Invidia e risentimento: emozioni e relazioni

Due figure distanti in uno spazio aperto — invidia e risentimento nelle relazioni

 

Invidia e risentimento: emozioni che creano distanza.

Differenze, manifestazioni sane e patologiche, conseguenze relazionali e su sé stessi

 

Scritto da: Annalisa Barbier

 

LE EMOZIONI DI CUI E’ DIFFICILE PARLARE

 

Ci sono emozioni che la cultura non perdona facilmente. La tristezza, la paura, persino la rabbia hanno trovato negli ultimi anni una certa legittimazione nel discorso pubblico sulla salute emotiva. Invidia e risentimento, invece, restano nell’ombra. Li portiamo spesso in silenzio, talvolta senza nominarli nemmeno a noi stessi, camuffandoli sotto forme più accettabili: la critica, il distacco, il cinismo, l’indifferenza ostentata.

Eppure sono tra le emozioni più diffuse nella vita relazionale adulta. Chi non ha mai sentito, almeno una volta, quella fitta sorda alla notizia del successo di qualcuno? Chi non ha mai custodito dentro di sé, per molto più di quanto avrebbe voluto, il ricordo di un torto ricevuto? La loro ubiquità non le rende banali: le rende clinicamente urgenti da comprendere.

Questo articolo chiude il ciclo Riconnettersi, che in questi mesi ha attraversato le emozioni che più frequentemente ci allontanano da noi stessi e dagli altri. Invidia e risentimento meritano un posto in questo percorso non perché siano le emozioni “peggiori”, ma perché sono quelle che, più di altre, operano in modo sotterraneo e sistematico, erodendo la qualità delle relazioni e l’immagine che abbiamo di noi stessi.

 

UNA DISTINZIONE IMPORTANTE

 

Prima ancora di parlare di manifestazioni sane o patologiche, è necessario distinguere con precisione i due costrutti. Nel linguaggio comune vengono spesso confusi o sovrapposti, ma clinicamente hanno strutture, oggetti e orientamenti temporali radicalmente diversi.

L’invidia: il confronto che ferisce

L’invidia è un’emozione triadica: coinvolge necessariamente un soggetto, un’altra persona o gruppo, e un bene — materiale, relazionale, simbolico — percepito come desiderabile e inaccessibile. La sua struttura fondamentale è comparativa: l’altro possiede o incarna qualcosa che il soggetto vuole e non ha, e questo divario genera sofferenza.

Fenomenologicamente, l’invidia è caratterizzata da un intreccio peculiare di desiderio e ostilità. Non è semplice ammirazione — l’ammirazione non è dolorosa da sentire, anzi piacevole e di ispirazione — né semplice gelosia, che implica la paura di perdere qualcosa che si possiede già. L’invidia guarda invece a ciò che non si ha - che non si è avuto - e questa mancanza percepita assume una qualità dolorosa perché in qualche modo misura il sé utilizzando le qualità e le realizzazioni dell’altro come termine di confronto. Nella letteratura psicologica, Smith e Kim (2007) la descrivono come un’emozione spiacevole e spesso dolorosa, caratterizzata da senso di inferiorità, ostilità e risentimento e prodotta dalla consapevolezza di un vantaggio altrui. Il suo orientamento temporale è prevalentemente presente: la mancanza è adesso, il confronto avviene adesso.

Il risentimento: il conto aperto con il passato

Il risentimento ha una struttura diversa. Non è un’emozione di confronto ma di ingiustizia: nasce dalla percezione di aver subito un torto, di non aver ricevuto ciò che ci spettava, di essere stati trattati in modo irragionevole o sleale. Il suo oggetto non è un bene che l’altro possiede, ma un’azione o un comportamento che il soggetto ha subito.

