6 PASSI PER GUARIRE DALL'ABUSO EMOTIVO

 

"Il nostro pensiero di una felicità futura è sempre chimerico: ora c'inganna la speranza, ora ci delude la cosa sperata."

Arthur Schopenhauer

 

Scritto da: Annalisa Barbier

La violenza e l’abuso possono assumere forme diverse: possono essere perpetrate attraverso botte, atti sessuali, torture fisiche, oppure essere inflitte in modo subdolo, ed invisibile all’esterno come accade nell’abuso psicologico. Ma tutte hanno in comune conseguenze pericolose – o fatali - per la sopravvivenza, fisica e psichica, di chi le subisce.

L’abuso psicologico è una forma di violenza subdola e assai difficilmente riconoscibile all’esterno, se non da un occhio allenato e preparato a distinguerne i tratti; si tratta di una forma di abuso spesso molto sottile, graduale e costante, da indurre anche chi ne rimane vittima a non crederla vera, finché non si trova a dover fare i conti con i suoi effetti sconvolgenti. Può avere luogo all’interno di una relazione di coppia, o all’interno della famiglia (violenza domestica), da parte di un amico o sul posto di lavoro da parte di colleghi o superiori (mobbing), e può configurare veri e propri traumi psicologici, tanto esitare in disturbi psichici anche gravi, come il Disturbo da Stress Post Traumatico. 

La violenza psicologica consiste in una serie di manipolazioni attuate attraverso azioni, parole, minacce, ricatti, intimidazioni ed alterazioni della verità, finalizzate a portare l’altro a fare qualcosa contro la propria volontà, ad assoggettarsi all’abusante, a perdere gradualmente la propria libertà ed il controllo della propria vita.

Nel suo illuminante libro “Guarire dal Trauma”, a proposito della violenza psicologica sulle donne, Judith Herman scrive: “…le donne sono imprigionate dalla subordinazione economica, sociale, psichica e giudiziaria così come dalla forza fisica”, e ancora scrive, a proposito del legame particolare che si instaura con l’oppressore: “Nello stato di servitù, il persecutore diviene la persona più potente nella vita della vittima e la psicologia di questa viene forgiata dalle azioni e dalle opinioni di questo”.

In buona sostanza, il fine della violenza psicologica è il controllo, l’assoggettamento pressoché totale della volontà della vittima a quella dell’oppressore attraverso comportamenti che sembrano seguire un copione: apertura della fiducia e della progettualità attraverso il love bombing, graduale isolamento sociale e familiare, dipendenza economica, punizioni aleatorie, imprevedibilità degli scatti di rabbia, rinforzo intermittente, gaslighting, controllo (dei movimenti, delle frequentazioni, del vestiario e del comportamento, delle finanze, delle idee, del tempo, dello spazio fisico, della comunicazione ecc…). Più la vittima soffre a causa di tutto ciò, più è spaventata e sola “…più sarà tentata di attaccarsi all’unico rapporto che le è permesso: il rapporto con il persecutore. In assenza di ogni altro legame umano la vittima cercherà di trovare un po’ di umanità in chi la tiene prigioniera e inevitabilmente, in assenza di ogni altro punto di vista, essa arriverà persino a vedere il mondo attraverso gli occhi di lui” (J. Herman, Guarire dal trauma, pag. 111). Queste brucianti parole ci rendono con chiarezza il senso del legame apparentemente paradossale che spesso riscontriamo nelle relazioni abusanti.

Ma non dobbiamo ingenuamente credere che la violenza psicologica sia appannaggio del mondo maschile, sarebbe un errore: è spesso vero anche il contrario, e sono sempre di più gli uomini che cercano aiuto psicologico per affrontare i danni e i disagi provocati da partner, amiche, madri, sorelle, parenti o colleghe di lavoro abusanti. È scomodo e impopolare da ammettere, ma spesso i legami abusanti li troviamo proprio all’interno delle relazioni familiari: tra genitori e figli, sorelle e fratelli, ecc.

