emotiva che organizza la nostra esperienza nelle relazioni. Non si tratta di una convinzione consapevole, né di un pensiero articolato e definito; è qualcosa di più antico, più incarnato, che sentiamo piuttosto “nella pancia” prima ancora che nei pensieri, che si attiva in modo automatico e che va a costituire una sorta di mappa implicita del mondo relazionale, costruita negli anni in cui eravamo troppo piccoli per sapere che stavamo imparando qualcosa.
Che cos'è uno schema relazionale-interpersonale
Proviamo a partire da un’immagine: immaginiamo di atterrare in una città sconosciuta. Arriviamo e non abbiamo una mappa, né conosciamo la lingua, tuttavia abbiamo con noi qualcosa di molto potente: l’esperienza di avere già vissuto in una città. Questo ci permette di sapere che in una città, le strade sono costruite secondo una logica, che i semafori devono essere rispettati, che certi quartieri sono più sicuri o più belli di altri, che ci sono parchi, centri commerciali… Questa conoscenza non riguarda gli aspetti specifici di questa città nuova e sconosciuta, ma riguarda la struttura prototipi e generale che caratterizza un po’ tutte le città. Così finiamo per usarla automaticamente anche nella nuova città, per orientarci e poterci muovere con più sicurezza.
Un copione relazionale funziona allo stesso modo. È la conoscenza implicita che abbiamo costruito sulle relazioni in generale — su come funzionano, su cosa ci si può aspettare, su quale comportamento è sicuro e quale rischioso — a partire dalle relazioni primarie che abbiamo vissuto nelle fasi più precoci della nostra storia. È una mappa non della realtà in sé, ma della nostra personale e specifica esperienza della realtà. E come tutte le mappe, orienta ma può anche fuorviare, soprattutto quando il territorio è cambiato e la mappa no.
La ricerca in psicologia ha documentato con rigore crescente come le esperienze relazionali precoci si organizzino in strutture cognitive ed emotive profonde che guidano in modo tacito e automatico — e in larga parte inconscio — la lettura del campo interpersonale. E’ dimostrato come la qualità dei legami affettivi precoci lasci tracce non solo nella memoria episodica, ma nelle aspettative, nelle risposte emotive, nelle modalità automatiche di interpretazione del comportamento altrui (Mikulincer & Shaver, 2007) e nella percezione di sé nelle relazioni. In altri termini: non ricordiamo semplicemente le relazioni passate. Le usiamo come filtro, come tessitura profonda su cui leggere le relazioni presenti.
Come si forma: la conoscenza relazionale implicita
Uno schema relazionale non nasce da un singolo evento — nasce dall’esperienza di esperienze simili che si ripetono nel tempo. Origina da migliaia di piccoli scambi, risposte, silenzi, sguardi, abbracci negati o offerti, parole dette nel tono sbagliato o in quello giusto. Ogni volta che un bambino cerca vicinanza e la trova - o non la trova - o la trova in forma distorta, aggiunge un dato alla sua mappa relazionale. Non come dato intellettuale e cognitivo ma come informazione incarnata, il sistema la memorizza sotto forma di sensazione somatica, di risposta emotiva: una tensione muscolare, un modo di regolare il respiro quando l'altro si avvicina o si allontana, uno stato neurofisiologico interno, un impulso.
Questo processo — che potremmo chiamare apprendimento relazionale implicito — non avviene a livello consapevole, non decidiamo di costruire volontariamente il nostro copione. Lo costruiamo perché è necessario per orientarci nelle relazioni affettive con sicurezza. E’ una questione di sopravvivenza emotiva (e non solo a volte…), e il sistema nervoso impara ciò che serve per farlo nel modo più efficiente possibile, dato il contesto disponibile.
