5 PASSI PER USCIRE DALLA DIPENDENZA AFFETTIVA

 

Scritto da: Dott.ssa Annalisa Barbier

 

La Dipendenza Affettiva è una modalità patologica e disfunzionale di vivere la relazione. Le condizioni che possono portare ad instaurare una relazione dipendente sono diverse, e sono legate da una parte alla presenza di predisposizioni o fragilità personali e dall’altra all’incontro con una persona che nella relazione tende ad attuare comportamenti manipolatori.

Quando si vive una relazione sentimentale in una condizione di dipendenza dall’altro, il rapporto diventa nel tempo una prigione dolorosa dalla quale è molto difficile uscire per il dipendente, in grado di minare gradualmente la sua autostima, la sua autonomia emotiva, relazionale e di vita, e di indurre sentimenti di paura, angoscia, ansia, tristezza e sconcerto che a lungo andare possono costituire una vera e propria “sindrome” psicologica con caratteristiche ben precise.

Uscire da una relazione tanto compromettente e simbiotica non è certamente un passo facile, ma resta assolutamente auspicabile ed è possibile  farlo se si seguono alcuni importanti passaggi intermedi, che permettono al partner dipendente di recuperare serenità, stabilità interiore, senso di autoefficacia ed autonomia e soprattutto di sbarazzarsi dalla paura dell’abbandono, che spesso rappresenta – insieme ad una scarsa autostima – la paura di fondo che impedisce di agire comportamenti più sani e rispettosi della propria dignità.

Cosa fare dunque, per costruire la zattera sulla quale salire per attraversare il fiume della dipendenza affettiva ed arrivare dall’altra parte della riva, dove ritrovare se stessi e costruire relazioni sane e basate sulla reciprocità e la libertà?

 

1.     MIGLIORARE LA CONOSCENZA SI SE’

Il dipendente affettivo vive una condizione in cui, a furia di porre l’altro al primo posto ed al centro della propria vita, ha dimenticato se stesso. Non si conosce più, ha difficoltà a conoscere e riconoscere le proprie priorità al di fuori del legame di dipendenza, i propri interessi e le proprie inclinazioni, i propri valori profondi di vita.

Poiché non si conosce dunque, il dipendente affettivo non conosce le proprie potenzialità né i propri limiti e vive costantemente in una condizione di distacco dal proprio centro, in assenza di un rapporto profondo con se stesso. Questo lo porta a vivere sensazioni di vuoto, angoscia e paura che fungono a loro volta da stimoli attivanti per la ricerca compulsiva della vicinanza dell’altro, che tuttavia non sarà mai “davvero nutriente” poiché non potrà sostituire il nutrimento vero: quello che nasce dal contatto con il nostro sé. Conoscere se stessi dunque è il primo importante passo da compiere per instaurare relazioni sane e gratificanti e per sentirsi bene, e occorre ricordare che coltivare questa conoscenza è un gesto di amore e rispetto che dobbiamo portare avanti durante tutto il corso della nostra esistenza. Conoscendoci meglio, siamo in grado di trare piacere da noi stessi e dalle attività che svolgiamo nella vita: impariamo cioè a fare CIO’ CHE CI PIACE E CI NUTRE PROFONDAMENTE: un bel film, una passeggiata, un passatempo, una lettura ecc… impareremo a darci ciò che ci piace e ci dona soddisfazione, anche - anzi soprattutto - nelle piccole cose. Conoscendoci meglio, potremo sviluppare quella forma di empatia, amore e tenerezza verso noi stessi che sono stati prima cercati dall’altro e che ci permetteranno di diventare capaci di amarci, rispettarci e renderci felici.

 

2.     SBARAZZARSI DELLA PAURA DELL’ABBANDONO

Molti autori concordano nell’affermare che le radici della dipendenza affettiva affondano nella prima infanzia e nelle prime esperienze di attaccamento che sono state sperimentate, stabilendo stili di attaccamento disfunzionali. Alcune ricerche mostrano infatti una correlazione significativa tra stile di attaccamento insicuro ansioso e dipendenza affettiva. La paura dell’abbandono rappresenta dunque l’elemento principale alla base delle relazioni di dipendenza affettiva, portando il dipendente affettivo a mettere in atto comportamenti – volti a garantire la presenza e la costanza dell’altro – disfunzionali, che lo rendono ancor più fragile e insicuro e lo allontanano da se stesso, in quel continuo e decentrante tentativo di accondiscendere, soddisfare le aspettative dell’altro e prendersene cura. In questo modo ci si rende “schiavi” dell’altra persona e si continua a rinforzare la convinzione che, senza l’altro, non potremo sopravvivere al senso di angoscia e solitudine, alla paura di non farcela, ai sensi di colpa e di inadeguatezza.