 

LE FORME DELL’ABUSO PSICOLOGICO

Come ho scritto in un mio precedente articolo dal titolo "manipolazione affettiva: entrambe infatti rispondono alla volontà di strumentalizzare l’altro sminuendone la personalità, attraverso continue mortificazioni e sottili (non sempre sottili…) messaggi offensivi e svalutanti. Possiamo dire che la manipolazione affettiva è una forma di violenza psicologica. Il fine di questi atteggiamenti è quello di sottomettere – psicologicamente, economicamente o anche fisicamente - l’altra persona, minandone progressivamente l’autostima e la capacità di autonomia, facendola sentire sempre più insicura fino ad averne il totale controllo. Questa forma di violenza è difficilmente identificabile anche dalla stessa vittima, poiché spesso si avvale di comportamenti ambigui e di una comunicazione ambivalente, mirata a destabilizzare il senso di realtà di chi la subisce. Nonostante sia piuttosto diffusa, è difficile riconoscere la violenza psicologica ma è molto importante accorgersi di esserne vittima, poiché spesso rappresenta l’anticamera della violenza fisica vera e propria. Inoltre, è responsabile di una profonda e protratta sofferenza psicologica che si struttura nel tempo, minando profondamente la personalità della vittima e la sua fiducia in se stessa e negli altri, compromettendone la qualità delle relazioni e di vita”.

Le manifestazioni comportamentali di questa forma di abuso sono molte e possono presentarsi insieme o separatamente, diluite nel tempo e gradualmente, ma hanno tutte un comune denominatore: vengono agite solitamente in privato e in assenza di testimoni e sono atte a confondere, destabilizzare, rendere insicuro e dipendente l’altro fino ad eroderne, gradualmente ed inesorabilmente, il senso di identità ed il potere di azione e di scelta:

  • Velate critiche offensive
  • Umiliazioni e ridicolizzazioni
  • Svalutazione e svilimento
  • Gaslighting: Invalidazione e costante messa in discussione delle percezioni, delle emozioni e dei punti di vista di chi le subisce
  • Negazione della realtà
  • Trattamento del silenzio
  • Isolamento graduale da amici, familiari e colleghi
  • Minacce di “apocalisse emotiva” (di abbandono, di chiusura del rapporto, minacce economiche ecc…)
  • Minacce di lesioni e danni fisici alla vittima o a persone, animali e oggetti cui essa tiene
  • Intimidazioni
  • Violenza economica
  • Rinforzo intermittente: “questo tipo di condizionamento fa si che i sopravvissuti attendano con ansia il momento in cui l’abusante rinforzerà in modo intermittente, la connessione tra i due individui” (S. Thomas, Guarire dall’abuso nascosto). In altre parole è il gioco del bastone e della carota, che porta chi lo subisce a diventare dipendente (attraverso meccanismi basati sulla chimica si alcune aree del cervello) dall’altro, nell’attesa spasmodica e carica di suspense e adrenalina, del momento in cui avverrà una riconnessione emotiva, un riconoscimento, una manifestazione di interesse o di affetto…

 

6 PASSI VERSO LA GUARIGIONE DALL’ABUSO NASCOSTO

Nel suo libro “Guarire dall’abuso nascosto”, l'autrice Shannon Thomas definisce la violenza psicologica un “abuso nascosto”, proprio perché le sue manifestazioni avvengono nella privatezza di una relazione di fiducia e sono difficilmente identificabili da attori esterni ad essa. Chi la perpetra, ci tiene a restare “pulito” ed integerrimo agli occhi degli altri, così da poter continuare ad agire indisturbato senza perdere l’appoggio della rete sociale.

L’autrice propone un percorso di guarigione in 6 tappe che riporterò in modo sintetico di seguito, perché vi sia la spinta ad aprire gli occhi e a cercare aiuto, con la consapevolezza che si può “guarire”, chiamandosi fuori dalle dinamiche e relazioni malsane e imparando a prendersi cura di sé e delle proprie scelte.

 

PRIMO PASSO: DISPERAZIONE

Quando i sopravvissuti chiedono aiuto lo fanno perché hanno raggiunto un livello insostenibile di malessere psicologico e spesso anche fisico, con la comparsa o l’acuirsi di diversi sintomi organici quali cefalee, malattie legate all’abbassamento delle difese immunitarie, malattie psicosomatiche ecc.

Alcune di queste persone spesso neanche sanno di essere vittime di abuso psicologico e sono talmente sofferenti, confuse e disorientate da non saper più cosa fare, né da dove iniziare per stare meglio, né quale sia la vera causa di tanta sofferenza. Spesso arrivano con la richiesta di capire COSA NON VADA IN LORO perché la relazione non funziona, e cosa devono fare per far andar bene le cose. In questa fase la sofferenza è intensa, anche dal punto di vista fisico, e spesso le persone non hanno la forza di affrontare la realtà dell’abuso, non riconoscendolo; è in questa fase che l’autrice si trova a chiedere in modo molto diretto: “sceglierai te stesso o chi ti abusa?”, ricevendo come risposta spesso un “non lo so”, dovuto alla condizione di sudditanza e dolore provocato dalle relazioni tossiche. Il punto importante di questa prima fase è la consapevolezza della sofferenza, che porta a chiedere sostegno e aiuto.