Il risultato è una forma di conoscenza implicita e incarnata che precede il linguaggio e resiste alla sola analisi cognitiva ed intellettuale. Possiamo ad esempio sapere, razionalmente, che il nostro partner non ci abbandonerà — e sentire comunque, nel corpo e nelle emozioni, la stessa angoscia che sentivamo - quando avevamo tre anni - e la figura di attaccamento non tornava a casa. Non si tratta di patologia o disfunzionalità, ma di un sistema che crea la propria coerenza interna imparando a navigare le esperienze disponibili nel modo migliore possibile, cercando sicurezza, predicendo il futuro a partire dal passato. Il sistema di attaccamento in questo senso, funziona un po’ come un sistema di controllo automatico che monitora continuamente ciò che accade, per valutare se l’altro è disponibile o meno, e attivare una risposta comportamentale.
Come il copione si mantiene attraverso i cicli interpersonali
Uno degli aspetti più sottili e clinicamente più rilevanti del copione relazionale è che tende a perpetuarsi non solo per via interna, ma attraverso l'influenza che esercita sull’altro e nella relazione con l’altro. Le nostre aspettative relazionali non sono passive: plasmano attivamente il modo in cui ci avviciniamo agli altri, il tipo di risposte che tendiamo a elicitare, il comportamento che — spesso involontariamente — rendiamo più probabile in risposta al nostro.
Una persona che si aspetta di essere delusa tenderà a interpretare come segnale di delusione imminente i comportamenti ambigui, a ritrarsi preventivamente, provocando inconsapevolmente nell'altro proprio quella distanza che teme di sperimentare. Una persona che si aspetta di dover essere perfetta per essere accettata, tenderà a presentarsi in modo tale da rendere difficile il contatto autentico, provocando probabilmente nell’altro risposte che confermano la necessità di indossare una maschera di perfezione per sentirsi accettati e riconosciuti. Ciò accade non per cattiva volontà, o errore volontario ma perché il copione - in profondità - opera silenziosamente, prima ancora che la consapevolezza possa intervenire.
Questo meccanismo è stato descritto con grande precisione nell'ambito della teoria interpersonale. Le nostre azioni hanno un impatto complementare sull'altro: tendiamo a evocare comportamenti che si accordano — e spesso confermano — la nostra organizzazione del sé relazionale, il modo in cui percepiamo noi stessi e l’altro all’interno dell’interazione. Il copione non è un monologo interno: è una danza che si svolge nello spazio interpersonale, una danza tra due persone.
Il corpo nel copione
Questo copione però non è solo mentale ma si esprime anche nel corpo: ad esempio, nella tensione delle spalle quando ci aspettiamo una critica, nel restringimento del petto quando l'altro si allontana, nel senso di pesantezza che precede certe conversazioni difficili. La conoscenza relazionale implicita è prima di tutto conoscenza somatica — cioè quel sapere del corpo prima ancora che la mente formuli una spiegazione, un pensiero.
Questo ha implicazioni importanti perché le risposte fisiologiche che accompagnano lo schema relazionale (come l’attivazione del sistema nervoso autonomo o le variazioni emotive) non sono effetti secondari: sono parte fondante dell'esperienza relazionale. Quando un contesto interpersonale attiva il copione, non si attivano solo un pensiero o un'emozione: si attiva un pattern integrato di risposta psico-fisiologica che prepara all'azione relazionale già appresa. Come se il passato informasse continuamente il presente, in assenza di consapevolezza.
Per questo il cambiamento non avviene solo attraverso la comprensione intellettuale, ma quando diventa possibile sperimentare un'esperienza relazionale diversa — nella vita, o nello spazio terapeutico — che sia somaticamente sentita come sicura. La mappa che possediamo, si aggiorna quando il territorio offre dati abbastanza nuovi, sicuri e ripetuti, da renderla obsoleta.
Lo schema e l'immagine di sé
C'è un secondo livello che merita attenzione. Il copione relazionale non riguarda solo come mi aspetto che l'altro si comporti: riguarda anche chi mi aspetto di essere io in relazione all'altro. Le esperienze relazionali precoci non formano solo aspettative sull'altro — formano anche aspettative su di sé. Quale sé è accettabile, quale deve essere nascosto. Quale desiderio è legittimo, quale è troppo rischioso. Quale emozione può essere mostrata, quale deve restare silenziosa.