Il suo orientamento temporale è prevalentemente rivolto al passato: il risentimento vive di memoria, di ferite non elaborate, di conti non chiusi. Per questo tende a produrre un ruminare ripetitivo sugli eventi trascorsi, atteggiamento che ne rinforza la permanenza nelle pieghe del cuore e della mente. Mentre l’invidia è scatenata da ciò che l’altro è o ha, il risentimento è scatenato da ciò che l’altro (ci) ha fatto. Questa distinzione è cruciale perché implica dinamiche intrapsichiche, motivazioni e traiettorie cliniche diverse.

Fenomenologicamente, il risentimento si sperimenta come una forma di amarezza stagnante, talvolta silenziosa ma persistente. Porta con sé una qualità di chiusura, di ostilità, distanza difensiva associate a una “sorveglianza latente” nei confronti dell’altro. A differenza della rabbia, che è acuta e tende a scaricarsi, il risentimento è cronico e tende ad accumularsi e crescere nel tempo, diventando sempre più doloroso. 

Così, mentre l’invidia guarda all’altro per cogliere solamente ciò che ha/è che noi non siamo o non abbiamo, il risentimento guarda all’altro con un piede nel passato, rimestando nel torbido del ricordo di ciò che ci ha fatto.

Sia l’invidia che il risentimento hanno, nella loro forma originaria e circoscritta, una funzione adattiva precisa, e  comprenderla può rivelarsi  utile  per evitare la loro patologizzazione indiscriminata: non ogni episodio di invidia né ogni traccia di risentimento è problematico o insano.

 

INVIDIA “BENIGNA” COME MOTORE MOTIVAZIONALE

 

Le ricerche di Niels van de Ven e colleghi (2009, 2011) hanno distinto tra invidia definita benigna e invidia definita come malevola, dimostrando che si tratta di costrutti emotivi distinti, con fenomenologie soggettive, correlati cognitivi e conseguenze comportamentali differenti. L’invidia benigna è quella in cui il divario percepito tra sé e l’altro agisce come spinta motivazionale a migliorarsi, a impegnarsi, a crescere: “Voglio arrivare dove è arrivato lui.” In questo caso, l’altro non viene svalutato o voluto male: viene piuttosto tenuto nella mente come riferimento aspirazionale.

In questa forma, l’invidia è un segnale prezioso, perché indica un’area del sé che vuole espandersi, un desiderio ancora non soddisfatto, una direzione di sviluppo. La sua funzione evolutiva è quella di monitoraggio dello status sociale e delle risorse disponibili nel gruppo — un meccanismo antico e adattivo che, quando rimane flessibile, serve la crescita personale.

 

RISENTIMENTO COME SEGNALE

Anche il risentimento, nella sua forma acuta e contestualizzata, assolve a una funzione protettiva: ci segnala che un confine è stato attraversato, che la reciprocità relazionale è stata violata, che qualcosa nell’equilibrio dello scambio interpersonale non è stato rispettato. I lavori di Frans de Waal con i primati, hanno mostrato che la sensibilità all’iniquità è biologicamente radicata nelle specie sociali, come meccanismo che protegge la cooperazione e il legame.

Nella vita relazionale adulta, un risentimento episodico — che emerge, viene elaborato, comunicato o almeno riconosciuto internamente— è una risposta sana a una violazione reale. La sua presenza segnala che il soggetto ha un senso del proprio valore e dei propri confini, e che questi sono stati toccati. Il problema sorge, come vedremo, quando questo segnale non riesce a spegnersi, non viene elaborata l’offesa da cui origina.

 

LE FORME CRONICHE

La transizione da forma adattiva a forma patologica non avviene per salto, ma attraverso un processo graduale di cronicizzazione. I criteri clinici che segnalano questa transizione riguardano principalmente la durata, la pervasività, il grado di regolazione che il soggetto riesce a esercitare sull’emozione, e le conseguenze sul funzionamento relazionale e sull’immagine di sé.