 

SECONDO PASSO: EDUCARSI

L’abuso psicologico è un fenomeno subdolo e difficilmente identificabile, sia dall’interno che dall’esterno, soprattutto quando non se ne ri-conoscono le caratteristiche e le modalità. È dunque davvero difficile non solo rendersi conto di ciò che sta accadendo, ma anche narrarlo, descriverlo, dargli il giusto nome perché quando non abbiamo né parole né riferimenti concettuali per descrivere un fenomeno, è molto difficile sapere cosa sta succedendo e ancor più difficile raccontarlo.

A rendere le cose ancora più complicate e confuse inoltre, sta il fatto che spesso all’esterno questa forma di abuso è del tutto invisibile; anzi, chi lo perpetra, tende a dare di sé un’immagine molto gradevole e positiva cosicché familiari, amici e rete sociale non crederanno possibile che accadano le cose che la “vittima” racconta. Diventa molto importante quindi che avvenga una educazione su ciò che è l’abuso psicologico e sulle forme principali che assume nelle relazioni. Questa conoscenza passa inevitabilmente attraverso l’apprendimento dei termini giusti per riordinare e raccontare l’esperienza destabilizzante che si sta vivendo.

I concetti che l’autrice indica sono i seguenti: a) gaslighting: è un termine tratto dal titolo di un famoso film di George Cukor degli anni ’40, ed indica “quando un abusante orchestra situazioni tali da far dubitare la vittima della propria memoria e delle proprie percezioni” (S. Thomas, Guarire dall’abuso nascosto, pag. 76); b) campagna diffamatoria: finalizzata ad isolare la vittima dalla sua rete sociale screditando e denigrando la stessa in modo solitamente subdolo e indiretto; c) scimmie volanti: mutuato dal film “Il mago di Oz”, questo termine si riferisce a tutte quelle persone vicine all’abusante che, consapevolmente o inconsapevolmente, perpetrano il suo “gioco sporco” di denigrazione e discredito nei confronti dell’abusato; d) ferita narcisistica: quella che si rivela nel momento i cui gli abusanti (che l’autrice considera affetti da disturbi della personalità narcisistico e/o, antisociale o da psicopatia) subiscono un torto o un’offesa reagendo in maniera del tutto fuori misura. La considerazione della ferita narcisistica nell’abusante induce l’abusato, spesso per sua natura molto empatico e tollerante, a giustificarne i comportamenti offensivi e disfunzionali sulla base delle sue presunte difficoltà e della sua “ferita”. Un grosso errore questo, che porta a giustificare e tollerare comportamenti sempre più gravi e disfunzionali da parte dell’abusante, come se questi non fosse davvero consapevole del male che produce; e) rinforzo intermittente (ne abbiamo parlato prima);

f) fase di idealizzazione, svalutazione e scarto: le fasi che caratterizzano il ciclo dell’abuso nelle relazioni, in cui ad una prima fase di love bombing e idealizzazione seguono ciclicamente fasi di svalutazione profonda e infine scarto e chiusura brusca, e spesso violenta, della relazione.

 

TERZO PASSO: RISVEGLIO

È il momento in cui, forse per la prima volta, alla luce della consapevolezza di ciò che è accaduto davvero, si prova rabbia. L’abusato si concede finalmente di provare rabbia e disappunto, manifestando se stesso senza filtri al posto di quella sottomessa e sofferente “versione edulcorata (di se stessi ndr) per non offendere la fragile sensibilità degli abusanti” (S. Thomas, Guarire dall’abuso nascosto, pag. 95). A questo punto si smette di giustificare i comportamenti tossici dell’abusante e li si vede per quello che sono realmente: comportamenti patologici, dannosi, inadeguati, inutilmente offensivi, fuori luogo e fonte di profondo dolore nella relazione. in questa fase è di fondamentale importanza avere del sostegno, da ricercare sia in una terapia individuale con qualcuno che sia ben a conoscenza di queste dinamiche, sia in gruppi di autoaiuto formati sul tema dell’abuso psicologico, che in letture specifiche.