Occorre tenere sempre ben presente che NON SARA’ ATTRAVERSO LA GARANZIA DI COSTANTE VICINANZA DELL’ALTRO che impareremo a superare la paura di essere abbandonati, ma piuttosto attraverso la costruzione di un solido rapporto con noi stessi, che ci permetta di sentire che - come individui – non ci abbandoneremo ed sapremo avere cura di noi stessi. Le persone nella nostra vita si potranno avvicendare ma rimarrà nel cuore la profonda consapevolezza di essere individui separati, capaci di restare fedeli a ciò che siamo e a ciò che amiamo, capaci di prenderci cura di noi stessi e di amarci. È attraverso la “prova del fuoco” della rinuncia ad una relazione di dipendenza dall’altro, che impareremo a fare affidamento sulle nostre capacità individuali. È attraverso una serie di scelte di autonomia basate su ciò che vogliamo davvero (e non su ciò che l’altro si aspetta da noi) che costruiremo pian piano la nostra strada verso l’autonomia e verso una maggiore sicurezza interiore. Meglio raccogliere pian piano i cocci di una relazione finita – imparando ad avere fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità di fare fronte al dolore e alla tristezza, imparando a vedere nuovamente le piccole grandi cose belle che ci circondano -  che restarvi impigliati in modo sterile e compulsivo, senza creare valore per noi stessi, ma solamente tentando di mantenere l’altro accanto.

Occorre dunque cominciare ad agire piccoli e graduali comportamenti diversi dal solito: fare qualcosa da soli, imparare ad esprimere le proprie preferenze e il proprio disaccordo, imparare a dire “no” quando dentro di noi è “no”, imparare gradualmente a tollerare il senso di paura dell’abbandono, a favore di una maggiore capacità di autoaffermazione ed autodeterminazione. Ne verremo ripagati immensamente.

 

3.     SVILUPPARE LA FIDUCIA

Chi soffre di dipendenza affettiva non ha fiducia in se stesso e non ne ripone negli altri. Un grande problema di fondo è caratterizzato per queste prone dall’incapacità a fidarsi ed affidarsi. Vive in un conflitto interiore continuo poiché l’altro è considerato indispensabile al proprio equilibrio ma contemporaneamente viene vissuto come una minaccia, una possibile fonte di dolore e di tradimento. Il dipendente affettivo non ha imparato a costruire un sano concetto di fiducia e tende ad oscillare costantemente tra una sorta di “fiducia assoluta” ed una “sfiducia totale” nei confronti degli altri, che sono a tratti fonte di assoluto accudimento ed amorevolezza ma possono trasformarsi repentinamente – sulla base di rigidi criteri interiori sviluppati negli anni come difesa – in tremendi traditori da giudicare e biasimare, controllare, punire e riprendere, in un continuo ed estenuante alternarsi di emozioni altalenanti e contrapposte. Si vive dunque nello squilibrio, poiché squilibrati sono i criteri di valutazione utilizzati per valutare l’affidabilità dell’altro: a tratti ci si fida ciecamente e totalmente (in maniera idealizzante ed acritica) e a tratti ci si sente sfiduciati, diffidenti e allarmati diventando paranoici e controllanti. La verità da comprendere è che nessuno di noi può essere perfettamente affidabile poiché questo significherebbe tradire se stessi a favore delle aspettative di chiunque abbiamo di fronte. Ma possiamo essere “mediamente affidabili”, cioè rispettosi di noi stessi e dell’altro, imparando la sincerità e la lealtà ma anche imparando a non tradire prima di tutto noi stessi.

Apriamoci all’altro, ad una relazione vera in cu ci si mostra come si è e si curano il dialogo e la comunicazione che sono la base per costruire una sana fiducia; apriamoci a nuove esperienze di coppia che siano più equilibrate e sane perché La fiducia si sviluppa come una sorta di abilità e deriva dalle esperienze anche positive che siamo in grado di costruire. Occorrono coraggio ed apertura, ma è necessario ricostruire la propria capacità di avere fiducia attraverso l’azione concreta guidata dalla prudenza, dall’osservazione e dalla conoscenza graduale dell’altro. Soprattutto è importante mantenere la centratura su di sé chiedendosi sempre “come mi sento in questa situazione?” e riflettendo sulle proprie aspettative. Altrimenti qualsiasi relazione sarà destinata a diventare fonte di dolore e a terminare in malo modo.

A questo proposito, suggerisco di leggere l’illuminante libro di Krishnananda e Amana dal titolo “Fiducia e sfiducia”.