 

  • L’invidia malevola cronica

L’invidia diventa clinicamente problematica quando si stabilizza nella sua forma malevola: quando il divario percepito non motiva a crescere ma genera il desiderio che l’altro perda ciò che possiede, quando la svalutazione dell’altro diventa sistematica, quando ogni successo altrui è vissuto come una minaccia all’integrità del sé. Alcuni studi mostrano che l’invidia malevola è associata a comportamenti di sabotaggio, a una riduzione della disponibilità cooperativa e a un peggioramento del benessere soggettivo (Van de Ven et al., 2009)

Nella sua forma cronica, l’invidia si intreccia frequentemente con la vergogna: il confronto doloroso non riguarda solo ciò che l’altro ha, ma finisce per radicare l’attenzione in ciò che io non sono. Alcuni autori nei loro studi mostrano come come l’invidia attivi una valutazione globale negativa del sé, distinta dall’insoddisfazione circoscritta, più radicale e pervasiva. Quando questa valutazione interna diventa strutturale, l’invidia smette di essere un’emozione episodica e diventa invece una sorta di sfondo interpretativo, una modalità di lettura stabile di sé e del mondo (Parrott e Smith, 1993).

 

  • Il risentimento come narrazione interna

Il risentimento cronico è forse la forma più insidiosa di sofferenza relazionale, proprio perché tende a essere invisibile a chi lo porta. Gradualmente ci si abitua alla sua presenza, e la diffidenza verso l’altro diventa una postura interna di fondo, l’accusa implicita diventa il filtro attraverso cui si leggono i comportamenti altrui. Il ruminare ripetuto sui torti subiti in questi casi, non riduce il risentimento ma lo amplifica, contrariamente all’intuizione comune che “sfogarsi” aiuti a stare meglio. SI rea un circolo vizioso in cui diventa sempre più difficile lasciar andare il risentimento e i ricordi del torto subito, che diventano così sempre attuali e presenti nel qui e ora del soggetto. 

Nella sua forma cronica, il risentimento può nel tempo organizzarsi attorno a narrative identitarie stabili: “sono una persona a cui vengono sempre fatte queste cose”, “le persone non sono affidabili”, “nessuno ha mai davvero riconosciuto ciò che meritavo”. Queste narrative, una volta consolidate, hanno un effetto circolare: orientano l’attenzione selettivamente verso le conferme e rendono invisibili le smentite, perpetuando lo stato emotivo.

 

INVIDIA E RISENTIMENTO NEL CORPO

Le emozioni non esistono solo nella mente. Hanno un substrato fisiologico preciso, e invidia e risentimento — nella loro forma cronica — lasciano tracce nel corpo che è importante conoscere, sia per chi le prova sia per chi lavora clinicamente con esse.

 

  • La fisiologia dell’invidia

Studi di neuroimaging hanno mostrato che l’invidia attiva la corteccia cingolata anteriore dorsale, una regione associata all’elaborazione del dolore sociale e fisico (Takahashi et al., 2009). Questo dato è tutt’altro che metaforico: il dolore dell’invidia sembra avere una rappresentazione neurale che si sovrappone parzialmente a quella del dolore fisico. Soggettivamente, l’invidia è spesso descritta infatti come una sensazione di costrizione al petto, una tensione alla gola, un disagio viscerale difficile da localizzare con precisione.

Lo stesso studio (Takahashi et al., 2009) ha mostrato inoltre che la “Schadenfreude” — il piacere per la sfortuna o i guai dell’altro invidiato — attiva una parte del cervello chiamata nucleo striato ventrale, anche associato alla ricompensa. Questo potrebbe spiegare perché l’invidia malevola cronica tende a mantenersi: il sistema di ricompensa rinforza il piacere per il declino dell’altro, creando un circolo difficile da interrompere senza intervento consapevole.