 

QUARTO PASSO: PALETTI

Mettere paletti e stabilire sani confini interpersonali è il lavoro che caratterizza questa fase. Quello di imparare a definire e far rispettare sani confini interpersonali è un lavoro di fondamentale importanza per l’abusato, spesso molto difficile da fare poiché probabilmente questi non ha mai imparato a farlo, o ha smesso di farlo a causa di ciò che avveniva durante l’abuso. Mettere paletti significa stabilire la giusta distanza emotiva dall’abusante, che consenta di disintossicarsi dalle vecchie dinamiche velenose e di creare uno spazio all’interno del quale ricostruire la propria fiducia in se stessi e nel mondo, la propria forza, entrare nuovamente in contatto con se stessi (con il dolore e le proprie ferite, ma anche con le proprie risorse) e re-imparare ad esprimere se stessi. In questa fase sono di fondamentale importanza le tecniche di no-contact o low-contact, che andranno valutate attentamente ed applicate con fermezza solamente dopo averne valutato le possibili conseguenze personali, lavorative e familiari. in questo articolo ed in questo articolo puoi trovare alcuni utili suggerimenti per mettere paletti e definire spazi e limiti in una relazione abusante.

E' IMPORTANTE RICORDARE CHE, NEI CASI IN CUI SIANO A REPENTAGLIO LA SOPRAVVIVENZA DI UNA O PIU' PERSONE, LA SOLUZIONE MIGLIORE E' L'ALLONTANAMENTO FISICO DALL'ABUSANTE, SEGUITO DAL NO-CONTACT.

 

QUINTO PASSO: RESTAURAZIONE

La fase della restaurazione prevede il recupero fisico, simbolico ed emotivo, di tutto ciò che è andato distrutto durante la relazione tossica: oggetti, salute fisica e psichica, forza interiore, ricordi, stabilità economica, progetti, e ogni altra perdita subita durante l’abuso. È una fase che può richiedere anche molto tempo e pazienza e presuppone di aver attraversato le fasi precedenti. Ora è importante ricordare che le macerie che esistono dentro di noi (e a volte anche fuori) non devono diventare il mausoleo eterno della sofferenza vissuta ma un monito costante: che renda più attenti e rispettosi di se stessi, del proprio tempo, spazio, della propria dignità e dei propri bisogni e desideri. In questa fase si impara nuovamente ad avere cura di sé, a concedendosi ciò che piace e nutre profondamente: amicizie, vacanze, passatempi, letture… tutto ciò che può servire a ricostruire la propria vita. Probabilmente per molti andranno ricostruite anche le finanze laddove l’abusante abbia attaccato anche quelle. Ci vorrà del tempo. Occorre entrare nell’ottica di una ricostruzione graduale ma costante a partire dalle piccole cose, stando attenti a non cadere nel perfezionismo o nella pretesa di risolvere tutto subito. Occorre restaurare tutto ciò che è possibile, ma ci saranno oggetti che resteranno distrutti per sempre; in questo caso, la realistica accettazione di ciò che non può essere recuperato, sarà di aiuto per andare avanti.

 

SESTO PASSO: MANTENIMENTO

Questa fase è la più lunga e quella che richiede maggior costanza e determinazione. Ora che è passata la tempesta e le acque si sono chetate, ora che sono state ricostruite un po’ di pace e di tranquillità, probabilmente si riaffacceranno le nostalgie, i ricordi piacevoli, i momenti belli trascorsi con l’abusante e il legame di affetto che legava a questi. Occorre restare saldi nei propri propositi e nel rispetto di tutto il lavoro che fino ad ora è stato faticosamente portato avanti. Quando i ricordi si riaffacciano con il loro carico di tristezza e nostalgia, bisogna pazientemente ricordare a se stessi tutto ciò che di brutto e spiacevole è accaduto: le denigrazioni, le svalutazioni, il dolore, la distanza emotiva, la solitudine e le perdite subite. Occorre tornare al centro, alla guida della propria vita. Imparare a scegliere persone, relazioni e attività sane, basate su rispetto di sé e reciprocità. Mantenere i paletti. Portare avanti la cura di sé. Coltivare la consapevolezza di ciò che è nutriente. 

 

"Questa volta lasciate che sia felice,

non è successo nulla a nessuno,

non sono da nessuna parte,

succede solo che sono felice

fino all'ultimo profondo angolino del cuore"

Pablo Neruda

 

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Letture consigliate: “Guarire dall’abuso nascosto” di Shannon Thomas e “Guarire dal trauma” di Judith Herman.

 

 

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