 

4.     IMPARARE AD AMARE SE STESSI E RI-SCOPRIRE LA PROPRIA BELLEZZA

Chi soffre di dipendenza affettiva ha la propensione a sbilanciarsi verso l’altro e nell’altro, lasciandosi trasportare da forze esterne: tutto ciò che viene dall’altro diventa di importanza vitale come i suoi stati d’animo, le sue aspettative, i suoi bisogni e desideri, le sue volontà e richieste. In questo modo, il dipendente affettivo vive la vita sempre “su una gamba sola”, in perenne bilico ed in continua attesa di ciò che l’altro farà o dirà. Vivere la vita su una gamba sola porta ad una costante precarietà di equilibrio e basta poco per cadere a terra; così è facile allarmarsi per poco, spaventarsi per poco, perché si percepisce la propria precaria condizione e ci si agita freneticamente per tenersi in equilibrio – appunto – su una gamba sola! Bisogna dunque riappoggiare a terra l’altra gamba, quella dell’amore, della considerazione e del rispetto di sé, e gradualmente renderla sempre più forte e salda per recuperare l’equilibrio, l’integrità e la fiducia in se stessi. Amare se stessi è un dovere prima che un diritto, e non è incompatibile con l’amore e la cura dell’altro: anzi – come sempre ripeto – l’amore per se stessi rappresenta le fondamenta di tutta la vita psichica e relazionale nella misura in cui permette di donare ed accogliere l’altro in maniera libera dai bisogni prepotenti della dipendenza, serena e reciproca. Se non sappiamo amare noi stessi, perdonarci le nostre fragilità e debolezze, perdonarci gli errori, rispettare i nostri bisogni e desideri ed accogliere le nostre paure, come possiamo pensare di poter amare davvero l’altro, rispettandolo ed accogliendolo? Nel bisogno stringente e compulsivo, nell’angoscia e nel vuoto interiore non vi può essere spazio per il rispetto dell’altro.

Dunque amare se stessi e ricominciare a vedere la propria bellezza sono passaggi importantissimi per costruire le basi di una relazionalità sana e basata sulla reciprocità. Ma cosa significa amare se stessi? Significa innanzitutto conoscersi al di là di qualsiasi giudizio di valore possiamo esprimere su di noi. Significa conoscere ed accettare i nostri pregi e difetti, le nostre potenzialità e i nostri limiti, perdonarci per gli errori che abbiamo commesso, sentirci degni di amore e rispetto in quanto persone umane e non perché siamo pronti a dare qualcosa in cambio. Ognuno di noi è degno di amore, perché l’amore è un dono e non una merce da comprare o da barattare in cambio della nostra libertà, dignità, sicurezza e serenità.

Impariamo a dare meno importanza al giudizio degli altri, a diventare un po’ egoisti e a dire “NO”, a diventare importanti per noi stessi, a provare verso noi stessi quella dolcezza e quella tenerezza che siamo capaci di provare per gli altri.

Impariamo a diventare il miglior amico di noi stessi: a consolarci nel dolore o nella tristezza, a calmarci quando siamo preoccupati o impauriti, a prenderci e a darci ciò che desideriamo senza pretendere che siano altri a portarcelo, parliamo con il nostro bambino interiore e impariamo ad ascoltare ciò di cui ha davvero bisogno. Prendiamoci il nostro tempo per fare ciò che amiamo: leggere, fare attività fisica, meditare, riposare, fare un massaggio rilassante, guardare un film che ci piace… non è necessario che ciò che amiamo fare piaccia anche all’altro! Possiamo farlo da soli! Io stessa – quando mi sento stanca o turbata – mi regalo una bella cena al ristorante da sola: mangio i cibi che amo e mi coccolo con un bicchiere di buon vino…ma soprattutto mi ascolto, parlo con me stessa e, attraverso lo spazio di questa “solitudine” che è recupero e silenzio, entro in contatto con la mia parte profonda e ne posso ascoltare insegnamenti, paure e desideri.

 

5.     DIVENTARE AUTONOMI

Diventare autonomi significa soprattutto metterci nella condizione di non dover dipendere dall’altro per la sopravvivenza. Significa prima di tutto trovare un lavoro, una casa in cui stare dopo la rottura di una convivenza – matrimoniale o meno – mettere in azione i passaggi fondamentali per svincolarsi dai legacci e tagliare il cordone ombelicale della dipendenza, non solo affettiva ma anche materiale, dall’altro. Autonomia significa anche imparare a gestire in maniera ottimale le proprie risorse: il proprio denaro, la propria energia ed il proprio tempo evitando inutili sprechi e finalizzando l’impegno a qualcosa di costruttivo e sano. Diventare autonomi significa anche abbandonare i panni della “vittima delle circostanze” (anche se le circostanze sono state dure… e lo sappiamo) e rimboccarci le maniche tirando fuori la nostra forza interiore e la nostra determinazione, spinti dal desiderio di costruirci una vita più serena e gratificante, anche se sarà faticoso. Ricordiamo che finché non decidiamo di assumerci le nostre responsabilità rinunciando alla condizione di “vittima delle circostanze”, non saremo in grado di fare quel passaggio interiore – che pur doloroso e faticoso è la base di qualsiasi crescita personale – che solo potrà restituirci la misura della nostra auto efficacia e della fiducia nelle nostre capacità.

 

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