 

  • La fisiologia del risentimento

Il risentimento cronico è strettamente imparentato con la rabbia soppressa e con i processi ruminativi, entrambi associati a risposte fisiologiche ben documentate. Ricerche nell’area della psicofisiologia delle emozioni hanno mostrato che la ruminazione su eventi di rabbia o ingiustizia percepita mantiene elevata l’attivazione del sistema nervoso simpatico, con conseguente aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa. Altri studi (Bushman et al., 2005) hanno dimostrato che ruminare su un torto subito, contrariamente all’idea popolare secondo la quale sfogarsi fa bene e libera, non riduce l’attivazione fisiologica ma la mantiene, e anzi la amplifica. Nel lungo periodo infatti il risentimento cronico è associato a un aumento del carico allostatico: l’organismo rimane in uno stato di allerta prolungato che finisce per portare conseguenze negative su sistema cardiovascolare, sistema immunitario e qualità del sonno.

Dal punto di vista della percezione somatica, il risentimento cronico si manifesta spesso come tensione muscolare diffusa — in particolare a spalle, collo e mascella — senso di peso, affaticamento cronico, e una qualità generale di ipervigilanza corporea. Il corpo si fa carico di portare il peso di un conto che la mente non ha ancora elaborato, chiuso, asciato andare.

Quando il risentimento non viene elaborato, è il corpo a diventare il testimone silenzioso in cui abitano le conseguenze di ciò che la mente non riesce a lasciar andare.

 

CONSEGUENZE NELLE RELAZIONI INTERPERSONALI

Le ripercussioni di invidia e risentimento sulla trama relazionale sono profonde e spesso difficili da notare dall’interno, proprio perché queste emozioni tendono a generare pattern comportamentali che sembrano giustificati o inevitabili a chi li agisce.

 

  • Invidia e risentimento nelle interazioni interpersonali

Possiamo provare a leggere questi fenomeni ricorrendo al modello interpersonale di Lorna Benjamin, che organizza i comportamenti relazionali attorno a due assi fondamentali: l'affiliazione — nel continuum tra amore e ostilità — e l'interdipendenza, intesa come polarità tra autonomia e controllo/sottomissione. La premessa teorica di questo approccio è il principio di complementarità secondo il quale ogni comportamento verso l'altro tende a evocare nell’altro una risposta strutturalmente coerente, come se le relazioni costruissero una danza per richiamo reciproco, ciascun gesto chiamando il suo corrispettivo nell’altro.

In questo senso, al controllo ostile corrisponde spesso qualcosa di più silenzioso e altrettanto doloroso del contrattacco: una sottomissione, un restringersi, un farsi piccoli sotto il peso dell'ostilità altrui. La risposta speculare, quella che replica il tono aggressivo, è possibile ma meno frequente laddove l’aspettativa di risposta è il cedimento.

Possiamo pensare di collocare l’invidia malevola nell'area dell'ostilità e del controllo: la svalutazione sistematica dell'altro, il sabotaggio sottile, la critica che non costruisce ma corrode, sono tutte forme di dominanza ostile che operano attraverso la colpevolizzazione e la denigrazione. Per complementarità, questi comportamenti potrebbero generare nell'altro tentativi ansiosi di placare, di giustificarsi, di farsi piccini, e nel tempo magari produrre un graduale ritiro difensivo, sempre più compatto. Il circolo si chiude su se stesso: il comportamento invidioso provoca nell'altro reazioni che il soggetto interpreta come ulteriori conferme della propria inferiorità o dell'ostile superiorità altrui, e questa lettura alimenta nuova invidia, in un avvitamento che si perpetra e autogiustifica a ogni giro.

Il risentimento cronico occupa un territorio diverso: quello dell'ostilità associata alla distanza. Non è una aggressione aperta, ma una separazione difensiva carica di accusa implicita — una forma di lontananza vigile e sospettosa, in cui l'altro viene tenuto fuori non con la violenza ma con la fredda distanza. Per complementarità, questo atteggiamento tende a produrre nell'altro una chiusura speculare, un ritiro, o al contrario una risposta difensiva che rafforza la percezione di muoversi su un terreno minato. Nessuna di queste traiettorie però è in grado di aprire uno spazio per la riparazione, per la spiegazione: il risentimento, proprio perché non si mostra ma viene agito silenziosamente, non offre all'altro la possibilità di rispondere, e così si preserva intatta la ferita all’origine del risentimento stesso. 