In questo senso, ogni copione contiene una sorta di doppia narrazione: quella sull'altro e quella su di sé in relazione all’altro, dove la narrazione di sé — costruita nelle relazioni e attraverso le relazioni — tende a diventare la voce interiore con cui ci parliamo, il criterio con cui valutiamo le nostre azioni, la misura con cui ci giudichiamo. Non è la nostra voce originale: è una voce appresa, che porta le tracce di chi si è preso cura di noi — o non l'ha fatto abbastanza.
Riconoscere questa doppia struttura — il copione sull'altro e il copione su di sé — è il primo passo per poterla osservare con occhi meno automatici. Non per cambiarla con la forza, ma per cominciare a chiedersi: questa mappa, la trovo ancora accurata?
Stili di attaccamento, stili di copione
Non tutti i copioni sono uguali. La ricerca sull'attaccamento adulto ha identificato alcune configurazioni ricorrenti — non come categorie rigide, ma come tendenze di fondo che orientano e riflettono la storia relazionale del soggetto. Chi ha sviluppato un attaccamento di tipo sicuro tende ad avere una mappa relazionale più flessibile: si aspetta di poter chiedere aiuto e di riceverlo, di essere visto e di poter vedere, di tollerare la distanza senza che significhi abbandono, non perché sia immune dalla sofferenza relazionale, ma perché il suo copione di base prevede che le relazioni si possano riparare e possano essere flessibili.
Chi ha costruito una mappa relazionale in contesti meno prevedibili tende invece a sviluppare copioni organizzati intorno alla gestione della distanza — sia essa cercata o evitata. Chi tende all'evitamento imparerà a ridurre l'importanza del bisogno di vicinanza, a rendere le relazioni meno centrali, a fidarsi prima di tutto di sé. Chi tende all'iperattivazione imparerà invece a amplificare i segnali di pericolo relazionale, a vigilare sulle minime variazioni nell'umore o nel comportamento dell'altro, a moltiplicare le richieste di rassicurazione. In entrambi i casi, si tratta di adattamenti intelligenti a contesti specifici in cui si sono formati, non di difetti caratteriali.
Quello che la ricerca mostra con chiarezza è che questi orientamenti, una volta organizzati, tendono a mantenersi nel tempo non per inerzia, ma per coerenza: perché il copione tende a generare esperienze che lo confermano, e quelle esperienze a loro volta lo rinforzano; dunque rompere questo ciclo richiede qualcosa di più di una comprensione razionale, richiede un'esperienza relazionale nuova, sufficientemente ripetuta e sufficientemente sicura da rendere possibile l'aggiornamento della mappa.
Quando il copione si incastra
I momenti di crisi relazionale — le rotture, le delusioni profonde, le relazioni che finiscono in modi che non riusciamo a spiegarci — sono spesso i momenti in cui il copione diventa visibile. Non perché il dolore illumini automaticamente gli aspetti inconsapevoli e automatici di noi, ma perché la sofferenza crea una pressione sull'organizzazione esistente: qualcosa non torna, qualcosa non funziona come ci aspettavamo.
In quei momenti si apre uno spazio — di solito non confortevole — in cui diventa possibile chiedersi: sto leggendo questa situazione, o sto leggendo solo la mia mappa? Sto rispondendo a questa persona, o a qualcuno che non è più qui, sto rivivendo una situazione pregressa che non è più questa?
Non è una domanda cui si risponde facilmente, ma è una domanda utile. Perché il cambiamento non nasce dall'eliminazione del copione (questo non si cancella, fa parte della storia di ciascuno di noi) ma nasce dalla possibilità di osservarlo, di riconoscerlo, di scegliere — almeno in alcuni momenti — di rispondere diversamente. Nasce quando ci diamo l’opportunità di diventare, poco a poco, lettori consapevoli della nostra mappa. E, infine, autori di qualcosa di nuovo.
Nel prossimo articolo di questo ciclo esploreremo uno dei meccanismi più paradossali del copione relazionale: l'attrazione per ciò che è familiare. Perché tendiamo, anche quando ne siamo consapevoli, a scegliere e ricreare ciò che già conosciamo — anche quando ci fa stare male.
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