 

  • Erosione della fiducia

Entrambe le emozioni, nella loro forma cronica, erodono progressivamente la fiducia reciproca che è il substrato di ogni relazione significativa. L’invidia cronica tende a trasformare il partner, l’amico, il collega in un rivale: l’altro non è più qualcuno con cui condividere, ma qualcuno rispetto a cui misurarsi., di cui non potersi fidare, da osservare con ostilità. Questo produce una qualità di presenza relazionale fondamentalmente competitiva, in cui la gioia genuina per il successo dell’altro diventa quasi impossibile.

Il risentimento cronico, d’altro canto, trasforma l’altro in una fonte potenziale di danno: ogni gesto viene letto attraverso il filtro del torto precedente, ogni intenzione viene interpretata con sospetto. La persistenza di stati emotivi negativi non elaborati  - ad esempio la rabbia e l’ostilità - interferisce con la capacità di aggiornare la rappresentazione dell’altro sulla base di nuove informazioni. In pratica: quando c’è risentimento cronico, anche le azioni riparative dell’altro faticano ad essere registrate come tali, e cadono sempre nello stesso terreno diffidente e rancoroso.

Nell’ambito delle relazioni di coppia, invidia e risentimento tendono a strutturarsi in pattern diadici stabili che richiedono un intervento specifico: non è sufficiente lavorare sul singolo individuo senza considerare come l’emozione si inserisce e viene alimentata dalla danza relazionale tra i due di azione-reazione.

 

CONSEGUENZE NEL RAPPORTO CON SE STESSI

Se le conseguenze relazionali di invidia e risentimento sono spesso visibili — almeno agli occhi di chi è all’esterno — le conseguenze sul rapporto con sé stessi sono più silenziose, più pervasive, e spesso più durature.

 

  • L’invidia e l’immagine di sé

L’invidia cronica ha un effetto sistematico sull’autostima: ogni confronto in cui si percepisca un dislivello, un deficit — e la mente invidiosa tende a generarne molti, selezionando preferenzialmente i paragoni sfavorevoli — si traduce in una riduzione della valutazione globale di sé. L’invidia attiva una valutazione negativa che non rimane circoscritta all’area del confronto, ma si allarga fino ad abbracciare il sé nella sua totalità: così non è più “Ho meno successo professionale dell’altro”, ma  diventa “Io valgo meno dell’altro”.

Questo scivolamento dal confronto parziale alla svalutazione globale di sé è uno dei meccanismi più insidiosi dell’invidia cronica; produce un’autostima contingente e instabile che dipende soprattutto dall’esito dei confronti sociali, ed è sempre esposta al rischio di collasso, non appena emerge un nuovo termine di paragone sfavorevole. L’individuo in tal modo non sviluppa un senso di valore intrinseco poiché il proprio valore è sempre definito - in negativo - da ciò che l’altro ha e lui non ha.

 

  • Il risentimento e la narrativa identitaria

Il risentimento cronico ha un effetto altrettanto profondo, ma di natura diversa: non tanto sull’autostima globale quanto sulla narrativa che il soggetto costruisce di sé e della propria storia. Quando il risentimento non viene elaborato, tende a diventare il fulcro attorno a cui si organizza il racconto di sé: il torto subito diventa l’evento che spiega tutto, il punto da cui si misura ogni cosa.

Questa centralità narrativa del risentimento ha un costo elevato: mantiene il soggetto in una posizione di vittima permanente rispetto al proprio passato, riducendo il senso di agentività — la percezione di poter agire e influenzare la propria vita. La ricerca di Baumeister, Stillwell e Heatherton (1994) sulla colpa e il risentimento ha mostrato come le narrative costruite attorno a torti subiti tendano a enfatizzare la propria passività e la malevolenza altrui, consolidando una posizione soggettiva in cui il cambiamento appare impossibile o ingiusto.

 

COME TRATTIAMO NOI STESSI

Lorna Benjamin ha elaborato il concetto di introietto per descrivere il modo in cui trattiamo noi stessi, che tende a rispecchiare il modo in cui siamo stati trattati nelle relazioni significative. In questo senso, chi porta un risentimento profondo verso un altro spesso porta anche una forma implicita di risentimento verso sé stesso: verso la propria vulnerabilità, verso il bisogno che ha reso possibile il torto, verso la parte di sé che “ha lasciato che accadesse”. Analogamente, il soggetto con invidia cronica tende a trattare sé stesso con lo stesso sguardo svalutante con cui guarda l’altro: l’ostilità è diretta verso fuori, ma inevitabilmente si ripiega anche verso l’interno.

Entrambe le emozioni, quando diventano croniche, costruiscono gradualmente una qualità di relazione con sé stessi caratterizzata da scarsa compassione, da un giudizio interno severo e da difficoltà a riconoscere i propri bisogni come legittimi. Non è un caso che interventi basati sulla self-compassion — in particolare il lavoro di Kristin Neff — mostrino efficacia proprio nei contesti in cui invidia e risentimento cronici sono presenti.

Quando smettiamo di guardare all’esterno con invidia o risentimento, spesso scopriamo che lo stesso sguardo era rivolto, da sempre, anche verso noi stessi.

 

COSA CAMBIA NELLA TERAPIA

Il lavoro con invidia e risentimento richiede, prima di qualsiasi tecnica, un atto di riconoscimento: creare uno spazio in cui queste emozioni possano essere nominate senza vergogna, situate nella loro funzione originaria, trattate come segnali anziché come difetti di carattere da giudicare. Spesso è la prima volta che il paziente sente esplicitamente che l’invidia non dice nulla di irrimediabile su di lui, che il risentimento non è una debolezza morale ma una risposta comprensibile a qualcosa di reale.

Sul piano cognitivo, il lavoro esplora i significati profondi che queste emozioni attivano sul sé: quale immagine di me emerge quando provo invidia per quella persona? Cosa mi dice di me questo risentimento che non riesco a lasciare? Queste domande, poste con curiosità clinica e senza giudizio, aprono frequentemente all’emergere di materiale che riguarda l’autostima, i bisogni non riconosciuti, le aspettative deluse, le esperienze relazionali precoci in cui il valore personale è stato condizionato o negato.

Sul piano interpersonale, l’obiettivo è interrompere i circoli disfunzionali che queste emozioni attivano: sviluppare la capacità di leggere i comportamenti dell’altro senza automaticamente filtrarli attraverso il confronto o l’accusa; imparare a comunicare il proprio bisogno in modo diretto e, dove è possibile e opportuno, aprire spazio per la riparazione relazionale.

La dimensione somatica merita un’attenzione specifica: portare consapevolezza alle manifestazioni corporee di queste emozioni — la costrizione toracica, la tensione muscolare, l’ipervigilanza — è un punto di accesso prezioso, in particolare con pazienti che hanno difficoltà a elaborare verbalmente il vissuto emotivo.

Sul piano del sé, il lavoro a lungo termine mira a costruire un’immagine di sé che non dipenda dal confronto con l’altro per definire il proprio valore, e una narrativa personale che possa integrare le esperienze di torto o perdita senza che queste diventino l’unico asse attorno a cui si organizza l’identità.

 

PER CONCLUDERE

Invidia e risentimento sono emozioni che -  come tutte le nostre emozioni - ci raccontano qualcosa di vero e di importante: ci dicono dove desideriamo arrivare, dove siamo stati feriti, dove abbiamo bisogno di essere riconosciuti. Il problema non è provarle — questo è umano e biologicamente sensato. Il punto è quando diventano la lente fissa attraverso cui guardiamo noi stessi e gli altri, senza accorgerci di usarla e dunque senza avere la possibilità di toglierla.

Riconoscerle a sé stessi prima che agli altri, con curiosità prima che con giudizio — è il primo, indispensabile atto di riconnessione.

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